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Full text of "Atti e memorie"

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ATTI E MEMORIE 



>• ♦ • 



DELLA 



B. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 



Terza Serie — Vol. XX -^ Fasc. I-III. 



(Gennaio — Giugno 1902) 



SOMMARIO 



Elenco dei Soci. — G. B. Salvioni. Sul valore della lira bolognese. 
— Ambdbo Pellbgrinl La dominazione degli Estensi a Pieve 
di Cento. — Tito Zanardrlli. A proposito di Imola e di Mel- 
dola nomi di origine longobardica ed etimologia di Mirandola. — 
A. Sorbblli. Un feudo Frìgnanese dei conti Orsi di Bologna — 
Ermbnkqildo Ricci Bitti. La pianura Romagnola divisa ed asse- 
gnata ai coloni Romani (con una tavola). — Lodovico Frati. Una 
pasquinata contro i lettori dello studio bolognese nel 1563. — 
Atti della Deputazione : Sunti delle letture. (E. Brizio Segretario). 



BOLOGNA 



PRESSO LA K. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA 



1902 



PUBBLICAZIONI DELLA DEPUTAZIONE 



MONUMENTI 

SERIE 1 — STATUTI. 

1. Statuti dbl Cohdiib di Bolooha dall' ammo 1245 
all' anko 1367, pnbblicati per cant di L. Fnti. — 
Bologna, Regia Tipografia, 1869-84. 
Tomo I 



» > (QloMarìo ed Indice) > 6.50 

2. Statuti di Pbrbara dell'anno 1288, editi » eura di 1 = 

Camillo Laderchi. — Bologna, Beata Tipografia, 1865. \ ì 

Voi. I, fajo. I. (1) » 6 — f i 

3. ìStatuti dkl Cohunb di Bavbnna (1306-151&) editi da 

A, Tarlazzi. — Ravenna, Tipografia Calderini, 1886. 
Voi. unico » 9.50 

4. Oli okdinambnti sacrati £ sacratisbimi collb ki- 

forhaqioni da loro occasionate ■ dipendenti 
(Seo. XIll) a onra di A, OandenKÌ. — Bologna, Regia 
Tipografia, 1888. Voi. unico 20 — 

SERIE II — CARTE. 

1. Appbndiob ai uonuubnti ravknnati dei. co. Marco 
FaNTuzzi, pnbblicaCa b. cura di A. Tarlazii. — Ravenna 
Tipografie Angeletti e Calderitti, 1872-8Ì. 
Tomo I, disp. 1 > 18.75 



. I RoTULi DEI Lettori Legisti b Artisti dello Studio 
BOLOGNESE DAL 1884 AL 1799, pubblicati da U. Dal- 
lari. — Bologna, Regia Tipografia, 1888-1891. 
Vi>l. 1. (col facaimile di un BoCulo in cromolitografiu) 

. III. (parte prima) 

SERIE HI — CRONACHE. 

. Cronachb Forlivesi di L. Cobblli (sino all'anno 

linai . .ji Q Carducci, E. Frati e F. QnaHni. — 

a Tip. 1874. Voi. unico 

bbb di J. Raimbki (1535-1549), a cura 
C. Ricci. — Bologna, Regia Tip. 1887, 

-iVESi DI A. Bernardi (Novacola) per 
— FoTli, Bordandini, IS95 (2 toL). . . 

DOCUMENTI E STUDI 

gna. Regia Tipografia, 188G 

priìitinni milUari di Giulio II. trallr dal tìttma 
aridt Gratti a euro di L. Krall. 
lolH : Hietrelie tagli artiati bologHcti, ferrareai «d 
in Roma, dal kc. .Vr oi XVII. 



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ATTI E MEMORIE 



DELLA 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE DI RONUGNA. 



ATTI E MEMORIE 



DELLA 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 



Terza serie — Vol. XX. 



(ANNO ACCADEMICO 1901-1902) 



BOLOGNA 

PRESSO LA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

1902 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 
(istìtuiU per decreto del Goveroatore dell' Emilia del 10 febbraio 186C.) 

PRESIDENTE ' 

CARDUCCI prof. comm. GIOSUÈ, Senatore del Regno. 

SEGRETARIO 

BRIZIO prof. cav. EDOARDO. 

CONSIGLIO DIRETTIVO 

MALVEZZI DE' MEDICI conte cav. dott. NERIO, Deputato al Par- 
lamento, Vice Presidente» 
BERTOLINI prof. comm. FRANCESCO ) ^ .... 
ALBINI prof. GIUSEPPE ! Cons.glten 

CONSIGLIO AMMINISTRATIVO 

FACCIOLI cav. prof. ing. RAFFAELE ) .... 

GAVAZZA conte comm. dott. FRANCESCO ! ^^^^^^ ^^^^ 
RUBBIANI cav. ALFONSO, Tesoriere 



> Frbsidbkti e Sbgrbtabi della Dbputaziomb: 

Presidenti : 

Conte eomm. Giovanni Qozzadiniy Senatore del Reg^o, dal 10 feb- 
braio 1860 al 25 agosto 1887. 

Comm. prof. (Jios^iè Carducci Senatore del Regno, dal 26 dicembre 
1887; riconfermato per R. Decreto 11 gennaio 1900. 

Segretarii : 

Dott. Luigi Fratiy Segretario dal 1860 al 26 dicembre 1863. 

Prof. Luigi Mercaniini^ ff. di Segretario dal 24 gennaio al 24 feb- 
braio 1864; Segretario dal 24 febbraio 1864 al 26 febbraio 1865. 

Prof. Giosuè Carducci^ ff. di Segretario dal 12 marzo al 10 dicembre 
1865; Segretario dal 10 dicembre 1865 al 26 novembre 1875. 

Conte Cesare Aìbicini^ ff, di Segretario dal 28 novembre al 26 dicembre 
1875: SegreUrio dal 26 dicembre 1875 al 27 giugno 1880; ff. di Segretario 
sino al 16 gennaio 1881; Segretario dal 16 gennaio 1881 al 28 loglio 1891. 

Prof. Carlo Maìagoìa, ff. di Segretario dal 28 luglio 1891; Segre- 
tario dal 27 dicembre 1891 al 31 die. 1899. 

Gli attuali componenti la Presidenza e i Consigli della Deputazione 
pel triennio accademico 1899-1900, 1900-1901, 1901-1902 furono eletti 
nella aeduU del 31 dicembre 1899 e confermati dal Ministero di F. L 
con lettera 13 gennaio 1900, j^. 589. 



ELENCO 



dei Membri Attivi e dei Soci Corrispondenti della IL Deputazione 

colla data dei decreti di nomina. 



MEMBRI ATTIVI 

1. Carducci comm. Giosuè, Senatore del Regno, Accad. della Crusca, 

Socio ord. della R. Accad. dei Lincei, Socio onor. della R. Dep. 
veneta di St. Patria, prof, di Letteratura italiana nella Uni- 
versità, Presidente della R. Commiss, pei Testi di Lingua, 
Bologna 1864 - 10 gennaio - 

2. Teza comm. Emilio, Socio ord. delP Accad. dei Lincei, professore 

di Sanscrito e di Stor. compar. delle lingue class, nella Uni- 
versità, Padova 1864-24 aprile 

3. Malagola comm. Carlo, Dott. Coli. Onor. della facoltà giuridica 

della R. Università di Bologna e Libero doc. di Paleografia e 
Diplom. Membro efF. della R. Deput. veneta di St. Patr., Corr. 
della R. Dep* per le Prov. modenesi. Membro eff. della 
R. Commiss. Araldica per le Prov. venete. Socio Resid. del- 
l' Ateneo veneto. Direttore degli Archrvi di Stato di Ve- 
nezia 1876-15 giugno * 

4. Masi aw. comm. Ernesto, Socio corr. della R. Dep. veneta di 
. , Storia Patria, Firenze 1876 - 15 giugno * 

5. Malvezzi de' Medici conte cav. dott. Nerio, Membro effettivo 

della R. Commissione Araldica per le Provincie di Romagna, 
Deputato al Parlamento Bologna . . . 1878 - 17 marzo ' 

6. Ricci dott. cav. Corrado, Dottore Collegiato Onorario della Facoltà 

di Lettere nella Università di Bologna, Socio corr. della R, 
Dep. veneta di St. Patria e della R. Dep. parmense. Direttore 
della R. Pinacoteca di Brera, Milano . 1884- 8 giugno * 

7. V1U.ARI comm. Pasquale, Senatore del Regno, Presidente della 

R. Acc. dei Lincei, Socio onor. della R. Dep. veneta di St. 
Patr., Vice Pres. della toscana, Accad. corr. della Crusca, 
Pres. del Cons. degli Archivi, Pres. della Facoltà di Lettere 
nel R. Istituto di Studi superiori pratici e di perfezionamento, 
Firenze 1884- 8 giugno 

8. Faccioli prof. cav. ing. Raffaele, Bologna . 1885- 19 marzo * 



* Socio corrisp. 9 dicembre 1875. 

* ». » 21 febbraio 1875. 
' » » 9 dicembre 1875. 



* Socio corrisp. 3 giugno 1880. 
^ » > 4 giugno 1873. 






OKNKKAL KHMCBINOINO CO. 

qUAUTV CONTROL MARK 
— Ili — 

9. Brizio cav. Edoardo, Socio nazionale deirAccad. dei Lincei, pro- 
fessore di Archeologia e Numismatica nella R. Università, 
Direttore, del Museo archeologico e degli Scavi di Antichità 
per l'Emilia, le Marche e la provincia di Teramo, Bo- 
logna 1886 - 1 1 agosto * 

10. Bertolini comm. Francesco, Socio corr. della R. Dep. Tose, di St. 

Patr., Preside della P^acoltà di Lettere e Filosofìa e prof, di Storia 
antica nella R. Università, Bologna. . 1887-16 gennaio* 

11. RuBBiAM cav. Alfonso, Memhro della Commiss, conservatrice 

dei Monumenti, R. Ispettore pei monumenti e per gli scavi, 
Bologna *. . 1887- 16 gennaio * 

12. CoMELLi dott. (Giambattista, Bologna, . . 1889 - 17 gennaio ^ 

13. Dallari dott. Umberto, Membro effettivo della R. Dep. di St. 

I^tr. per le Prov. modenesi. Direttore dell' Archivio di Stato 
di Reggio Emilia 1889-17 gennaio* 

14. Oavdenzi avv. cav. Augusto, professore di Storia del Diritto ita- 

liano nella R. Università, Bologna . . 1889 - 17 gennaio * 

15. Orsi dott. cav. Paolo, Direttore del Museo Archeol. e degli scavi di 

antichità Membro della R. Commissione dei Monum., Sira- 
cusa 1890-13 marzo ' 

IG. Fa VARO n. u. comm. Antonio, Socio ord. del R. Istit. Veneto e della 
R. Dep. veneta di St. Patr. e corr. della toscana, professore nella 
Scuola d' Appi, degr Ingegneri, Padova . 1892 - 5 maggio * 

17. Pasolini conte comm. dott. Pier Desiderio. Senatore del Regno, Socio 

corr. della R. Dep. veneta di St. Patr., e della toscana. Membro 
della R. Comm. Cons. dei Mon., Ravenna, 1893 - 8 giugno ® 

18. Salvioni dott. Giambattista, professore di Statistica nella R. 

Università, Bologna 1894 - 15 febbraio ^® 

19. Cavazza co. comm. dott. Francesco, Bologna. 1896- 10 gennaio ** 

20. Mazzatixti prof. Giuseppe, Socio corr. della R. Dep. tose, di St. patr., 

Bibliot., Conserv. dell' Ardi. Com., Forlì. 1896 - 2 febbraio " 

21. Tamassia comm. Nino, prof, di Storia del Diritto Ital. nella R. 

Università, Pa</ora 1896- 2 febbraio " 

22. Falletti Fossati cav. Pio Carlo, prof, di Storia moderna nella 

R. Università, Bologna 1898-22dicembre *^ 

> Socio corridp. 1 maggio 1881, ^ Scoio corrisp. 4 aprile 1886. 

* » > 14 febbraio 1869. * » > 2 maggio 1869. 

» » » 6 marjso 1881. »• » » 7 febbraio 1890. 

< » » 24 febbraio 1884. " » > 17 gennaio 1889. 



5 



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D marzo looi. *' » » i leooraio looii. 

24 febbraio 1884. " » > 17 gennaio 1889. 

27 agosto 1885. ^^ » > 2 giugno 1889. 

29 mano 1885. !> » » 7 maggio 1893. 

3 ottobre 1882. ^« » » 15 febbraio 1894. 



— IV — 

23. Albini dottor Giuseppe Prof, di Grammatica greca e latina nella 

R. Università, Bo%/m 1899- 11 Giugno > 

24 

SOCI CORRISPONDENTI 

Accame cav. aw. Paolo, Pietra Ligure. . . 11 giugno 1896 

AxDROVANDi conte dott. Luigi, Costantinopoli. 28 maggio 1896 

Amaducci prof. dott. Paolo, Preside del Ginnasio-Liceo, Direttore del 
Museo Nazionale e Membro della Comm. cons. dei Monumenti, 
Ravenna 22 febbraio 1894 

Anselmi cav. Anselmo, Socio della R. Dep. di St. Patr. delle Marche, 
R. Ispettore dei monumenti e degli scavi, Arcevia (Ancona). 

16 aprile 1891 

Antaldi march, cav. avv. Ciro, Vice Pres. della R. Dep. di St. Patr. 
delle Marche, Membro della R. Comm. Araldica delle Marche, 
Bibliotecario della Oliveriana, Pesaro ,. 21 febbraio 1875 

Argnani prof. cav. Federico, R. Ispettore dei monum. e degli scavi, 
Dirett. della Pinacoteca comunale, Faenza, 17 maggio 1888 

Aria conte cav. Pompeo, Bologna 11 febbraio 1883 

Bacchi Della Lega dott Alberto. Sotto bibliotecario nella Biblioteca 
della R. Università, Segret. della R. Commiss. dei Testi di 
lingua, Bologna 16 gennaio 1887 

Barnabei prof. comm. Felice, Deputato al Parlamento, Socio ord. 
dell' Acc. dei Lincei, Roma 31 ottobre 1882 

Barozzi n. u. comm. Nicolò, Cons. della R. Dep. veneta di St. Patr., 
Membro eff. della R. Commissione araldica veneta, Socio corr. 
della R. Dep. di St. Patr. di Piem. e Lomb., segr. della R. 
Acc. di B. A., e direttore del R. Museo Archeol., Membro 
della Comm. Cons. dei Monuin., Venezia. 13 gennaio 1867 

Battistella cav. prof. Antoiio, R. Provveditore agli Studi, Udine, 

16 giugno 1898 

Bellucci commendator Giuseppe, Professore nel!' Università, Pe- 
rugia 11 febbraio 1883 

Beltrami ing. comm. Luca, Consultore del Museo archeologico di 
Milano, Membro eff. della R. Dep. di St. Patr. di Piem. e 
Lomb., Milano 2 giugno 1889 

Benaducci cav. Giovanni, Socio della R. Dep. di St. Patr. delle 
Marche, Tolentino 17 maggio 1888 



^ Sooio corrisp. 11 agosto 1886. 



Bernicoli doti. Silvio, Vive-Bibliotecario della Comunale di Ra- 
venna 8 aprile 1900 

BiTTi-Ricci Avv. Ermenegildo. Imola, ... 23 febbraio 1002 

Bollati di Si. Pierre barone comm. avv. Emanuele, Membro eff. 
della R. Dep. di St. Patr. di Pieni, e Lom., Soprintendente- 
Direttore dell' Archivio di Stato, Torino, 28 dicembre 1864 

BoRMANN dott. Eugenio, Professore nelT Università di Vienna. 

27 Kiwgno 1901 

BosDARi conte dott. Filippo, Bologna. ... 3 febbraio 1897 

Brandi avv. prof. Brando, Bibliotecario del Ministei»o dell' Interno, 
Roma 19 luglio 1888 

Breventani canonico prof, don Luigi, Sopra intendente dell' Archivio 
e della Bibliot. arcivescovili, Bologna . 2 giugno 1889 

Brini avv. comm. Giuseppe, professore di Diritto romano nella R. 
Università, Bologna 27 febbraio 1890 

Calzini Egidio, Prof, di Storia dell'Arte nel R. Istituto di B. A. in 
Urbino e Regg. la Direz. delle Scuole Tecniche in Forlì, 

22 maggio 1894 

Cantalamessa prof. cav. Giulio, Socio della R. Dep. di St. Patr. delle 
Marche. Dir. della R. Pinacoteca, Venezia, 13 agosto 1889 

Capeluni comm. Giovanni, Senatore del Regno, Dott. honoris causa 
dell'Università di Edimburgo, Socio oixl. della R. Acc. dei 
Lincei, professore di geologia e Direttore del Museo geologico 
della R. Università, Bologna .... 31 ottobre 1882 

Carltti di Cantogno barone comm. Domenico, Senatore del Regno, 
Bibliotecario di Sua Maestà, Socio ord. della R. Acc. dei 
Lincei, Socio on. nella R. Dep. veneta di St. Patr., corr. della 
toscana, Pres. della R. Dep. di St. patr. pel Piemonte e Lom- 
bardia, Tonno 11 febbraio 1883 

Casaqrandi dott. Vincenzo, professore di Storia antica della R. Uni- 
versità, Catania 31 ottobre 1882 

Casini prof. cav. Tommaso, Membro effettivo della R. Deputazione 
di St. Patr. per le Prov. modenesi, R. Provveditore agli Studi, 
Modena 30 aprile 1896 

Castelfranco prof. cav. Pompeo, Socio corr. della R. Acc. dei 
Lincei, R. Ispettore dei monumenti e degli scavi, Milano, 

15 aprile 1883 

Cilleni-Nepis conte Carlo, R. Ispett. scolast., Aquila, 3 luglio 1892 

Corradi dott. prof. Augusto, Preside del R. Liceo, Novara, 8 giugno 1884 

Costa dott. Emilio, Prof, di Storia del Diritto romano nella R. Uni- 
versità, Bologna 2 febbraio 1896 



— VI — 

Costa Torquato, Anzola (Bologna) 31 ottobre 1882 

Dall' Osso dottor Innocenzo, Ispettore degli scavi di Pompei, 
Napoli . . . 11 febbraio 1883 

Da Ponte dott. cav. Pietro, R. Ispettore degli scavi e mon., Corr. 
della R. Dep. di St. Patr. di Piemonte e Lombardia e delia 
R. Dep. parmense. Conservatore del Museo patrio, Brescia, 

25 luglio 1887 

Del Lungo prof. comm. Isidoro, Socio corr. della R. Accad. dei 
Lincei, Socio ordinario della R. Dep. tose, di Storia Patria, 
corr. della R. Dep. veneta, Accademico residente della Crusca, 
Firenze .15 marzo 1863 

De Montet cav. Alberto, socio corr. della R. Dep. di St. Patr. di 
Piemonte e Lombardia, Segretario della Società storica della 
Svizzera romanza, Vevey (Svizzera). . 18 febbraio 1886 

De Paoli avv. comofi. Enrioo, Soprintendente-Direttore dell'Archivio 
di Stato, Cancelliere Onorario della R. Consulta Araldica, 
Roma 19 giugno 1890 

DuHN (von) dott. Fed. Carlo, professore di Archeologia classica nel- 
r Università, Heidelberg (Baden). . . 24 febbraio 1884 

Ellero comm. Pietro, Senatore del Regno, Consigliere di Stato, Socio 
corr. della R. acc. dei Lincei, Prof. emer. della R. Univ. di 
Bologna, Roma 17 aprile 1865 

Fanti avv. cav. Innocenzo, Fermo 31 ottobre 1882 

Ferrari dott. Severino, Prof, ordinario di Stilistica nel!' Univ. di 
Bologna, Bologna 1 giugno 1897 

Ferraro prof. cav. Giuseppe Socio corr. della R. Deput. di St. Patr. 
per le prov. modenesi, R. Provveditore agli Studi, Reggio 
Emilia 18 febbraio 1886 

Ferrerò prof. cav. Ermanno, Dottore aggregato della Facoltà dì Let- 
tere Prof, di archeologia della R. Università, R. Ispettore degli 
Scavi e monumenti, Mem. eff. della R. Deputazione di Si. 
Patr. di Piem. e Lom., Torino ... 31 ottobre 1882 

S. E. Finali avv. comm. Gaspare, Senatore del Regno, Presidente 
della R. Corte dei Conti, Roma ... 6 gennaio 1866 ' 

Fiorini prof. cav. Vittorio, Capo Divisione al Ministero di Pubbl. 
Istruzione, Roma 8 giugno 1884 

Fornelli cav. Nicola, prof, nella R. Univ., A"ajoo/i. 29 gennaio 1891 



' Già Membro Attivo per decreto 26 marco 1860*, poi per sua do- 
manda, Socio Corrispondente. 






— TII — 

Frati dott. Ludovico, Conservatore della Biblioteca Universitaria 
Bologna, 31 maggio 1900 

Oamurrini comm. Gian Francesco, Socio ord. della R, Acc. dei 
Lincei, e della R. Dep. tose, di St. Patr., Presidente dell' Acca- 
demia di Scienze, lettere ed arti d* Arezzo, Monte S, Savino, 

31 ottobre 1882 

Gandini conte Luigi Alberto, Socio corr. della R, Dep. di St. Patr. 
per le Prov. modenesi, Direttore del Museo Civico, Modena, 

25 luglio 1887 

Gandino comm. Giambattista, Socio corr. della R. Accademia dei 
Lincei, professore di Letteratura latina nella R. Università 
membro dei Consiglio superiore di Pubblica Istruzione, Bo- 
logna 10 gennaio 1864 

Gatti prof. Angelo, R. di Storia delle Belle Arti nella R. Acca- 
demia, Bologna 2 giugno 1889 

Gennarelli avv. comm. Achille, Socio corr. della R. Dep. tose, di 
St. Patr., prof, emerito nel R. Istituto di Studi supriori Fi- 
renze 21 dicembre 1864 * 

Ghirardini dott. cav. Gherardo, Socio corr. della R. Acc. dei Lincei, 
prof, di archeologia nella R. Università, R. Soprai ntendente 
dei Musei e scavi del Veneto, Padova. 11 febbraio 1883 

Giorgi cav. Francesco, ufficiale nel R. Archivio di Stato, Bolognay 

6 agosto 1890 

GoLBMANN dott. Arturo, Vienna 2 giugno 1889 

GoRRiNi comm. dott. Giacomo, Direttore degli Archivi al Ministero 

degli Esteri, e Membro del Consiglio degli Archivi, Roma, 

23 gennaio 1900 

GoTTLiEB Dott. Teodoro, Vice Bibliotecario dell' Imperiale di Vienna. 

29 giugno 1902 

GuARiNi conte Filippo, Membro effettivo della R. Comm. Araldica 

delle Roraagne, Forlì 24 aprile 1873 

GuERRiNi dott. cav. Olindo, Bibliotecario della R. Università, Bo- 
logna 3 giugno 1880 

GuiDOTTi avv. cav. Achille, Bologna .... 31 ottobre 1882 
Hercolani principe Alfonso, cav. delP Ordine di Malta, Bologna, 

31 ottobre 1882 
HoDOKiN prof. Tommaso, Neiccastle on-Tyne (Inghilterra). 

11 febbraio 1883 



^ Già Membro Attivo sin dal decreto d' istituzione, del 10 febbraio 
1860 poi, per sua domaDda, Sodo Corri spondenU* 



— TIll — 

Hofmann, dott. W. J., Segretario Gen. della Società antropologica. 
Washington 21 maggio 1885 

JoNESco dott. Nicola, Socio ord. dell* Accad. rumena, e professore 
nell'Università, Jassy (Rumenia). . . 17 gennaio 1889 

La Mantia avv. comm. Vito, Primo Presidente Onor. di Corte d'Ap- 
pello, Palermo 31 ottobre 1882 

Livi cav. Giovanni, Dir. dell'Are, di Stato, Bologna, 22 gennaio 1899 

I^vARiNi prof. Emilio, Bologna 23 febbraio 1902 

LovATELU contessa Ersilia, nata Caetani dei principi di Sermo- 
neta, Socia ord. della R. Accademia dei Lincei, Roma. 

31 ottobre 1882 

LuMBRoso prof. cav. Giacomo, Socio ord. della R. Acc. dei Lincei 
Roma 11 febbraio 1883 

Li scHiN von Ebengreuth dott. cav. Arnoldo, Membro eff. dell' Acca- 
demia delle Scienze di Vienna, professore di storia del diritto 
nella I. R. Università, Gratz .... 31 ottobre 1882 

Malaguzzi-Valeri conte dott. Francesco, Socio corr. della R. Dep. 
di St. Patr. per le Prov. modenesi, Sotto Archivista nell'Ar- 
chivio di Stato, Milano 5 febbraio 1893 

Malaguzzi-Valeri conte cav. Ippolito, Socio eff. della R. Dep. di St. 
Patr. per lo Prov. modenesi. Socio corr. della R. Dep. ven., 
Segr. della R. Comm. Araldica modenese. Direttore dell' Ar- 
chivio di Stato, Milano 29 gennaio 1891 

Manzoni conte Luigi R. Isp. dei mon. e scavi, Lugo. 18 marzo 1877 

Marcello n. u. cav. Andrea, Socio ord. della R. Dep. veneta di 
St. patr., Segr. della R. Comm. Araldica veneta, Venezia. 

16 gennaio 1887 
Martinozzi cav. Giuseppe, prof, nel R. Liceo, San Remo. 

17 aprile 1898 

Martitci Dott. Giovanni, Roma 11 gennaio 1900 

Milani prof. cav. Luigi Adriano, Direttore nel R. Museo Archeo- 
logico, Pn)f. di archeologia neir Istituto di Studi superiori, 
Socio corr. della R. Acc. dei Lincei, Membro della Comm. 
cons. dei mon., Firenze . .... 11 febbraio 1883 

Montelus prof. comm. Oscar, Conservatore del R. Museo di anti- 
chità e medaglie, e Segret. della R. Società svedese di anti- 
chità, Stocolma 11 febbraio 1883 

MoNTicoLo prof. Giovanni, Roma 8 giugno 1902 

MoRpuRGo dott. cav. Salomone, Libero docente di letteratura ital. 
nella R. Università di Bologna, Bibliotecario della Marciana, 
Venezia 11 febbraio 1883 



— ]X — 

Musatti doti, cav. Eugenio, Socio corr. della R. Dep. veneta di Storia 
Patria, Libero docente di Stor. moderna nella R. Università. 
Padova 2 giugno 1889 

Neghigli dott. Augusto, Ispettore del R. Museo Archeologico di Bo- 
lagna 27 giugno 1901- 

NicoLun 1 comin. Giustiniano, professore di antropologia nella R. Uni- 
versità, Napoli 31 ottobre 1882 

Orioli dott. Battista Emilio, Sotto Archivista nel R. Archivio di 
Stato, Bologna 28 maggio 180<) 

OiisiNi Antonioy Archivista comunale, Cento . 24 febbraio 1884 

Pais dott. Ettore, prof, di Storia antica nella R. Univ., Direttore in- 
caricato del Museo nazionale di Napoli, 31 maggio 1900 

Palmieri avv. Arturo, Bologna 20 marzo 1898 

Palmieri avv. Giambattista, Bologna. ... 5 febbraio 189.S 

Panzacchi prof. comm. Enrico, Deputato al Parlamento, Pres. della 
R. Acc. di Belle Arti, Direttore dell' Istituto di Belle Arti, Prof, 
di estetica nella R. Università, Bologna, 31 ottobre 1882 

Papa Pasquale, professore di Lettere italiane nel R. Liceo Miche- 
• langelo, Firenze 1 giugno 1897 

Pellegrini prof Amedeo. Gubbio 23 febbraio 1902 

Pellegrini dott. Flaminio, professore di Lettere italiane nel R. Liceo 
A. Doria, Genova 6 agosto 1900 

Pellegrini dott. Giuseppe, Vice Direttore del Museo Nazionale, Na- 
poli 5 luglio 1900 

Podestà cav. Bartolomeo, Socio corr. della R. Dep. toscana di Storia 
Patr., Bibl. della Nazionale, Firenze, , 10 gennaio 1804 

Poggi ten. col., comm. dott. Vittorio, Membro eff. della R. Dep. di 
St. Patr. di Pieni, e Lomb. e della R. Dep. parmense. Di- 
rettore della Biblioteca e dell' Archivio Comunale, Savona, 

11 febbraio 1883 

PuLLÈ comm. prof. Francesco Leopoldo, prof, nella R. Università, 
Bologna 10 febbrnio 1901 

Puntoni prof. comm. Vittorio, Rettore della R. Università, Bologna, 

1 giugno 1897 

Raxdi Tommaso, Cotignola (Ravenna) ... 6 agosto 1890 

Rata comm. Luigi, Deputato al Parlamento, Prof, nella R. Univer- 
sità, Bologna 17 gennaio 188(> 

RiVAXTA avv. Valentino, Ravenna 20 marzo 1888 

RoccEU prof. cav. Gino, Bologna 3 gennaio 1875 

RoDOLico dott. Nicolò, professore di Storia nel Liceo, Firenze, 

20 marzo 1898 



— X — 



■• 



Rossi prof. cav. Girolamo, Socio, corr. della R. Dep. tose, di St. Pair., 
R. Ispett. dei mon. e degli scavi, Ventimiglia, 2 maggio 186*.» 

Rossi dott. Luigi, professore di Diritto costituzionale nella R. uni- 
versità, Bologna ^ gennaio 1801 

Riga avvocato Cesare, Ispettore nel Museo- nazionale, Venezia. 

16 gennaio 1887 

Salinas comm. Antonino, Socio Corr. della R. Acc. dei Lincei, Mem- 
bro della R. Consulta Araldica, professore di archeologia nella 
R. Università e Direttore del Museo Nazionale di antichità, 
Palermo 31 ottobre 1882 

Santarelli avv. cav. Antonio, Direttore del Museo archeologico, R. 
Ispet. dei mon. e degli scavi, Forlì . . 31 ottobre 1882 

Sanvitale conte cav. Stefano, Parma . . . 31 ottobre 1882 

ScARABELLi GoMMi Flaminj comm. Giuseppe, Senatore del Re^no, R. 
Ispettore dei monumenti e dagli Scavi, Imola. 8 giugno 188 1 

ScHUPFEK avv. comm. Francesco, Membro del Cons. Sup. della Pubhl. 
Istr., Socio deir Acc. dei Lincei, Soc. on. della R. Dep. veneta 
di St. Patr., professore di storia del Diritto italiano nella R. 
Università, Roma 28 gennaio 18*^* 

Sergi dott. cav. Giuseppe, prof, di antropologia e Direttore del (ia- 
binetto antropol. nella R. Univ., Poma, 11 febbraio 188:{ 

Setti prof. Giovanni, Socio corr. della R. Dep. di St. Patr. per le 
Prov. modenesi, Prof, di Lettere greche nella R. Università, 
Padova 15 aprile 188:^ 

Silveri-Gentiloni conte cav. Aristide, R. Ispettore dei monumenti 
e degli scavi. Macerata 11 febbraio 188:{ 

SiMONi cav. dott. Giuseppe, Medicina ... 16 maggio 1895 

Solerti dott. cav. Angelo, Socio corr. della R. Dep. di St. Patr. i>er 
le Prov. modenesi, prof, di Lettere italiane nei Licei, Provve- 
ditore agli studi. Aquila 27 marzo 1802 

Sorbelli dott. Albano, prof, di Storia, Bologna. 10 febbraio 1891 

Spinelli cav. Alessandro Giuseppe, Socio corr. della R. Dep. di St. 
Patr. per le Prov. modenesi e della R. Dep. parmense, Modena. 

2 giugno 1889 

Tonini prof. cav. dott. Carlo, Bibliotecario comunale. R. Ispettoi'e 
dei monumenti e degli scavi. Rimini . 11 febbraio 188.'{ 

ToRRACA comm. prof. Francesco, R. Università, Napoli. 

28 gennaio 1900 

Toschi dott. Giambattista, Socio corr. della R. Dep. di St. Patr. per 
le prov. modenesi, R. Ispett. dei monumenti e degli scavi, 
Baiso (Reggio Emilia) 8 giugno 1884 



- XI — 

• 

Tra UZZI prof. Alberto, Bologna 5 marzo 1899 

Trov ANELLI avv. cav. Nazareno, R. Ispettore degli Scavi e Monu- 
iiienti, Sopraintendente della Biblioteca Malatestiana e del- 
l' Archivio storico comunale, Cesena. . 22 gennaio 1899 
Trovanelli prof. avv. Silvio, Libero docente di filosofia del diritto 
nella R. Università, Bologna .... 16 aprile 1891 

UxGARELLi Gaspare, Bologna 29 gennaio 1891 

Urbani De Gheltof cav. Giuseppe Marino, Venezia. 31 ottobre 1882 
Venturi prof. cav. Adolfo, Socio corr. della R. Dep. di St. Patr. per 
le Prov. modenesi, Direttore incariciito della Galleria Nazio- 
nale di Arte Antica, Prof, ordinario di storia dell' arte nella 

R. Università, Royna 29 marzo 1885 

Vernarecci canonico prof. cav. Augusto, Socio della R. Dep. di St. 
Patr. delle Marche, Bibliotecario comunale, R. Ispettore dei 
mon. e degli scavi, Fossombrone ... 26 marzo 1882 
ViriNi prof. cav. Gioacchino, Bologna ... 10 febbraio 1901 

Zanari>elli prof. Tito, Bologna 10 febbraio 1901 

Zen ATTI prof. dott. Albino, Socio corr. della R. Dep. tose, di St. 
Patr., Lib. doc. di lett. ital. nella R. Università di Messina, 

Provv. agli Studi, Catania 11 febbraio 188fi 

Zoi.i dott. Andrea, Bibliotecario della Comunale, Ravenna, 

3 maggio 1900 
Z<»ri.i cont« dott. Alberto, professore di Scienza della finanza nella 
R. Università, Macerata 15 aprile 1883 

DEFUNTI DURANTE L'ANNO 1901-1902 

SOCI C(ÌRRISPONDENTI 

S. E. ZoNGHi mons. Aurelio, Socio onorario della R. Deputazione 
delle Marche, corr. della R. Deputazione Veneta e della To- 
scana Vescovo di Iesi. 
f in Iesi li 27 giugno 1902. 



SUL VALORE DELLA LIRA BOLOGNESE 



(Continuazione e fine) 

Nel 30 agosto abbiamo molte partite che riassumiamo nel 
segaente prospetto: 

D.** 10) = 1. 217 8. l = 8. 4341 : 100 che ci dA il ducato a s. 43. d. 5 

» 300 = 1. 652 8. 1 = 8. 13041 : 300 » » a s. 43. d. 5 

F.»» 100 =1. 205 8. = 8. 4100: 100 » il fiorino a s 41. 

D.''510 / , ,-,, - ì 8. 22385 ^ : 100 » il ducato a s. 44 circa 

■n . -«,y% / =1. lo24 8. 5 =r > .,,^ / 

F.»' 100 \ \ 8. 4100 ( 

D.'' 90 = 1. 195 8. 1 = 8. 3911 : 90 che ci dÀ il ducato a 8. 43 d. G. 

In conchiusione si deve ritenere che nel 1430 vi fosse 
una valutazione corrente e comoda del fiorino a 40 soldi; 
ma che il fiorino avesse poi un altro corso di fatto molto 
superiore, che convergeva verso il limite di s. 43 d. 0. 
Adottando questo valore, avremo un ragguag^lio della lira 
bolognese, nel 1430, di L. it. 5,60. 

Nel 1431 lo Zanetti ricava dai Registri di S. Michele in 
Bosco, registri dei quali disgraziatamente non abbiamo tro- 
vato le traccio, che un cavallo era stato pagato con 8 du- 
cati d'oro ragguagliati a 17 lire bolognesi. Abbiamo così 
il ducato d' oro equivalente a 1. 2 s. 2 d. 6 e la lira bolo- 
gnese risponderà, col solito computo, a L. it. 5,80. 

Nel 1432, è sempre lo Zanetti che ci aiuta e sempre 
colia stessa fonte, 4 ducati sono valutati 1. 8 s. 12, ossia il 
ducato è valutato 1. 2 s. 3 e nel 4 ottobre dello stesso 



2 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

anno 11 ducati corrispondono a l. 23 s. 18 d. 6, cosicché 
un ducato è 1. 2 s. 3 d. 6. Appoggiandoci a quest'ultimo 
dato avremo L. it. 5,60 per cadauna lira corrente di Bo- 
logna. 

Lo Zanetti trova ancora, negli stessi Registri, che nel 1433, 
dieci bolognini d'oro sono equiparati a 1. 19 s. 18. E evi- 
dente che il bolognino d' oro importa s. 39 d. 9 %. In quello 
stesso anno non mancano tuttavia altre valutazioni e di gran 
lunga superiori. Così nel settembre 1433 un ragguaglio fra 
ducati 10 e 1. 21 s. 5 e, più ancora, il 23 agosto un ducato 
d' oro è pareggiato a 1. 2 s. 4. Computandola su questo mas- 
simo valore, avremo la lira bolognese a L. it. 5,54. 

Nel 1434 gli spogli dello Zanetti sono molto abbondanti, 
e si va da un valore del ducato in s. 41 d. 6 fino ad un 
valore di s. 44, ma il prevalente è quest' ultimo più special- 
mente per il ducato di Venezia, mentre il fiorino di Firenze 
si cede a qualche cosa di meno, cioè a 43 s. La lira bolognese 
è adunque come sempre di L. it. 5,54. 

Nel 1435 dobbiamo interrompere la successione di questi 
ragguagli, ma per non lasciare afi*at(o vuoto quest'anno diremo 
soltanto che troviamo in settembre la corba di farina a 
s. 44 d. od altrimenti, come è soggiunto, a d. 3 % alla libbra. 
Questo ragguaglio ci mostra che in una corba di farina si 
computavano 140 libbre di peso, od altrimenti in linguaggio 
metrico, in hi. 78, 695 di farina si computavano 50 Kg. o giù 
di lì di farina stessa. Se 44 s. erano uno zecchino o 1. it. 12,20, 
questo era il valore di 50 kg. di farina a que' tempi. Questo 
ragguaglio rappresenta un prezzo di L. 24 il quintale, ciò che 
deve moderare l'idea di una grande disformità di prezzi da 
quei tempi ai nostri. 

In una carta volante sperduta nel giornale di Tesoreria 
degli anni 1425 e 1426 troviamo tre brevi di Eugenio IV 
del 1436. In uno del 2 settembre 1436 troviamo che An- 
tonio Condulmer, patrizio veneto, parente del papa, è nomi- 
nato Tesoriere con 500 fiorini all' anno di stipendio, compu- 
tati ciascheduno 40 s. Ma questo ragguaglio doveva servire ad 
un comodo calcolo dello stipendio del patrizio, perchè il libro 



SUL VALORB DELLA LIRA BOLOGMBSB. 8 

di Tesoreria di quest'anno medesimo, che esiste nelT Ar- 
chivio di Stato, non ci porge ragguagli sicuri sul valore 
del fiorino, ma indizi che oscillasse fra 44 e 46 s. In ogni 
modo abbiamo molti appunti dello Zanetti per un valore di 
43 .<. o meno. Un cavallo, per es., vale 12 due. o I. 24 s. 16; 
il ducato è valutato quindi a I. 2 s. 1 d. 4. In altre occa- 
sioni si parla di 10 monete d*oro cioè 5 ducati veneziani a 
s. 44 l'uno e 5 f. a s. 43. Nel registro della mensa arcive- 
scovile (n. XI, p. 104) troviamo in data 11 agosto 1436 
che un Pasino di Ruggero « solvit libras viginti sex solidos 
septem compensatas in due. 9 lib. 6 d. 6 in rebus emptis in 
Veneciis et in Cento annis 1434, 1435, 1436, videlicet 

1. 26 s. 6 d. 6. 

E evidente che ducati 9 corrispondono a 20 1. ossia 400 s.» 

avremo perciò 400: 9 che ci dark s. 44 e % ossia s. 44 d. 5 

.come valore del fiorino del 1436, che sono L. it. 5,48 come 

valore della lira bolognese. 

Coiranno 1437 abbiamo la possibilità di sfruttare i Ri- 
cordi del Convento di S. Michele in Bosco dal 1435 al 1439 
ed un altro registro intitolato della Fabbrica di S. Michele in 
Bosco che va dal 1437 al 1452, ancora superstiti nel R. Ar- 
chivio di Stato. 

Nell'aprile del 1437 troviamo nei /?ù*ordi (pag. 24) « adi 
2 di aprile avemo da Mons. de S. Marco un fiorino in oro, 
valse 1. 2 s. 2 per elemosina ».*Neiril aprile dal registro 
della Fabbrica (pag. 3) ricavasi che un fiorino d'oro va- 
leva da 1. 2 s. 2 a 1. 2 s. 3, e perchè ci sia anche la media, 
abbiamo che alla stessa data di aprile venne venduto un bre- 
viario valutato 10 f. d' oro, ragguagliati a 1. 21 s. 5, il che 
significa che un fiorino valeva s. 42 e d. 6; in sostanza la 
lira bolognese può ragguagliarsi a L. it. 5,66. 

Nel 1438 i Ricordi valutano a s. 44 l'uno i fiorini di 
Camera. Nel febbraio troviamo il fiorino valutato anche a 
s. 45 nel registro della Fabbrica. Gli aj)punti dello Zanetti, 
provenienti da fonte analoga, hanno anch' essi una valuta- 
zione di s. 45 per i « fiorini novi di galea » mentre i fio- 
rini d' oro « larghi » si valutano soltanto s. 42. Accettando 



4 K. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

il valore di s. 45 come medio e -normale avremo per la lira 
bolognese un valore di L. it. 5,42. 

Nel 1439 un altro cavallo attrae l'attenzione dello Za- 
netti. Il cavallo che è valutato ducati 8 vale anche 1. 17 s. 12,. 
(ossia s. 44 per ducato), ma 10 due. si ragguagliano anche 
alla ragione di s. 45 nel 27 giugno dell'anno stesso. Siccome 
però altri appunti danno il valore di s. 44, a questo ci atte- 
niamo e perciò riguardiamo la lira bolognese nel 1439 come 
equivalente a L. it. 5,54. 

Riposiamoci un momento a considerare in quest' anno an- 
che il valore del frumento. Esso oscillò da s. 18 la corba 
in febbraio a s. 22 la corba in dicembre. Computando una 
corba della capacità di lire 78,6, avremo che questo frumento 
avrebbe costato s. 23 in febbraio e s. 28 in dicembre per 
ettolitro. L'ettolitro di frumento è considerato di un peso 
di 79 Kg. e ciò basta per stabilire che il frumento nel 1439 
valeva s. 29 il quintale in febbraio e s. 35 d. 5 in dicembre. 
D' altronde, per finire, noi sappiamo che il fiorino si raggua- 
gliava a s. 44 ed è come si dicesse che ogni soldo valeva 
centesimi 2S su per giù; un quintale di frumento di conse- 
guenza nel 1439 variò da un prezzo di L. it. 8,12 in febbraio 
a L. it. 9,92 in dicembre. 

Nel 1440 ci soccorre un'altra fonte, cioè il libro dei conti 
di Nicolò Sanuti esistente nelT Archivio di Stato. In esso vo- 
lume ( f. cccxv) troviamo che 25 fiorini di Camera sono equi- 
parati a 1.55; siamo dunque ai soliti s. 44 ed al solito rag- 
guaglio di L. it. 5,54 per la lira di Bologna. Altre fonti 
dell'anno medesimo confermano le informazioni del diario del 
Sanuti. In quest' anno sappiamo anche che il frumento rag- 
giunse s. 33 la corba ed abbiamo perciò il prezzo abbastanza 
rincarito di L. it. 11,76 per quintale e si vuol dire, in altri 
termini, che il prezzo del quintale di frumento raggiunse 
press' a poco il valore del fiorino. 

Per il decennio dal 1441 al 1450 non possiamo dare ai 
lettori quella cronaca annuale del valore del fiorino che 
siamo venuti finora compilando. Ci fallisce il materiale rela- 
tivo, ma, da un altro lato, il nostro scrupolo di dare, anno per 



8UI# YALORB DELLA LIRA BOLOGNESE. 9 

anno, le vicende del fiorino è uno scrupolo pratico che potrà 
parere ed è eccessivo. Sotto l'aspetto teoretico, ciò che 
importa non è di sapere anno per anno lo vicende del fio- 
rino e tanto meno mese per mese, giorno per giorno, basta 
di poter cogliere 1* andamento generale del fenomeno, alla 
cui illustrazione mirano questo nostre pagine, del deprezza- 
mento cioè progressivo della lira bolognese. Si potrebbe dire 
che se allo statistico rincrescono le lacune inevitabili di que- 
sti ragguagli, per V economista sono relativamente indiff'e- 
renti. Quello che rimane poi contento è il lettore che trova 
una tregua in questa ridda di cifre e di cambi, di prezzi e 
di ragguagli correlativi in cui egli si è avventurato a seguirci. 

Ma per il 1441, rientrando nel nostro argomento, possiamo 
dire: che nei conti di Giacomo e Nicolò Sanuti, conservati nel 
nostro Archivio di Stato (f. cccxvj) si trovano 4 fiorini di 
Camera ragguagliati a 1. 8 s. 16 cioè che il fiorino era a 
44 s. Negli stessi conti troviamo ancora 3 fiorini di Camera 
ed 1 di Venezia pareggiati a 9 1. di Bologna che sono 180 s. 
Se i 3 fiorini di Camera valevano 44 soldi l'uno è evidente 
che in tutto valevano 132 soldi e che quindi il fiorino di 
Venezia è computato 48 soldi. Nei documenti soliti di S. Mi- 
chele in Bosco si trovano più volte i ducati pareggiati a 
s. 45. Siccome questi dati palesano, nonostante le loro oscil- 
lazioni, una discesa progressiva della lira bolognese, cosi 
ne daremo, come di consueto, il valore minimo, sulla base di 
un ragguaglio a s. 48 por fiorino, in L. it. 5,08 per lira. 

Fino al 1446 siamo senz'altro notizie. Dai Ricordi di S. 
Michele in Bosco possiamo tuttavia ricavare il valore del 
grano degli anni 1444 e 1446. Nel 1444 il grano vale 26 s. 
la corba; 22 s. nel 1446; o, ragguagliando a quintale, 42 s. nel 
1444 e 8. 35 d. 6 nel 1446. Calcolando il fiorino a 1. 12,20 
in moneta nostra ed a s. 45 in moneta bolognese, è facile 
argomentare che ogni soldo valeva 27 centesimi italiani e 
perciò il prezzo del grano può essere computato in L. it. 11,34 
per il 1444, in L. it. 9,58 per il 1446. Abbiamo calcolato il 
fiorino a s. 45, ma nei Registri della Mensa Arcivescovile 
<n XI p. 113) troviamo in data 17 luglio 1446 che Tarn* 



6 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

ininistratore vescovile riscosse « florenum unum valens 1. ij 
s. vj » cioè a soldi 46. La lira bolognese valeva adunque 
L. it. 5,30. 

Per il 1449 in un < Liber decretorura et parlitorum » 
che va dal 1449 al 1453, e' imbattianno in una carta volante 
che contiene la seguente partita: « ducatos quinquaginta de 
Camera ad rationem solidorum quadraginta septem prò flo- 
reno. » Calcolando il fiorino di Bologna di questo periodo 
un po' più del consueto, cioè L. it. 12,25, avremo che la lira 
3i Bologna a ragione di 47 soldi per fiorino equivale per 
conto proprio a L. it. 5,18. La maggior valutazione del fio- 
rino è giustificata dal fatto che, nel corso del nostro studio, 
abbiamo accertato che esso si era venuto identificando collo 
zecchino di Venezia. 

Però nello stesso volume incontriamo che, in data dell' 8 
ottobre 1449, 100 fiorini d'oro si pareggiano con 227 lire di 
Bologna, che è come dire che ogni lira valeva s. 45 d. 5. 
Ma quando 1*8 dicembre 1449 si danno a Giacomo Ingrati 
4 ducati d'oro, si valutano 1. 8 s. 16, ossia ogni fiorino cor- 
risponde a s. 48 d. 6. Gasparo dell' Aringheria che va in quel- 
l'anno a Venezia per ragioni del Comune riceve in paga- 
mento 40 ducati di Camera, che gli si computano a s. 47 prò 
floreno. Nel 1449 stesso, che ci vuol ristorare della scarsezza 
degli anni anteriori, troviamo ancora (a e. 48 del volume citato) 
una partita curiosa che non siamo riusciti a risolvere con si- 
curezza. I conti d'allora non andavano cosi di seguito come 
usa adesso, e dopo un Partito del gennaio 1450 riguardante il 
banchiere Bonafè che vogliamo riferire testualmente più in- 
nanzi, si trova un pagamento fatto a Gaspare Malvezzi, che 
presenta molte difficoltà. Infatti Gaspare Malvezzi era stato 
vicario del Comune a Castel Guelfo col salario di 1. 120. 
Nell'anno 1449 era stato ambasciatore prima a Firenze e poi 
a Roma. Nella prima ambasceria aveva speso di suo 40 
fiorini, nella seconda 00, ossia in tutto 100 fiorini. Non so 
chi facesse i conti del suo avere; certo è che il tesoriere 
del Comune, Carlo Malvezzi, crediamo un suo cugino, noto e 
cospicuo membro della famiglia come Gaspare, viene incari- 



SUL VALORE DELLA LIRA BOLOGNESE. 7 

cato di pagargli in tutto 411 lire bolognesi. Ora se gli spet- 
tavano 120 lire per il vicariato, i 100 fiorini sarebbero 291 
lire (411 — 120). Ma 291 lire sono soldi 5820 e quindi ogni 
fiorino sarebbe stato nientemeno che di soldi 58 V^l Quali 
si fossero i meriti di Gaspare Malvezzi, non possiamo sup- 
porre una valutazione del fiorino che non comparisce che 
circa 30 anni dopo. Se si scruta per entro a queste cifre, si 
potrebbe osservare che 100 fiorini a s. 48 d. 6 (come nella 
partita Bonafè del 1450 a cui si accennava più* sopra e che 
ci riserviamo di pubblicare) importerebbero s. 4850, a cui 
potendosi aggiungere s. 2400 per le 120 lire, avremo in tutto 
s. 7250. Ma Gaspare Malvezzi ebbe invece s. 8220, cioè 970 di 
più! Perchè? È questo perchè che ci sfugge, ma se si trattasse 
soltanto di 960 soldi, si potrebbe pensare che il vicariato di 
Castel Guelfo era stato tenuto dal Malvezzi nel 1441, che egli 
ne aspettava perciò il pagamento da 8 anni, che 960 soldi 
sono 48 lire, che quindi il Malvezzi avrebbe potuto ottenere 
per ogni anno del ritardo 6 lire per anno d* interesse, ossia 
120 soldi. Sopra 120 lire di capitale sarebbe un interesse di 
1 soldo annuale per lira o di un denaro per mese e per lira, 
od altrimenti la metà dell'interesse corrente a quei tempi. 
Ma la nostra congettura, per quanto verosimile, urta col si- 
lenzio del documento per sé stesso chiarissimo e coi famosi 
10 soldi di differenza che abbiamo più sopra verificati ('). 

Consultando anche i Ricordi di S. Michele in Bosco si 
trova in ogni caso la notizia che al 5 dicembre 1449 il fiorino 
valeva s. 48, mentre al 14 marzo era stato valutato s. 47. 
Lasciando ai Malvezzi la responsabilità intera dei loro com- 
puti, conchiudiamo che il ducato nel 1449 doveva valere 
s. 48 d. 6 e quindi il valore della lira bolognese si accostava 
sensibilmente a quello dello scudo italiano, cioè importava 
L. it. 5,04. 

II frumento nell'anno 1449 vale s. 16 alla corba in marzo, 



(*) Osservi però il lettore che 10 s. sono 120 d. che potrebbero rap- 
presentare un superinteresse sopra le solite 120 lire del vicariato di 
Castel Onelfo. 



8 R. DBPUTAZIOMB DI STOBIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

s. 18 in maggio, cioè s. 25 d. 10 al quintale in marzo e 
s. 29 al quintale in maggio, o in moneta attuale, L. it. 6,56 
in marzo e L. it. 7,57 in maggio. 

Alla chiusura del decennio, cioè nell'anno 1450, i nostri 
soliti Ricordi, ci danno il fiorino a s. 47, ma anche altrove, 
nello stesso documento, si trova la valutazione di s. 49 e 
la lira bolognese si trova alla pari collo scudo italiana 
(L. it. 5,00). 

Questo risultato ci è confermato anche da altre fonti e 
qui è il caso finalmente di introdurre il Bonafè, al quale 
abbiamo alluso più sopra. Ecco il documento tratto dal « Liber 
decretorum et partitorum » dal 1449 al 1453 (a e. 48) che 
precede e nel tempo stesso illustra il documento controversa 
di Gaspare Malvezzi, sul quale ci siamo più sopra intrat- 
tenuti : 

« Mandamus vobis venerabili decretorum doctori domino Johanni 

€ de Interamne S™' D. N. Pape secretario et Camere Bononie Tlie- 

< saurario quatenus per depositarium Thesaureriorum dari et solvi 

< faciatis Antonio Bonafè ci vi et mercatori Bononie libras trecentas 
€ sexaginta tres et solidi quindeeim bon. prò valore florenorum auri 
« centum quinquaginta, qiios idem Antoni us de commissione regi- 
€ minum Bon. Rome solvi fecit spectabilibus viris d. Galeazzeo de 
« Mariscotis et ser Dionisio de Castello ambaxiatoribus ad prefatum 
« S. D. N. pridie raissis prò parte Magnifìce Communitatis Boa. ut 
« nobis constai videlicet 

1. CCClxiij S. XV. 

Datum Bononie die duodecimo Januarii m.^ cccc^ /.* » 

Da questo documento apparirebbe che nel gennaio del 1450 
il fiorino era soltanto a s. 48 d. 6. Infatti nello stesso mese, 
al 23 gennaio, si ricava dallo stesso i-egistro (e. 51 v. ) che 
furono pagati allo stesso Bonafè altri 40 ducati d'oro con 
lire 97. I denari del Comune si sprecavano in ambascerie. 
Questa volta il Bonafè veniva rimborsato dei ducati pagati a- 
Lodovico Caccialupi, ambasciatore dei Marchesi d'Este. 

Arrestiamoci un momento in questa nostra lunga e mi- 
nuziosa corsa. Il Fiorino era stato escogitato dai nostri Co- 



SUL TALORS DELLA LIRA BOLOGNESE:. 9 

munì verso la metà del secolo XIII col fine di rappresentare 
la lira che non ora che una moneta dì conto ed equivaleva 
idealmemle a s. 20. Il fiorino, arrivato in Bologna da Fi- 
renze, ebbe infatti da noi in sulte prime questo valore, ma 
nn po' per volta il fiorino diventò, rispetto alla lira, sempre 
pili prezioso al punto che per lungo tratto di tempo, a ca- 
valiere dei secoli XIII e XIV, raggiunse il valore di s. 30, cioè 
di lire I e mezza. Attravei-so Ìl secolo XIV anche questo rag- 
guaglio a cui la sua rotondità aveva arrecata più lunga forluna 
si smarrì, e al momento in cui Bologna conia un proprio fiorino 
d' oi'o siamo già a s. 31 d. (i. Nelle nostre analisi sui documenti 
per il secolo XIV abbiamo veduto il fiorino grado a grado 
arrivare a s. 37. All' affacciarsi del secolo XV, per il con- 
corso combinato di due cause, il deprezzamento dell'argento 
e la diminuzione dell' intrinseco della lira, viene a stabilirsi 
nella pratica degli affari il ragguaglio del fiorino a 2 lire. 
Il fenomeno considoE'alo dal punto di vista della Iti'a viene 
a significarci che essa in un secolo e mezzo avea perduto la 
metà del suo valore. Ed eccoci giunti alla metà del se- 
colo XV ed ecco la lira discendere sempre: essa non è più 
il fiorino, essa non è più nemmeno la metà del fiotino, essa 
è ridotta a */^ del suo valore primitivo. Il fiorino che si con- 
tentava di 20 soldi dell'antica lira chiede ora 50 s. della 
nuove lire diprezzate. 

Ripigliando l'interrotto cammino possiamo attingere dai 
più volte citati Ricordi di S. Michele in Bosco, che nel 3 ot- 
tobre I45I due. 4 in Bologna cori-ispondevano a I, D s. 10, 
Il decennio comincia adunque col fiorino a soldi 49 e colla 
lira bolognese ad it. L. 5,00. Noteremo cosi di passaggio 
che il 20 luglio 1455 il frumento è valutato s. 20 la corba. 
Questo equivale per il quintale a s. 32 d. 3 o press' a poco 
a it. L. 8 nostre. Nel 30 ottobre lo stesso frumento è a 
s. 29 al quintale, ossia ad it, L. 7,25. 

Questo ragguaglio della lira ci dà la niisui'a anche delle 
spese fatte nel febbraio 1451 dal Comune < prò pastis et 
prebendis sive expensis etc. potus vel blatis et straminis et 
rerum aliarum ad victum necessariarum > somministrati a 



10 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Giacomo da Ferrara, cancelliere del Marchese d'Este che 
alloggiò air osteria del Montone con quattro cavalli e tre 
servi per 45 giorni. La spesa fu di 70 lire o, come a dire, di 
1400 soldi. Questi divisi per giorni 45 danno la spesa gior- 
naliera di s. 31 d. 1 che coi nostri computi diventano L. it. 7,80 
al giorno. Poco, non è vero? Ebbene, non molto più costa- 
rono le spese fatte dal Comune nello stesso giro di tempo 
per il capitano conte Carlo di Campobasso e per il signor 
Bartolomeo Renati cancelliere del Marchese di Mantova, che 
si fermarono nella stessa osteria « aliquibus diebus ». La spesa 
fu di 1. 59 s. 4 d. 3, ma il conte aveva seco ^'0 cavalieri ed 
il cancelliere 10. Tutta questa brava gente sarà rimasta, sia 
pure per pochi giorni a carico del Comune, ma questo non si 
gravò d' oltre 300 lire di spesa. Bisogna dunque conchiudere 
o in favore della discrezione degli osti bolognesi all'entrare 
della seconda metà del secolo XV o bisogna ammettere che 
la vita era allora assai a buon mercato. 

Passando ali* anno successivo i soliti Ricordi ci danno il 
solito fiorino a I. 2 s. 9 d. 6; siamo incamminati ed abbiamo 
quasi raggiunta la nuova meta di s. 50. 

Ciò è tanto vero che nel 1453 nel libro della Fabbrica 
di S. Michele in Bosco troviamo 3 fiorini d'oro pareggiati a 
1. 7 s. 10 che non è un minimo, perchè nel 21 luglio 1453 ^ 
troviamo un fiorino largo a l. 2 s. 13. 

Possiamo dunque conchiudere che la lira bolognese oscilla 
fra L. it. 4,94 nel 1452 e L. it. 4,90, forse meno (4,62) nel 
1453. 

In questi due anni il frumento vàie 24 s. la corba nel 
novembre 1452 e nell'ottobre del 1453, s. 30 la corba. Ri- 
ducendo a quintale abbiamo rispettivamente nel 1452 s. 38 
d. 9, nel 1453 s. 48 d. 5 ossia L. it. 8,30 e L. it. 11,65, 
rispettivamente. 

Eccoci al 1454 in cui i Ricordi soliti pareggiano 4 fiorini a 
10 lire ossia ogni fiorino risponde a s. 50, ma nell'S Agosto 
dello stesso anno si verifica che fiorini 22 vanno a pareggio 
di 1. 50 e la lira bolognese ne resta avvantaggiata. Il fiorino 
non vale che s. 45 d. 6. Spiegare questa difierenza ci è im- 



SUL VALORE DELLA LIRA BOLOQKESB. 11 

possibile e ci atteniamo perciò al valore maggiore del fiorino 
che ci rida la lira a L. it. 4,90. 

Troviamo anche nel 1454 un notevole rincaro del fru- 
mento cioè a s. 37 la corba pareggiabile a s. 59 d. 6 al quin- 
tale, abbiamo cioè il quintale del frumento a L. it. 14,40. 

Anche per il 1455 ci vengono in soccorso i Ricordi di 
S. Michele in Bosco e precisamente quelli dal 1455 al 1487. 
In essi troviamo che 15 fiorini sono pareggiati a 1. 39 s. 15, 
ciò che importa che ogni fiorino andava alla ragione di 53 
soldi; la lira è dunque discesa a L. it. 4.62. 

Per condire, ci si perdoni la metafora troppo realista, 
questa nostra fatica di qualche varietà, soggiungeremo che 
fra le rendite della Mensa Arcivescovile di questi anni ri- 
tornano spesso nei Registri le libbre di pepe. Coloro che non 
potevano disporre di questa droga, allora preziosa, si libera* 
vano dal pagarne il peso 'di due libbre col versare s. 15, 
mentre anche di sovente il pagamento di una libbra di pepe 
è riscattato col pagamento di s. 8. Ciò vuol dire che se con 
s. 8 si avevano 360 grammi di pepe, occorrevano 24 soldi 
per l'acquisto di un Kg.; e 24 soldi erano L. it. 5,54. 

Nel 1456 i Registri della Mensa Arcivescovile, alla data 
20 febbraio, registrano il pagamento di un ducato e lo rag- 
guagliano a 1. 2 s. 16. Dai Ricordi di S. Michele in Bosco dal 
1421 al 1461 lo stesso dato ci è confermato per il fioi'ino 
largo, anzi troviamo nel 17 giugno un valore di s. 57. A ra- 
gione di s. 57 per fiorino, il valore della lira si riduce a 
L. it. 4,30. 

Nel 1458 tre ducati sono raggua^iati a l. 8 s. 2 di quat- 
trini ossia s. 56 e troviamo anche nell'anno stesso un rag- 
guaglio con s. 53 di picchioni. Questa duplice testimonianza 
dei Ricordi di S. Michele in Bosco rispecchia la solita doppia 
valuta in argento ed in quattrini che abbiamo già più volte 
incontrato. L'esempio pratico ci addimostra che fra le due 
lire correva meglio che la differenza di un soldo od altri- 
menti di oltre un ventesimo. Risulterebbe ancora dal testo 
accennato che le lire di picchioni che si citano in questo 
periodo di tempo erano lire d'argento a pieno titolo. La de- 



lì K. DVT^rcAZiosx, d: frviciA fateia rem. la koxagna. 

EomLcazIoae riico-iirrA-eràsi assenta di consegaenza ad espri- 
mere li fjnna pLu e:':. le ieL^a lira bolognese. Il corso di 
s. 5r> e. è raferma:o xzc:i^ da eoa annotazione oei Registri 
deL.a Messa ArcÌTesco».le socio la daia 20 marzo 1458. 
A qae^to corso corrisponìono iu L. -L38 per lira bolo- 
gnese. 

Lo stesso rAzzuazI^J :r3 riamo in p:(i occasioni nel 1459, 
nei Ricordi «iella F;»b erica dì S. Michele in Bosco. Il 2 
marzio, a dir vero, una p-inlta accenna ad una ulteriore di- 
m:::'Jz:0Qe della lira perchè per 10 due. si annotano 1. 28 s. 5 
e*. e socc» s. D'i d. *> per ducato ed un cor^o più basso ancora 
nel 23 ottobre a. m. ci: è S cacati si risconti-ano con I. 23. 
Quesi'uLùmo sarebbe un raj^uaz.io con minore di s. 57 d. 6 
per fiorilo. I Reg;sin delia Mecsa Arcivescovile mantengono 
il ducalo a s. 5*i. Abbiamo duLque uà \aIore prevalente di 
L. it. 4,3S con ler^denza al ribasso cioè verso L. it. 4,2(J. 

Fioalmecte nel 14*X» le nostre consuete fonti claustrali 
ed arcivescovili ci confermano il ragguaglio di s. 56 ma 
però per il fiorino larj:o. Altri fiorici dovevano essere rag- 
gu;\g'.iati a ragione minore perchè . il dottore di medicina 
Giovanni Gozzaiini che teneva a pigione in borgo S. Pietro 
una casa della Mensa paga per un fiorino 1. 2 s, 12. 

Per gli anni 14Ul e 14G2 non abbiamo nessuna notizia da 
spìucolare, tuttavia ricaveremo dai Ke.:isiri della Mensa Arci- 
vescovile, in data 2<) novembre 'i4^i2, che si pareggiano 
1. 22 s. 10 di bologniiii a 1. 24 s. lo di quattrini. 11 che espresso 
a soldi vuol dire che eoa 450 soldi di bolognini si pagavano 
s. 495 di quattrini. La lira di bologriini era dunque superiore, 
ciò che ci è noto da molto tempo, alia lira di quattrini e qui 
possiamo dire con misura precisa, che I. 1 di bolognini erano 
1. 1 s. 2 di quattrini. 

E poi forse non inutile il ripetere che queste nostre lire 
bolognesi che veniamo ragguagliando alla moneta italiana, 
sono lire di quattrini. Sono esse le lire corì*enli che inter- 
vengono in tutte le contrattazioni giornaliere della città, 
sono esse che raccolgono e continuano la tradizione delle 
lire di piccioli da cui pi*esero le mosse gli studi del Savigny, 



SUL VALORE DELLA LIRA POLOGNESE:. 13 

le nostre prime rettifiche e queste nostre successive notizie 
complementari. 

Rientrando nella nostra escursione cronologica, nel 1463, 
le fonti (li S. Michele in Bosco ci ritornano il ducato a 
s. 56, ragguaglio che i Registri della Mensa Arcivescovile 
confermano per modo, che siamo sempre ad it. L. 4,38 per 
ogni lira bolognese. 

Col 1464 noi raggiungiamo Tanno al quale si erano ar- 
restati gli studi del Savigny ed al quale, nostro malgrado, 
dobbiamo arrestare anche gli studi nostri. Nel 1464 T Ali- 
dosi narra nelle Cose notabili di Bologna, p. 204, che 
< a' 17 di maggio fu ordinato che i fiorini di rame si spen- 
dessero so non per 42 bolognini Tuno ». Questa notizia è 
infetta per lo meno d' un errore di stampa perchè V espressione 
« fiorini di rame » è palesemente contradditoria e va inter- 
pretata, come vedremo, < fiorini di Reno ». La grida citata 
dall' Alidosi si trova effettivamente nelT Archivio di Stato e 
ci affrettiamo a riferirne il testo (^): 

Die xvij Maij Mcecclxiiij publicata etc. 

La orkia di Bisìlachi che non vagliano pìv de soldj 42 luna. 

Se fa bandire et comandare per {«rte del Reverendo Padre Missier 
lo Lnonfotenente et de li altrj Magnifici Signuri e Redimenti che non 
sia alcuna persona che da cinque di in la del mexe deZugno proximo 
che vene olzi ne possa spendere ne recevere alcuno fiorino de Reno 
j»er più che per bolognini quarantadui de quattrini, essendo qui Ili de 
boni cunii et stampe et essendo de pexo de caratti dexedotto e dui terzi. 
Ma quando fossero de cunii et stampe non boni al dicto pexo corno e 
dela gatta e simili, Allom non se possano spandere dal termine pre- 
dicto in la se non i»er bolzone et oro rotto. Kt ohi contrafara ale 
predete cose o ad alcune de esse cada per ogne volta alla pena de 
diexe bolognini per zascuno di dicti fiorinj de Reno over Bislachi dadi 
o rezevndj* centra la presente ordinatione la quale i»ena per mita se 
applicara alacusadore elaltra niita ala Camera de Bologna senz«i 
alcuna remissione 

A. PaRISU'S CANCELLARirs 

mandato scripsi 

m 

(*) Estratto dal libro delle Novelle Provvisioni e. 20i) v. 



14 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Non sarà male soffermarci su questa ordinanza, la quale, 
a chiaro vedere, tariffa in bolognini una determinata qualità 
di fiorini che sono chiamati fiorini di Reno od anche Bislachi. 
L' ordinanza è così compiacente che ci dà non solo il va- 
lore ma anche il peso di questi fiorini. I carati 18 % del 
documento sono, a peso metrico, grammi 3,5174, Potrebbe 
interessare il sapere se questo peso abbia riscontro nelle no- 
tizie monetarie tedesche di quest' epoca che abbondano fino 
alla confusione. Ora non è difficile avvertire che la marca 
di Colonia è uguale a gr. 234 e che questi divisi per gr. 3,5174 
danno ali* incirca il quoziente di 66. Ed ecco che sappiamo 
che, per una convenzione stretta nel 1386 tra le città ed i 
principi Renani intorno alla coniazione del fiorino, dovevano 
per r appunto da una marca di Colonia d' oro ricavarsi fio- 
rini 66. Se adunque cosi si scoprono, per ragione di peso, i 
fiorini di cui trattava la grida 17 maggio 1464, possiamo ag- 
giungere che di essi conosciamo anche la lega. Essa era di 
carati 22 grani 6 ossia di carati 22 e mezzo sopra 24, rap- 
porto che oggi si esprimerebbe con 937 millesimi. Combinando 
il peso ed il titolo si ricava che V oro puro contenuto nei no- 
stri fiorini era di grammi 3,29 e che ogni fiorino di conse- 
guenza valeva intorno a L. it. 11,31. Se it. L. 11,31 valevano 
nel 1464, bolognini 42, è evidente che ogni bolognino valeva 
27 centesimi e che quindi la lira bolognese nel 1464 avrebbe 
avuto un valore ufficiale d*it. L. 5,40. Ma noi abbiamo d* altra 
parte nei Registri della Mensa Arcivescovile e precisamente 
nel Registro n. 15 in data 21 febbraio 1464 una partita di 
150 ducati pareggiata a 1. 412 s. 10, ossia s. 8250. Ogni 
ducato valeva perciò 55 soldi, ogni soldo valeva L. it. 0,22 
e la lira bolognese L. it. 4,44. Come si conciliano due fonti 
cosi discrepanti? Non troviamo altre vie d'uscita che que- 
ste: che i bolognini della grida fossero bolognini a pieno 
titolo, o come si diceva allora, d'argento, o che trattandosi 
di moneta straniera le autorità bolognesi l'avessero tariffata 
assai bassa per modo che il ragguaglio desse alla lira bolo- 
gnese un valore superiore del tutto apparente. Noi siamo 
tranquilli sul corso del ducato nel 1464 perchè nei Registri 



SUL VALORE DELLA LIRA BOLOGNESE. 15 

che abbiamo più sopra citati, troviamo anche che un lana- 
rolo forestiero nel 17 febbraio aveva pagato fiorini 5 d' oro 
larghi e che erano stati computati lire 14, ossia s. 56 cadauno. 

Non ci iasciererao dunque traviare dai Bisilachi (*) e se- 
guiremo a tracciare la nostra storia colla solita scorta delle 
convenzioni e delle registrazioni contabili contemporanee. 

A proposito di convenzioni ci viene in soccorso opportu- 
namente uu contratto del 18 marzo 1465, rogato dai notari 
Cesare e Bartolomeo Panzacchi, col quale Onofrio di S. Pietro 
vende ad Antonio Pallroni un vasto podere alla ragione di 10 
bologniui por tornatura ; il prezzo totale è fissato in lire 3354 
e s. 10. Si usano nel pagamento bolognini d* oro larghi e si 
valutano a s. 53 prò quolibei ducato. Non è detto se sieno 
soldi di quatlrim; e perciò sia da questo silenzio sia dal 
contesto della convenzione si può arguire che si tratti di bo- 
lognini d* argento, nel qual caso con 53 di essi ci accostiamo 
su per giù ai 56 che abbiamo scoperti da altre fonti. 

Questo ragguaglio continua per qualche tempo : esso ci spiega 
p. es. perchè nel libro della Fabbrica di S. Michele in Bosco 
rS luglio 1466, due ducati sieno pareggiati a lire 5 s. 12. Nel 
1467 un tale per saldare verso la Mensa Arcivescovile un 
censo di 7 capretti paga un ducato e questo gli viene accre- 



{}) La parola Bisilaco ci pare evidentemente una corruzione della 
parola tedesca Breisach o Brisacco, come si diceva nel gergo latiniz- 
zante dei nostri antichi. Kon è punto improbabile che i fiorini di Reno 
si chiamassero col nome di una fortezza e città molto importante che 
si trovava sul fiume stesso. Brisacco era allora città imperiale e quindi 
é facile argomentare che vi fosse una zecca. Nel 138G era in pos- 
sesso dei Duchi d* Austria ai quali era stata ceduta in pegno da Lo- 
dovico il Bavaro. Che poi questi fiorini Bisilachi malamente calanti, e 
peggio tassati, diventassero il prototipo di altre cose calanti e deprez- 
zate, il prototipo della Bislaccheria si potrebbe avventurarsi a proporlo 
almeno finché V etimologia della parola Bislacco è ancora sub judice. 
A questa induzione però mancano per ora troppe cose: la nostra com- 
petenza anzitutto, r ignoranza nostra del tempo in cui la voce Bislacco 
comparisce nella lingua italiana ed anche un' adesione esplicita del 
nostro illustre maestro Prof. Zambaldf, tanto benemerito dell' italiana 
etimologia, che abbiamo interpellato in proposito. 



16 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

ditato 1. 2 s. 16. Troviamo però il ducato anche a s. 57 
nel libro della Fabbrica citato e d' anno in anno questo va- 
lore si fa normale fino al 1471. In quest'anno la serie s'in- 
terrompe e non possiamo ripescare altre notizie in sino al 2 
settembre 1475. Di quest' epoca esiste un liber partitorum 
che va dal 1475 al 1479 e alla data citata vi si parla di 4 
ducati che sono 1. 11 s. 4 d. 0. Noi possiamo sapere da altra 
parte che dopo il 1472 dalla libbra bolognese di grammi 361,85 
si ricavavano 103 bolognini d'oro e possiamo sapere anche 
che si era adottata una lega di carati 23 grani 3 o per dirla 
modernamente di 989 millesimi. È evidente che una simile 
lega riduceva la libbra d'oro monetato a gr. 357,86. Una 
pi:ima divisione per 103 ci darà la conseguenza che ogni bo- 
lognino d'oro pesava grammi 3,474 e valeva poco meno che 
it. L. 12; una seconda divisione per 56 ci dirà che 1 soldo 
era di L. it. 0,214 ed ogni lira bolognese per conseguenza di 
it. L. 4,28. 

Nel 1478 possiamo attingere ad un altro volume di Ri- 
cordi di S. Michele in Bosco che va fino al 1504. In data 
1 maggio 1478 due ducati larghi sono pareggiati a 1. 4 s. 17 
ossia ciascuno s. 58 d. 6. Più innanzi nello stesso anno tro- 
viamo 30 ducati larghi e 20 ducati di* Venezia che vengono 
valutati lire 177. Se 60 ducati sono 3540 soldi, ogni ducato è 
s. 59. Non basta: nel 26 ottobre, 6 ducati importano 1. 7 s. 19 
per cui ogni ducato importa s. 59 d. 10. Insistendo sul valore 
di L. 12 per ogni ducato, il soldo si strema fino a 20 cente- 
simi di nostra moneta e quindi la lira bolognese è già di- 
scesa a L. 4. 

Nel 1479, sempre negli stessi Ricordi, troviamo molti rag- 
guagli per il ducato, ma la lira bolognese si manifesta un po' più 
preziosa perchè non discende al di sotto di s. 58 d. 6, ossia 
essa si potrebbe ragguagliare a non meno di L. it. 4,10. 
Prima del 1483 non ci soccorrono altre informazioni ed in 
quest'anno ci vengono in aiuto i Registri della Mensa Arci- 
vescovile ove troviamo agli 11 4uglio il pagamento di uà 
ducato d'oro allibrato a 1. 2 s. 18 d. 6 ossia siamo ai so- 
liti s. 5S '/g ed alle solite L. it. 4,10. Ma l'attrazione dei 



8UL VALORE DELLA LIRA BOLOUNBl»B. 17 

numeri rotondi finisce coi trionfare nel 20 dicembre 1485. 
I Registri della Mensa Arcivescovile inscrivono un pagamento 
di un ducato colla corrispondenza di it. L. 3 ossia di s. 60. 
Duecento anni sono un discreto periodo di tempo, il du- 
cato d* oro lo aveva felicemente impiegato per raggiungere 
il triplo del suo valore primitivo. Il trionfo del ducato im- 
portava il sacrificio della mal capitata lira bolognese che da 
un primitivo valore di L. it. 12 era discesa ad it. L. 4. 

In quest'ultimo scorcio del secolo XV ci scarseggiano 
notizie sul valore del ducato per il che si avvicina ognora 
più la chiusa di questo nostro studio. Ci viene tuttavia tra 
mano un Bando del 27 febbraio 1490 il quale mette in 
evidenza il doppio ordine di computi già da noi segnato e da 
lunga pezza avviato della lira d'argento e della lira di quat- 
trini. È infatti in questo Bando disposto che il ducato d'oro si 
debba ragguagliare a 1. 3 s. 2 di quattrini ed a 1. 2. s. 17 d. 3 
in bolognini d' argento. In altri termini s. 62 a quattrini equi- 
valgono a s. 57 d. 3 in bolognini d* argento. In questa occa- 
sione, nel sistema monetario bolognese, facciamo conoscenza 
anche del grassetto e del grassone, quello di 2, questo di 4 
bolognini d'argento. Il Bando ci dice, come è naturale, che 
ogni ducato importava; grossoni 14 bolognini 1 d. 3 o gros- 
setti 28 bolognini 1 d. 3. Quello però che noi vogliamo me- 
glio precisare è che, data l'equivalenza più sopra accennata, 
ogni soldo d' argento importava d. 12 ^/^^ in quattrini, Ri- 

228 
flettendo che ^^ sono prossimi il più possibile a un denaro, 

la difierenza di quasi due soldi o, più precisamente, di 20 de- 
nari fra le due lire appare evidente. 

Il valore della lira bolognese, per ritornare in carreg- 
giata, lo possiamo desumere come di consueto dalla divisione 
di it. L. 12 per 62 ed otterremo il valore del soldo di quat- 
trini in it. L. 0,1935 a cui risponde una ormai povera lira di 
L. it. 3,87. 

Di questo stesso anno abbiamo modo di conoscere con 
precisione V ordinamento della moneta in Bologna. Il 23 di- 
cembre 1490, fu eletto maestro di zecca Ambrogio di Paolo 

2 



% • 



18 K. DBPUTAZIONK DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Saraceno (*). Ci è rimasto lo strumento della locazione, dal 
qaale e da altri capitoli sullo stesso argomento, si raccolgono 
le seguenti informazioni: 

1.* L'oro si coniava alla lega di almeno d. 23 y^ e per 
ciascuna libbra di peso andavano 104 ducati. 

2.* La moneta d' argento si coniava alla lega di o. 6 d. 20 
e si coniava in grossoni, grossetti e bolognini con questo rap- 
porto, che in ciascuna libbra di peso d' argento andavano 
118 grossoni, 236 grossetti e 472 bolognini. 

3."* Si trova coniata per la prima volta anche un' altra 
moneta, il quarto^ alla stessa lega ed alla ragione di grani 
31 *^^ per ogni libbra di peso. 

4.** Finalmente si coniavano anche jwtì^/rmi e denari pic- 
cioli alla lega di o. 1 '/, per ciascuna libbra di peso, libbra 
dalla quale si ricavavano 1. 4 s. 10 di quattrini. 

Procuriamo di renderci ragione più minuta di queste sti- 
pulazioni. 

Dell'oro è presto detto che il titolo di 23,75 risponde 
a 989 millesimi. Anche il peso risulta pronto dal dividere 
grammi 361,85 per 104, ciò che ci dà grammi 3,479, e vo- 
lendo diffalcare la lega, grammi 3,444 d' oro puro. Questo 
peso fa riscontro (per semplice coincidenza numerica) alle 
1. it. 3,444 da noi adottate come multiplo del valore del grammo 
d' oro e ci porta a conchiudere che il fiorino battuto nel 1490 
importava L. it. 11,86. Anche la moneta d'oro si risentiva 
dell'industriosa avidità di quei tempi. 

Passando alla moneta d' argento la lega è la solita di 
0. 9 d. 20 ossia di 819 millesimi. Ogni libbra d'argento mo- 
netato conteneva di conseguenza gr. 296,35 d' argento puro. 11 
bolognino essendo uguale alla 472"* parte di questo peso 
era di grammi 0,628, un grossetto era di gr. 1,256, un gros- 



{}) Il Malaguzzi Valeri (opera citata p. 165) nel suo doc. Vili, scrive: 
« Ambruoso dal Sarafim > ma doveva leggere Ambrogio dal Sarasim 
col m usato per n nella grafia del tempo. Noi scriviamo Saraceno per 
seguire la forma più usata di questo cognome nei tempi successivi, in 
cui i Saraceno ripetutamente compaiono nei contratti di zecca. 



SUL VALORE DELLA LIRA BOLOGNESI::. 19 

sone gr. 2,512. Questo risultato che abbiamo raggiunto 
con un metodo molto diretto, c'impedirebbe di illustrare un 
fatto che possiamo accertare procedendo col metodo consueto 
e più antico. Noi sappiamo che o. 9 d. 20 d'argento puro 
corrispondono a grani 6293 /^. Dividendo grani 6293 /g 
per 472, otteniamo grani 13 y^ d'argento puro, come peso del 
bolognino, grani 26 % come peso del grossetto e grani 53 /^ 
come peso del grossone. 

Ora noi sappiamo anche che l'antico soldo di piccioli 
{o bolognino di grossi) pesava grani 26 Vg*, il grossetto era 
dunque venuto ad occuparne il posto. Questa cifra di grani 
26 Vg, ci spiace di non averlo avvertito altrove, non è un 
dato casuale, ma rappresenta un peso effettivo adoperato ne- 
gli usi delle zecche quale era il denaro. Se pertanto il de- 
naro non è d'ordiivario impiegato che per la determinazione 
dei tiloli, esso entrava anche nel peso delle monete, a 
dir cosi, clandestinamente. È in questo modo che il soldo di 
grossi rappresentava mezza oncia ossia grani 320 e che la 
lira di grossi rappresentava in cifra tonda 6400 grani (dieci 
oncie); ma su ciò non ci arrestiamo di più contenti di aver 
presentata questa coincidenza ai nostri lettori. 

Ritornando sul peso dei bolognini diremo che essendo di 
grammi 0,628, si potrebbero valutare, al solito ragguaglio di 
lire it. 0,222.... al grammo d'argento puro, in L. it. 0,14 e 
la lira bolognese corrispondente a L. it. 2,80. Tanto adunque 
era discesa di prezzo la lira ancfie nella sua forma mi- 
gliore. 

Dobbiamo finalmente renderci ragiono del bolognino di 
piccioli che si proponeva di coniare nel 1490. La lega dei 
piccioli era di oncie 1 y, e si ricavavano da ogni libbra di 
peso lire 4 s. 10 di moneta. Ciò vuol dire in altri termini 
che si ricavavano 1080 denari da o. 1 Y^ d' argento fino. 
Le oncie 1 Y^ sono, in peso metrico, grammi 45,231 e divi- 
dendo per 1080 abbiamo per ogni bolognino un peso a fino 
di grammi 0,419. 

Moltiplicando questa cifra per 12, abbiamo un soldo di 
grammi 0,5028 ed una lira di grammi 10,056. 



20 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Questa lira rappresenta in moneta italiana il valore di 
L. it. 2^. Dal che si può ricavare immediatamente che nel 
1490 fra la lira corrente e la lira d'argento entrava un di- 
vario di cent. 57. 

Noi abbiamo più sopra avvertito come in apposito Bando 
del 27 febbraio 1490 venisse assegnato al fiorino il valore 
di s. 62. Le considerazioni svolte sino ad ora, ci permettono 
perciò di conchiudere che in queir anno medesimo il fiorino 
di grammi 3,444 d' oro fino rappresentava grammi 0,5028 X 62 
d'argento fino ossia grammi 31,17. Il rapporto di valore fra 
l'oro e l'argento che correva fra noi nell'anno 1490 era 
adunque come di 3,444:31,17 ossia come 1 : 9,05. 

Ripigliando il cammino interrotto da questi nostri calcoli 
soggiungeremo che abbiamo notizie che nel 1494 il ducato 
d'oro valeva bolognini 64. In questo stesso anno lo Zanetti 
ci narra che il grossone prese il nome di carlino, cioè il 
carlino era una moneta del valore di 4 bolognini e del peso 
di gr. 2,356 ed è forse intorno a questo tempo medesimo 
che compaiono i pezzi da 2 carlini del peso di carati 25 che 
è quanto dire di 100 grani (grammi 4,709) ed il jnezzo car- 
lino che è l'antico grossetto che pesando un quarto del pre- 
cedente, doveva pesare per l'appunto 25 grani o grammi 1,175. 

L' oro non rimane addietro in queste innovazioni monetarie 
di multipli e di sottomultipli; ormai si battono e circolano 
il doppio ducato ed il mezzo ducato ; ma di tutto ciò non ab- 
biamo documenti precisi perchè lo Zanetti in altro luogo af- 
ferma che il primo conio dei carlini ebbe luogo nel 4 gennaio 
1495 e che pesavano carati 13 ossia grani 52 (grammi 2,444). 

Cionondimeno in un documento, senza data di giorno e 
di mese, ma dell'anno 1495, trovo annoverate le seguenti 
monete bolognesi coi seguenti pesi: 



SUL VALORE DELLA LIRA BOLOQKBSB. 



21 



Momn 


Peso bolognese 
in carati 


PeBO tn grammi 
a lordo 


Taglio per 
libbra 


Doppie d' oro .... 

Ducati 

V^ d'argento .... 

Grossoni 

G rossetti 

Bolognini d' arg. . . 

Quattrini 

Piccioli 


3tJ "/., 

18 y., 

61 •'/« 
16 % 

8% 

4% 
2 gr. % 


6,959 
3,479 
11,573 
3,133 
1,566 
0,783 
0,670 
0,335 


52 
104 

31 V, 
115'/, 
231 
462 
510 
1080 



Nella tavola originale mancano i pesi unitari del quattrino 
e dei piccioli ed invece vi si legge < L. 4. s. 10 > sempli- 
cemente. Ciò vuol dire che dalla solita libbra si cavavano 
1080 piccioli, rispettivamente 540 quattrini. Per questa ra- 
gione abbiamo inserito nella tavola sovraesposta in corsivo le 
cifre rispettive ed il peso (lordo) in grammi da noi calcolati 
del quattrino e del picciolo. 

A questa tavola è unito il brano d' una deliberazione uffi- 
ziale giusta la quale il ducato doveva essere « ad venam seu 
ligam denariorum viginti trium et quartorum trium ad minus » 
cioè alla solita lega di 990. Siamo sempre dunque con un fino 
di grammi 3,444 (3,479 x 0,990) ed ad un valore di it. 
1. 11,86. Ma queste it. 1. 11,86 come si traducevano in mo- 
neta d* argento? La tavola ci dà un appoggio positivo per 
la risposta. Se questa lunga dissertazione che volge fortuna- 
tamente al suo fine, incontrerà qualche attento lettore, questi 
avrà avvertito fra il bolognino, il grossetto ed il grossone 
il solito rapporto, mentre gli sarà comparso isolato nel pro- 
spetto il qiiario d'argento senza nessun rapporto evidente, 
colle altre monete ('). 



{}) 11 quarto d' argento era già compreso nel contratto col Sara- 
ceno al n. 3 (p. 18). Le spiegazioni che diamo qai servono anche per 
quella sua prima apparizione. 



22 R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Studiando però più accuratamente il peso del quarto d' ar- 
gento si osserva che esso rappresenta 16 volte il peso del 
bolognino d' argento. Questi 16 bolognini non sono certo il 
quarto d'una lira, perchè, par proprio superfluo di ripeterlo, 
dessa constava di 20 bolognini. Il quarto d' argento doveva 
dunque rappresentare la quarta parte di qualche altra moneta 
e, per farla breve, si deve convenire che il quarto d' ar- 
gento rappresentava il quarto del ducato. Noi infatti abbiamo 
seguito, ed è il merito principale di questo nostro lavoro, il 
fiorino nella sua corsa ascendente da venti bolognini a ses- 
santaquattro bolognini. La coniazione di una moneta d'ar- 
gento in rappresentanza di una quota (issa di una moneta d'oro 
era un'impresa molto arrischiata che i legislatori del Comune 
di Bologna si assumevano di compiere, ma è un tentativo 
sempre incorreggibilmente ripetuto in tutti i tempi e da tutti 
i legislatori monetari. E conchiudiamo che sulla base di 64 
bolognini per fiorino, il valore della lira bolognese nel 1495 
corrisponde ad it. L. 3,70. 

All'anno medesimo appartiene un calcolo che c'informa 
che la marca d' argento che in Venezia era di 8 oncie equi- 
valeva a Bologna ad oncie 7 % e che costava ducati tì cioè 
1. 18 s. 18. Questo computo ci darebbe più veramente per 
il ducato un ragguaglio inferiore, di s. 63. Prescindendo da 
questa piccola differenza, abbiamo per di più, nell'appunto 
che commentiamo, la informazione che da queste oncie 7 y^ 
d* argento fino si ricavavano oncie 9 d. 14 gr. 16 *%^ di 
metallo coniabile alla lega di Bologna. Sulla base di 110. 
grossoni per libbra, quest'ultimo peso viene a rappresentare 
grossoni 88 ossia L. 17 s. 12 d. 1 di bolognini. Venendo rag- 
guagliata la sposa del conio a s. 12 restano L. 17 di bolognini 
come coniabili colla marca di Venezia. Siccome poi L. 17 di 
bolognini rispondono a L. 18 s. 8 d. 4 di quattrini, si torna 
press' a poco alla cifra che abbiamo citato più innanzi. 

Questo computo è del pari importante perchè ci fa sapere 
che a Venezia s'accentrava il commercio dell'argento e la 
misura normale di esso; perchè c'informa, come si è visto, 
dell* importo delle spese di coniazione ; perchè ci dà il rag- 



SUL VALORE DELLA LIRA BOLOGNESE. 23 

guaglio che correva allora fra Toro e l'argento e finalmente 
e' informa del rapporto fra la lira normale e la lira corrente. 
Se infatti oncie 7 y^ d'argento fino che sono gr. 237,538 
corrispondono a 6 ducati, vuol dire che corrispondono a 
grammi d' oro 20,664 e che fra i due metalli correva il rap- 
porto come di 1 a 11,5. In secondo luogo se lire 17 di bo- 
lognini si possono tradurre in lire 18 s. 8 d. 4 di quattrini, 
è lo stesso che dire che 340 soldi di bolognini rappresentano 
s. 368 V^ di quattrini. Ed avremo per ultima conseguenza 
che per 20 bolognini d* argento, ossia per una lira d' argento 
andavano s. 21 % di quattrini. La lira di quattrini subiva, 
come è evidente, il disaggio di s. 1 % rispetto alla lira 
d' argento. 

Dopo il 1494 non abbiamo ulteriori informazioni sul va» 
lore della lira bolognese sino all' anno 1500, nel quale du- 
cati 3 largì si valutano 1. 10 s. 10 ossia 210 soldi. 11 quarto 
d* argento aveva dunque sperato invano d' imporre una sosta 
alle oscillazioni incessanti nel rapporto dei due metalli : 16 
bolognini, cinque anni dopo il 1495, non rappresentavano più 
il quarto del fiorino asceso a 70 soldi. Che se il fiorino, 
com'è di tutta probabilità, rappresentava L. 11,86 attuali, è 
facile argomentare che al momento in cui siamo costretti ad 
abbandonarla la nostra povera lira era ridotta al semplice 
valore di L. 3,39. 

Diciamo abbandonarla, perchè siamo giunti alla meta che 
ci siamo prefissa, raggiunta non senza fatica e nemmeno senza 
la speranza di aver portato un contributo profittevole non 
solo alla storia della moneta in Bologna, ma insieme alla 
storia della moneta italiana, a partire dall'età di mezzo fino 
al principio dell* epoca moderna. 

« 
Giovanni Battista Salvioni. 



TAVOLE 



TA 



^ 



Valore della lira bolognei 





PESO 


PESO 


TITOLO 


RAGOCàGU( 




DEL meo D* ARGEITTO 


DEL FUfO D*ABGEirrO 


DRfJ.A 


15 MOHETA ITALU 


ANNO 


iir 

GB A 51 BOLOGITESI 


15 
GBAXMI METBia 


LEGA D* ARGEITTO 
HEI.LE 


15 BAGIOn 
DI CRKT. 21i! 




PKB 


PEB 


X05BTE EFFETTITE 


AL GBAJUO 




OGNI UBA 


OG5I LIBA 


(miUesiml) 


L. c m. 


1191 


756 «/„ 


35 661 


229 


7 92 860 


1200 


711 V, 


83 600 


229 


7 44 790 


1286 


633 J/J 


25 129 


883 


5 57 916 


1* 


•i n 


•i 


181 (a) 


— 


1289 


683 Yi 


26 129 


883 


5 57 916 ibi 


I» 


496 »07VlM3 


28 402 


171 


5 20 OO^thl 


1888 


488 1/53 


22 758 


833 


5 05 050 


n 


480 — 


22 616 


826 


5 02 900 


m 


511 »V36 


24 100 


881 


S 85 020 


n 


601 »>4, 


23 686 


881 


5 t5 829 


n 


— — 


25 224 


— 


5 59 972 


1860 


480 V. 


22 640 


826 


5 03 60^ 

4 45 931 <d 


M 


426 5/3 


20 102 


166 


1880 


473 ^VtOl 


22 809 


826 


4 95 260 


1* 


883 Va 


18 071 


159 


4 01 351 


1401 


489 Vu 


20 700 


826 


4 60 


m 


844 V, 


16 218 


169 


8 60 


1402 


441 n/„ 


20 780 


888 


4 6f 


1* 


844 % 


16 218 


159 


S 60 


1408 


431 'Viw 


20 280 


829 


4 50 


m 


344 5/, 


16 218 


156 


8 60 


1404 


48i Vs 


20 280 


828 Vs 


4 49 


n 


340 


15 840 


155 


8 51 


1406 


362 8VÌ3 


16 800 


168 


8 73 


1406 


423 yj 


19 920 


828 


4 43 


1422 


838 — 


15 925 


154 


3 54 


1442 


880 — 


17 900 


826 


3 97 


1448 


891 V« 


18 452 


826 


4 10 


n 


830 W/67 


15 595 


159 


3 45 


1440 


864 »V33 


17 197 


826 


3 8f 


m 


814 H/^j 


14 808 


159 


3 29 


1464 


817 Vi 


14 760 


819 


8 32 


<» 


278 V99 


18 184 


159 


2 90 


1490 


266 V3 


12 560 


819 


2 84 


n 


tl8 »/3 


10 056 


125 


2 23 



(a) ÌA lega è quella dei denari piccioli che sono ancora in perfelta eorrispoa^Aj 
della lira di piccioli. Il dirarìo è di lire it. 0, 87 per lira bolognese. ~ <e) Lira di f4 



i V 



argento dal 1191 al 1400 



CITAZIONI E PONTI 



e Memorie, S. m*, V. If pp. 160 e segg.; ivi, pag. 815. 

i«»; . • • 

301-301; m m m 

m 

307-308; ivi, pag. 315. 

m m m n 

I«^ nonnaie di Bologna). Atti e Memorie cit. S. Ili, V. 16 p. 10 
l«frt soppositizia dei Visconti). » i» •• 

lega verificata dallo Zanetti ed al peso di grani 58 della 
t«^ verificata e s. ed al peso di grani 57 e. s.); ivi, p. 
is« alla valataxione in grossi veneziani); ivi, p. 11. 
ritto fi Novembre 1850) ivi, p. 15-16. 
■Miito 7 Ottobre 1351) ivi, p. 30. 
I Mtmorie, S. III. V. 16, p. 347. lAra d'argento, 
I Nemorìe, S. Ili, V. 16, p. 351. 

371. — V. anche Prospello 



pepolese); ivi, p. 11. 
11. 



•» 



V. 17, 
V. 18, 



V. 19. 



V. 10. 



•» 
f* 



378. — 

871. — 
878. — 
871. — 

873. — 
371. — 

874. — 
874. — 
871.373. 



167. lAra di quattrini, 
113. Lira d'argento. 
115. Lira d'argento, 
115.116. Lira di piccioìi, 
111-111. Lira d'argento, 
111. Lira di piccioli, 
878. Lira d'argento, 
875 ed anche V. 11. p. 813, 

19. Lira d'argento, 

19. Lira di piccioìi. 



a p. 875. Lira d'argento 
n 876. Lira di piccioìi 

(media) 
n 876. Lira d'argento 
n 876. Lira di piccioìi, 
n 377. Lira d'argento 

(media) 
n 877. Lira di piccioli, 
a 378. Lira d' argento 

(media) 
„ 378. Lira di piccioìi 

(media) 
, 379. Ura di piccioìi 

(media) 
„ 379. Lira d'argento 

(media) 



815. Lira di piccioìi. 



!P*^ — (b) Per la prima volta avviene un distacco fra la base del grosso e quelli 
^ <t eentestmi italiani 51 alla precedente. 



ZTAVOLA IL* 

Valore della Lira bolognese, ricavato dal valore in soldi e 
bolognesi del fiorino d' oro dal 1264 al 1500. 



o 



Valore 
del fiorino 
(ROLOGirino) 

D* ORO IN 

S. E D. 

ROLOGNESI 

8. d. 



Valore 

DELLA 

LIRA ROLO- 

GNESE IN 

MONETA 

ITALIANA 

L. O. 



PONTI ED AVVERTENZE 



1264 



1267 

1285 

1292 

1305 

1812 

1313 

1316 

1316 

1322 

1322 

1326 

1326 

1330 

1336 

1337 

1339 

1389 

1348 

1350 

1351 

1352 

1352 

1353 

1353 

1353 

1353 

1353 

1353 

1353 

1353 

1355 

1355 

1355 

1360 

1360 

1360 

1361 

1864 

1868 

1871 



24. 



9 



27. 5 
30. 1 

30. 
41. 
40. 
44. 4 
40. 2 

39. 

40. 
40. 
40. 
38. 6 
i6. 6 
36. 

35. 

36. 
36. 8 

31. 8 

32. 
32. 

34. 
82. 

30. 
32. 
32. 
32. 

31. 1 

32. 

33. 4 
32. 

35. 

32. 

34. 

33. 

34. 

81. 6 
32. 8 

82. 7 
31. 6 
31. 6 



8 
8 
8 
6 
6 
5 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 



90 



86 
09 
12 

09 

49 

01 

25 

09 

09 

09 

82 

01 

80 

96 

80 

64 

68 

61 

61 

16 

61 

12 

61 

61 

61 

82 

61 

30 

61 

96 

61 

16 

44 

16 

72 

58 

47 

72 

71 



Secondo le norme per il conio del fiorino a Bolo^a. Cfr. Atti e Metnorie dd 
R. Deputagione di Storia Patria per le Provincie di Romagna S. m, VoL XI 
p. 323. Cfr. anche Voi. XII, p. 299. 

Da atto 5 Gennaio 1267 riferito da Zanetti. Cfr. 1. e Voi. XIV, p. 8f4. 

Da documento 12 Giugno 1285 in Sarti. Cfr. I. e. p. 824. 

Acquisto del Castello di Capreno ed anche in Sarti. Cfr. 1. e p. 3f 5. 

Libro delle Riformagioni^ lett. I, p. 8 in data 12 Novembre 1305. Cfir. 1. e p. J 

Nei Mss. Zanetti. Cfr. L e p. 825. 



Zanetti, Zeecke d'Italia, T. Il, p. 415. 

Memoriali di Giuliano Sardelli. e 3 r. (comunicazione del Cav. Livi). 

a di Ugolino Querci. e 15 (17 Aprile). Cfr. L e p. 825. 

M di Guido Bonaparte. e. 18 (25 Maggio). Cfr. 1. e p. 826. 

Theiner Codex diplomatictM etc, T. I p. 594. 
Prestito fatto al Re Giovanni di Boemia. Cfr. 1. e. p. 326. 
RoDOULo, (rovento di Taddeo Pepoìiy Documento n. 14, p. 225. 
Memoriali di Antonio Aldobrandini da Cento, e. 9 (5 Febbraio) Cfr. 1. e p. 19^ 

e 26 (2 Marxo) . 

Zanetti, Zeecke d'Italia, T. Il p. 404. 

Libro delle Riformagioni dell* anno, in data 5 e 23 Dicembre. Cfr. 1. e p. 326. 
(25 Novembre) Cfr. 1. e. p. 326. 
(In Giugno) „ « 

Libro delle Profìisioni dell* anno, in data 8 Ottobre. Cfr. 1. e p. 827. 
( 12 Febbraio) GniRARDAca, Storia di Bologna, T. II, p. 213. 
(5 Febbraio) Libro delle Provieioni, n. 41 e 28. 



n. 40, Cfr. 1. e p. 827. 

n. 41, e 15. 

n. 40. 

n. 40. Cfr. 1. e p. 827. 

n. 40 « 

n. 40 . . 



(10 Aprile) , 

(22 Giugno) n 

( Luglio ) „ „ 

(5 Agosto) „ n 

(Ottobre) 

(Dicembre) » „ 

(20 Agosto). Cfr. 1. e p. 827. 

(Ottobre) 

(25 Dicembre) „ n 

(6 Novembre) Nei Mss. Zanetti. 

(28 Novembre) Cfr. ì. e. p. 327. 

Valore medio ricavato da Theiner, ciL Cfr. 1. e p. 827. 



M 

n 



m 
n 



Theiner, cit Cfr. 1. e. p. 327. 



Valoec 
DtL noKuro 

( BOLOCnKO) 

d'oro 19 

S. E D. 

BOL065ESX 

8. d. 



Valore 

DELLA 

LIRA BOLO- 

GRCSB IN 

MONETA 

ITAUAXA 

li. O. 



PONTI ED AVVERTENZE 



u. • 

11. 6 
Si. 7 
If . 

10. 

11. 5 
14.10 
11. 6 
If . (► 
15. 
IS. 
ti. 
15. 

15. 4 

16. 

16. 4 

15. 

17. 5 

16. 6 

17. 
16. 

16. 

17. 

17. 
17. 
17. 
17. i 

16. e 

17. 
15. 
l«. 
17. 
17. 
17. 
17. 
15. « 
17. 

17. 

18. 

19. 
39. 



7 
7 
7 
7 
7 
7 
7 
7 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
« 
6 
6 
6 
6 

6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 



fO 

74 
04 
61 

11 
76 

74 

61 
96 
96 
96 
96 
90 
76 
71 
96 
51 
68 
59 
76 
76 
59 

59 
59 
59 
58 
68 
59 
96 
76 
59 
59 
59 
59 
86 
59 
59 
41 
15 
15 



(11 Gennaio). Libro delle provisioni e mandati (ser, 2*) n. 17 ecc. CfV. 1. e. 

V. XVI, p. 854^56-858. 
C. a* ed anche Zanetti, Zecche d* Italia, T. II, p. 441. Cfr. 1. e. p. 357. 
(16 luglio) e. 8. Cfr. 1. e. p. 860. 
(18 Settembre) r. s. Cfr. 1. e. p. 360. 
(Loglio) e. s. Cfr. 1. e p. 860. 

(Agosto) n m m 

(7 Settembre) e s. „ « 

(Ottobre) „ „ 

M {valore medio) • « 

,, Cfr. I. e. p. 861. 

n m P' 361. 

w f* •» 

ni* m 

» M m 

(Gennaio) e. s. Cfr. I. e p. 861>S68. 

m n n n 

(10 Maggio) e. s. « « 

(18 Novembre) e. s. „ n 

(15 Marzo) e. s. „ p. 363. 

(8 Luglio) e. 8. M P* 304. 

(1 Settembre) e. s. » n 

Zanetti, Zecche d'Italia, T. II, p, 815. 

„ „ „ p. 415 e nei Mss. dello stesso autore in data 16 

Gennaio. 
GniRARDAca, T. II p. 451. Cfr. 1. e. p. 864. 
(30 Dicembre) Nei libri dei Mandati. Cfr. 1. e. p. 364. 
(3 Settembre) C. s. Cfr. 1. e. p. 864. 
(17 Maggio) C. 8. „ p. 365. 

Ghiraroaccl T. II pp. 478, 486. Cfr. 1. e p. 865. 
Nei conti Sanuti. Cfr. 1. e p. 365. 

(1 Maggio). Nelle schede Amadei della Bibl. Univ. di Bologna. Cfr. I. e. p. 865. 
Dai registri di S. Michele in Bosco. Cfr. 1. e. p. 865. 
Nelle Lettere del Mazzei al Datini. Cfr. 1. e. V. XIX, p. 388. 
In Zanetti, Ms. n. 5. Cfr. \, e. p. 883. 
Cfr. 1. e. p. 384. 

Zanetti, Ms. n. 4, 5. Cfr. I. e p. 384. 
(11 Marzo). Zanetti, Ms. n. 5. Cfr. 1. e. p. 384. 
Dai giornali di Tesoreria. Cfr. l. e. p. 884. 
(14 Maggio) „ 

In Zanetti, Ms. n. 5. Cfr. 1. e. p. 384. 

(18 Ottobre). Dai giornali di Tesorerìa; Argelati, De monetis Italiae ; cfr. 1. e. p. 385. 
^ Cfr. 1. e. p. 385. 



o 
ss 

ss 

< 



Valore 

DEL FIORIirO 

( e >L0G51.>0) 

D*OHO 15 

S. E D. 
BOLOGNESI 

S. d. 



1414 

1415 
1416 
1417 
1418 
1419 
1420 
1421 
1425 
1426 
1427 
1428 
1429 
1430 
1431 
1432 
1433 
1434 
1436 
1437 
1438 
1439 
1440 
1441 
1446 
1449 
1450 
1451 
1452 
1453 
1454 
1455 
1456 
1458 
1459 
1460 
1463 
1464 
1465 
1466 
1467 
1468 
1469 



39. 5 y-j 

39. 

40. 
39. 
37. 
37. 
39. 

39. 

40. 
40. 

40. 

41. 6 
43. 

43. 6 

42. 6 

43. 6 

44. 

44. 

44. 5 

43. 

45. 

44. 
44. 
48. 

46. 

48. 6 

49. 
49. 

49. 6 

50. 
ho. 

53. 

57. 

56. 

57. 6 
56. 
56. 

55. 
56 0? 

56. 

57. 
67, 
57. 



Valore 

DELLA 

LIRA BOLO* 

GNESE IIC 

MONETA 

ITALIANA 

L. C. 



PONTI ED AVVERTENZE 



6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
6 
5 
5 
5 
5 
5 
5 

5| 
5 ' 

^1 

5 
5 
5 

5 I 
5 j 
5 I 
5 
5 



18 
25 
10 
25 
59 
59 
25 
25 
10 
10 
10 
88 
66 
60 
80 
60 
54 
54 
48 
46 
42 
54 
54 
08 
30 
04 



94 
90 
90 
62 
30 
38 
26 
38 
38 
44 
38 
88 
30 
80 
SO 



Zahetti, Ms. n. 5. Cfr. I. e. p. 385-386. 
Dai Giornali di Tesoreria. Cfr. I. e p. 386. 

Za?(etti, Ms. n. 5: Ghirardacci, T. Il, p. 607, 608. Cfr. 1. e. p. 386. 
MazzoM'Toselu, Racconti ecc. T. Ili, p. 437. Cfr. 1. e. p. 886. 
Dai Giornali di Tesoreria. Cfr. 1. e p. 386. 

Calcolo sullo stipendio del giudice delle gualchiere. Cfr. 1. e p. 389. 
Dai giornali di Tesoreria. Cfr. 1. e. pp. 889, 890. 

p. 890. 

M n M M 

pp. 890, 391. 
( 22 Febbraio). Za.netti, Ms. n. 5. Cfr. 1. e p. 391. 
(2 Dicembre). Dai Giornali di Tesoreria. Cfr. 1. e p. 892. 
(30 Marzo). „ » n m 

„ Cfr. 1. e V. XIX, pp. 892, 398; V. XX, p. 1. 

Zanetti, Ms. n. 5. Cfr. 1. e p. 1. 

w >» n n *• 

n n m M ** 

» n f» »» *• 

Dai Registri della Mensa Arcivescovile. Cfr. 1. e p. 8. 

di S. Michele in Bosco dal 1487 al 1489. Cfr. I. e p. 3. 

Zanetti, Ms. n. 5. Cfr. 1. e p. 4. 
Dai conti Sanuti. Cfr. 1. e. p. 4. 

Dai Registri della Mensa Arcivescovile. Cfr. 1. e. p. 6. 

Dal Liber Decretorum, ecc. Cfr. 1. e. p. 6, 7. 

Dai Registri di S. Michele in Bosco. Cfr. I. e. p. 8. 

t» M W "• 

n 10. 

Libro della Fabbrica di S. Michele in Bosco. Cfr. 1. e. p. 10. 
Dai Registri di S. Michele in Bosco. Cfr, 1. e p. 11. 

dal 1455 al 1487. Cfr. 1. e p. 11. 

dal 1431 al 1461. „ „ 11. 

(20 Marzo). Dai Registri della Mensa Arcivescovile. Cfr. 1. e p. 12. 
(23 Ottobre). Dal libro della Fabbrica di S. Michele in Bosco. Cfr. Le p. fi. 
C. s. Cfr. 1. e. p. 12. 
C. s. a H 18. 

(21 Ffbbraio). Dai Registri della Mensa Arcivescovile n. 15. Cfr. 1. e p. 14. 
( 18 Marzo ). Contratto Cesare e Bartolomeo Panzacchi. Cfr. L e p. 15. 
(8 Luglio). Dal Libro della Fabbrica di S. Michele in Bosco. Cfr. L e p, 15. 

n n n Cfr. 1. C p. 16. 

1» M m m n »^* ' 

m m m • • Iv. 



Valore 

DEX FlORITiO 
(BOLOti.MXo) 

D' OBO IX 
S. E D. 

BOLOGXESI 

s. d. 



Valore 

DELLA 

LIRA BOLO' 

G9KSE liT 

M05ETA 

ITALLAHA 

I*. C. 



PONTI ED AVVERTENZE 



57. 

57. 
56. 

59. IO 

58. « 
bè. 

60. 
62. 
64. 
64. 
70. 



4 
4 
4 
4 
4 
4 
4 
3 
3 
8 
3 



30 
30 

28(1) 

0) 

10(») 

10(>) 

0) 

89(«) 



Dal Libro della Fabbrica di S. Biichele in Bosco. Cfr. 1. e. p. 16. 

2 Settembre. Liber partitorum, 1475-1479 Cfr. 1. e. p. 16. 

26 Ottobre. Ricordi di S. Alicbele in Bosco dal 1478 al 1504. Cfr. I. e. p. 16. 

n n m Cfr. 1. C p. 16. 

il Luglio. Dai Registri della Mensa Arcivescovile. Cfr. 1. e. p. 16. 

20 Dicembre. n » ^ * „ il. 

Bando 27 Febbraio 1490. Cfr. 1. e. p. 17. 

Zanetti, Ms. n, 6. Cfr. I. e p. 20. 

Arg. dalla Tavola delle Monete del 1495. Cfr. 1. e. p. 22. 

Cfr. 1. e. p. 23. 



i') Il fiorino è calcolato a L. 12. Cfr. Atti e Memorie V. XX, p. 16. 
(*ì II fiorino è calcolato a L. 11. 86 . - . .18. 



ADDENDA ET CORRIGENDA 



Non si spaventino i lettori di nuove aggiunte, almeno non tauro 
quanto io mi spaventerei del correggere im lavoro cos'i minuto e 
nelle condizioni attuali della mia vista. Ma alcune cose, cir io era 
venuto annotando mentre proseguiva nel lavoro, non voglio intrala- 
sciare, perchè addimostrino, se non il lungo studio, il grande amoi^ 
con cui mi sono addentrato in questa materia. 

Anzi tutto è avvenuto un errore nell* enumerazione dei capitici, 
per cui quello che è II a pagina 311 del volume XIV di questi Atti 
e Memorie è invece il capitolo III; il V a pagina 322 è il IV; il 
VI a pagina 7 del volume XVI è i! V; il VII a pagina 22 è il VI; 
rVIII a pagina 32 è il VII; il IX a pagina 39 è TVIII, il X a 
pagina 328 è il IX; T XI a pagina 337 è il X ; finché a pagina 
«^">6 la numerazione procede regolare dair XI in poi. 

A pagina 30.1 del volume XIV abbiamo inserito la parola oriate- 
rius con un punto interrogativo, ma in progresso di tempo ci siamo 
incontrati negli Studìi di filologia italiana e romanza del Doti. X, 
Caix (Firenze Sansoni 1878; pag. 78) dove alla voce battole trovo 
spiegato oretta per cuffia che è del dialetto valteliinese. Significò anche 
berretta. In un documento comasco del 1258 trovasi: « servìtores habennt 
in capite ovetam si ve beretam rubram. > Dunque oreterius è evi- 
dentemente cuffiaio berrettaio. Il significato della iJarola ovf*ta trino 
eh' era ignorato nel 1895 anche dal chiarissimo Prof. Merkel che 
pensò con altri ad ovatta, benché ovetfa per cuffia dal ted. hanhe é 
già spiegato dal Mussafia nelle memorie dell' accademia di Vienna, 
XXr\^, 120. Questi nostri cuffiai erano lombardi? Noi veniamo assi- 
curati che nel dialetto bolognese non vi è traccia di questo vo- 
cabolo. 

A pagina 309 alla linea ottava sta scritta la i^rola fetonnn, ed 
a pagina 310, in una nota 2*, chi scrive dichiara di non a voi* tro- 

3 



SA 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



vato questo vocabolo di cattivo suono nel Ducange. Il vocabolo fu 
letto cos'i da lui nel documento e cosi lo rilesse il conim. Ma- 
laj^ola die gli fu tanto paziente ed amorevole soccorritore nel 
corso delle sue ricerche, ma sìa errore di scrittura o di lettura, 
se si legge ferortim le cose diventano liscie come olio. F.rrl è 
r espressione classica delle zecche nostre per significare i coiài. 
Vedi p. es. Orsini, Monete della Rupuhblica fiorentina^ pag. 187: 
« eleetus ad intagliandum ferros quibus percutiuntur monetae in di- 
eta Zecha >; spesso ed in più luoghi < intagliator ferrorum ». In 
Papadopoli, Monete di Venezia^ pag. 238, troviamo: « Ferri a 
moneta prò fabbricandis monetis. > La voce era nota anche in Fran- 
cia. Trovo infatti T espressione in un documento del luglio 1241, 
riferito nei Donunenfs relatifs à V Jlìstoìre de V Industrie et du 
commerce en Frnnce pubblicati da Gustavo Fagniez, I, 153: « la 
moneta Lugdunense et in sculptura ferrorum. » 

A pag. 327, linea 15 e seguenti, la piccola tavola ivi esposta va 
modilicata come segue: 



Valore: massimo 

13(M) .... soldi 33. d. 1 

1301 » :ì3. d. 2 

13()4 > 32. d. 10 



mimmo 

29. d. 

31. d. 5 

32. d. i 



medio 

31. d. 

32. d. 3 
32. d. 7 



Xel volume XVI a pagina 22 dove sono nominati i Froti come 
monetieri di Giovanni Visconti, vorrei soggiungere che questi Finiti 
dovevano essere una famiglia di monetieri lombardi, perchè in data 
1() ottobre l.'^() abbiamo in Argelati, De monetis Italiae i>ag. 
57, un elenco di o[»emi della zecca di Milano in cui oltre un 
Perroninvs de Frotis figurano cinque operai col cognome Frota 
che sarebbe dunque il vei^. Notiamo: « Thomaxius Frota fil. qii. 
D. Laurentii ; Georgius Frota fil. qu. D. I^aurentii ; Xiger Fi'ota 
fil. qu. I). >Laffìoli », figli probabilmente degli zecchieri deir Arcive- 
scovo Giovanni. 

A pagina 351 linea 25 invece che 100%,, va letto 100 Vio ^* 
neir ultima linea invece di lire it. 4,01351 Siirebbe stato più esatti» 
lii*e it. 1,015*37. Ma a questo genere di rettifiche numeriche hanno 
provveduto le tavole finali le quali conterranno qualche tenue dis- 
senso dal testo, giustiticato o da computi o da modi di computo più 
esatti. 

G. B. S. 



LA DOMINAZIONE DEGLI ESTENSI 

A PIEVE DI CENTO 



B. 



'enchè l'industriosa ed antica cittadella di Pieve di Cento, 
posta sulla destra del Reno, che tanli denari e sacrifici e 
dolori le costò in passato, occupi una pagina importante nelle 
storie di Bologna e di Ferrara, pure non ha mai avuto uno 
storico imparziale e fedele che abbia saputo degnamente il- 
lustrarla. 

11 canonico Giuseppe Landi si provò a togliere dalla di- 
menticanza le geste del popolo pievese ('), ma la sua fu, in 
genere, opera vana, perchè ebbe inutilmente la pretesa di ri- 
solvere la quistione delle tanto combattute origini della Terra, 
e perchè, come prete, fini di occuparsi piuttosto della sua 
scarsa importanza religiosa che non politica, e perchè si lasciò 
anche, diciamolo chiaro, trasportare spesso dall' amore del 
natio loco. 

Le storie, le croniche, gli annali, i diarii bolognesi e fer- 
raresi dei primi secoli avendo l'intento di parlare di Bo- 
logna e di Ferrara, i fatti delle altre città e castella, le 
geste degli altri popoli, vi sono il più delle volte narrati per 
caso, accennati per riflesso; e pure, quanta ricchezza di no- 
tizie e di memorie intorno alla nostra Pieve noi vi troviamo! 
s' intravede bene che insieme alla vicina Cento ebbe parte 
importantissima nelle feroci lotte del Medio Evo; s'intende 

(*) La Bolognese Pianura e la Terra di Pieve presso Cento. Bo- 
logna, 1878. 



36 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

bene che la sua Rocca, opera del maestro Antonio di Vin- 
cenzo, celebre nell'arte bolognese, fu sovente, nei primi cinque 
secoli, fatta bersaglio delle ambizioni politiche di tanti pre- 
potenti. II male è che le notizie ci pervennero frammentarie,, 
a sbalzi, e, come ho detto, spesso per riflesso : dall' uno scrit- 
tore poi, un avvenimento ci vien narrato con alquanta am- 
piezza, dall'altro con studiata gretteria. Ma, che importa? si 
coordinino le memorie, si confrontino, si scevri il vero dal 
falso, si edifichi. Si vada innanzi, che giunti poi verso il 
sec. XVI si troverà un forte sussidio in una cronichetta del tempo,, 
scritta proprio col solo intento di registrare i fatti della 
Pieve, e nei libri della Comunità (che si conservano ancora^ 
benché malamente, nell'archivio comunale della Terra), registri 
pubblici dove atti autentici di qualche importanza ci vennero 
tramandati, coi quali, unitamente ad altre fonti sicure, po- 
tremo continuare a tessere la storia di Pieve; e noi infatti, 
avendo già compiuto quello che il Laudi avrebbe dovuta 
fare, daremo in breve alla luce una fedele storia politica ed 
economica di essa Terra ('). Intanto, quasi a mo'di saggio^ 
stralcieremo dalla sua storia politica un periodo, che è il più 
ricco di notizie e il più importante. 

Si dee sapere che la Pieve incomincia ad esistere politi- 
camente per noi, nel sec. XIII ; vale a dire nel 1220, quando 
trovasi il primo titolo legittimo alla signoria dei vescovi di 
Bologna su di essa, titolo ottenuto mediante un diploma del 
22 novembre 1220 di Federico II. Onde s'inizia per inostri 
terrazzani un lunghissimo periodo di servitù e di sofferenze; 
perchè il Vescovo, incapace di porre un argine alle preten- 
zioni ed alle ambizioni altrui, è costretto a lasciar il Castella 
spesso in balia del più forte, per poi riprenderlo quando le 
circostanze glielo permetteranno: la Pieve adunque fu^ 
dal XIII secolo al XVI, del Vescovo e del comune di Bo- 
logna; di Nanne Gozzadini e del Cardinal Cessa, legato di 
Bologna; dei Pontefici e di Niccolò Piccinino, per poi tornara 
di nuovo al Comune e quindi al Vescovo che nel 1502 defi- 

{}) Uscirà pei tipi di Alberto Marchi, Lucea. 



LA DOmXAXlOXB DEBU BSTSatSI A FIKTB DI CBKTa 37 

nitivameote la perderà per sempre, costretto a cedere, suo 
malgrado, alle voglie di Alessandro VI che volle favorire gli 
Estensi. 

I governi sopra citati non furono per nulla benefici alla 
Terra, perchè, oltre esporla alle loro lotte cruenti, non sep- 
pero neanche difenderla dai banditi che ne funestavano per ogni 
parte il territorio, né preservarla da tante altre miserie da cui 
trovossi spesso oppressa; la dominazione dei Duchi di Fei^ 
rara poi fn anche più disastrosa, e non tanto per colpa degli 
stessi Duchi, quanto per una sequela di tristi ciiH20stanze : 
conseguenza della politica di Alessandro VI e delle brame 
conquistatrici di Giulio II. Questo è appunto il periodo di 
storia pievese più ricco di notizie e più importante, e che 
noi tratterremo qui, ampiamente, sulla scorta di documenti 
del tempo. 



* 



Nel 1492 saliva al pontificato il Cardinal Rodrigo Boi*gia 
col nome di Alessandro VI: poco dopo si manipolava il ma- 
trimonio di Lucrezia Borgia con Alfonso, d'Ercole d'Este duca 
di Ferrara, e in dote le si promettevano lo terre di Cento e 
di Pieve. Ma siccome il Vescovo di Bologna era il padrone 
legittimo dei due Castelli, e la sola ragione della dote per 
toglierglieli sarebbe stata mostruosa, il Papa decretando ai 
24 di gennaio del 1502 le due Terre sommesse al Duca e 
sottratte perpetuamente dal mero e misto imperio del Vescovo, 
metteva avanti la scusa che era per « provveder meglio al 

< Principe e ai sudditi, cioè al Vescovo e alle popolazioni 

< Centese e Pievese; stante che le due Terre erano di fre- 
« quente maltrattate dalle inondazioni del molesto e troppo 

< vicino Reno; in considerazione di che erano i due paesi in 
« necessità di essere circonvallati di mura in cotto. Il fiume 

< Reno reclamava una regolare inalveazione, a tutte le quali 

< spese era moralmente impossibile il Vescovo potesse sob- 

< barcane, mentre ad un ricco Signore qual era T Estense non 

< recavano pensiero >. Il Vescovo non aver forze sufficienti 
per governarle e trovarsi bene spesso in < aflSiggenti ramma- 



38 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

richi »; la Mensa di Bologna del resto sarebbe stata ri- 
compensata da un corrispondente indennizzo (*). 

Cosi adunque decretava il Borgia, e il cardinal Della Ro- 
vere, allora vescovo di Bologna, si opponeva energicamente 
alla propria spogliazione ; ma il suo opporsi non fece che 
protrarre di alcuni mesi la esecuzione del decreto, al quale, 
sebbene egli non assentisse mai, fu dato corso perchè con- 
validato dal Collegio de' Cardinali; infatti ai 21 giugno della 
stesso anno 1502, il marito di Lucrezia Borgia mandava 
D. Ferrante suo figliuolo, Teodoro Bruza suo fattor generale, e 
Galasso Dal Sale, capitano con 38 balestrieri (*), a prender pos- 
sesso di Pieve e di Cento, mentre i terrazzani si affrettavano 
a far atto di sudditanza anche al padre Ercole I f ) che, per 
propiziarseli, concedeva loro diversi privilegi (*), rinnovati pure 
da Alfonso quando successe al ducato (^). 

Però la Pieve non fu mai circondata da mura, ma rimase 
sempre coi suoi antichi fossi e terrapieni; e quando furon 

(M Landi (op. cit, ; pag. 248). — Muratori (Antichità Estensi; 
voi. 2^ ad. an.) — A. Gaudenzi (Sulle decime di Cento, dalle origini 
alPan. 1598; pag. 1)2). — A. Gaudenzi ( Doc. nelativi alla causa tra il 
comune di Cento e la Rer. Mensa arciv. di Bologna ; "pag. 120). — 
G. Cassani (Origine giuridica delle decime ecclesiastiche in generale e 
delle contesi in particolare; pag. 79 e segg.). 

Alessandro VI aveva inteso di accordare al Vescovo una ric<»m- 
pensa sui heni o sulle entrate della chiesa, e a quest'uopo egli aveva 
destinato, prima di morire, 1200 ducati >ul dazio del vino di Bologna. 
E nel fatto, se Cento e Pieve costituivano la dote della figlia, non era 
giusto che il duca di Ferrara li pagasse. Ma era difticile che il suo 
successore la pensasse come lui. E «juinfii il duca Ercole trovava che, 
se egli avea difficoltà a cedere al vescovo delle entrata della chiesa, 
poteva rifarsene sul patrimonio privato di Alessandro VI. Ma più tardi, 
come vedremo, inziata la causa dal vescovo, il duca, per non perder 
tutto, si adattò a sborsare la ricompensa del proprio. — A. Gaudenzi, 
(Doc. relat. cit.; pag. 124, n. 1). 

(^) A. Frizzi (M^-m. per la storia di Ferrara; Voi. 4; pag. 210). 

(5) MoNTEFORTi (cronaca ms. di Cento; voi. 2"*; pag. 236; Arch. 
com. di Cento). 

(*) I principali erano: che potessero condurre e far condurre da 
Ferrara a Pieve e viceversa le canipas et quaecunque laboreria ex ca- 
€ ntpa, puìlos et uva in quacumque quantitate, mel^ ceraniy oleum^ nuces 
€ et caseum ecc., pelìes crudas^ ìtnum^ drapamenta lini et similiter res. 
< Che possino macinare durante la sicità nei molini di Molendina del 
« Finale e in qualunque quantità, in ragione di quattrini otto ogni 
« Bacco di frumento ecc. (Statuti mss. di Pieve; Arch. com. di Pieve). 

(*») Stat. mas. cit. (Arch. cit. di Pieve). 



LA DOMINAZIONE DEGLI ESTENSI A PIEVE DI CENTO. 39 

necessarii dei lavori al Reno, toccò di sadare ai Comuni fron- 
tisti : né il cardinal Della Rovere ebbe mai la pattuita inden- 
nità. Dimodoché, quando mori ai 18 di agosto del 1503 Ales- 
sandro VI e gli successero Pio III, per pochi giorni, e quindi 
Giulio II, Ercole d'Este, ai 24 dello stesso mese ed anno, 
scriveva a Mons. Bertrando Constabili protonotario aposttdico 
e suo ambasciatore, perchè ottenesse dal nuovo Pontefice la 
conferma delle concessioni di Cento e Pieve (*): e il vescovo 
Gianstefano Ferrerio, d'altra parte, succeduto al Della Ro- 
vere, non tralasciava di reclamar subilo la rivendica de' pro- 
prii diritti contro il Duca di Ferrara. In Rota, davanti a 
Mons. Andrea Bassignana, uditor del Sac. Palazzo, fu intentato 
giudizio serio: allegava il Vescovo che erangli state tolte 
Cento e Pieve senza il suo consenso, e il Duca ribatteva che 
ne era stato investito dal Sovrano (*). La causa, per le solite 
lungaggini della Curia Romana, durò cinque anni; si compo- 
neva, cioè, il 24 gennaio 1508 con una transazione stipulata 
nel Castel di Loiano fra il vescovo Stefano Ferreri (o Gian- 
stefano Ferrerio) e il procuratore di Alfonso d'Este, Ghe- 
rardo Saraceni. Questa volta il Duca di Ferrara si obbligava 
di dare alla Chiesa boloirnese tanti beni immobili che da 
essi si ricavasse la rendita di 2^^00 ducati annui, oltre 
a 4000 ducati in una sol volta, e per sé ritenevasi in feudo 
i due Castelli con i loro territori cìon mero et ìnixto im- 
perio ac omnimoda iurisdit'tione, et cum viis, siratù, ar- 
cibus swe fortiliiiis et p<mt bus. renationibns, occìtpatio- 
nibìts, piscationibus, ìnolcndinis ecc. ecc. ('). 

Il domiu'O degli Estendi fu cnusa più tardi di rappresaglie 
enormi e di sofferenze inaudite per gli uomini di Pieve. 
I primi sei anni i Terrazzani vissero assai quietamente, senza 
subir soprusi, senza provare spaventi; ma fu appunto una 



(^) II doc. è riportato dal Gaudenzì (Doc. relat. alla causa tra il 
Cornane ecc.; pag. 123). 

(*) Landi (op. cit.; pag. 251). 

(') A. Gaudbnzi (Sullo decime di Cento, dalle origini ali* an. 1598; 
pag. 92). - A. Frizzi (op. cit; pag. 215, 230). 



40 ft. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

calma foriera di tempesta, la quale, quando si scatenò, fu con 
tutu la sua veemenza. 

Diverse ragioni concorsero ad inimicare Giulio II con Al- 
fonso I, ma la principale. si è che il Duca, avendo battuto 
per due volte, nel 1509 e sul principio del I5I0, i Veneziani, 
il Pontefice, che si era dichiarato in favore della Repubblica, 
gli fece dire che desistesse dalle ofifese contro la sua pro- 
tetta; ma l'Estense non ubbidì, dimodoché fu dal Papa, ai 
9 d' agosto del 1510, come contumace, scomunicato, dichiarato 
decaduto dal giuramento di fedeltà, pena la scomunica se qual- 
cuno avesse continuato a riconoscerlo ancora come padrone ('). 

Intanto, già un mese prima, ai 4 di luglio dello stesso 
anno, Giulio II aveva rivolto un Breve alla Comunità di Cento 
e di Pieve, esortandoli a ritornare all'obbedienza della Ca- 
mera Apostolica, e minacciandoli di pene gravissime se fos- 
sero stati sordi ai suoi voleri: < quamobrem volentes vos 
« charitate Paterna ad immediatam S. R. E. obedientiam re- 

< vocare, et tamquam peculiares ipsius Ecclesiae Filios sub 
^ Alis Nostris fovere, raittimus ad vos dilectum Filium To- 
« masinum Marcinoni servientem armorum ac familiarem 

< Nostrum continuum comensalem, qui vos ad excutiendum 
^ jugum Ducis Ferrariensis, et rendendum ad gremium Nostrum 
« et S. R. E. ante dictae Hortetur, signifioet, quae Vobis no- 
« mine Nostro quod nisi infra spatium duorum dierum natu- 
« ralium a die significationis huiusmodi dilecto Filio Nostro 

< Francisco Card. Papien. Bonon. Romandiolaeque Nostro et 
€ Apostolicae Sedis Legato vos dederitis et in omnibus obtem- 

< perareritis Terrae ipsae et Domus Vestrae ferro igneque 
€ vastabuntur et aliae Belli clades ac calamitates vos prae- 
« ment » (*). 

I buoni Terrazzani, spaventati, si sottomisero a Francesco 
Della Rovere, signore di Urbino, nipote del Papa e coman- 
-dante generale dell'armata pontificia (^). 

(*) Muratori (op. cit.; voi. cit; pag. 294 e segg. ). 

(') MoNTSFORTi (op. BIS. cit.; vol. cit.; ad an.; Arcb. cit di Cento). 

(') Landi (op. cit; pag. cit). 



LA DOMINAZIONS DBQLl K8TBNSI A PIBTS DI CBKTO. 41 

Da questo momento iocominciano le loro atroci miserie, 
che in ana cronichetta del tempo sono ingenuamente e diste- 
samente narrate per il corso di due anni e più. La croni- 
chetta (') fu scritta dal notare Sirano Mastellari, pievese, e, 
sebbene manchi in essa quel legame logico necessario per la 
continuità di una buona narrazione, pure la riporteremo cosi 
come ci fu tramandata, poiché si avrà almeno quell* evidenza 
naturale de* fatti, quella testualità di parole, che non pos- 
sono conseguirsi se non da uno che ha scritto di veduta 
come il Mastellari, e per cui quasi ci sembrerà di assistere in 
persona alle azioni di Giulio II, alle geste ben poco onorevoli 
<lei suoi e degli avversari. 

La cronichetta svela tutta l'indisciplinatezza, tutta la fe- 
rocia delle milizie, specie di quelle al soldo del Pontefice ; ci 
narra degli episodi dolorosi, ma anche comici come quello di 
Giulio II, che mentre si appresta ad incitare i suoi soldati 
alla guerra, va prima in cerca di un albero per guardarsi dai 
raggi del sole, durante il discorso; ci fa conoscere, infine, 
con quanta circospezione, con quanta prudenza i Pievesi si 
regolassero nelle scabrose e terribili vicende della guerra fra 
il Pontefice ed Alfonso I, posti tra il bivio o di rompere la 
fede giurata al Duca e di esporsi allora alle vendette, o di 
mantenerla e di essere fulminati dalla scomunica e dall' in- 
terdetto. 



(^) La cronichetta non è T originale, ma una copia. SMntitoIa: 
« Memorie delle cose accadute nelle terre di Cento e Pieve al tempo 
-e della guerra di Papa Giulio II dalT anno MDIX fino air anno MDXII 
^ con altre cose appartenenti alla famiglia Mastellari della Pieve, scritte 
<. da Sirano Mastellari notaro Pievese. 

È in forma di bacchetta; cm. 30 X 10; ce. 45; carat. chiaro; scritta 
a più riprese. Trovasi inserita in principio del libro grande delle Mem. 
maa. del can. Melloni. (Àrch. cìt. di Pieve). 

Nella cronichetta vi è qualche errore di cronologia, ma è probabile 
«ia stato per colpa dell'amanuense. 

Gli errori furono da me rettificati. 



42 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



* 



La cronichetta adunque, dopo diverse notizie che non ci riguar- 
dano, racconta: 

€ Deir anno 1510 et a dì XIII di Luio, papa lulio secondo prese 
la Pieve e Cento d' acordo. DolTanno 1510 a dì d' ottobre el Duca 
di Ferrara con circa sei milia persone tra franzesi et Italiani venne 

a Cento per et dicto Duca li dio la fede, se loro se rendevano, 

de salvar la roba et le persone et così mandò per molti del Consci io 
di Cento che vennero alla porta della Pieve dove em lui, si che molti 
del dicto conselio et quasi tutto il populo andò alla dieta porta sotto 
la fede che lui li haveva dati. Arivati che fuoo i prefacti del Con- 
selio a la dieta porta el dicto Duca li fece andare per dietro le fosse 
verso la Rocha la quale Rocha ancora era tenuta a posta da dicto 
Duca si che in questo istante el campo di dicto Duca rupeno la porta da 
la chiusa per foiv^ et intron dentro da Cento et al simile quelli che 
emno dentro in la Rocha saltorno fuom et tutti quelli che ritrovonno ^li 
ammazzavano et misonoa sacho tutto Cento in spatio di tre hoi^e, zoè (M 
da la descritta bora fino a le venti et il Duca fece prisoni quelli del 
Conselio che aveva mandato a chiamare, et quelli soldati del Duca che 
entrorno drento ne presono multi prisone et gli forono portar addosso la 
propria roba che li havevano tolto et svergognone molte donzelle et 
donne da Cento et tutte le cara et cavali et altre bestie che posseno 
aver dentro da Cento et de fora le careghone (') de roba et le mandone 
a Ferrara sì che fu una grande crudelitate et danno a la dieta terra 
di Cento et guardia sua et de la Pieve, la quale terra de la Pieve 
fu salva, ma ben minatiata, prima per la gratia de lo omnipotente 
Iddio et lesìi Cristo et de la sua Madre gloriosa et nostra Advocata 
et Protetrice et poi per rispecto di Reno che era molto grosso che 
non possine passare; sicché fatto il conto si ritrovò essere fra morti 
de quelli di Cento homini cinquantasette et una dona de* Fabbri 
che stando alla finestra a vrder passare ì soldati fu ferita nella 
(/ola da una piena, et octo contadini et octo soldati del dicto Duca 
et fu facto prisone di quelli di Cento circa homini seicento et multi 
contadini et gli dettero tutti gi-ande taglia a chi 1(X) et 200 et 800 du- 
cati et meno secundo le loro facultii sicciiè fu estimato el danno de Cento 
tra le talie (^) et la roba che portone via appresso cento milia Ducati. 

(') Moè = cioè. 

O careghone = caricarono. 

(5) talie = taglie. 



LA DOMINAZIONE DBOLI ESTENUI A PIEVE DI CENTO. 43 

< A dì 2 Febraro la Santità di Papa lulio secundo se passò da 
la Mirandola che s' era resa jiagando quindici mila dticaii snlra la 
roba e le persoae e i soldati a discrezione et vene al Finale et a 
dì quatro del dicto se passò del Finale e venne a Cento et alojriò in 
la Rocha et tutto el campo de sua Santità si alo;?iò in Malafìtto et 
per altri luoghi circonvicini et ne rimase [)arte al Finale. 

< A dì () di Febbraio 1511 (^) la inatina Papa Inlio secundo se 
pass^') da Cento cum i Cardinali et altri prelati et Sif<uori et f^enti- 
luomini et soldati ass-ii per sua j^uardia, li quali in tuto erano ap- 
presso mile persone et cinquecento cavali et venneno a detonare al 
Monastero di Sancto Francesco in tra Cento et la Pieve et Sua Se- 
renità volle essere portato in la cusina di dectì frati et li donò, in la 
intrada che fece dentro da la Ecclesia a prefacti frati, ducati diesi 
d'oro. Et desenato che ave Sua Serenità, li Consoli et Massaro nostri 
cum multi homini del Conselio andone a visitare quella la quale se 
partì dal dicto Monastero in quello dì medesimo a bore 20 et vene 
verso la Pieve, del che li preti nostri della Pieve cum la croce et 
baldachino et gli batuti (*) de S. Maria de la devotione, cum la sua 
Croce et cum tuti li Gonfaloni, li andono incontra cum multi altri 
homini del Conselio et circa quarata zoveni (^) et toseno (^) Sua 
Santità soto el Baldachino el quale portaro li preti. El quale summo 
Pontefice era portato da sei soi parafreneri sopra una cathedra et 
introne dentro de la Pieve a bore 21 cum una allegreza fact^a et 
honor facto da tuto il populo de la Pieve, sempre così Ji batuti et 
Preti inanzi entrando, et arrivato che fu Sua Santità dinanzi da le 
porte de la Ecclesia nostra mazore (^) li suoi parafreneri torenu C') 
I>er forza a li preti el nostro baldachino. Et sua Beatitudine se fece 
portare in choro et fu posto in esso et fece orazione dinanze al Cro- 
cefisso et altare grande. Dopoi se fece portare suso deuanze a dicto 
altare grande et li in piede se voltò a tuto el populo et disse queste 
parole cantando: Adiutorem nostrum in nomine domine, et gli Preti 



(') 1/ amanuense avea scritto: a di 6 di Febbraio 1510, e l'errore continuava per 
tutto r anno. 

(2) Così cbiatnavasi i membri di una confraternita in Pieve, simile a quella di 
Cento. (Vedi: Orig., vicende, stat. dell'ospedale civ. di Cento, di R. Chiappini; 
Ferrara ). 

(*) eoveni = giovani. 

(*) toseno = tolsero. 

(*) magare = maggiore. 

(*) toreno = tolsero. 



44 R. DBPDTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROHAQKA* 

li resposeno: qui fecit Celioni et terram... et disse cossi altri versi- 
culi, dopoi decte la benedizione a tutto il populo dicendo: benedicat 
vos Deus Patris, fìlius et Spiritus, et li preti risponno (') et facto 
questo el Cardinale d' Aragona andò presso Sua Sanctità et publìcò 
una dulgenza per anni quattrocento et quaranta quarantine, la quale 
concesse Sua Sanctità a tutti quelli eh' erano in la Ecclesia presente. 
l)a qui li soi Parafreneri posono Sua Sanctità sopra 1 1 sua cathedra 
et portono in casa de' maestro Piero de Monti apresso al burghetto de 
sota et la via publica da domane in là, quale Sua Sanctità alogìò 
et livato dalla sua cathedra li zoveni de la Pieve, quali li andono 
incontra, la toseno et portono via et tenela fino che sua Santità se 
solse (*) partire, si che facto questo li Cardinali et altri Signori an- 
dono ai suoi alogiamenti; zoè el Cardinale d'Aragona alogiò con 
tutta la sua Corte in casa di Madama Dorathia, de fronte, el Cardi- 
nale de Mantoa alogiò in casa de Ioanno Alberto Guglielmino, el 
Cardinale Regina alogiò in casa de' Maestro lacomo Tombesano; la 
matina seguente a bore 14 Sua Sanctità se partì cum tuta la sua 
gente et andò verso Bologna et inanzi che se partisse li Zoveni de 
la Pieve li portò la sua Cathedra et la accompagnono fino al Ca- 
stello d' Argile et Sua Sanctità li donò ducati tredisi d' oro et andò 
Sua Sanctità a desenare a la volta in casa di M. Piero di Bozani da 
Bologna, et quello d\ medesimo andò a Bologna. 

< A di 10 de Febraro L>11 alogiò in la Pieve circa ducento ca- 
vali de lì Venetìani, li quali andavano per reguardo de V armata de 
dicti Venetiani che veneva a Ferrara. 

< A di 14 de Febraro 1511 alogiò in dieta Terra el Rev.mo Car- 
dinale de Pavia legato di Bologna et Sig. Nostro cum circha cento 
cavali, el quale andava in lo campo de la Sanctità de nostro Signore 
che era al Finale i>er andare a Ferrara. 

« Ai di 15 de Febraro alogiò in dieta terra circa dusenti fanti 
che andavano al Finale dove era el campo di Nostro Signore per an- 
dare a Ferrara e lì Steno uno di et una nocte. 

« A dì 1(> del dicto alogiò in dieta Tera il R.mo Cardinale de 
I*avia Signore Nostro cum circa cento cavali, el quale veniva dal 
campo et andava a Bologna. 



0) riaponno := risposero. II Masint (Bologna perlustr.; pag. 441) dice che il 
Ponte6ce celebrò in Pieve anche la Messa* indossando una pianeta " di broccato se- 
" minata di perle ^^ da lui stesso regalata alia chiesa di quella Terra. 

(*) salse •= risolse. 



LA DOMIKAZIONB DBQLI BSTENSI A PIBYB DI CBNTO. 45 

< A di 21 de Febraro alogiò in la Pieve 400 cavali et più stra- 
dlosi li quali volevano andar a Bologna per soccorso e la matina 
andar via. 

< A di 20 di Marzo alogiò in la guardia nostra de la Pieve in- 
tomo a dieta terra trecento fanti del Marchese di Mantova, lì quali 
andavano in Romagna per andar a Campo a Ferrara et lì steno in 
dieta guardia dui di et due nocte. 

< A di 21 di Marzo alogiò in la terra de la Pieve in casa del 
M. Piero de Monti lo Ambasciatore del Re di Spagna et haveva cum 
lui circha quaranta cavali, el quale andava a Paciehza a parlare al 
Papa et li stete uno dì et una nocte a soe spese. 

< Ai de Maggio dell'anno suddetto paso per suso le fosse do 
la Pieve cinque milia fanti; zoè tre milia d' Italiani et doi milia Spa- 
soli soldati de Sua Santità li quali tutti introno dentro da Cento 
per forza et si rompettino; zoè l'Italiani presono la metii di Cento 
de lato a S. Piero, li Spagnoli preseno dal lato de S. Biagio et fe- 
ceno insieme multe scaramuze, in modo che messeno un grande ter- 
rore et paura al populo de Cento et se dubitava che non volesseno 
tenir Cento a posta del Duca di Ferrara perchè havevano prese tutte 
le porte et lo Ra velino della Rocha; si che inteso questo la Santitù 
de' Papa lulio se deliberò di venire in Ferrara et cusì sej)arti da 
Bologna a dì de Marzo et arrivò dentro de la Pieve a bore 23 et 
alogiò in casa de M. Piero de' Munti, et era cum Sua Santità quattro 
(Cardinali et Cardinal d' Arairona che alogiò in casa de' Madama Maria, 
de. fronte, et el Cardinal Regina che alogiò da M. Iacopo Tambe- 
sano et due altri Cardinali luveni di quelli dodesi eh' erano con Sua 
Sanctità a Bologna; et era cum Sua Sanctitù, tra Signori, episcopi, 
Gentilhaomini e soldati, circa dusenti Cavalieri, quatrocento fanti per 
sua guardia. La mattina seguente andò Sua Sanctitù a desenar al 
Monasterìo de S. Francesco tra Cento et la Pieve et do poi desenare 
mandò a dire a tutti li fanti eh' erano dentro da Cento che doves- 
vero venir tuti suso le ghiare del Reno che li voleva vedere et a 
tati farli dar dinari, si che ne parteno tuti da Cento et veneno suso 
Reno; inteso Sua Santità che erano lì, se fece portar sopra la sua 
sedia de là da Reno cum una gran multitudine de' cavali et fanti 
cum lui et fece poner la sua sedia soto un albero al' ombra e vole 
veder fare la moxtra a tutti quelli fanti: prima li s|)agnuoIi, dopoi 
li italiani, et fatto questo, fecese chiamar dinanze il Duca d' Urbino, 
el quale era Capitano generale del tuto Io suo esercito et poi fece 
chiamar tuti li Conductori et capi di squadra et li fece una bela 



41) R. DBFL'TAZIUHE DI 6T0B1A l'ATRIA l'EU I^ ROMAGNA. 

oratioiip, coinft li-land oli tii(i clic dovessero esser fedeli a S. Madre 
Ki*loMÌa et ch'eia el lemjw clje se iwlevano acquistare (,'loria eterna 
et olif non duliilassero elio Sua Saiititii non li inaiiderebe de dinari 
jK'ivIip fossero valenti liotnini cciutia li Franzosi ei li disse multe aliiv 
jiando e\<ii'tandoli et animandoli; (') do jioi se parli et Ionio al Mona- 
Ntei'io et ordinò die si fuso dato dinari a luti et de li se parti ei (xisir 
]iiT In Pieve et andò a Itulogiia, si elie [loteva essere hore 10 quando 
{tarli dalla l'ieve. 

< l)0|iDÌ die fu iNirtito da uii-ea doi hore o tre, luti li fanti Ita- 
liani se aviuno voiTso il l'inale dovt; era el caingio de la S.tji del 
Nosini SJ^'iKirc et li SiKi^'nuli reiunseno suso Reno [«rcliè non ee 
volevano paiiire, clie [irinia volevano dinari, ci tesurero del Papa 
non li viduva dar et ni>n ven'eiiinoal Finale; siche reinanendo in 
dÌ!n-iiiiìia. volsono do novo jht l'or/.a ìntnir denii-o de Cento: vedendo 
qni's(i), li jiomini de (>n<o di'sccro a la StLMinida (') et mandone a 
la Pii've a domandar soceoi-so, si i^he ani;ora nni desceino a la Siro- 
iniila >'t SI' ivcolsu mia grande mnlliludine de ('ente tra contadini et 
ih' lii 'l'i-cra l'I. ensi [lasonc Ulti Keno \»-i- socorer quelli di Cento, et, 

■ ÌM-.<M. liu.^sl.., li ù 

li 



Viisii i[u.>siii, li fanti Sjwtriioli 
<'i nndon.' al Finale. 
- A ili 11) de- Marzo venne 


i miseiio in fuga et se passeno dì 


una litei-a da lk>lo(tna a quelli di 


ìli- siiliiio dovi.'seiio le\ar 


via le n.lio sue et strombiar, perché 


|.Mi\ii el i'iiini.0 de Fran/.osi 


et se dubiiava che non venisse lì a 


'Min. Si l'Ili- iiil.i-so qui'sio, li II 


imiiiì di Cento subito se meseno in 


1111 (.■nmi'i' l't Ialini ci ounvoii/ 


me tutti homiiiì et donc, pi/oli et 


■riiiili./iii» la ma/or jiiii'tea jiìissì 


)■ di wi (') da Cento cuni le loro vohe 


>.'ii.'i'.> a la Pi.'ve l'hc mai ni 


Il In vista la mazor cumpassione et 


nil.il.- .-..se. Kt |.«ì non fu 


■eiM niente die non lì vene niuno. 


iIm. I-Ili' a dì -'Il di'l dello, ver 


e mio masdiio di Verna paese dì 


ii;ii..r Pas.iiiaU-ti. lUi Fen-at- 


l'I quale aveva una litra dìi-eciiva 


li r.msnli di Ci'iito ei qual.' i 


usi'liiii dise ai <'oiisiilì et homini di 


-ni.i |»'i- {lai-ie del l)n<-a ili l'V 


i-,tm rhe se voleseno render a Siiti 


'i'<'ll<'ii/a i'li<- li vii|.>\a aci'i-iKa 


!■ voli'iitii'iii et che lì voleva defeti- 


-r.' da libili .'^^'l^■ill. i-lie li jiot 


sso \etiir, et inni se rendendo, che se 


jii'iLi-^si-i'o l'exeri'iio sim inti-ri 


1. si che inteso tal cosa li liominì 


l 'l'Ilio i<i';iiiii in granile allaiin 


et non li \olseno ris|>ondere a tal 



LÀ DOMINAZIONE DEGLI ESTENSI A PIEVE DI CENTO. 47 

domanda. Ma li domandoiio termino sino a la matina seguente a ri- 
spondere perchè volevano mandar al Reverendissimo Cancelliero de 
Papii Signor nostro per intender la volontà sua, el quale termino 
dicto maschio li concesse et subito mandone quelli di Cento et nui 
de la Pieve perchè dubita veno che non venisse a far simile domanda 
a la Pieve (che già non vene) al Rev.mo Cancelliere p)*edicto, el 
quale se rispose che non dubitasseno che tal cosa non procedeva dal 
Duca di Ferram, come fu la verità, perche fu una finsione per poter 
condure certe robe di traboni fuora da Cento che non li fuse dato im- 
pazo, et se pur lì veniva exercito ninno ciie fuseno più di Cento Ca- 
vali che li portaseno le chiavi incontra perchè non voleva che iia- 
tisseno danno alcuno. 

< A d'i 21 de Marzo 1511 vene uno Tombeta del Duca de Fer- 
ra i*a a la Pieve et a Cento a domandare le predette tere per parte 
de sua F]ccellenza et domandò a li Consuli che emno Iacopo de'Riosi 
et liuriolomeo Donino et a li homini che dovessero mandare a sua 
signoria tre homini a la Pieve et simelmeiite a quelli de Cento al- 
trittanti, si che li Consoli et homini predicti de la Pieve et da Cento 
coadunanu el Conselio et deliberono se rendesse a detta Excellentia 
et mandar li dicti homini li quali per il Consilio furono electi li 
infrascripti: zoè Signor Sebastiano lutabono, loano Gerolamo et Messer 
Alberto Roliandino per quelli de la Pieve, et Zironimo de' Tiroidi et 
dui altri per quelli da Cento et tuti insieme cum el Trombeta an- 
dono a Ferrara et se apresentano a sua Eccellentia rendendoli el de- 
bito honore et obedientia et per parte de iute doe le Comunità li 
doniandono perdonanza. Lo che sue Fcc.tia li prestò una gratissima 
audienza et a tuti li perdono, el d'i seguente toseno licentia da Sua 
Signoria la quale la dete bona et mandò cum loro per Commissario 
de Cento et de la Pieve Messer Zenone Pasqualeto, li quali arrivono 
a la Pieve a di 20 del dicto circha bore 22, et non si fermò a la 
Pieve se non l'i a la porta de San Felice a parlar a li con- 
suli et homini et andò da poi de lungo a Cento. S'i che comenzò lo 
interdecto a la Pieve et a Cento a d'i 27 de' Marzo 1511 et durò 
lino a d'i 14 de' Marzo 1512 et questo interdecto era a Ferrara et 
comenzò a Ferrara a primi giorni de septembre 1510 et era i)er tute 
le Cita, Castelli et ville del Duca de' Ferrara, et simile era a Bo- 
logna e S. Ioanne, a Crevalcore, a S. lorzo et a tuti li altri castelli 
et ville subiecti a la cittìi di Bologna, et que lo per rispecto de li 
Bentivolei che erono in Bologna. Ancora era lo interdecto in Pranza 
perchè lo re de Pranza era contra la chiesa; in li quali cita et 



48 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

loci preJicti non si poteva dire messa né confessare né comunicare^ 
nisi in articulo mortis, et ancora se baptizava li putti et un corpo 
morto era sepelito in sacrato e non si poteva celebrare offitio alcuno, 
excepto ch'el predicar; sicché era una cosa orrenda, el quale inter- 
dicto durò fino alli 17 di Marzo 1513, zoè a Ferrara et in le terre 
del Duca. 

< A dì 14 di Luio 1511 vene a logiare in la terra de la Pieve 
cinquecento fanti Spagnoli \ì quali andavano per pigliare el Finale 
da istanzia della Santità de Nostro Signore Papa lulio IL 

€ De settembre 1511 alogìò in la Pieve circa sessanta cavali del 
Sig. Ioan Paulo Belieno li quali andavano a campo a Ferrara. 

< D' Octobre 1511 alogiò in la Pieve ducento Cavali del Sig. Mar- 
chiò Antonio CoIona li quali andone a Modena. 

€ Item a di due di zenaro 1512 el campo dell' esercito del papa che 
era a Ponte Maior trascorse el contado di Bologna e prese Budrio, 
Minerbio e tuti quelli altri Castelli li vicini, et alli 3 del dicto cor- 
seno sino a S. Zorzo et Bentivoglio e lo presono e feceno rappre- 
saglia, per la quale fugi molta gente e carra nella Pieve. 

< Item a dì 4 del dicto andò el Trombetta del sig. Fabrizio Co- 
Iona che aveva ottenuto il comando delT esercito del Papa i>er la 
morte del Duca di Rimino, primo generale d' esso papa, andò ad 
Arzile e domandò che se rendesseno a S. M. Ecclesia et così se re- 
seno d'accordo; do poi vene alla Pieve e dimandò tutti li contadini 
da S. Zorzo, dal Bentivoglio e da tutte quelle altre ville del contado 
de Bologna li quali erano fugiti dentro della Pieve con le sue robbe 
et bestie e lì dìse per parte del Sig. Fabrizio CoIona che dovesseno 
tornare alle loro case con le sue robbe et che non dubitasseno che 
non le saria molestato cos' alcuno e che li saria restituito li predoni 
facti et le bestie et robbe soe tolte gli soldati, ma volevano sola- 
mente la parte delli cittadini di Bologna patroni di quelle, sicché 
multi contadini tornarono a Ciisa et in tutti li dicti Castelli et ville 
del contado di Bologna fu tolto via lo interdicto et se coraenzò a 
dire messa. 

€ Item a dì 5 de Zenar prodetto in lunedì mattina a ore 17 venne 
uno Trombetta alla Pieve el quale per parte d' uno Sig. Pietro di 
Paghi Spagnolo capitano dimandò la terra della Pieve a nome della 
Santità de' S. lulio, del che li consoli, che erano Piero de Monti et 
Iacopo Tombesano et Massaro Iacopo de Rugieri, et multi altri vo- 
mini del conseglio, li resposeno che loro erano paratissimi di fare 
tutto quello che luì domandone; ma perchè avevano signore che era 



LA DOMIKAZIONB DEGLI ESTENSI A PIEVE DI CENTO. 49 

el Duca de Ferrara che volevano pregare li desse tanto termino che 
potesseno advisar sua excellentia et torre licenzia da quella, acciò 
ne {eresse li fusseno ribelli, sicché lui li dette una grata audienza 
et li respose che non aveva commissione de dar termino alcuno, ma 
che scrivessono pure al Duca per far suo debito et che ancora man- 
dasseno due omini al capitaneo predicto el quale si doveva ritrovare 
al Castello d' Argile e a cui domandare el termine, sicché subito 
advisone V Excellenzia del Duca de Ferrara narmndo a quella il 
tutto ch'era succendo (^) e pregando sua signoria che volesse advisar 
^[uello avevano a fare circa ciò, perché questa comunità era deside- 
rosa de fare cosa che fusse in piaser (') a sua Excellentia ; et portò le 
littere uno jiedone, che se domandava Messer Antonio da Mantova 
Lanovoto. 

< Item il dicto dì a ore ventidue vennero certi cavalli del campo 
del pajia suso la guardia della Pieve et corsero in ramedello et ve- 
neno sino suso le fosse della Pieve et preseno tre paia de bovi et 
cinque prisoni; cioè Piero Dolai et Zirolamo Dolai et tre ah ri et li 
menono al Bentivoglio dove era el (,'apitano predicto. 

< Item a di sei del dicto mese de zenaro, in martedì, a ore 18 
venne un altro trombetta el quale per parte del Signor Fabrizio Co- 
lonna luogotenente et generale de tutto lo exercito domandò la terra 
della Pieve et che subito se dovesseno rendere a lui, altra mente 
mandaria lo campo intorno a detta terra, minazzando de farla sa- 
chezzar; onde li consoli et omini predicti ancora li domandone ter- 
mino, benché avessero avuto risposta dal Duca, el quale le scriveva 
{we se dovesseno tenir per ogni modo a sua posta per nostro meglio, 
herchè dubitava che quando fussino resi alla chiesa, li Franzesi non 
venissero poi a sacchezarsi; sicché prefacti vomini et consoli erano 
in ^grandissimo afìanno et non sapevono che fare perché dicto trom- 
betta voleva sapere uno si o uno no. Pur a complacentia et a pre- 
;:liiera de detti consoli et vomini, detto Trombetta fu contento di fare 
venir alla Pieve uno comissario del Campo el quale era a Argile, 
<-*t questo i>erché li vomini volevan vedere d'avere da lui uno ter- 
mino perché de novo avevano mandato dal Duca et scripto che sua 
Sijjnoria volendo che nui ce tenessemo da lui, le dovesse mandar 
^occorso; si che prefacto comissario venne dentro della Pieve et dirti 
consoli et vomini lo menarono in casa del Vicario et presente dicto 
vicario del Duca che era Messer Mattia Tribolino, doctore, li do- 

(') succendo = succeduto. 
(*) piaser ■= piacer. 



50 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

alandone et pregone clie li volesse conceder tanto termino che aves- 
seno risposta dal Duca, el quale comissario rispose che per niente 
voleva dare termino alcuno e che lui se dovesseno render subito 
d'accordo, che facendo altramente ce aspettassemo el Campo intorno; 
sicché intendendo questo, dicti consoli et vomini li domandono che 
dovesse expectare tanto che li vomini partesseno insieme et cosi eoa* 
dunato el conseglio et vomini della Terra delibe^onno de fare un 
conseglio generale et intender la voluntà del popolo, et cos'i sonò le 
campane et voce preconis sopra la torre notificò a tutto il popolo se 
dovesse congregar nella ecclesia nostra mazore, sicché cimgi'ogato 
tutto el popolo in detta ecclesia et i>oi facta la orazione devante el 
corpo de Cristo pregando ce volesse inspirar quello fosse meglio per 
nui, et doppoi facta la proposta per messer Sebastiano Tuttobuono 
in nome de' detti consoli li domandò se loro si volevano rendere a 
S. M. Ecclesia over tenersi a posta del Duca, sicché tutto el popolo 
a una voce comenziò a gridar: Chiesa, Chiesa, et cos'i funne con- 
tenti tutti (le rendersi a S. M. Ecclesia; facto questo i prefacti consoli 
et vomini presentone le chiave della porta della terra a prefacto 
Commissario et doppoi mandone el Trombetta alla Roca, che ancora 
se teneva a postxi del Duca, et di se al Castellano che se dovesse ren- 
dere come aveva fatta la Terra; el quale, per non essere fornita la 
Rocha de' vitu vaglia et artelaria, subito se rese d' accordo et osci 
fuoi*a et se ne andò a Ferrara, che non li fu fatto dispiacer alcuno 
né etiam al Vicario, et pose dicto Commissario in la Rocca zovano 
Cevolano per Costellano fino a tanto che ne mandava un altro; 
doppoi subito li preti della Ecclesia nostra mandone uno con iitera 
al Rev.mo legato del campo Cardinale De Medici da Fiorenza, el 
quale se ritrovava a Budrio, a domandar licenzia de celebrar la 
messa et che ce absolvesse che era nella nostra Eclesia et ancora 
per tal causa e per altre mandonne a d'i 9 de zennaro Petronio 
de Prando et messer Carlo de Monti al dicto Cardinale et legatx», i 
quali ritornono a d'i 11 de zenaro senza la licenzia, perchè bisognava 
prima che tutti li preti et la Community zurasse di non aver niente 
di quello della Chiesa et non esser stato contra quella per modo alcuno. 
€ Item a d'i 12 del dicto corseno certi Francesi et soldati del 
Duca di Ferrara suso quello de Cento e della Pieve In Mallaficto 
et preseno assai bestiami et vomini et presono et amazzone certi 
capelletti et fanti dello exercito della S. M. Chiesa, li quali erano 
andati per far preda et mpresalia alla Palada et suso quello del 
Finale. 



LA DOMINAZIONE DEGLI ESTKNSl A PIEVE DI CENTO. 51 

€ Item a d'i 11 del detto, li vomini della Pieve per uno terzo 
et quelli di Cento per altri due terzi a tutte sue spese ferono uno 
ponte attraverso Reno dritto Ardile dal vado de' Capellani perchè una 
parte dello esercito della Ecclesia voleva i)assar per andar da quello 
lato a campo a Boloj^na. 

€ Inteso li Francesi che il campo s' era i)artito da presso la 
Pieve et Cento, comenzone a venir sose della Guardia della Pieve e 
de Cento et fare rapresag:lie d' uomini et bestiami quanto ne pote- 
vano avere, sicché non potevano apparire ne' uscire fuori delle |K)rte, 
et ancora dubitavano grandemente delle terre. Ne potendo il detto 
esercito aver sussistenza, si ritirò dalla parte della Romagna, ten- 
tando, benché contro voglia del Papa, di dar il sacco a Bologna. 
Sparsasi voce che possono venire 2 m. vasconi e 1(K) lancie a sac- 
cheggiar Cento e Pieve, ad istanza del Duca di Ferrara, molti vomini 
et altri con robbe venero alla Pieve in tempo di notte: ma di quei 
della Pieve non ne i)art\ nessuno, ma fecero la guardia per la terra; 
Iucche segui li 21 di Genaro 1512. 

< A d'i 25 Genaro venne un trombetta dell' esercito contrario alla 
Chiesa che si ritrovava al Finale e domandò a nome del re di 
Francia e del Duca di Ferrara che si rendessero, minacciando, se al- 
trimenti, di darle il sacco e si resero d' accorilo. 

€ Li 25 Gennaro li frati di S. Francesco fra Cento e Pieve co- 
minciarono celebrare le messe pubblicamente, avendo ottenuta licenza 
dal suddetto legato del Campo: sicché tutti quelli della Pieve e di 
Cento andavano a quella Chie^. Li 2(> detto, uno trombetta del gran 
Maestro, detto Milla, che era con gran gente al Finale, arrivato 
presso la Pieve sonò tre volte e domandò de' Consoli che erano li 
suddetti; disse d'esser mandato a nome del gran maestro a intimar 
la resa della Pieve, minacciando come sopra; questi avendo avuto ter- 
mine sino alla mattina per rispondere ne avvisarono il Sig. Frabri- 
zio Colonna, avendo fratanto deliberato li consoli, nel consiglio, di 
tenersi i>er la chiesa se veniva soccorso ; ma non essendo venuto si 
reseno, onde mandarono due vomini col detto Trombetta che furono 
Sebastiano Tuttobuono e Messer Gio. Antonio de Pier villani \)ev 
oratori al prefato gran Maestro e presentate le lettere di Credenza, 
che fatte aveva loro la Comuni tìi, ehber grata udienza et inteseno di 
dover sovenire di vettovaglia il campo; ed avendo ricevute molte 
finezze tornarono alla Pieve e spedi rt) di subito carra due di pane 
e COSI di nuovo tornò l' interdetto alla Pieve. 

« Item nel dicto di' passonno certi cavalli leggieri in numero di 



^2 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

quattrocento che venivano dal Finale et andavano a S. Gior^'io 
ed arrivarono alla porta di S. lacoino senza che alcuno se ne fosse 
accorto, si che gli uomini della Pieve sonarono a la stronida gridando : 
armi, armi; il che sentendo i prefati soldati fecero alto da casa de 
Bonuzi e mandarono un Trombetta a lo passo, assicurandoli che non 
volevano altro che il passaggio; e si nell'andare che nel tornai'e 
non fecero male alcuno. 

< A di 29 di Gennaro 1512 passarono 2()0 ctavalli della coni- 

l)agnia di Bernardino Caracio per andare al Bentivoglio ad attaccare 
certi cavalli della Chiesa quali ebbono la peggiore perchè i papalini 
erano magiori de numero, onde si ritirarono e tornarono alla Pieve 
ed erano tutti Greci. 

< A d'i 30 Gennaro venne a la Pieve messer Nardio Tribulino 
per Vicario inviato dal Duca di Ferrara. 

4c Nel giorno stesso arrivò a Cento il campo del Re di Francia 
in numero di 15 mila soldati, tre mila de quali si alogiarono a di- 
screzione e gli altri si ripartirono nel contado. 

< A di 9 Febraro il campo di Francesi che era {«issato a Bolo- 
gna tornò indietro per soccorrer Brescia presa da' Veneziani, onde 
alloggiarono dentro alla Pieve quatromila dugento soldati a disci*e- 
zione, che fecero molto danno. Questi alle ore 12 s' unirono agli al- 
tri sparsi in Cento e ne luoghi circonvicini e per la strada della 
Stellala s' inviarono a Brescia. Questi diedono il frumento a cavalli 
in mancanza di biada, portarono via molto bestiame grosso e minuto 

e bruciarono la c^sa d'Andrea d' fuori della Pieve appresso al 

Monastero perchè i padroni V avevano abbandonata. 

« A dì 15 di P^ebraro Domenica a bore 15 venne un trombetta 
del Signor Pietro Paghio Capitano Spagnolo che domandò la terra a 
nome di Papa Giulio II; avendo i consoli, che erano i nominati» 
intesa la mente del Duca di Ferrara per mezzo di Bartolomeo Mi- 
goto ad esso spedito dal Conselio della Pieve, e rispedito dal prefato 
Duca con lettera in cui dicevasi che si regolassero come avrebbem 
inteso dal suddetto Migoto, si diedero. 

« Al 17 Febraro a bore 2 arrivò alla Pieve Iacopo de Cianesi ho- 
lognese con un Trombetta del Sig. Pietro Paghio e dicendo di essei-e 
mandato per commissario della Pieve e di Cento. 

« A dì 21 Febbraro li vomini della Pieve e di Cento secondo l'or- 
dine del Sig. Fabrizio Colonna fecero sopra Reno un ponte di legnami, 
parte sopra le agochie di fioppa (^) e parti sopra le navi perchè il 

(*) agochie di fioppa, cioi- pezzi fatti a punta di legno di pioppo. 



LA DOMINAZIONE DBGLI ESTBNSI A PIBVB DI CENTO. 53 

campo della Chiesa voleva andar contra i Franzesi che erano a 
Brescia, sicché cominciò nel detto giorno ad arrivare a Reno. 

€ A di 25 Febraro alloggiarono nel convento di S. Francesco 
il Sig. Marcantonio Colonna, il Sig. Pietro Paghio, il Marchese 
di Pescara, il Prior di Messina ed altri signori con molte persone 
cavalli e muli et avevano fatto la piazza del campo suso Reno 
dove era le artiglierie, lì se vedeva tutto quello che conducevono 
da S. Giorgio, da Cento e dalla Pieve e da altri luoghi; li vo- 
mini della Pieve erano obligati a mandar carra otto di pane e* 
due fermento ogni giorno per li cavalli e dovevano dare ancora la 
legna ed altro, sicché vendevano il fermento lire 3 e b. 5 la corba in 
modo che eravi da gridare grandemente, poiché era vi poco formento 
e mahco farina e volevano che ne ritrovassimo più che il possibile, 
altrimenti minacciavano di mandar la maggior parte del campo ad 
alloggiare dentro la Pieve, sicché tutti erano in grandissimi affanni 
e fastidi intollerabili, che mai non si credevano uscire da tali tribo- 
lazioni. Tutto il campo che erano ^10 m. persone erano alloggiati da 
Budrio sino a Cento ed alla Pieve e suse le guardie e per tutto il 
contado di Bologna che era pieno tutte le ville e Castella in modo 
che ritiravano ogni cosa. 

€ A d'i 25 Febraro 1512 in Martedì si levarono tutti li soldati 
che erano al monastero ed alla Pieve con tutte le sue artiglierie, 
andarono a Bologna per la nuova ricevuta che li Franzosi avevano 
ricuperata Brescia ed avevano passati li passi de Veneziani avendo 
lasciati morti molti soldati di questi e brusarono sette case, perché 
non avevano volsuto andare li contadini. La sera di detto giorno 
vennero ad alloggiare dentro la Pieve circa 150 cavalli di quelli del 
Marchese di Pescara standovi sino air altro giorno alle ore 18 e 
doppo pranzo andarono a S. Jorzo per unirsi doppoi al campo di 
Bologna essendo arrivato nuova che il popolo di Bologna, essendo in 
arme, gridava chiesa, nel qual giorno venne pure una lettera al Ma- 
gnifico Gio. Mattia da Nonantola nella quale si narrava il fatto di 
Brescia ecc. A dì 27 venne concesso al nostro predicatore a dir la 
pi-edica e doppo la predica celebrò la messa il suo compagno con 
gran concorso, né lo poterono i nostri preti per non essere aiidati a 
prendere la licenza del Legato Apostolico. Il dì medesimo a ore 20 
venne un trombetta del Duca di Ferrara e dimandò la terra della 
Pieve a Petizione di S. Eccellenza, sicché li consoli e vomini as- 
sieme coadiuvati deliberarono per il meglio rendersi a S. Eccellenza 
e così elessero Messer Sebastiano Tuttobuono, Sebastiano di Aigoni, 



^i R. DBPUTÀZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Il quali mandarono a Ferrara dal detto Duca a renderli debita obe- 
dienza ed in questo mezzo ancora ne porsero avviso al Sig. Fabrizio 
• Colonna, che era a Budrio, del successo della cosa pregando Sua 
Signoria ce volesse dare quella buona risoluzione che fosse ad onor 
di Sua Eccellenza ed utilità nostra e lì andò per Ambasciatore Ba- 
stiano Tuttobuono e Gio. Antonio di Pier Melloni ed ancor avvis- 
sonne Messer Misino dal Forno Capitano de' Cavalli leggieri del Duca 
che era al Finale con la sua Compagnia come e' eramo resi al Duca 
perchè era lì per correre suso le guardie nostre e far rapresaglia 
d' uomini e bestiami non ce credendo, e portò la lista zironimo Al- 
berto Guglielmini, e in lo partire che fece il Trombetta del Duca 
dalli Consoli s' incontrò nel Trombetta del Sig. Pietro Paghio che 
veniva da Cento a comandarli che dovessero mandar Vittovaglia al 
campo della Chiesa, il quale Trombetta del Buca li disse che dovesse 
andare alla città sua che non poteva più comandare perchè le terre 
non erano più della Chiesa e che lui non voleva che menassero più 
vittovaglie al suo campo perchè avevano a venire la sira alloggiai* 
qui alla Pieve, sicché il Trombetta del Sig. Pietro li rispose essere 
le terre della Chiesa che potevavi comandare, né passaria tre ore 
che verrebbe gente dentro la Pieve per tenerla a posta della Chiesa 
e dissero molte altre parole fra loro ma non fu poi niente perchè 
non mandò né V uno né V altro, soldato, sicché de nuovo fu V inter- 
detto, sicché li frati non potevano più celebrare messa publicamente 
ma solo predicavano pure per non essere venuto V uffiziale. Li detti 
frati dissero messa sino alli 3 di Marzo. Nel detto giorno era stato 
un Trombetta a Cento per tale effetto e li Consoli, li uomimi di 
Cento li diedero simil rispost^i, mandando due uomini al Duca ed 
altri al Signor Fabrizio a Forlì per renderlo inteso del successo. 

« Item a 25 del detto ritornò l^stiano Tuttobuono e Zironimo 
Antonio Piervillani con quelli da Cento che insieme erano andati 
da Sig. Fabrizio per parlare a sua Excellentia del Trombetta del 
Duca di Ferrara che domandava Pieve e Cento e riferirono come 
erano arrivati solamente al Bentivoglio e l'i avevano ritrovato il 
Sig. Pietro Paghio al quale narrarono il tutto, sicciiè lui rispose che 
non dovessero andar più innanzi per non esser sicura la via, che 
egli manderà la notizia al Sig. Fabrizio e che non lasciassero di man- 
dare le vittovaglie in campo fino a tanto che non fosse venuta la 
gente del Duca, sicché subito li Consoli li mandarono un carro di 
pane al Bentivoglio dove era il prefato Sig. Pietro con ceni ca- 
valli leggieri alla guardia di quel jjasso, essendosi il campo andato 



LA DOMINAZIONE DEGLI ESTENSI A PIEVE DI CENTO. Oi) 

à Bologna e il detto Sig. Pietro con i suoi cavalli fece una scorreria 
fino presso a Bologna e prese 17 cavalli bolognesi. 

€ Item li 21) Febraro venne Sebastiano Tuttobuono e Sebastiano 
come sopra, li quali erano andati a Ferrara dal Duca e riferirono 
come il Duca gli aveva accettati con grandissime carezze e fatta 
proferta assai di darli farina, formento ed altre cose che bisognava 
e promettendo cbe non passeranno di qui più soldati e li dispiaceva 
^ndemente il danno che avevano avuto. 

< Item arrivò ne li 3 Marzo il Comissario del Duca di Ferrara 
a Cento, sicché per tal causa li frati di San Francesco cessarono di 
celebrar messa pubblica, nientedimanco li uomini della Pieve e di 
Cento potavano andar sicuri al campo della Chiesa e li portavano 
della vettovaglia a vendere che non gli era fatto danno né pur dal 
Duca di Ferrara che glie lo aveva permesso, sicché si andava da 
Bologna a Ferrara sicuramente. Li 4 Marzo quelli di Cento fecero 
instanza al Duca di Ferrara che levasse il suo Comissario per non 
poterlo mantenere ; lo fece il Duca richiamandolo a Ferrara e doppo 
'^ giorni si cominciò a celebrar la messa al Monastero fra la Pieve 
e Cento per la licenza concessali dal legato. 

< Li 11 detto B. Cosmo vicearciprete della Pieve si i)orta dal 
legato a Budrio per convenire la licenza di celebrare anclie per li 
preti; lo ottiene con la condizione da astenersene se nella guardia 
ent-rassero nemici della Chiesa e questi partiti debbano stare H 
giorni. 

< Item li 17 Marzo arrivò alla porta Bolognese ducente cavalli 
leggieri della Chiesa con un Commissario mandato dal Duca di Pe- 
scara, il quale per parte di Sua Signoria domandò che li avessero a 
dare quella maggior quantiUi di bovi che i)otevono, i>erché volevano 
andare al campo di Bologna, sicché li Consoli e uomini con gran 
fatica ^ìì poterono darli 3 para di bovi. 

< Item alli 17 di Marzo 1512 arrivò a Cento Messer Gio. Ber- 
nardino Carazzo capitano delli cavalli legjrieri del Re di Franza con 
'M) cavalli ed altri ^^00 di quelli che erano al Finale che allo;r?ia- 
rono tutti a Cento per non poter venire alla Pieve a catisa <lel Reno 
che era grosso e tuttavia pioveva, sicché il giorno .seguente li nomini 
di Cento e della Pieve, comandati, fecero fare due i>onti di legnami 
sopra Reno uno con le agocchie ed uno con le navi i*erché il eain|)0 
Francese che era al Finale e molta Fanteria vollen) passare per an- 
dar a trovare il campo della chiesa e far fatto d' arme, il quale 
campo della Chiesa era a Budrio; facendo fare ancora i)nnte sopra 



56 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Riolo a S. Jorzo e le spianate fino al Bentivoglio per potervi cor- 
rere co' cavalli ove era il detto Pietro Paghio capitano della Chiesa a 
guardia del detto Bentivoglio, il quale intendendo che detti cavalli 
leggieri Francesi erano arrivati acosto, faceva una gran guardia e 
non voleva che uomo alcuno passasse al Bentivoglio né venisse al- 
cuno né alla Pieve né a Cento e similmente detti Francesi che erano 
acosto non volevano che alcuno passasse Reno e andasse al Benti- 
voglio perché non volevano che alcuno savesse quello facevano, acciò 
non potessero far intendere gli andamenti di detti campi; nel giorno 
suddetto si partì dal Bentivoglio e andò in campo; nel sud etto giorno 
il campo della Chiesa che era a Budrio si trasferi all' Idice 5 miglia 
lontano da Bologna ove fece un gran Castello di legnami, per ac- 
costarsi alle mura, per tirar il quale ci volevano 100 paia di bovi. 

€ Li 18 Marzo fu fatta da soldati del Papa rapresaglia di molti 
cavalli Bolognesi e Francesi. 

« Item li 19 del detto li consoli et uomini della Pieve per vigor 
d' un comando che fece fare il gran barone del Re di Pranza eh' era 
alloggiato a Cento, mandarono un carro con i>omi e corbe 11 di fru- 
mento a detto gran l^ron il quale promise pagarla ma non ci diede 
cosa alcuna. 

€ Item alli 20 del detto venne ad alloggiare alla Pieve cin^a 
200 cavalli di quelli che erano a Cento, la mattina seguente anda- 
rono a San Giorgio e Minerbio ove fecero una rubberia di circa ST) 
capi di bestie tra grosse e minuti a' poveri contadini e la sera tor- 
narono alla Pieve. Il giorno seguente fecero una simile scorreria a 
S. Venanzo ove rubbarono da circa 85 capi di bestie come sopra e 
le condussero alla Pieve. Il dì 24 andarono ad alloggiare a S. Gior- 
gio e ne giorni che stettero alla Pieve vollero essere mantenuti a 
nostre spese con danno della terra, necessitati a dare il formento a 
cavalli non essendovi altre biade, e quello di formento che vi si tro- 
vava valeva lire 5 la corba; sicché si aspettava una carestia gran- 
dissima, non potendosi aver formento dal Bolognese né tampoco dal 
Ferrarese, destinato tutto alle truppe di Francia, sicché vivevasi in 
grave affanno. Circa questo tempo li soldati della Chiesa fecero pri- 
gionieri molti soldati Boh)gnesi e Francesi. Era arrivato alli 20 del 
detto il Cardinale S. Severino a Cento fatto legato nel concilio di 
Pisa che la mattina seguente se ne andò a Bologna accompagnata 
dal Caraccio con circa 300 cavalli, ricevuto con grand' onore da Bo- 
lognesi. 

« Item li 2.'^ Marzo si mosse il campo Francese dal Finale, parte 



LA DOMINAZIONE DEGLI ESTENSI A PIEVE DI CENTO. 57 

per S. Felice, parte verso la Mirandola; undici milla fanti e 500 uo- 
mini d' armi per Ferrara con T artiglieria e il resto del campo ar- 
rivò alla Pieve e a Cento nel di 24. Aloggiarono dentro 500 uomini 
di arme e CìOOi) fanti fra Tedeschi e Francesi e circa 1000 cavalli, 
cioè li Tedeschi che erano 3000 fanti e li cavalli alloggiarono nel 
borgho di sotto e li Francesi che erano altrettanti col resto delli 
cavalli alloggiarono nel borgho di sopra tutti a discrezione e tutti a 
nostra spesa, pure alcuno comprava qualche cosa, delli quali io e 
Benedicto Mastellari ne alloggiassimo un capitano di fanteria Tode- 
sco con circa 20 fanti in modo ciie uno non poteva dare luogo al- 
l' altro per essere piene tutte le case, botteghe, e chi non voleva 
aprire per amore, doveva aprire per forza; era un terrore udir gli 
strepiti, sonor di trombe, tamburi, sicché pareva rovinasse il cielo e 
la terra e per la gran paura la maggior parte degli abitanti fuggì 
alla campagna ed altra parte con le donne e robba nella Rocca. 
Partirono poscia la mattina seguente andando ad alloggiare a San 
Giorgio, Argelata e Ronchi e nelle altre ville annesse, ma, nella le- 
vata che fecero, saccheggiarono la Pieve asportando biade, farine 
mobili, sicché fu un danno inestimabile a questa povera Terra, rima- 
nendoli quasi niente di formento per averlo dato a cavalli quello 
che non portarono via, e cosi pure condussero via molte bestie grosse; 
ma questo non bastò, che quella appena partita arrivarono 100 gen- 
tiluomini del Re di Francia, avendo ciascheduno di loro un uomo 
d'arme, sicché erano circa 400 cavalli jmrte nel borgo di sotto ed 
io e Benedetto avevamo gentiluomini e G cavalli, parte nel borgo 
di sopra, bisognando provederli di tutto a riserva di formaggio e 
butiro. 

* In questo medesimo di a ore 10 arrivarono circa 10000 fanti gua- 
sconi li quali alloggiarono nel borgo di sopra e qua e là sjjarsi e se 
lì prima avevano fatto male, questi fecero peggio e rovinarono questa 
povera Terra e mangiarono tutto, bevendo tutto il vino ciie poco ne 
rimase, necessitati a comprar qualche cosa estraneamente, perché più 
non' ne ritrovavano, sicché gli uomini della Terra tutta erano di 
mala voglia pei*chò la detta armata voleva quello non era i)0ssibile 
ritrovare, e quando gli uomini si scusavano gli davano grandi ba- 
stonate e ferite, sicché bisognava abbandonar le case e lasciar tutto 
quel poco che vi era rimasto a sua discrezione, avendo {«zienza, ben- 
ché fosse amarissima, vedendo genti barbare e di tinte nazioni es- 
.sere tutte a destruzione della povera Italia; erano questi Francesi, 
Giuisconi, Piccardi, Spagnoli, Corsi, Tedeschi, Svizzeri, Greci, Alba- 



58 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

nesi, Croati, Schiavoni, Turchi, Inglesi, Ungheri, Mori e di tutte le al- 
tre nazioni del mondo che veramente a tutti ne crepava il cuore e 
tanto affanno e dolore era di questa povera Italia che lingua umana 
esprimere non potrià vedendosi consumare il loro, né potere parlargli 
e intendergli, sicché li fanti si portarono finalmente nel dì 2G ad al- 
loggiare a S. Benedetto e nelle ville circonvicine, ma li gentiluomini 
rimasero alla Pieve. 

« Nel detto giorno 2() alle ore 20 arrivarono alla Pieve altri 
1000 fanti Piccardi, tutti ben armati, li quali fatta un poco di colla- 
zione andarono ad alloggiare con gli altri. 

« Li 27 li detti gentiluomini si levarono dalla Pieve e andarono 
ad alloggiare a S. Martino in Sarzano e a S. Giovanni in Triaca, 
sicché rimase questa terra della Pieve si talmente che non si avria 
potuto ritrovare un pane per un ducato, pure ne cominciò poi a ve- 
nire un poco per la via di P^errara, ma era molto caro; se ne dava 
oncie otto al bolognino. Nel di medesimo il Duca di Ferrara soc- 
corse li Francesi con 4000 uomini e similmente il Co: S. Severino 
e Messer Annibale e fratel de Bentivogli si partirono da Bologna 
verso Budrio per attaccare il campo della Chiesa che era fra Imola 
e Faenza incoroporati a Francesi. 

« Seguirono diverse scaramuccio fra Fmnóesi a favore della 
Chiesa. 

« Li Francesi levarono il Campo da Budrio, saccheggiarono Ca- 
stelghelfo e altri paesi circonvicini che poscia non volsero arrendere 
e poi si partirono. Indi passarono a Lugo, a Bagnacavallo quali si 
resero d'accordo al Duca di Fermra e benché fossero resi li saccheg- 
giarono. 

€ Item andarono a Cotignola e indi a Rusco quali tutti saccheg- 
giarono e se non si volevano arrendere ammazzavono ancor le 
persone. 

« Li 2 d' Aprile li Spagnuoli brucciarono Castel S. Pietro per so- 
spetto. 

« Item li d'Aprile comparvero molte truppe de Veneziani che 
volevano impossessarsi de' posti vantaggiosi al Bondeno e ne furono 
impediti dal fratello del Duca di Ferrara. 

« Li Aprile il Sig. Marc. Antonio Colonna, forte de 40 m. fanti 
fra Spagnoli e di altre nazioni, si arrestò su quel di Ravenna per 
star pronto a* bisogni. 

< Li 20 Aprile seguì una sanguinosa battaglia su quel di Ra- 
venna ed anche presso la cittii, tentando li Francesi d' assalire il 



LA DOMINAZIONE DBOLI ESTENSI A PIEVE DI CENTO. 59 

muro, ma questi ne ebbero la pe«rgio; soprajrjriunta la notte si cessò 
dal cooibatti mento e il Sif*. Marcantonio Colonna si volle assicurare 
del Castellano la di cui fede gli era sospetta. 

< Li 11 Aprile si attaccarono li due eserciti della Chiesa com- 
posto di molti Spagnoli, Italiani soggetti a Roma ed altri e Taltm 
esercito di Francesi e di tante altre Nazioni, come di sopra si è 
espresiw; tale e tanto fu il calore delia battaglia c'ie per ben 20 
milla morti restarono sul campo situato in poca distanza da Ravenna 
verso k Pigneda e finalmente di tanti corpi di esercito qua e là 
sparsi, allora però tutti uniti, si per T una che [^r 1* altra parte; re- 
stò la vittoria in vantaggio de* Francesi e Duca di Ferrara che ne 
fecero lo spoglio, condussero seco quantitii di nobili prigionieri trat- 
tati con molta urbanitit, ma non si [mterono im[>adi'onir(* della città 
di Ravenna guardata dal Sig. Marc. Antonio Colonna ; dicesi che in 
quel tempo si patisse una grande ecclisse, che il Ronco sconvsse 
acque tinte di sangue e di quelle stesse fossen) costretti li soldati 
Francesi ad abbeverarsi, né V Italia ha mai veduto i^ev sentimento 
de scrittori di quel tempo più sanguinosa battaglia, seguita massime 
in un giorno così solenne qual era il giorno di Pasqua di Ressu- 
rezione. 

« Li 12 Aprile il Duca dì Fernxra mandò un trombetta a do- 
mandar Ravenna che si arrendesse salva la robba e le persone 
purché mandasse solamente vittovaglia al campo, siccliè quelli 
di Ravenna col consenso del Sig. Marc. Antonio Colonna che era 
nella Rocca tenuta da esso per la (^liiesa si resero al medesimo Duca 
di Ferrara, al di cui campo, acciò li sidditi non entrassero in citt;\, 
mandarono otto carra di pane e altre vittovaglie e li Guasconi con- 
tro la volontà del Duca saccJieggiarono e ammazzarono li carradori 
^he non avendo per la loro morte potuto portare la nuova alla città, li 
soldati cominciarono a poco a poco a entrar dentro e per le porte e 
per le mura minata nel giorno avanti e incominciando a gridar 
sacco, sacco, amazz^, amazza; qual cosa avendo saputo il Duca di 
Ferrara accorse per imi>edire, ma non gli riuscì perchè avevano già 
saccheggiato La metà della citt^X, uccise le i>ersone, benché però la 
maggior parte de' cittadini avessero s;ilvati li loro mobili in fortez/A 
e chi a Venezia. Ammazziirono e fecei*o prigioni molti contadini ri- 
fngiati in Ravenna. 

« Doppo questo li Francesi ebbeit) le altre città e Castelli della 
Romagna, come Imola, Faenzri, Forlì, ma le fortezze si tenevano a 
posta della Chiesa. Li 2:^ Aprile arrivarono alla Pieve circa 2<MK) 



60 R. DEPUTAZIONR DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA* 

fanti Tedeschi e circa 200 cavalli che alloggiarono a discrezione 
dentro la Pieve, compravano ogni cosa per il vivere a risér.va del 
vino ; si portarono molto onestamente e avevano gran quantità d' oro 
e argento e denari e io ebbi in casa un capitano con circa 40 ca- 
valli, alli quali non soministrai che il solo vino. 

€ Nel detto giorno arrivarono a Cento circa 1000 cavalli Francesi 
che alloggiarono dentro di Cento a discrezione, quali dettero un gran- 
dissimo danno per causa delli seminati mangiati dalli cavalli intorno 
a Cento e alla Pieve, similmente alloggiarono in S. Giorgio circa 3000 
Guasconi e Piccardi quali con gli altri che erano a Cento e Pieve 
partirono la seguente mattina, chi per il Finale chi per la Miran- 
dola e chi per Milano perchè li Svizzeri erano calati a fargli guerra, 
ma saputo che erano tornati adietro anch' essi retrocessero per segui- 
tar r impresa della Romagna. 

* Li 2 di Maggio tornarono a Cento tutti li cavalli che erano 
alloggiati l'altra volta, li quali saccheggiarono le biade; li Guasconi 
e Piccardi andarono per la via di Modena e li Tedeschi nel detU» 
giorno arrivarono al Finale per venire alla Pieve tutti infuriati per- 
chè avevano ti'ovato un Tedesco morto sullo guai-dia di Cento e un al- 
tro ferito e spogliato sulla guardia della Pieve vicino al monastero; 
minacciarono la Pieve di Sacco e sangue se nella seguente non li 
consegnavano li contadini malfattori; né per raccomandazioni del 
Duca di Ferrara che mandò il suo Com issarlo dal Tenente generale 
deir esercito di Fmncla in Cento né per la esibitione di 5(X) ducati 
fatta alli forieri fu possibile mitigarli. In tale afflizione cominciarono 
a trasportare la robba fuori della Pieve per saharla, intanto 100 
uomini della Pieve armati escirono fuori peT ritrovare i malfattori, 
uno de' quali gli riuscì ritrovare e consegnato alli forieri lo condus- 
sero a S. Giorgio dove esaminato il contadino malfattore e il soldato 
ferito fu ritrovato il contadino dalla ragione, con tutto ciò lo basto- 
narono e poi lo lasciarono, e con ciò fu liberata la Pieve dal sacco 
e sangue. 

« A dì 4 di Marzo arrivarono alla Pieve circa 7(K) cavalli Francesi, 
nel qual instante arrivata, nuova che li Svizzeri erano calati a Mi- 
lano fu causa che nella seguente mattina tutti li nostri soldati come 
quelli che erano a Cento, S. Giorgio, Bologna e in altre ville alloggiati, 
a gi*an furia partirono per andar a Milano contro li Svizzeri e per 
dove passavano saccheggiavono li seminati. 

« A di primo Marzo venne nuova come Papa Ghilio e tutto il 
<M)llegio fecero citare T Imperatore, Redi Fmncia e tutti li altri Po- 



LA DOMINAZIONE DEGLI ESTENSI A PIEVE DI CENTO. 61 

tentati della Cristianità, quali mandarono li ambasciatori al detto 
Conci^Iio. 

< Arrivò ancor nuova come il Papa, Re di Sjiagna, In^rhilterra, 
Duca di Bor^gna e Venezia avevano fatta lega i»er discacciare la 
Francia dall' Italia. 

« Li 11 Aprile 1512 suddetto segui gran 'battaglia tra li sud- 
detti confederati e li Francesi, e di questi ne resta i*ono morti più di 
'i) mi Ila. 

« Nel Maggio arrivarono nella cam[)agna di Verona 15 m. Sviz- 
zeri che uniti alli Veneziani presero Verona salva la robba e le [er- 
tone, se non vollero a discrezione li Francesi che erano dentro; così 
presero Crema, Cremona, Brescia, Bergamo, Peschiera, e molte altre 
città e tutti li Francesi che ritrovavano li ammazzavano. In quel 
medesimo tempo arrivarono molti Svizzeri ed avevano con loi*o il 
Moro figlio del Duca di Milano il quale volevano morto, sicché il 
popolo di Milano si rese d'accordo al mezzo di Giugno e il Signor 
Gio. Giacomo del Trezzo Ca[)itano del Re di Francia dette volta e 
entrt) in detto campo delli Svizzeri e seguitando perse tutta la I^m- 
bardia, ma il Castel di Milano e certe altre fortezze e Pavia s'atte- 
nevano a posta de' Francesi, sicché li Francesi vedendo esser perduta 
tutta la Ijombardia e le fortezze princijxili si deliberarono con tviiUì 
il suo corpo ritirarsi nel territorio di Pavia e lì fortificarsi e così 
fecero. 

< Inteso questo dall' esercito della Chiesa si rovesciarono sopm 
Pavia, sì arrese la cittadella, furono fatti prigionieri multi Francesi 
e con vergogna spediti parte a Ferrara e parte così spogliati man- 
dati in Francia, che richiedendo passaporto dal Duca di Savoia gli 
fu negato e perciò nel passar che fecero per i suoi stati molti re- 
starono morti e altri con segni ignominosi lasciati ritornare alle 
loro patrie. 

« A dì Giugno 1512 andò un trombetta a Bologna del Duca 
(li Urbino generale di S. Chiesa chiedendo che s'arrendessero, altri- 
menti s'aspettassero l'esercito sopra le mura; si fece radunare il 
re{>f?i mento ma non si é potuto ri He vare la ri spostai. 

« A dì 7 Giugno tempestò sulla raccolta di Bologna, dicendosi 
che la tempesta fosse in forma di ghianda con la cuppola in segno 
del dominio che ne doveva avere il Pai)a che nell'anna sua faceva 
una ghianda. 

< Li 10 Giugno li cittadini che erano dalla parte de Bentivogli 
di Bologna si>edite le loro donne e robhe avanti, se no [partirono per 



62 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Ferrara e il Reggimento spedì li suoi ambasciatori al legato del 
Papa e cosi le restò la cittù di Bologna sotto la Santa Chiesa. 

« Li 13 Giugno il Cardinale luogotenente dell' esercito della 
Chiesa e il Duca di Urbino con le sue genti entrarono in Bologna 
con grandissimo onore, qual città fu assoluta dal Cardinale dall' in- 
terdetto, ma privi di benefìzio tutti li preti e frati che avevano ce- 
lebrata messa stante il detto interdetto: alloggiarono le loro truppe 
nelle case e monasteri di detta città ivi stando fermi per sino alli 
2.'), e alli 20 presero la strada di Modona per la Lombardia. Giun- 
sero a Reggio e a Parma ove tutto si rese a patti a Santa Chiesa. 

« Item alli 22 Giugno arrivò alla Pieve un mazziere del reggi- 
mento di Bologna con il fattor del Cardinale de Grossi e presenta- 
rono alli consoli un breve Apostolico nel quale ci comandava sotto 
pena di scomunica dovessimo rendere obedienza con la terra tutta 
al predetto Cardinale come a quello che ha la ragione del Ipisco- 
pato di Bologna, sicché li Consoli le domandarono termine a rispon- 
dere e così loro diedero termine sino all'altro giorno a ora di desi- 
nare, onde subito scrissero al Duca per Leonello Rosso avvisando 
sua Signoria del tutto, desiderando che gli volesse rispondere per sa- 
pere quello avessero a fare. 

« A dì 29 detto ritornò detto Leonello e riferì come il signor 
Duca lette che ebbe le lettere rispose' come si memvigliava di que- 
sto e elle non em quello gli era stato promesso: che non gli saria 
molestato cosa alcuna del suo, sino che non era ritornato da Roma, 
sicché subito il Duca spazzò una staffetta al legato di Bologna 'e al 
Duca di Urbino che emno a Bologna e gli avvisò quello era 
stato fatto; e sue signorie scrissero subito al mazziere predetto che 
soprasedesse sino a tanto che il Duca fosse ritornato da Roma e 
così fece e ritornò a Bologna, sicché quella mattina medesima si 
partì il Duca insieme col Signor Fabrizio Colonna, che era suo pre- 
sone e andonne verso Roma per accomodarsi con il Papa, con circa 
(>00 gentiluomini tutti vestiti di seta e circa 200 pedoni, e andarono 
per aqua sino a Rimini e poi a cavallo sinoaRojna; e il principio 
di questo accordo fu clie essendo il signor Fabrizio suddetto presone, 
come ho detto di sopra, e il Papa volendolo riscuotere mandò un 
breve al Duca domandando che dasse la taglia che voleva per il 
Signor Fabrizio, che sua Santità voleva pagarla per riscoderlo, sicché 
il Duca li rispose come per la taglia voleva e domandava Ja bene- 
dizione e assoluzione da S. Santità, del che il Papa vedendo la libe- 
ralità e umiltà del Duca si deliberò anche per i prieghi di molti 



LA DOMIXAZIOXK DBGU BSTBNSI A PIBVB DI CKXltX tì3 

i-avalieri il perdonargli e fargli pace con luì e la^'ìarglì il suo o 
COSI subito li fece restituire il Polesene dì Rovigo olio touo\auo ì 
Veneziani e gli scrisse che dovesse andar a Roma e gK sì aooonia\'a 
le altre cose i>erchè il Duca voleva tenere la Pieve e Conto innuo 
quelli che gli erano stati dati da I^ijìa Alessandria e in canUno dì 
ahre terre e Pai» (tÌuHo vole\'a che toi*nassei\ì al vesco\^\t«\ sicché 
questo si aveva a vedere di ragione se I^pa Alessandri^ lo a\ova 
potuto fare o no e ancora il Duca voleva far far salo e domandava 
certe altre terre. 

< Li 23 Giugno arrivò a Bologna il Cardinale de Medici I Arguto' 
di quella città già prigioniere de' F'rancesi, ricevuto con grand* onoin* 
e andò a celebrare la messa. 

< Item li 27 Giugno ritornò il mazzìeiv suddetto del rogìmonti» 
di Bologna con lettere del Cardinale do Medici legato di Bologna il 
quale si esortava a ritornar sotto il dominio della Santa ('li iosa t* 
del Rev.mo Cardinale de Grossi vescovo di Bologna e ìoiìo lo let- 
tere dirette alli consoli di Cento della Pieve parlò con li consoli di- 
cendo che lui prima voleva andare a Cento e la mattina rìtornarsono 
e che noi dovessimo fare quanto facevano quelli di Conto, o c()s\ si 
partì e andò a Cento. Arrivato in Cento e lotta la lettera del [m^ 
fato Rev.mo legato, gli uomini di Cento senza avvisare il Duca si 
resero e cosi tutto il popolo faceva grandissima allegrezza del suono 
delle cambiane e tiro dell' artiglieria e giMdar (Hulio e ('liicmia, «!<•-• 
elle inteso questo li consoli nostri con il Vicario del Din^a diod(»ro 
avviso albi Duchessa di Cento pregando sua Signoria ho voIohho av- 
visare quello averemo a fare e porU) la lettera Giacomo, llolo di 
Marco Ghello e cavalcò tutta la notte e arrivò a P'errara a or*' i\ 
e presentò la lettera. Inteso questo la Duchessa e il ('ardinah» di 
Ferrara si meravigliarono molto, perché il Cardinale <li Mant4)va al- 
lora lej;ato e il ))uca di Urbino gF avevano dato la f(;de di non mo- 
lestare il suo Stato sino alla ritornata del Duca eh*» ora andato a 
Ronia per accordarsi con la Santità sua, e subito mandarono un <a- 
valier al legato predetto a fargli intendere quello gli era stato \n'ih- 
messo e gli volesse avvisare T intenzione sua e comi s|«izzo il nostro 
messo e ci scrisse come T aveva avisiito detto legato e che non ce 
dovessimo rendere sino a tanto che non veniva la ri?((KiHta, o arrivò 
detto nostro messo a ore 20 e fu al 28 tM (h'tUf, iVro la mattina 
era venuto il dett/j Mazziere con delle lettere del I>*gato <• fa/'»*. a 
grande istanza che noi ci rende-'.-*imo, <• lì Ton-^^^li e uomini li da- 
vano buone parole prolun;^indo ptir «ino a tiinte rh^ veni--»'* tìcJhx 



64 R. DEPUTAZIONE 1>I STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

risposta Duchessa, né volendo lui aspettare andò alla Rocca e li fece 
entrare dentro gente perchè non li era nissuno, di poi venne in 
piazza e fece fare una grida per il messo che nissuna persona avesse 
a molestar il Vicario del Duca ne altra i)er8ona della sua famiglia 
e fatta la grida cominciò a gridar Giulio e Chiesa; sicché vedendo 
questo il popolazzo e contadini ancor loro similmente cominciarono 
a gridare, e certi giovani e putti andarono sopra la Torre e comin- 
ciarono a suonare d* allegrezza ; non era però ancora resa la terra 
in modo alcuno, né queste cose furono fatte di volontà delli Consoli 
et uomini del Consiglio, sicché detto mazziere andò a Cento; dopoi 
venne la risposta di Ferrara, come ho detto, e così deliberarono 
tutti li uomini tenersi a posta del Duca non venendo altro e misseno 
in la Rocca lacomo Santo apposta della Comunità. 

€ Item a dì 29 Giugno venne la licenza di celebrare messa a 
Cento et alla Pieve si che li preti di Cento che erano resi comincia- 
rono a celebrare messa, ma li preti della Pieve non volsero cele- 
brare perché ancora non erano resi alla Chiesa, et ancor li frati ce- 
lebrarono. 

€ Item a dì 28 a ore 20 ritornò detto mazziere col fattore de! 
Cardinale de Grossi e similmente domandò per i Consoli et uomini 
che si dovessero rendere a S. M. Chiesa per vigor del breve aposto- 
lico (*) e delle lettere del Rev.mo Legato di Bologna, et ancora presentò 
una lettera del predetto Rev.mo legato della relapsazione deir inter- 
detto e della licenzia di poter celebrar messa cum hac obbligatione 
che ciascheduno avesse a digiunare 4 venerdì e dir un pater nostro 
ogni giorno per un mese, sicché li consoli j^er tal causa fecero eoo- 
dunar tutti gli uomini del Consiglio e per non esser venuta risposta 
alcuna da Ferrara, salvo che una lettera del Rev.mo Cardinal di 
Ferrara directiva al Camerlengo del Duca che ancora teneva la rocca 
di Cento aposta di Sua excelentia, nella quale Io avvisava ciie quando 
fosse domandato da alcuno che si rendesse a S. ^I. Ciiiesa overo al 
Rev.mo Legato di Bologna clie si dovesse rendere senza resistenza 
alcuna deliberarono tutti concordi per rendersi a S. M. Chiesa e 
non ad altro e così si resero: et ipso fticto il factore in nome della 
S.tà di nostro Signore fece li consoli e massari per li mesi che ve- 
nivano di volontà di tutto il consiglio e così insieme con li consoli, 
eli' erano allora, elessero I^rtolomeo de Loi e Paolo Palcinar per con- 



(') Il breve di Giulio II. iu data del 14 giiipno 1512, è riportato dal Barnltaldi 
(op. ms. cit. ; voi. II: pag. i55: Ardi. cit. di Cento). 



LA DOMINAZIONE DEGLI E8TBKS1 A PIEVB DI CENTO. 65 

soli e Sebastiano di Aigoni per Massaro e dette il giuramento e 
detti consoli e massaro e tutti li uomini del Consiglio d* esser fedeli 
a S. Madre Chiesa, e per tal causa si fecero grandissime allegrezze 
di salva, sonar campane e trar artiglierie e così la mattina seguente, 
che fu li 30 di Giugno, cominciarono li nostri sacerdoti a celebrar 
messa per la licenza a lor concessa dal prefato Rev.mo Monsignor 
Legato. 

< A dì 4 Luglio in Domenica arrivò messer Camillo Malvezio a 
Cento per vicario suo insieme con messer Baldassare Morbido vicario 
della Pieve il martedì che fu li 6; il vicario del Duca allora si 
partì. 

€ Nel medesimo dì arrivò alla Pieve messer Gentile Balliono 
con circa 80 uomini d' arme per alloggiar dentro della Pieve, sicché 
gli uomini fecero tanto che alloggiò la sua persona con circa 00 
cavalli soli dentro e il resto andò alloggiare a Massumatico, a S. Al- 
berto e r istesso in la Pieve in dette ville per tutto, soldati 16 sino 
a 17 si partirono e andarono alloggiare a Venanzo e a Gralliera e 
li 9 e li 10 ne alloggiai 2 ragazzi prò veduti a mie spese. 

< Item li 18 Luglio arrivò a Cento un altro Signore con circa 
100 uomini d' arme e voleva alloggiare dentro da Cento e gli uomini 
non lo vollero accettare, sicché vedendo così andò al corpo del Reno, 
e in quelle ville, a Cento circonvicine, alloggiarono; dietro quello gli 
vennero circa 50 fanti li quali pur volevano entrare e allogiar in 
Cento e li uomini non vollero che entrassero, sicché il capitano di 
detti deliberò voler entrare o per amore o per forza e lì comincia- 
rono una battaglia, sicché gli uomini di Cento si misero tutti in 
arme per voler difendersi che non entrassero, e, vedendo questo li 
consoli, andò suso il Paradore il console Geronimo de' Bianchi per 
voler parlare con quello Capitano e vedere d'accordarsi con lui che 
gli volevano dare vittovaglia fuori e, in quello instante che chiamava, 
uno fante tirò un archibugiata a detto console sotto lasina (^) e 
lo passò da uno canto all' altro in modo che lì cascò morto, onde 
vedendo queste gli uomini di Cento cominciarono ancor loro a tirare 
a detti fanti per tal maniera che se non si buttavano in un fosso ne 
a mazza vano, più di 50 ma solo ne ferirono 3 e ne mazzarono uno, 
sicché detti fanti irati trascorsero per la guardia di Cento e ammaz- 
zarono quante bestie trovarono e rovinarono tutte le canape e batte- 
rono li formenti e li bruciavano e altre disonestii in modo che fe- 

0) laaina = ascella. 



66 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

cero grandissimo danno agli uomini di Cento e ancora a quelli della 
Pieve in Malafitte, pensando che fosse guardia di Cento. Doppoi an- 
cora ritornarono per voler entrare e lì volevano dare un altra 
battaglia ma li consoli nostri della Pieve insieme con molti uomini 
pregarono il detto Signor Gentile Baliono che era alloggiato alla 
Pieve che volesse vedere di prò vederli e acquetarli acciò non ingros- 
sasse il male, sicché andò a parlare a detto Capitano e doppoi parlò 
agli uomini di Cento e gli accordò che gli prendessero dentro e così 
vi entrarono e stettero quieti, e tutti gli uomini di arme lì stettew 
due dì e ancora pagarono ducati undici d' oro perchè si partissero, 
sicché si partirono e andarono a Rinazzo e Spilimberto > (*). 



* 



A questo punto la cronichetta non racconta più che fatti 
insignificanti e che noi tralasceremo di riportare. Ci ha però 
informati abbastanza ; contentandoci di sapere che in ultimo 
i*ebbe vinta il Pontefice, auguriamoci, poiché tutti i docu- 
menti tacciono, che i Terrazzani sieno stati lasciati tranquilli 
almeno fino alla sua morte, che successe ai 21 di febbraio 
del 1513, poiché dopo quest'avvenimento si sa che cambia- 
rono di nuovo signoria: infatti, appena il Duca di Ferrara ebbe 
intesa la malattia pericolosa di Giulio II, correndo in Ro- 
magna, in compagnia di Giulio Tassone, riacquistò Lugo, Ba- 
gnacavallo ed altri paesi ; e ai 27 febbraio anche Cento e 
Pieve ('), al governo delle quali destinò il cap. Sigismondo 
Piapane. E, agli 11 di marzo, assunto al pontificato il Car- 
dinale Giovanni de* Medici, primo pensiero di Alfonso d'Esto 
fu d* impetrare dal Papa il suo assentimento intorno al go- 
verno delle due Castella. Fu esaudito: con breve del 14 giu- 
gno 1514, Leone X confermava il diritto del Duca di pos- 
sedere Ce;ito e Pieve f), e cosi i Terrazzani poterono 

(*) Tanti dei vocaboli che ricorrono in questa cronichetta, ora sono 
scritti in un modo ora in un altro. Non si creda che ciò sia avvenato 
per colpa nostra, ma abbiamo fedelmente riprodotto ogni parola, anche 
per r ortografia, come trovavasi nel Ms. 

(*) Muratori (op. cit. ; voi. cìt. ; pag 315). — A. Frizzi (op. cit.; 
voi. IV; pag. 272). 

(^) Muratori (op. cit.; voi. cit.; pag. 315, 317). 



LA DOM IN AZIONA DEGLI ESTENSI A PIEVE DI CENTO. 67 

finalmente godere un po' di riposo e rifarsi delle dure fa- 
tiche passate. Ma la loro pace durò disgraziatamente sei 
anni soli; intanto, appena si seppe che il Pontefice aveva stretto 
una lega con Carto V a danno di Francesco l Re di Francia, 
nelle due terre si incominciò subito a temere della presente 
tranquillità. Quindi incominciata che fu la guerra, e allorché 
Alfonso I intese che la guerra finir doveva a casa sua, 
con quanta gente potè radunare, ai 5 di settembre del 1521, 
passò da Pieve e fu al Finale e di questo s* impadronì scac- 
ciando i papalini, e circa un mese dopo (ai 6 d'ottobre) 
Prospero Colonna, che col Marchese di Pescara e col Conte 
Guido Rangoni comandava le milizie ecclesiastiche, « mandò 
un trombettiere a Cento e alla Pieve onde gli abitanti ri- 
cono:^cessero il Papa, e, caso che no, si preparassero a so*- 
stenere immensi danni ». 

I due popoli, radunatisi, decisero di sottomettersi se il 
Duca non avesse loro mandato aiuto: questo non venne, e 
r esercito nemico avvicinandosi, ai 10 dello stesso mese le 
Comunità consegnarono le chiavi a Federico Marchese di 
Mantova, generale dell' armata (^). 

II Vescovo Antonio Pucci, commissario del Cardinal de'Me- 
dici, vicelegato di Bologna e luogotenente generale della guerra, 
si dichiarava signore de' Castelli ('), e, con un decreto luogo- 
tenenziale (13 ottobre 1521), Cento e Pieve venivano riuniti 
al contado di Bologna, cioè sottoposti alla giurisdizione dei Le- 
gati (^); ma un Breve Pontificio, ad un sol giorno di distanza 
( 14 ottobre 1521 ), commetteva al vicelegato di Bologna di 
restituire le Terre al Vescovo (^). 

• 

(^) MoNTEPORTi (op. ma. cit -, voi. cit ; pag. 317 e segg. ; Arch. cit. 
di Cento). — Il Fri«zi però (op. cit. voi. cit.; pag. 287), che è più 
attendibile del Montcforti, dice che Pieve fa aenz' altro Decapata ai ii 
di ottobre da Camillo GozEadini, che era appanto al servizio del papa. 

C) Gaudenzi (op. cit.; pag. &5). 

(•) Il doc. è riportato dal Monteforti (op. ms. cit; voi. cit; pag. 
^1; Arch. cit di Cento) e dal Gaudenzi ( Doo relat alla canea cit; 
pag. 140). 

(*) Doc. segn. A; lib. 7, N. 39 (Arch. cit di Bologna). 



$8 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Se Alfonso I videsi mai fuor di speranza di riacquistare 
i suoi tenìmenti, questa fu la volta; e tauto più quando in- 
tese che anche Parma e Piacenza erano cadute in mano del 
Papa. Eppure non era ancor giunta V ora stabilita dal de- 
stino onde Ferrara, Cento e Pieve dovessero per sempre 
uscire dalla Casa d'Este, poiché Leone X al 1.** di dicembre 
del 1521 mori e gli successe nel gennaio del 1522 Adriano VI. 

Alfonso I, udita la morte del Pontefice, non tardò punto ad 
approfittare deir occasione di correre alla Pieve per riaverla. 
Infatti nel 18 dello stesso mese ed anno, con 11000 soldati 
passò air assedio della Terra, ma questa resistendo, e rag- 
guagliato il Duca che da Modena si avvicinavano delle mi- 
lizie pontificie, guidate da Camillo Gozzadini, per il momento 
«i ritirò per ritornare poco dopo quando fu libero dal ti- 
more delle genti ecclesiastiche. Allora la comunità della 
Pieve ricorse in Roma al collegio dei Cardinali che per 
l'assenza del Pontefice (era stato eletto mentre trovavasi 
in Ispagna) reggevano gli afiari dello Stato; i Cardinali dap- 
prima cercarono di ottenere, per mezzo di terze persone» 
che Alfonso I lasciasse quieto il Castello, ma visto ciò essere 
inutile (') gli scrissero una lettera, in data del 28 gennaio, 
pregandolo di aspettare, che non si troverebbe scontento (*). 
Il Duca si persuase e aspettò, fino a che i Terrazzani, per un 
caso inaspettato, gli si dettero spontaneamente. La ragione fo 
che il Reno, il quale spandevasi nelle paludi a mezzodì e a po- 
nente di Cento verso Finale, prendeva d' un tratto un nuova 
corso in seguito ad una rotta terribile che fece temere la di- 
struzione della Pieve (^). Mandarono dunque oratori a Fer- 
rara ai 10 di marzo, implorando il perdono del duca (^), e 
ciò non fu certo senza un senso di egoismo, sicuri che da 



(*) MoNTEFORTi ( op. ms. cft. ; voi. cit. ; pag. 274; Arch. cit di Cento ). 

(^) Il doc. è riportato dal Monteforti ( op. me. olt ; voi. cit. : 
,pag. 275; Arch. cit di Cento). 

(3) A. Orsini (Miscellanea di stud. stor. contesi; pag. 10). 

{*) Gauobkzi (op. cit.; pag. 96). — Maratori (op. cit.; voi. cit; 
pag. 328). 



LA DOXIKAZIONB DBOLI ESTBK8I A PIBVB DI CENTO. 69 

ini e non dal papa avrebbero potuto essere salvati con opere 
4ì difesa in avvenire dalle furie del fiume, e infatti non s'in- 
gannarono ('). Venuto dipoi in Roma alla fine di agosto 
Adriano VI, questi con breve del 6 novembre 1522 annullò 
il monitorio di Leone X, assolvendo il Duca dalle censure e 
confermandogli il possesso di Cento e Pieve ('). 

Il Pontefice mori circa un anno dopo e gli successe Giulio 
de* Medici, col nome di Clemente VII. Temette dapprima 
Alfonso I, per una sequela di circostanze, che dovessero can- 
giare aspetto le cose, ma invece, ai 15 marzo 1524, consegui 
un breve di sospensione sopra le sue pretenzioni, circa cioè 
la restituzione di Modena, e sopra quelle del Papa che voleva 
Reggio, Rubiera, Cento e Pieve ; cosicché queste rimasero 
definitivamente alla Casa Estense (') che le godette fino al 
1598. E in questo intervallo di tempo nessuna notizia si ha 
che i nostri terrazzani abbiano sofferto danno alcuno da parte 
di altri pretendenti e poterono quindi essere da Alfonso I sod- 
disfatti in uno dei più ardenti loro desideri, in quello cioè di 
veder definiti una buona volta i confini tra il loro paese 
e Cento. 

I confini erano stati tracciati fino dal tempo in cui era ve- 
scovo di Bologna Nicolò Albergati, ma pel corso di quasi un 
secolo, erano stati fomite di continue discordie fra i due Co- 
muni, a causa del nuovo corso che il Reno aveva preso. 

II Duca delegò commissari dei duo paesi per comporre la 
vertenza, ma non essendo essi riusciti nelT intento, mandò al- 
lora Giacomo Alvarotti suo consigliere e lo fece arbitro della 
quisiione. L' Alvarotti. convocò i magistrati di Cento e della 
Pieve e udite le loro ragioni, pronunziò sentenza con la quale 
decise che il territorio di Cento a levante e dalla parte della 
Pieve, si estendesse al di là del Reno fino agli argini più vicini 
alla stessa Pieve (*). 

(M A. Orsini (op. cit; pag. 11). 

O MoNTBFORTi ( op. His. cit ; vol. cit ; pag. cit.; Arcb. cit. di 
Cento). ~ Qaudbnzi ( Doc. relat. cit.; pag. 143). 

(') MoNTBFORTi ( Op. ms. cit. ; voi. cit; ad an.; Arch. cit di Cento). 
(*) A. Orsìki (op. cit; pag. 12, 13). 



70 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Morto Alfonso I ai 31 di ottobre 1534 o successogli il 
figlio Ercole II, la Comunità di Pieve si affrettò a mandarla 
ad ossequiare e a richiedergli V approvazione di tutti i pri- 
vilegi che sotto il padre di lui godevano, e il duca li ac- 
contentò con decreto del 15 novembre dello stesso anno (*). 
E, cosi, prima che il nostro Castello si trovasse nuovamente 
fatto bersaglio delle rappresaglie di altri potentati, dovet- 
tero ancora morire i duchi Ercole ed Alfonso IL 

Gli Estensi governarono con assai saggezza e con bene- 
volenza verso i sudditi ; non fecero però mai nulla di serio 
né d'importante da rigenerare un po' la nostra Terra rovi- 
nata dalle guerre e dalle carestie, ma si occuparono almeno 
di liberare il Paese ed i Territorii circonvicini dai banditi 
(ed era del resto un bene per tutti) che obbligati, o per la 
loro malvagità o per odio politico, a viver fuori della patria, 
rendevano continuamente infeste le compagne ('). 

Q) Il doc. è riportato dal Monteforti (op. ma. cit.; voi. cit.; ad. ao.; 
Arcb. cit. di Cento ). 

{') Fin dal 1470 si ebbero a deplorare diverse baruffe anche dentro 
la stessa terra di Pieve. Erano 20 anni che nn tal Lorenzo Beuzetti 
era stato ucciso in Pieve per ordine d* un Checco TuttoJboni e per 
mano di un Nanne de* Chiarini, essendone cacciati ad un tempo i 
figliuoli e la famìglia. Or bene, ai 14 luglio dello stesso anno 1470 i 
figliuoli di Lorenzo Benzetti (altri dice, Bencetta) si recarono armati 
con altri compagni in Pieve ed uccisero il Tuttoboni gridando: Fìva 
« il Vescovo e la lega e chi è amico del Bentivogli venga in Piazza. 
« Ed ecco gli uomini del Castello brandir le armi, correre alla Piazza, 
« appiccar badalucca: poi ritiratisi, i due partiti si fortificarono nelle 
€ migliori case in parte opposti, intesi sempre a danneggiarsi come 
« meglio potessero. Venne fatto per tanto avvertito delle baruffe il 
€ Reggimento di Bologna, il quale vi mandò il Vicario del Vescovo 
« con 50 fanti e alquanti cavalli che giunti alla Pieve fecero prigioni 
€ un Pietro Chiarini, Francesco Ballante (altri dice^ Balate)^ Giacomo 
« Zola ( altri dice^ Criacomo delV Olla ), Francesco G uri ni ( altri dice 
€ Chuirini)^ Natale Zolla e Paolo Guicciardini che in Bologna carce- 
€ rati vennero ed esaminati e confessi rei delT omicidio del Tuttoboni 
€ e di altri uomini. Il perchè i primi di costoro furono appesi pel colio 
« alle forche e il Guicciardini decapitato ai 2B Luglio > Cronaca 
Miscella (R. I. S. ; voi. XVIII ; col. 781) — . Muzzi (Ann. di Bologna; 
voi. V; pag. 21 ). 



LA DOMINAZIONE DEGLI ESTENSI A PIEVE DI CENTO. 71 

Morto il duca Alfonso ai 27 di ottobre del 1597 senza 
figli legittimi naturali, e avendo lasciato erede un suo cu- 
gino, don Cesare d'Este, fu reputata invalida tale disposi- 
zione dal Pontefice Clemente Vili e tosto fu intimata la 
guerra, 

€ I figli del Benzetti però si fuggirono e non fu possibile al reg- 

< gtmento d' averli. Se non che stando essi fuori, dati essendo in 

< Nanne Chiarini, uccisore del padre loro, lo trucidarono barbaramente 

< gridandoli : Or va a tener compagnia a Checca Tuttohoni, £ si po- 
« fiero vagabondi alla campagna. > ( Cronac. miscel. cit ; voi. cit. ; 
col. eit. — Muzzi; Ann. cit; pag. cit.; voi. cit). Gli sforzi adunque 
dell! Estensi furono spesso intesi a liberare le vicinanze di Ferrara, 
di Pieve e di altri paesi dai malviventi del genere del Chiarini e dei 
Benzetti : Ai 29 dicembre del 1542, per esempio. Ercole II, a proposito 
dei banditi che travestiti e armati commettevano in Pieve degli omi- 
cidi, scriveva alla Comunità : € Dicemo che faciate fare una publica 
€ crida in nome nostro che sotto pena della nostra disgrati a et de scudi 
« cento de oro d' applicarsi alla Camera nostra ed de cinque trati 
« de Corda per cadauno, nessuno ardisca de venir per comettere simili 

< dellicti in dieta nostra terra, né intrar in essa in armata in modo al- 

< cune. Et intrandovi alcuno bandito et altri in sua compagnia per 

< simili effetti et che siano amazzati ; quelli che gli amazzano non 

< cadano in alcuna pena. » Stat mss. cit. ( Arch. cit di Pieve ). 

Ma neanche questo bando bastò, e ai 29 maggio del 1547 il Duca 
Ercole II spediva una provisione a stampa che diceva : Provisione 
€ centra li banditi dello stato dello Ill.mo et Ecc.mo Signor Duca di 
€ Ferrara. Intendendo lo Ul.mo ecc. li grandissimi inconvenienti et 
€ scandali che accascano nelle sue città di Modena ecc. et altri 
€ laoghi del dominio e stato di sua eccellentia per la sicurtà che 

< bano li delinquenti nel li luoghi proprinqui alle dette citade. Et ve- 

< dendo che V haver più volte essa Sua Eccelentia fatta intendere 
« amorevolmente alti soi feudatari che non abbiano a dar ricapito 
« a simili tristi non giova, ansi che sono tolerati et fomentati nelli 

< loro castelli eee, per la presente sua publica crida e vuole et co- 

< manda che non sia persona alcuna abitante nel dominio e stato di 

< sua eccelentia de che Conditione grado et prominenza si voglia etc. 

< che avesse giurisdictione nel dominio di quella che ardisca di dare per 

< qualsivoglia modo o via in alchun luoco di esso suo ducato et statto 
€ a bandito alcuno del dominio dt lei et per qualunque causa si sia ne 
« ricettarli per transito ne dar o far dar loro Vetuaglia o altra como- 

< dita favor aiuto et indirizzo, et quelli che bora si trovassino in detti 

< luoghi d* essi feudatarij subito et senza eccetione alcuna ne siano 



72 R. DBPUTÀZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Del resto il nuovo Duca non aveva perdalo tempo, ma 
aveva fatto subito presidiare la Pieve ('), per quanto Alfonso 
Paleotti, arcivescovo di Bologna, si fosse a sua volta affret- 
tato, fin dal 28 ottobre dello stesso anno, di 'dichiarare la 
Terra devoluta alla Curia ('). Ma Cesare d'Este fu anche 
scomunicato, il che mosse alcuni religiosi ad andar qua e là 



€ licentiatì sotto pena, se sarano saoì feudatari Contrafacentì, di pagar 

< trecento ducati d' oro in oro alla fabrica della forti ficatione della 

< Cita di Modena. Allì suditi o non sudditi de sua Eccelleotia babi- 
« tanti però nel dominio o stato di quella che non siano feudatari se 
€ impone pena, controfacendo a quanto e supra scritto, de scudi Cento 
€ de oro da esser applicati com' è detto di sopra. Et se non bavranno 

< il modo di paghare, la pena de cinqtie &ati de corda et de star dui 
« mesi in prigione et più e meno ad arbitrio di Sua Ecc.tia secondo la 
« qualità delle persone, et olti'a ciò se intima et fa noto cbe se dui di 
« doppo la pubblicatìone di questa crida, alcbuno bandito si ritroverà 
€ in Castelli Ville o giurisditione di essi foudatarij sua Ecc.tia volle 
« che li suoi governatori Comissarij et officiali mandano a pigliarli per 
« li bargelli et executori suoi ovunque si ritrovarano senza più far in- 
« tendere alli detti feudatari cosa alcuna, et se alcuni de essi overi 
« alcuni loro officiali o ministri presumerà de opporsi a tale ezecutione, 
« subito e senza alehnna eccetione se intenda esso feudatario esser caduto 
€ in pena de la indignatione et disgratia di sua JScc.tia et che habbia 
€ da esser castigato o più o meno che pena afflittiva del corpo secondo 
« che ad essa sua eccAia parerà che meriti la qualità del caso et se sarà 
€ persona di altra conditione che si oppongha a ditta exeóutione se in- 
« tenda e sia in effetto caduta in qìiellapena nella qualle si trovasse condcn- 
€ nato lo istesso delinquente il qual essi cercassero di far fugire dalle 
€ mane de li executori ; et a fine cbe nissuno possa de ciò pretender 
€ ignorantia, sua Ecc.tia a ordinato che questa crida sia posta in 
€ stampa ecc. Voìe anco e comanda essa sua Ecc.tia cbe ogni volta 
« cbe si sentirà qualche ruuiore nelli preditti luoghi si de giorno corno 
« di notte et cbe gli babitanti non ne sapendo la causa vi concurrepser 
€ con le armi, et trovato poi cbe detto rumor fusse per causa de exe- 
« cutione che facesse o volesse far qualsivoglia Bargello di sua Ecc.tia, 
€ siano obbligati mentre che sarano presenti di dar al ditto Bargello 
€ tutto quello sussidio et aiuto cbe potrano et contrafacendo se inten- 

< dono esser caduti nella pena di Cento scudi d'oro ad esser aplicati 

< corno è detto di sopra >. Stat mss. cit. ( Arcb cit di Pieve). 

(») Frassoni; Memorie stor. del Finale; P. P ( pag. 110). 
(*) Lib. segn. 10 ; N. 50 ( Arcb. cit. di Bologna ). 



LA DOìIlNAZIONB DEGLI ESTENSI A PIEVE DI CENTO. 73 

• 

per le terre del duca a persuadere gli animi, diversamente 
combattuti ed oppressi, perchè sfuggissero i perniciosi effetti 
delle scomuniche e degli interdetti, onde molte Comunità, 
atterrite, deposero ogni idea di resistenza e si dichiararono 
in favore della Chiesa. Fra quelle si notano anche Cento e la 
Pieve, le quali fecero sapere al Cardinale Aldobrandino, ni- 
pote del Papa, di essere a disposizione della S. Sede (*). Fra 
coloro però che resistevano, c'eran gli uomini del Finale, i 
quali, avendo avuto lettere ed oratori perchè defezionassero 
e si collegassero con Cento affine df difendersi vicendevol- 
mente dai risentimenti del duca, non solo rigettarono ogni 
proposta, ma s' inoltrarono fin sotto Cento, mettendo a ferro 
e a fuoco il territorio e chiamando felloni gli abitanti. 

Questi che si erano rinchiusi nel Castello, perduta la pa- 
zienza, uscirono fuori e si azzuffarono rabbiosamente : forse 
i (Jentesi avrebbero avuto la peggio, se quei di Pieve ( caso 
strano ) non fossero sopraggiunti in loro aiuto, dimodoché i 
finalesi dovettero ritirarsi con gravo perdita de' loro ('). In- 
tanto anche Cesare d' Este, viste le defezioni delle sue Terre 
e pensando che inutile sarebbe stato resistere alle forze pon- 
tificie, come a tutti è noto, ai 13 gennaio 1598 capitolò, ce- 
dendo il Ducato di Ferrara con tutte le pertinenze di Cento^ 
Pieve, Lugo, Bagnacavallo ed altri distretti della Bassa Ro- 
magna alla S. Sede. 

Dopo questa capitolazione era logico e giusto immaginare 
che i nostri dovessero tornare al vescovo, molto più che an- 
che durante la dominazione degli estensi per tre volte si 
erano rinnovate lo investiture, consenziente la curia ; cioè : 
ai 16 dicembre 1540; ai 16 novembre 1555, e ai 30 no- 
vembre 1561 ('). Infatti il Vescovo n'era cosi persuaso che, 
sollecitamente partito da Bologna, giunse fin sotto Pieve per 
prenderne il possesso. Ma qual fu la sua meraviglia nel tro- 



(^) Landi ( op. cit. ; pag. 254 ). 

(^) Mem. mass, cit del Melloni; pag. 152, 153 ( Arch. cit di 
Pie?e ). 

(*) Cassini (op. cit.; pag. 118). 



74 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

var chiuse le porte! (*) Non gli rimase che tornarsene in- 
dietro; mentre ai 30 dello stesso mese di gennaio 1598, il 
cardinal Orazio Spinola, venendo a Pieve, solennemente la di- 
chiarava devoluta al Pontefice, confermava la medesima Terra 
sede di giusdicenza civile e criminale (*), deponeva dalla ca- 
rica di vicario il dott. Francesco Torbidi e tutti gli altri 
ufficiali creati dall'Estense, nominando invece governatore un 
tal Remedio Santi di Fiorentello (') con giuramento, s'intende, 
di ubbidire alla Chiesa. Quindi, ai 9 di maggio dello stesso 
anno. Clemente Vili portandosi a Cento e a Pieve, dimorò 
a lungo in quest'ultima {*) e nel giugno emanò una costitu- 
zione per cui le due Castella venivano incorporate e unite a 
Ferrara (*) dove risiedeva un Legato. 

Il Vescovo di Bologna, d'altra parte, solo perchè costretto 
in forza dell'obbedienza dovuta al papa, si piegava a disco- 
noscere i diritti della chiesa di Bologua su Pieve, acconten- 
tandosi di una congrua ricompensa (*); e cosi i pontefici po- 
terono mantener sempre il governo della Pieve fino all'in- 
vasione francese, costretti anch' essi questa volta di cedere 
alla forza, mentre uno di loro. Urbano Vili, si era nel 1639 
riso di un' umile supplica del senato bolognese con la quale 
esortavanlo a rilasciare il Castello alla Mensa arcivesco- 
vile 0. 

Amedeo Pellegrini. 



(>) MoNTEFORTi ( op. clt ; voL III; pag. 376;Arcb. cit. di Cento). 

(') A. Frizzi (op. cit; voL V; pag. 19). — Landi (op. cit; 
pag. 255). 

(') Mcm. mass, cit del Melloni, lib. grande ; pag. 158 ( Arch. cit di 
Pieve ). 

(*) Landi (op. cit; pag. 25*7). 

(5) Il doc. è riportato dal Monteforti (op. ma. cit; voi. cit; pag. 
379; Arcb. cit. di Cento). 

(*) Gaudbnzi (Doc. reiat cit; pag. 146). 

(^) Il doc. è riport dal Landi (op. cit; part. II; pag. 76). 



A PROPOSITO DI IMOLA E DI MELDOLA 

NOMI DI ORIGINE LONGOBARDICA 

ED ETIMOLOGIA DI MIRANDOLA 



i' 



Ci 



lirca un mese fa ho pubblicato un lavoro sulle etimolo- 
gie à' Imola e di Meldola che può essere riassunto e com- 
pletato nei seguenti termini: 

Imola, nei più antichi documenti del secolo Vili, si pre- 
senta sotto la forma Imulas od Immulas con aspetto d' un 
accusativo femminile plurale dovuto certo ad una ricostru- 
zione letteraria o ad una svista di amanuense che si andò 
poi ripetendo per lo spazio di parecchi anni in altre scrit- 
ture come si hanno esempii numerosi per altri nomi locali. 

L'errore fu, nel fatto, riconosciuto e emendato al IX se- 
colo, sicché nei secoli seguenti non se ne trova più traccia. 

La forma infedele e capricciosa fu cosi sbandita per sem- 
pre e trionfò quella che ancor oggi si dà a conoscere nel 
suo definitivo assetto letterario, a parte cinque o sei varianti 
grafiche: Imulla, Lmnola, Immolla, Ymola, Ymmola, Ym- 
tncdla e le forme dialettati concorrenti Jèmmxila, Jèmmla, 
Jùmmla, 

Queste ultime però, anziché porre ostacolo al miglior 
intendimento della parola, servono in qualche modo ad illu- 
strarla maggiormente. 

Non essendo fatta menzione di Imola nelle iscrizioni, ne- 
gli itinerarii e nei classici antichi, ma solo negli autori e 
nelle carte del medio evo è naturale l'immaginare che sia 



76 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

un nome postromano, come dall'analisi etimologica è dato 
inferire eh' esso è posteriore all' invasione dei cosi detti 
Barbari. 

L' oblio in cui cadde il nome di Forum Cornelii, mentre 
sono rimasti supe^rstiti, se pur logorati dal lungo uso e dal 
tempo, quelli di Forum Livii (Forlì, dial. Furie) e di Forum 
Popilii (Forlimpopoli, dial. Frampiil), si deve forse attri- 
buire, non solo a quella curiosa caducità di molti composti 
di forum, quali furono nella Gallia Cispadana Forum Alieni 
e Forum Gallorum, ma altresì alla importanza che ha do- 
vuto assumere la città sotto il dominio dei Longobardi o alla 
voga che presero i nomi proprii germanici in queir epoca, 
fino al punto di far temere il naufragio di quelli che ave- 
vano altra origine, qualora si ammetta il fatto improbabile 
che Forum Cornelii abbia appartenuto ai Longobardi per un 
tempo cosi ristretto da non permettere la sostituzione d' un 
nome loro. 

Le parole colle quali io veniva ad ammettere cosi, sotto 
il vincolo d' un « forse », un soggiorno più o meno prolun- 
gato dei Longobardi ad Imola, io le mantengo ancora per 
ragioni linguistiche, conservando loro però il medesimo ca- 
rattere ristrettivo e dubitativo di allora, ricordando eh' io 
le aveva ancor più mitigate nel loro senso primitivo col sup- 
porre altresì che 1' origine del nome fosse dovuta « alla voga 
che avevano preso i nomi germanici a queir epoca », tale 
da estendersi ad altri lerritorii che non fosse il loro pro- 
prio. 

Il nome d' Imola è dunque, secondo me, uno dei tanti 
nomi proprii d' origine teutonica rimasti alla terra, al castello 
posseduti una volta dal portatore di esso, postuma rimem- 
branza, neir ordine topografico, presto cancellata nel suo si- 
gnificato storico, come già in molti casi il nome proprio per- 
sonale aveva perduto molto tempo innanzi, nella coscienza 
di chi lo portava e di chi l'udiva, il suo significato attri- 
butivo. 

Questo nome, nella sua forma maschile, sarà stato Imulus 
ben accertato dai documenti medievali per es. in atto di 



A PROPOSITO DI IMOLA E DI MELDOLA. 77 

donazione del 771 (Troya — Cod, dipi, long, V, 606), nei 
quali documenti s'incontrano anche, come membri sparsi 
di una grande famiglia onomastica: Immtis, Imma, Immo, 
'Onis, Imico, Imica, Imoco, Imizo, Imiza, Imma, Imitanco, 
Imenaldy Imelpert, ecc. 

In carte emiliane e romagnole di differenti epoche si 
hanno: Imma, Imita, Imilgina, Imilbella, Imelperga, Imel- 
irxida, Imilda, Imelda, Imeldina e hniza, tutte donne, al- 
cune delle quali, come per es. Imma ed Imilda, entrambi 
contesse, avevano dimora in quello stesso territorio imolese 
che rispecchiava la parte più rifulgente del nome loro. 

Le forme semplici, da cui poi si svolsero le più complesse, 
sono naturalmente Immus ed Imma e derivano direttamente 
da un tema im-, che secondo I* etimologia più verisimile, quella 
cioè di Wilhelm Bruckner, sarebbe una riduzione dell* ant. 
nord, imr col significato di « lupus ». Da imr si sarebbero 
svolti Immo, Immeltruda, Imitanco, ecc., come da ram(m)r 
si è venuti a Ramo, Ramingo, Ramigis, Ramiperiiis e da 
almr sono usciti fuori Almarictis e Almoinus. 

Ma che mai avrà potuto essere Imula nel momento della 
sua adattazione toponomastica ? Un nome di uomo o un nome 
di donna, e, nel primo come nel secondo caso, con quale va- 
lore grammaticale e lessicale adoperato? A tal proposito, tre 
congetture si affacciano alla mente dello studioso per risol- 
vere la questione. La prima che fosse un nome di uomo 
(hnuliis) adoperato con funzione apparente di aggettivo, an- 
terioramente unito a un nome femminile che si può supporre 
essere stato villa, ciirtis o simile e poi lasciato solo come 
avvenne altrove coi nomi in -^ius, -acus, -anus, ecc.: Anti- 
stiana, Arriaca (Itin. Aton.), Cantilia (Tab. Peut.), Deren- 
tiaca (Itin. Jerusal.) e cosi via. La seconda che fosse un so- 
stantivo d'apposizione delFuno o dell'altro genere alla ma- 
niera di alcuni nomi comuni e di altri nomi di luogo di differente 
fattura. La terza che si tratti veramente di un nome di donna 
impiegato prima nei varii accidenti casnali e poi cristallizza- 
tosi in uno di essi, come il Flechia accenna, sebbene poco 
esplicitamente, per certi toponimi in -enga, anch' essi di ori- 



78 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PKR LA ROMAGNA. 

gine germanica, quali Gi/lenga (Novara), Berardenga (Sa- 
nese), Berlenga (Cremona), Landarenga (Grigioni) col signi- 
ficato di 4c possessione di Gebelinga » ; < possessione di Be- 
rardenga », (*) ecc. 

Quest' ultima supposizione, pel caso nostro, sembra la più 
ammissibile e perchè nomi di donne associati al pieno eser- 
cizio del diritto di proprietà territoriale s' incontrano sovente 
nelle carte antiche, a partire dall'epoca longobardica, e per- 
chè i nomi svoltisi sopra luogo da Imo e Ima^ quello d' Imila 
(più vicino ad Imula) compreso — patronimici e matroni- 
mici, poco importa — risultano tutti, in forza dei miei spogli 
e dello mie citazioni, come appartenenti al genere fem- 
minile. 

Giova avvertire però che Imula è probabilmente un nome 
ibrido a cagione del suffisso latino -ulus, -ula, più tardi olus- 
-ola aggiuntosi a /m-, non saprei dir quando, dove, né per 
quali influenze, forse prima che penetrasse nel territorio in 
cui si fissò susseguentemente come nome di persona e nome 
di luogo, il che si rileva da antichissime forme simili ad 
esso, ben documentate, e, da quanto si può inferire, ibride 
anch' esse, quali sono da un lato : Adulus, Albulics, Ansulus, 
An stila, Antulus, Anuliis, Arardalus, Bennulus, Giberiulus, 
Graduine, Isnardulus, Paldulus per Baldulus, Ricchu- 
lus, ecc., e dall'altro: Amolus, Baldolus, Bartholus, Guai- 
tirolus, Giiidolus, Henricolus, Maldolus, Ch^landolus, ecc., 
alcuno delle quali, per avventura, anziché sdrucciole avranno 
potuto essere piane. Come ho già accennato altrove, esse 
vanno forse distinte da quelle in -ilus e in -ila a cui appar- 
tiene Imila. Questa distinzione, importante quanto mai, è 
appena fatta dai filologi tedeschi, alcuni dei quali ci fanno 
sapere come il suffisso -/ (comprendente i nomi in -il- e -w/-), 
formatore di nomi germanici, con significato in prima dimi- 
nutivo, divenisse presto, secondo T espressione di Fòrstemann, 
un elemento di derivazione senza caratteristico significato : 
4c sinkt es schon friihe einem bedeutungslosen ableitungsele- 

(^) Di alcune forme di nomi ìocaliy ecc., p. 97. 



A PROPOBITO DI IMOLA B DI MBLDOLA. 79 

mente herab », fosse di origine incerta e facesse la sua appari- 
zione fin dal III secolo ('), cioè molto prima che V invasione 
longobardica in Italia, provocata comò si sa dall' eunuco Nar- 
sete, nella terza metà del IV secolo, avesse avuto luogo. Su 
questo capitolo i grammatisti tedeschi non sono a vero dire 
molto espliciti. Ecco tutto quello che dice il Bruckner in 
proposito, dal punto di vista delle equivalenze morfologiche e 
di una sostituzione che sarebbesi compiuta in Italia: « Ganz 
besonders hàufig ist es, dass bei Kurznamen an Stelle des 
deutschen Deminitivsuffixes -i7o resp. -ido das latein. -ulus 
getreten ist : so in Herftdus, Ansulus, Periulus^ Taculus, 
Sindulus, Scaptuliis, u. a. Richtig Igbd. kònnen diese For- 
men nicht sein, da ja den deutschen Kurznamen schwache 
Deklination zukommt » (*). 

Imula ha dovuto dunque essere una ricca e possente 
donna, consorte di qualche illustre signore nei tempi della 
dominazione longobardica, il cui nome, trasmessosi prima in 
cerchio ristretto alla corte o al castello sul quale aveva ci- 
vile politica potestà, si sarà più tardi insensibilmente esteso 
alla nuova città che si andava formando intorno ai suoi do- 
minii, sulle rovine dell' antica. 

Ho tolto di mezzo la parola « franca » ch'io aveva col- 
locata dopo longobardica prima che nessuno me ne movesse 
appunto, come lo provano gli ultimi esemplari inviati a varii 
uomini autorevoli, tra cui il Parodi, per ragioni puramente 
cronologiche come, per prudente riserva, tolgo via le parole 
« primi » che si trovavano dinanzi a « tempi » ; né avrei alcuna 
difficoltà, fino a più maturo esame, di mutare la proposizione 
conclusiva, con cui comincia il detto periodo, in questa più 
semplice: Imula ha dovuto essere o sarà stata una ricca e 
possente donna di nome longobardico, ecc* 

Non ho quindi preteso, né pretendo in nessun modo aver 
risoluto storicamente la questione del nome Imola e di aver 
posto altri sulla via di simile soluzione; 1.° Perchè non era 

(') Aìtdeuisches Namenbuchy Nordhausen, 1856, I, p. 815-817. 
C) Die Sprache der Langobarden^ Strassburg, 1895, p. 15. 



80 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

mia intenzione di pormi a tanto cimento, non essendo rinsctìo 
a por mano sopra un documento decisivo ove si trovino riu- 
niti tutti gli elementi di essa questione, esista o no questo 
documento, non necessario del resto alla prova linguistica. 
2.** Perchè sull' occupazione longobardica in territorio imoleae 
nella prima epoca del loro stabilimento in Italia e in quella 
del loro completo insediamento non si può affermare o ne- 
gare cosa che sia di grande momento e ancor meno si può 
stabilire la* durata del periodo di essa. Non cosi però sul- 
l'ultimo periodo di detta occupazione, nel quale sappiamo di 
certa scienza che Liutprando riuscì a cacciare intieramente i 
Greci dall'Esarcato e dalla Pentapoli ; che se poi vi ritorna- 
rono, Imola e qualche altra località rimasero in potere dei 
Longobardi o continuamente minacciate dalle loro frequenti 
scorrerie. Infatti, dalla lettera di Paolo I al Re Pipino del 762 
e propriamente dal passo « et poUicitus est nobis restituere 
civitatem Immolas », risulta che Imola fosse la sola città 
che il Papa diceva non essergli stata punto restituita da De- 
siderio, mentre le altre restituzioni avevano cominciato verso 
l'anuo 758. La lettera pontificale, dice il Troya, fu scritta 
quando tutte le precedenti liti sulle città dell' Esarcato s' eran 
composte (Cod, dipi, long. V, 193). V'ha di più: da altra 
lettera del 761 di Paolo I vien dimostrato che i Longobardi 
invadevano di nuovo le città e territorii, già da essi resti- 
tuiti: « denuo invaserunt », il che ha potuto avvenire ante- 
riormente come è avvenuto di certo in seguito. — Non fu 
che dopo il 764, anno in cui Re Pipino aveva celebrato in 
Francia un nuovo sinodo contro gli errori dei Greci, esor- 
tando i Longobardi alla clemenza verso la Santa Sedè, che 
si crede ave-^se Desiderio restituito daddovero Imola, Bologna, 
Osimo ed Ancona, il che si deduce, più che non si provi, da 
un* altra lettei-a di Paolo I a Re. Pipino del 764 ove parlando 
delle insidie tese a Roma dai suoi nemici, non si fa più al- 
lusione alla restituzione d' Imola. Date dunque le circostanze 
favorevoli di anteriori occupazioni, un dominio di circa 40 
anni, se pur contrassegnato da scosse e intermittenze, sarebbe 
più che bastevole per far la fortuna d' un nome o quel eh' è 



A PROPOSITO DI IMOLA B DI MELDOLA. ^1 

più per rassodarlo, tanto più se appartenente a gente temuta 
che avesse saputo mantenersi salda anche in mezzo a* ne- 
mici. — Ma, lo ripeto, non insisto su questo punto, che non 
credo essenziale per la questione etimologica. — 3.* Perchè ha 
infine accennato nel mio lavoro anche alla possibilità che il 
nome sia ivi penetrato indipendentemente da qualsiasi diretta 
dominazione longobardica, per la quale starebbero però gli 
oggetti barbarici trovati ad Imola e dintorni ed oggi deposi- 
tati in quel museo. 

Convengo dunque pienamente che la discussione storica, 
in base delle mie indagini, rimane aperta, e se i miei studii 
mi spingessero in una via di particolari ricerche, certo anch* io 
mi proverei di concorrere a farla progredire di un tanto, per 
quel poco che valgono le mie forze. 

Scopo precipuo del mio lavoro era dunque quello di far 
giustizia di un cumulo di fallaci o inette etimologie, presen- 
tandone una a solida base e di provare con una dimostra- 
zione glottologica incalzante, a cui la storia ha servito indi- 
rettamente, che Imola viene da un nome Imulus o Imulaj 
che nessuno certo pretenderà essere preromano o latino: il 
toponimista, nella sua modesta missione, doveva limitarsi a 
ciò e a ciò mi sono infatti limitato, usando però del diritto 
di rilevare i punti che potevano infirmare le mie conclusioni 
e imponendomi il dovere di riportare integralmente le opi- 
nioni che contrastavano colla mia. . 

Come credo di aver ampiamente dimostrato, da Laelda, 
già notato più sopra come nome proprio, si svolse un dimi- 
nutivo Lneldula divenuto poi nome locale, e da questo, per 
mezzo di aferesi, si giunse a Meldola, forma che solo diffe- 
risce da Imola pel grado di complessità morfologica. 

Ma, oltre Imola e Meldola, altri nomi germanici si sono 
combinati ibridamente col suffisso -iilus, -irla, fornendo ma- 
teria a nomi locali. 

Fra i tanti, appartenenti al medesimo sistema, cito i se- 
guenti : 

Ardala (Parma) da Ardala in dritta linea dall' as. ard, 
ags. eard = patrimonium, da cui vennero: Ardo, Ardingus, 



82 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER tA ROMAGNA. 

Ardevertus, Ardericus, Arduinus, ecc. , oppure dal got. hardus 
as. hard, aat. haart, da cui Ardiis, Arderaiiis e i composti 
in senso inverso Adelardvs, Aiardus, ecc. — I nomi proprii 
formati su questa base erano frequentissimi nel medio evo 
intorno alla regione ove sorgeva Ardola; in fatti in carte 
dell' archivio di Nonantola dei secoli XI e XII trovo ArdiH- 
cus, Ardergus, Ardizzone. Tra i nomi locali del Parmigiano 
confermanti questo etimo trovo Ardella^ Ardenga e tra quelli 
del Modenese Ardovino e M, Ardoncino: ma il nome del 
torrente Arda ha probabilmente tutt' altra origine. 

Seriola (Modena) nome formato collo stesso elemento 
berth, got. bairhts, aat. peraht = claras, che ha dato Berlus, 
da quattro a cinquecento composti in -beri, Beriulus, Biriiio, 
Berttla, Berto, -onis, Beriinga, Beriedruda, Bertfrid, Berte- 
gildis, Bertegundis, Berthildis, Berthram, Bertrada, ecc. — 
La forma maschile Bertulus (altrove Pertulus) si trova come 
nome proprio in documenti riprodotti nel Codice diplomatico 
longobardo del Troya, e, come nome locale, in forma sem- 
plice e derivata, più che altrove, con gran frequenza in Pie- 
monte. — Anche i nomi Pert (Udine), Pertana (Perugia), 
Pertengo (Novara e Torino), Perii (Genova) sembrano pro- 
cedere da lì. 

Bràndola (Modena), dall' aat. brani = ensis, donde la 
serie onomastica Prando, Prandidus, Brandita, PrandiperU 
Brandoaldus, Brandol/us o Prandolfus e tutti i composti in 
'prandus. Il nomo proprio Brandus, come si sa, non è ignoto 
a queste ragioni e figura in antichi istrumenti. Molto proba- 
bilmente anche Branzonc (Parma) e Brnnzolino {VovW) ào- 
vranno prender posto vicino a Bràndola, come risulta dai 
nomi proprii Brantio, Branzolf e simili che fanno parte della 
medesima serie (Fòrstemann, AUdeutsches Namenbuch, 1, 281). 

Dòngola dall' ant. nord, thungr -~ gravis, da cui anche 
il nome proprio o cognome Dungo, secondo l'opinione di 
Wilhelm Bruckner {Diesprache der i/«n<7oZ/ard^n, Strassburg, 
1895, p. 314). 

Èrtola (Tizzano, Val Parma) della stessa origine forse 
del primo elemento compositivo di Erthomundo che il Bru- 



A PROPOSITO DI IMOLA E DI MBLDOLA. 83 

ckner attribuisce ad K^rtha = erde = terra (op. cit. p*. 246) 
seppur non viene con Herli, Herting, Hertger, Ertlinl, Beri- 
manti, Hertald dal got. hardiis, aat. kart ~ durus, stando al 
parere di Fòrstemann (op. cit. p. 006 e ss.). Ma il nome lo- 
cale Ertola potrebbe essere anche di origine latina. 

Fèdola (Parma), dall' aat. fchida, mat. fehede, mi, 
fehde = pugna, da cui Faido, Faida, Faidolfus (W. Bruck- 
ner, op. cit. p. 246), forsanco Feda, Fedardo, Feduleno, sui 
quali Waltemath non si pronunzia però in modo decisivo. 
Questa faida, col significato di < inimicizia, odio, diritto pri- 
vato di vendetta >, è, come è noto, uno dei nomi comuni lon- 
gobardici romanizzati che intercalano il testo latino nel fa- 
moso editto di Rhotari, p. o. al paragrafo 102: « Ideo ita 
previdemus propter faida posponenda, id est inimicitia paci- 
ficanda ». Potrebbe darsi però che anche qui si fosse in pre- 
senza d'un nome proprio di origine latina, tanto più che un 
Foedulus (da foedus) ha veramente esistito, accanto a quei 
nomi che, dati per dispregio dai persecutori del Cristiane- 
simo ai suoi proseliti, furono accolti da questi come segno 
di protesta e di sfida (*). 

Gòmbola nel Frignano (Modena), anticamente a capo 
del contado chiamato Gomulao Gumula. Nel 1016 la Rocca 
di Gombola ei^a detta Saxtim Gomulum (Tirab. Diz. top. 
star, ecc.) e due dei suoi cittadini son poi chiamati nel 1112, 
Petrus de Gomtda (Salv. App. Mon,, I, 2, p. 149), nel 1136: 
Rainerius de Gumula (Murat. Ani, Ital. I, col. 013); /in 
carta del 1186: < in comitatu Gu77imolae )^ (id. I, col. 418); 
nel 1197: « de Comitatu Gomulae » (Tirab. op. cit.), ecc. — 
Il nome locale si è formato da un nome germanico di per- 
sona, Gomidus, svoltosi dall' as. gumo, aat. gomo ~ vir, homo, 
con cui vanno anche Gommus, Gomegisilo, Gommerai per 
Gomevad, ecc. 

In questo gruppo entra, pel suffisso finale, anche Miran- 
dola in cui si potrebbe scorgere, non senza un qualche sforzo, 

(*) E. Blant, Bevut Arehe'ologique^ v. X, anno 1864 — B. Nogara| 
lì nome personale^ ecc. p. 107. 



Si R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

un diminutivo di un antico nome proprio germanico sopra 
una base dubbiosa viir, posta come variante, a torto o a ra- 
gione, accanto a ìner, ynaer, mar dall' aat. mari = clarus» 
illustris (Fòrst. I, p. 907), od anche, massime per mer, dal 
got. 7nérs = clarus, da cui i nomi proprii Merus, Mernlus, 
Menda, Merica, Merda, Meriza, Miria, ecc. — Data e con- 
cessa questa base, il nome si sarebbe svolto, quanto al suffisso 
primario, come i nomi maschili germanici Berdand, Chagand, 
Spasand, Throand, Waraìid, ^Jasand, ecc., la maggior 
parte dei quali, secondo il Grimm e il Fòrstemann, sarebbero 
indubbiamente formazioni participiali. E qui troverebbe posto 
anche Morandus che s'incontra come nome proprio in anti- 
che scritture emiliane (Salvioli, App. de' Mon, II, 2) ed ha 
servito a formare dei nomi locali, ritenuto dai glottolici te- 
deschi come cosa loro insieme alla Maiiringa di P. Diacono 
(I, 11, 13) e ai varii Mauringhi (— Morenghi ) dell'Italia 
superiore, da Maur =z Maurus, in origine nome etnico. Ma 
non credo che Mitsandus e Musandn del Cod. dipi. Cav. 
(IV, 10, 40, 100, ecc.), posto da Bruckner tra i nomi lon- 
gobardici, appartenga a questa serie. 

È però molto più probabile che il nome di Mirandola 
sia di origine latina, o svoltosi da miranda = luogo di os- 
servazione, specula, vedetta, secondo il Du Gange : « locus 
tecto columnis fulto coopertus, et a quo undequaque mirare 
seu videri potest », il che però risulterebbe più dall'articolo 
che si pone innanzi a Mirandola che dai suoi esempii, o for- 
matosi da una copia di Amandtis, Amanda, Celandus, No- 
minanda, Servandus, Vencrandus, Veneranda, Norandus ed 
Orandìis (Vedi Salv. App, de* Mon. I, 2,\22), tutti e due, 
questi ultimi, forse, per Honorandus, e quindi si fosse in 
presenza del derivato d' un Admirandrts aferesato, a cui da- 
rebbe un certo peso il gentilizio italiano Ammirato, o addi- 
rittura d' un mirandus impiegalo con funzione di nome proprio. 

Per ispiegare poi come il suffisso -andus, -anda, asser- 
vito prima ai temi verbali siasi più tardi associato ai temi 
nominali, come in Bonandus, Domnandus, Domnanda, Or- 
sandi(s, o Vrsandus, Rigandus, liiganda, Risandus, Ru- 



A PROPOSITO DI IMOLA E DI MBLDOLA. 85: 

sanduSy ecc. (Vedi Cod. dipi. Cav. tomi IX, V, VI e al- 
trove) non occorre invocare niun suffisso germanico, ma ba-. 
sta ricordare che pel frequento uso che si fece dei par- 
ticipi passivi a guisa di nomi proprii, fini per derogare dalle 
sue prime attribuzioni, e, grazie alla virtù produttiva che 
acquistano cerli suffissi in determinate epoche, mentre altri 
la perdono, tini anche per servire agli usi di una nuova ca- 
tegoria di forme grammaticali. 

Comunque sia, germanico o latino, ma forse più latino 
che germanico, il nome locale può benissimo aver proceduto 
dal nome proprio di persona, perchè come tale è bene ac- 
certato da documenti medievali, tanto nella forma maschile, 
quanto nella forma femminile semplice e derivata. Da Mi- 
randa si sarebbe venuti a Mirandula, come da Amandus 
tid AnianduliiS, colono, nel 750, del Casale Maurianula (Troya 
Cod. dipi. long. IV, 365). 

Al solo aprire il Codex diplomaiicus Cavensis, in carta 
del 995 (III, 42), trovo infatti un « Petrus filius quondam 
Mirandi >: in altre due dello stesso anno e in una terza 
del 1000 (id. p. 51, 60) un « Mirandus notarius »; come so- 
scrittore d'un atto del 997 (id. p. 67) di nuovo un Miran- 
dus che dev'esser lo stesso che il precedente; verso la 
stessa epoca, un Mirando compratore con altri di certi sta- 
bili siti in « Castro Capitis aquarum », presso Pesto in Lu- 
cania (id. p. 75), ecc. ecc. ; altrove Myrandus con y (id. t. V). — 
In carta dello stesso codice leggo di una Miranda moglie 
di Ursus vivente nell'anno 997 (id. Ili, 68). — Finalmente 
in carta del 993, attinta alla medesima fonte, si accenna a 
una Mirandola madre di Grisa e Maria (id. Ili, 7). Il prof. 
Puliò a cui lessi questa parte del mio lavoro, inclina egli 
pure a credere che nella Mirandola modenese entri un nome 
proprio (li persona. 

Si noti infine che in favore dell' origine germanica di 
Mirandus, alla quale però io non metto fede, sta il nome di 
Marandus (lohannes filius Marandi) in carta del 1033 e in 
altri più tardive (Cod. dipi. Cav. VII, 105, 169), in cui ta- 



86 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

luno potrebbe vedere una variante di Mirandus, ma che ìd 
Ogni modo sembra forma distinta. 

Degni di studio pei medesimo atteggiamento morfologica 
di Mirandola sono gli esempii, uno maschile e V altro fem- 
minile: Carandulo, secondo un atto del 1171 (Salv. op. cit. 
II. 2, 34 ) da compararsi con Carandina in quel di Mo- 
dena. — Schiavandole nel territorio di Stiolo, inseparabili 
forse per l'etimo da Schiavi (Piacenza), e, sulla scorta di 
antiche carte, da Sclavana tra Monbaranzone e Monte Gib- 
bio. Porta Sclavoniae a Bertinoro, Villa Schlavignani in 
territorio faentino, le quali, forme, se pur riflettono il nome 
etnico SlavuSj ciò non ha potuto avvenire che dopo essersi 
mutato in nome proprio, come del resto risulta dai suoi de- 
rivati. Quando a Consandolo presso Ferrara, anteriormente 
Cansandalo, in atto del 1181 (Salv. op. cit. II, 2*, p. 107), 
esso procede da Caput Sandali (cosi in carta del 970, Salv. 
id. I, 2*, p. 50) come Conselice (Lugo, Ravenna) da Caput 
Silicis meglio forse da Caput in Silice. 

Noi siamo, venuti cosi riconoscendo, senza uscire da un 
dato suffisso, che Imola e Meldola non sono i soli nomi ger- 
manici che s'incontrano nella regione emiliana. Ma, qualora 
si guardi ad altri suffissi, ben altri ve ne sono di cui ho 
dato una lista sommaria nel citato mio lavoro che è inutile 
qui riprodurre, non avendo essa che un carattere provvi- 
sorio. 

Per vedere come vi siano penetrati, con rapido sguardo, 
io ho passato in rassegna, in quelle pagine, le più antiche 
dominazioni straniere in Italia. 

Ed ecco i risultati delle mie prime investigazioni in pro- 
posito, che, comò tali, potrebbero in seguito modificarsi su 
certi punti. 

Non solamente i nomi individuali, monumenti durevoli 
nella storia e geografia tlelT Italia, servirono all'ambizione 
del forte popolo venuto dalle rive della bassa Elba, ma lo 
stesso etnico, che attecchì per vie dirotte e indirette nella 
Gallia Circumpadana e in più lontane regioni ove, tra gli altri, 
fiorirono i nomi: Longobardia = Lombardia (anni 801, 818, 



A PROPOSITO DI IMOLA E DI MBLDOLA. 87 

820 ecc.) (*), che per poóo non rimase alla Venezia terrestre 
a cui era stato parimenti dato, Domus Lombardorum (in re- 
gione Erculana, a. 1208 ) {*), Fontana Langobardorum ( nel 
Modenese ? a. 969 ) (^), Strata petrosa Longobardorum ( territ. 
Pupiliense, a. 973) (*), Fundus LonyoftaWte (territ. Ausiman., 
Codice Bavaro ), ecc., a cui forse si ricennettono indiretta- 
mente anche Bardi fines et judicaria piacentina (a. 833) (*), 
Bardus { nel Modenese, a. 1034 ) (^), nomi che in parte ri- 
mangono ancora come ricordo e rampogna di una delle tante 
passate signorie. Quanto a Massa Lombardorum ( Fant. op. 
cit. Ili, p. 351, ecc. ) che sorgeva nel sito ove oravi nel 767 una 
Massa S. Pauli, il suo nome è relativamente recente e sembra 
dovuto ad alcuni fuggiaschi di Marmirole sul Mantovano a cui 
gli Imolesi concessero il luogo nel 1251 ( Vedi per maggiori 
ragguagli Em. Rosetti, La Romagna, Milano, 1894, p. 432). 
Anche pel tramite dei Goti ( 400-500 ), a cui Alarico aprì 
il varco delle Alpi e Narseto la tomba sulle foci del Vol- 
turno, alcune voci esotiche penetrarono in Italia, ma più che 
nomi proprii furono nomi comuni e ancor quelli disadatti ai 
fini della toponomastica, perchè il loro impero fu contrastato 
dal sopraggiungere di altre genti, non amavano i campi e i 
rurali istrumenti, ed effimeri furono i loro possessi sulle terre 
appena conquistate, ("ome traccia del loro passaggio in queste 
contrade sono per ora da ricordarsi: Fossa Gothorwn ( MGH. 
Agnell. op. cit. 267, 35), Balneum Gothorum (territorio li- 
viense), in carte del 955 e II69 f). Ecclesia Gothorum in altra 
del II95 (*), Casale Gotho o Casalgotho (qui si ha certamente 
da che fare con un antico nome di persona) in territorio faven- 
tiuo e corneliense, secondo documenti del 1040 e del 1042 (^)^ 

(») Begesto di Farfa. 288 ecc. 

(*) Fantozsi, Man, Rav, I, p. 343. 

(•) Salvioli, App, Mon, I, part II, p. 48. 

(*) Fantazci, op. cit., I, p. 178. 

(*) Tiraboschi, Cod. diplom. nonant p. 48. 

(•) Id. id. p. 170. 

(') FaDtQzsi, op. cit, I, p. 385 ; II, p. 139. 

(•) Id. id. I, p. 397. 

O Id. id. II, p. 356. 



88 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Villa Gotica nel 976 ('), ecc. I nomi di famiglia essendo 
anch'essi posti al plurale, ancora una volta sarebbe arduo il 
dire se tutte o taluna di queste ultime denominazioni servano 
a testimoniare l'esistenza di antichi nuclei di popolazione 
teutonica ; né la distribuzione di terre fatta da Teodorico ai 
suoi guerrieri Ostrogoti, secondo Procopio ( de beli, gotti, I, 1 ), 
significherebbe gran cosa se non si riesce a provare ch'essi 
vi posero radice fino al punto di rimanervi anche quando non 
erano più in grado di difenderle. 

Delle scorrerie degli Alemanni, arieggianti imprese bri- 
gantesche, non vai la pena di parlarne e lo stesso dicasi della 
colonia di quella gente fondata da Valenliniano I sulle sponde 
del Po, di cui non si ha certa notizia, a parte quel poco che 
ne dice Ammiano. Franco-longobardica è, quasi sempre, l'ori- 
gine dei nomi e casati ; Alemanno, Alemano, Almanno, Ala- 
maneito, Alemagna, Lamagna, Lanianna o La Manna, 
Alamanni^ Alemanni, Allemanni, ecc., sui quali si sono 
formati i nomi locali: Allamana (Aosta), Allemagna (Cre- 
mona ), Almanno ( Como ) ed anche Borgo Alemanni frazione 
di Bologna fuori porta Mazzini. 

Risalendo a più antichi tempi, vi sarebbe alcun che da 
dire, sempre sotto il medesimo punto di vista, delle possibili 
influenze che avrebbero potuto esercitare i prigionieri Mar- 
comanni nel territorio di Ravenna, ove furono deportati e 
costituiti in colonia da M. Aurelio, ma a cagione della bre- 
vità del loro soggiorno (stando a Dione Cassio) o alla loro 
eterogeneità, lo studio di esse influenze si presenta come un 
problema che interessa più 1' antropologia che la toponoma- 
stica. 

Dei Cimbri, primi invasori d'Italia, che ancor meno dei 
Goti vi ebbero stabile dimora, nò mai varcarono il Po e fu- 
rono sconfitti nei famosi Campi Raudii sul punto che si ac- 
cingevano a farlo, non rimase né poteva rimanere, qui o 
altrove, nessuna reliquia linguistica anche sotto l'aspetto 
d'una formale sopravvivenza etnica. È vero che nei docu- 

(*) Sai violi, op. cìt., I, part. II, p. 43. 



A PROPOSITO DI IMOLA E DI MELDOLA. 89 

menti medievali si fa menzioDo d* un Cimbrianus nel Bolognese 
in data del 969 (') che ha dovuto essere tutto una cosa col 
CimbìHanus del Modenese in carte del 975, 1222-26, citate 
dal Tiraboschi f), ma esso ha preso origine dal gentilizio Cini- 
brius che occorre in latercolo presso Kellermann f), svoltosi 
dal nome servile e cognome romano Cimber^-bri^ fatto noto 
dalle iscrizioni (*), portato dalle famiglie Aunia, Gabinia e 
Tillia e da uno degli j^ssalitori di Cesare : Tillius Cimber (*), 
e calcato — voglio pur convenirne — sul nome etnico dei 
Cimbri, nome e cognome che si trovano rappresentati con 
questo doppio significato da Cimbro, casale nel Milanese, e 
Cimbria, villaggio nel Trentino in Val Cembra, già menzio- 
nato da Paolo Diacono (^), senza parlare delle altre forme 
che occorrono in paesi stranieri. Cadono quindi con ciò tutti 
gli argomenti messi in campo a provare che il secondo dei 
suddetti nomi venga in diritta linea da quello dei Cimbri, 
come voleva il MaSei, e che il primo rivendichi la sua pa- 
ternità dai Symbri, tribù alpina in Strabene, come sostenne 
recentemente il prof. Galanti, passando sopra V enorme diffi- 
coltà d'una s iniziale permutantesi in e, mediante esempii 
estranei alla regione o puramente analogici. 

Non ho parlato degli Eruli, etnicamente meno misteriosi 
di quel che sembra, quando si ponga mente al nome dei loro 
capi ( Odoaker, detto anche Audacar, Oiacher, ecc., Chiulfb, 
Fulcari, Sinduald), perchè non ho trovato ti*accia corri- 
spondente neppure in altre regioni poste fuori delT Emilia; 
ma potrebbe darsi che anch'essi ne abbiano lasciata qutil- 
cuna, non tanto per l'efficacia della loro rapida invasione, 
qilanto per aver militato, dopo le ultime disfatte, sotto le in- 
segne di Roma fino alla morte di re Sinduald. 

(') Salvioli, op. cit. 1, part 1, che riproduce il docum. del Murat. 
Ani. Mcd. aevi, II, Dissert. XXI, p, 2*21. 

(') Diz, topogr, -storico degli stati Estensi, I. p. 206. 

(») Vigil. II, h 68, à^W Onomast, del dott. Vinc. De-Vit 

{*) Murat. 995, 12 e 1780, 44 ; CIL. II, 2373, ecc. 

(5) Cicer. 2 Philipp. 11. 

C) De Gest, Lang. Ili, 3. 



90 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Intorno al nonae etnico dei Gepidi ( venuti in Italia cod 
Alboino ) entrato a far parte della toponomastica sono stati 
segnalati alcuni esempii, stranieri anch* essi a questi luoghi. 
A Oepidij secondo il Flechia, pare accenni forse, oltre Gepi- 
dasco e Zebedasco, la varia forma dei nomi Zebedo, Zébbedo, 
Zévedo, Zfbido, Zivido, Zfvedo e i derivati Zebedassi e Zebi- 
dassi, con cui sono denominati alcuni luoghi del Pavese, del- 
l' Alessandrino, del Milanese e del Piacentino. Ad essi furono 
aggiunti recentemente Zevio, Zevedana, Ziviana e perfino 
Sibiagum nel Veronese. Contrariamente allo stesso Fléchia» 
io dirò : non è possibile che una mano di Gepidi, sbrancati dal 
grosso delle loro torme e stanziati sulla sponda del Po, abbiano 
dato origine a un siffatto nome (*). Ma in ogni modo, anche 
ammessa la possibilità di tali rispondenze, il che non mi sembra 
ancora dimostrato con tutto il rigore delle leggi fonetiche, 
resta a sapere se Gepidus fu impiegato come nome proprio o 
etnico, e, in mancanza di prove, non esito ad attenermi alla 
prima supposizione che corrisponde al fatto più frequente. 

Ed ora non rincresca far ritorno al nome dei Goti che, 
come abbiamo veduto, hanno lasciato ancor vive impronte 
toponomastiche in Romagna fino a far supporre ch'esse siano 
dovute alla emergenza di isole etniche al momento degli ul- 
timi crolli subiti dalla potenza gotica : questione questa ira- 
portantissima sotto molti riguardi e cosi intimamente legata 
a quella che si agita per lo stesso fine in altri territorii che 
dall'una dipende la sorte dell'altra. 

Quando io scriveva le linee poste più sopra e sollevava i 
miei legittimi dubbi, sul prolungato soggiorno dei Goti nella 
penisola oltre 1' epoca segnata dal loro dominio, non era stata 
ancora annunziata al pubblico la scoperta di un documento 
originale a proposito del quale il fatto della presenza dei 
Goti in gruppi etnici distinti, sparsi qua e là in varie regioni 
d'Italia, è posta di nuovo in discussione 

Alludo con ciò all'ultima tornata della R. Deputazione di 
Storia Patria per le province modenesi, nella quale il signor 

(*) Di alcune forme di nomi locali^ ecc. p. 69. 



A PROPOSITO DI lUOLA K DI MBLDOLA. 91 

F. C. Carreri si estende a parlare con molta dottrina del detto 
documento, di cui prima non si conosceva che una copia im- 
perfetta, e dal quale risulta chiaramente che in pieno secolo XI 
v'era chi professava legge gotica a Goito nel Mantovano. 

Per quanto però è lecito desumere dalla breve nota del 
signor Carreri riprodotta nel Bollettino ufficiale della P. L 
(Roma, 26 die. 1901), il detio documento darebbe un gran 
significato non ad una, ma a parecchie cose, cioè a dire esso 
varrebbe : 

1* A suffragare la tradizione gotica del nome Goito. 

2* A provare quella della sua origine, < Gotico potendo 
essere designazione toponomastica di una misteriosa isola go- 
tica salvatasi nel dilagare dei Longobardi come forse Ghedi 
e varii altri luoghi, quale è Godia ossia Gotica del Friuli, 
Goito e Ghedi essendo* sulla via di Brescia, città che difficil- 
mente avrebbe potuto diventare centro del longobardismo 
senza un forte sustrato germanico ». 

3"* A dimostrare la persistenza del diritto gotico nel regno 
longobardo, alla quale si crede da pochi valenti, tra cui il 
Tamassia, principale sostenitore del giure gotico. 

Lasciando da parte il terzo punto che non è di mia com- 
petenza, ma pur osservando che, come Gothi e Longobardi, 
Gothi e Bavari furono sovente tra loro confusi, ciò avrà 
potuto avvenire talvolta anche per le loro leggi, toccherò 
solamente ai primi due punti. 

Pur riconoscendo il grande valore del documento scoperto 
dalKarchivista signor Davari e delle osservazioni falle in pro- 
posito dal signor Carreri, non credo ch'esso basterebbe a pro- 
vare da solo la tradizione etnica del nome locale anche se 
Goito corrispondesse a Gothus, perchè in questo caso biso- 
gnerebbe ammetterlo anche per gli altri esempii da me re- 
gistrati, il che sarebbe non poco difficile. Infatti Goito, Vico 
Godi nel documento, è chiamato, secondo le epoche e le 
varie grafie ; Godiiim, Godimi, Vicus Godii e Gudi, Goide, 
Witum (?) e non già Vicus goticum o Vicus Gothorum, mentre 
lex gothorum è detta la legge nella quale professano vivere 
« Obizo filius q. Rozoni et Dominica jugalibus — », ecc. 



92 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATltlA PER LA ROMAGNA. 

Ma Goilo per Goido^ grazie a una falsa analogia e ad 
influenze letterarie, non viene già né può venire da Goihus 
(plui*. Gothi, detti anche Gutiy Goti, Gotti, Gultones, Goto- 
neSy ecc., ma non mai Gothii, o Gotii) e ciò a cagione del 
suffisso 'ius che in esso figura, eh' è quanto a dire per la buona 
ragione ch'esso si svolse da un nome proprio Godiiis, come 
lo provano le forme grafiche anteriori, certo più corrette e 
più conformi a quella odierna. Ora questo nome proprio Go- 
dius, registrato in molti documenti, ha per base germanica 
god' in cui entrano e si confondono insieme due elementi di- 
versi, da una parte T as. gód, aat. guot, mt. gut=^ bonus, dal- 
l'altra l'as. godi aat. got, mt, Gott = deus, non sempre facili 
a distinguere l'uno dall'altro, specie nei molli derivali e 
composti onomastici, quali sono, oltre Godius: Godo, Godolus 
Gozo, Gozulus, Godoin, Godinus, Gudeberga, Godepert, Gode- 
prandus, Godefrido o Godefrit da cui Goff*redo, Godegis, Go- 
dilandus, Godescalcus, Godoaldus, Gotuldus, ecc. 

Mi permetto poi di rilevare che la tradizione dell'ori- 
gine gotica della popolazione di Goito è lungi da ogni evi- 
denza anche .per le seguenti ragioni; 

a ) I nomi di Obezo, Dominica, Araucullo, Gandolfb e 
mtìio, cioè dei professanti legge gotica non sono tutti ger- 
manici e quando lo sono sembrano piuttosto di fattura lon- 
gobardica o franca, per quanto ci è dato giudicare colla scorta 
del criterio linguistico, il criterio storico non essendo in que- 
sto caso sempre sicuro. E vero che un individuo appartenente 
a nazione barbara poteva adottare un nome l'omano od altro, 
ed io stesso sai^ei in grado di citare numerosi esempii in que- 
sto senso, cominciando dal nome latino di Desiderio, ultimo re 
longobardo, e terminando con quello di « Petrum liberum ho- 
minem de civitate Bei'gamo qui professus est lege vivere lango- 
bardorum » seppur non era un romano longobardizzato che 
aveva ottenuto il guidrigildo, e « Danielis de eadem civitate 
Bergamo qui professus ex natione sua legem vivere longobar- 
dorum >, ch'io tolgo da documenti del 1031 e 1039 ( M. Lupo, 
Cod. diplom, bergom. II, 500 573); ma l'eccezione, per 
quanto frequente, non può essei'e ancora invocata, per quel 



A PROPOSITO DI IMObA B DI MBLDOLA. 93 

secolo, ia disdegno alla regola, tanto più che si tratta di pa- 
recchi nomi, e i nomi, come sappiamo, resistono più tenace- 
mente di qualsiasi professione di legge. L'uso promiscuo dei 
nomi latini o germanici, senza distinzione di ra^ze, non è di- 
venuto generale che più tardi. 

b) La professione di legge gotica da parte d'uno o più 
individui, che in questo caso costituerebbe una pura coinci- 
denza per riguardo al nome di Goito^ anche se Gotto fosse 
per Gothus, può essere stata indipendente, sia pure in via 
eccezionale, dalla nazionalità a cui essi individui appartene- 
nevano, tanto più che le parole ; « qui professi sumus legem 
vivere gothorum », non sono intercalate dalla formula d'uso: 

< ex natione mea », che, per riguardo al monacato, era so- 
stituita dall' altra : < ex ordine meo ». E questo sia detto 
anche, non che per la gotica, rarissima in vero, anche per 
le professioni di legge salica, alamannica^ ripnaria, bajii- 
varica e longobardica, comunissime nei documenti medievali, 
di cui era lasciata libera scelta ai contraenti secondo il noto 
Capitolare di Carlomagno. 

e ) Ammesso anche che Gothi fossero veramente coloro che 
professavano detta legge, bisognerebbe provare eh* essi di- 
scendevano, attraverso parecchie generazioni, da un primitivo 
nucleo di popolazione gotica, anziché essere abitatori più o 
meno recenti di Goito, ivi accorsi in epoca posteriore, per 
differenti motivi, da vicine o lontane regioni e forse anche 
da luoghi posti in maggiore prossimità dell'antica patria 
d'origine. 

A questo proposito giova ricordare le seguenti parole del 
professore Arturo Galanti, che valgono anche pel caso nostro: 

< Fra il IX e il XIII secolo, dopo la conquista dei Franchi, 
l'Italia tutta fu visitata, cercata e scelta a propria dimora 
da un numero rilevante di stranieri e specialmente di Tede- 
schi, destinati a coprire gli uffici più elevati nello Stato della 
Chiesa, o attratti dalla speranza di trovar fortuna. Ognuno 
ne può restar convinto leggendo i documenti pubblicati (inora 
per illustrare le antichità medioevali e la storia politica, ci- 
vile ed ecclesiastica dello diverse regioni e delle singole città 



di R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

italiane, non ehe delle più illustri famiglie della penisola, du- 
rante il Medio Evo Lo frequenti aggiunte degli epiteti 

nazionali francus, alamannus^ tedescus^ ieutonicus ai nomi 
che s' incontrano nei contratti, diplomi, testamenti ed atti 
pubblici e privati d'ogni genere, di cui son piene le storie 
documentate e i codici diplomatici : ecco altrettanti fatti che 
dipendono da cotesta afiSuenza straordinaria di stranieri. Tutte 
le città italiane soggette al predominio germanico ne avevano 
la parte loro ». (/ Ted. nel Vers. merid. delle Alpi, Roma, 
1885, p. 199). 

d ) Finalmente, anche nella migliore ipotesi, resterebbe a 
dimostrare che non si tratta di singoli elementi raccogliticci 
venuti insieme a contatto, ma di un vero e omogeneo ag- 
gruppamento etnico eh' ebbe, fin da principio, come punto di 
partenza : un fatto palese, una ragione storica impellente e 
un diritto riconosciuto. 

Non tenendo conto di questa importante distinzione, tanto 
varrebbe ammettere che Bergamo, Overnaco, Mezate, Muzo, 
Kaudana, Ambergo, Medolago, Uria, Brembate, Seriate, Prez- 
zate, Besana, Osio, Arzenate, Bosone, Martinengo, Crema, 
Castello, Rivola, Calusco, Calcinate, Vanzone, Turlino ed al- 
tre località lombarde fossero aggregati superstiti, piccoli o 
grandi, di popolazione longobardica, solo perchè negli antichi 
documenti, fin* oltre il secolo XII (e per ciò si vegga il Cod. 
dipi. Berg, di M. Lupo ) s* incontrano, ad ogni pie sospinto, 
un Gisalberto, un isantelmo. una Gisila, un Lanfranco, ecc., 
abitatori di quei luoghi o provenienti da essi, qui prò fessi suni 
vivere legem longobardorum ; che la popolazione di Torre 
presso Trescorre o quella di Grumello nel Bergamasco fos- 
sere senz'altro di fondo alamannico per la circostanza che 
in certi contratti un Bertramo od una Berta figuravano lege 
vivere Alamanorum ( V. Lupo, op, ciU ), ed infine che Co- 
mazzo, Lemine e la stessa Bergamo, quest* ultima già sul 
punto di esser riconosciuta come dimora di gente longobardica, 
divenissero altrettanti centri o focolari della nazione franca per 
aver vissuto nella legge salica o ripuaria un Johannes, un Ber- 
nardo, un Lamberto o un Ildorado (M. Lupo, op. cit.). Non parlo 



A PROPOSITO DI IMOLA K DI MBLDOLA. 96 

ilei caso, anch* esso probabile, sebbene non ancora da me 
accertato, d'an documento che accennasse a individui rac- 
colti in seno d'una medesima terra e professanti ciascuno 
una diversa legge barbarica. Logicamente che conclusione se 
ne dovrebbe trarre ? Che in quella terra vi sono postumi 
avanzi delle varie genti a cui quelle leggi si riferiscono. 
E in ciò sta appunto tutta la debolezza di tal sistema d'indu- 
zione. 

Malgrado ciò, non si può negare in modo reciso e assoluto 
la possibilità di simili aggruppamenti, purché vengano appog- 
giati da più certi indizii e da argomenti più convincenti, e non 
serva una vaga congettura di puntello ad un' altra congettura 
egualmente vaga. 

Quindi non basta dire, sulla semplice indicazione d* un 
nome, talvolta fallace, come per Goito, che anche Ghedi e 
Godia hanno dovuto formare delle isole etniche, tanto più 
che r indicazione del nome, anche in questi due casi, è lungi 
dall' aver ricevuta conferma nel senso che si vuol loro attri- 
buire. 

Le due o più Godie dell'Udinese, per esempio, oltre che 
risalire al nome stesso da cui viene Goitus, potrebbero essere, 
secondo una giusta osservazione del prof. E Lovarini, per 
cuiica, invece di gotica^ e in questo caso venire dal lat. cu- 
dea, ital. cotica = zolla erbosa (cfr. doìruhxie, manie, pfcrlie^ 
ecc., friul. in Ascoli AGI, I, 321 ), colla quale potrebbesi, per 
avventura, mandare altresì il trevigiano Gódega di Sant'Ur- 
bano = Gudagae (?), Gudayo (?) (CDP. I, 85, a. 972 ), sebbene 
per Godego presso Castelfranco, donato da Ottone nel 972 
ad Abramo vescovo di Freysing, parli in favore un originario 
goticus, e, su quella via, anche per Godcga una primitiva 
gotica. E a proposito di Godia = cutica non è fuor di argo- 
mento il ricordare che anche il dialetto emiliano possiede la 
voce codg = pezzo di terra erbosa, da cui si fece un verbo 
saidgar, in forma letteraria scodigare, il quale si trova in 
antichi documenti, p. e. negli Statuti di Bologna, col senso 

di levar piote e zolle erbose di terra: « scodegando et 

remondando dictam foveam » (II, p. 545). 



96 R. DBrUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Cosi ridotta V influenza gotica a più giuste proporaioni pei 
nomi locali d'oltre Po, riusciremo meglio a comprendere il 
significato dei nomi locali di queste province che ad essa sem- 
bravano riferirsi, e saremo condotti sempre più a riconoscere 
la grande importanza ch'ebbe nella formazione loro l'elemento 
longobardico, al quale appunto appartengono Imola e Mei- 
dola. 

Tito Zanardelli. 



UN FEUDO FRIGNANBSE DEI CONTI ORSI DI BOLOGNA 

(CAMURANA) o 



I. I duchi di Modena al princìpio del sec. XVII — II. I conti Orsi e 
Camorana — III. Diritti di caccia — IV. Una grossa quistione per 
confini — V. Il podestà — VI. Il capitano e la milizia — VII. In- 
surrezioni per r indipendenza della parocchia — Vili. Gli Statati. 



N, 



I. 



lei principio del sec. XVIII i duchi di Modena, avendo 
già dovuto abbandonare Ferrara e con essa un più ampio 
dominio dal quale traevano abbondanti cespiti, venivano a 
trovarsi in non troppo buone acque, sia per le tradizioni 
magnifiche della Casa alle quali si rinuncia sempre mal vo- 
lentieri — che anzi si devono mantenere, specialmente quando 
il popolo, maligno osservatore, stia a controllare — , sia per 
le rendite che venivano ad essere di troppo rimpicciolite. 
Si spiega quindi facilmente come siano cosi facili in questo 
secolo alle infeudazioni dalle quali traevano un utile non in- 
differente, giacché se le facevano pagare a carissimo prezzo. 

(*) La più parte di qneste notizie raccolsi a Bologna nel 1804 
quando stavo cominciando gli studi in quell'Ateneo; né, per il loro 
tenne interesse, mi sarei indotto a pubblicarle, se, trovandomi qui lon- 
tano dalla patria, non sentissi il bisogno di una comunione, dirò cosi, 
spirituale e scientifica coi miei amati monti e col mio paese. Alle no- 
tizie tratte dall'Archivio di Stato di Bologna ne ho aggiunte altre 
raccolte dall'Archivio di Stato di Modena, dagli Archivi parocchiali 
^i Iddiano e di Camnrana e dall' Archivio privato Bortolini. 

7 




98 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Dall' altro lato eranvi famiglie note per antica nobiltà 
o forti per recenti ricchezze, nelle quali l'ambizione d'un 
possesso signorile, il titolo (giacché nient' altro che il titolo 
ne ricevevano) di principi o conti o marchesi, le spinge- 
vano a chiedere la signoria di terre che poste in lontani e na- 
scosi luoghi alpestri e di nessun valore per sé, ne avevano 
molto per il vano cercatore di titoli signorili. In questi tempi 
nei soli dintorni di PavuUo, vicino a cui trovasi il feudo di 
cui vogliamo dir qualcosa, abbiamo molte famiglie che con 
titoli nobiliari furono insignorite di terre; così, per non 
contare i Montecuccoli, son da ricordarsi i Bagnesi-Bellincini, 
i Fogliani, i Malaguzzi, i Moreni, i Pancetti, gli Scotti ed 
altri. Nel resto del Frignano poi era un continuo passaggio 
dalla condizione immediata^ come dicevasi, alla mediata e 
cioè alla attribuzione particolare. Molte volte i Signori del 
luogo infeudato morivano senza né anche averlo visitato. 
Che importa? avevano il titolo, bastava. 

Spesso vediamo forestieri domandare terre al duca di 
Modena, e la cosa é facile a comprendersi quando si pensi 
appunto a ciò che abbiamo detto sopra: che il duca di Mo- 
dena, avendo bisogno di denaro, più facilmente si induceva a 
concedere terre e privarsi quindi della diretta signoria su di 
esse, e che la più gran parte dei Signori del ducato era già 
stata contentata e favorita. 



II. 



La famiglia Orsi è certo una delle più antiche della 
città di Bologna; prese parte ne* primi secoli alle più im- 
portanti lotte cittadine, combattendo dalla parte guelfa 
(sembra che desse anche un papa), e, spettabile già da tempo 
remotissimo, divenne poi ne' secoli più recenti senatoriale. 
Nelle croniche e negli storici bolognesi troviamo ad ogni 
momento uomini che vi appartennero e che o per un' azione 
per un' altra tramandarono il loro nome insino a noi. Noto 
specialmente é quel Giacomo Orsi, capo de' guelfi, che ebbe 
a sostenere una viva lotta coi consoli nel 1193 (non nel 



UN FECDO FBIGXAXESE DKl CONTI ORSI DI BOLOGNA. 99 

1192 come hanno alcuni), dai quali poi venne cacciato ('); 
ma troppi altri nomi sono ricordati più tardi. Al principio 
dei sec. XVII questa famiglia trova vasi in pieno fiore; il 
Tassoni dedicava a donne di questo casato una delle sue 
poesie (*). Nel 1623 Astorre Orsi ottiene dal duca di Modena 
il feudo di Camurana, col titolo di conte per sé e successori. 
Crediamo che il conte Astorre Orsi pensasse a procac- 
ciarsi un feudo nel Frignano per consiglio specialmente di 
sua moglie Chiara Montecuccoli, che, essendo delle vicinanze, 
conosceva benissimo i luoghi, e che ebbe parecchie relazioni, 
così trovo nelle carte di famiglia ('), con Orazio e Francesco 
Montecuccoli suoi parenti stretti, circa la permuta di Castel- 
lino con la comunità di Monterastello {*). E credo ci avesse 

(*) Cfr. Griffoni, Memoriale historicum in Muratori BR. IL SS. 
ediz. carata da L. Frati e A. Sorbelli, Città di Castello, 1902, p. G, 37. 
Il DoLFi ( Cronologia delle famiglie nobili di Bologna ; Bologna, 1670, 
p. 405) scrive: < Spezialioc... nella discordia fi$a Vescovo e Cittadini 
(1193) per difendere e mantenere la patria in libertà, fece nn ele^nte 
discorso al popolo, esortandolo al ano solito valore, e preso il Gonfalone 
seguitato da* Consoli e dal popolo, passò alla casa di Giacomo Orsi 
capo della fattione del Vescovo e la spianò restando vincitore nel con- 
flitto p. 

Ancbe il Gltdicini {Xotitie diverse relative ai vescovi di Bologna 
da $an Zama ad Oppizzoni; Bologna 1883, p. 27-28) parla a lango di 
qoesto fatto. Cfr. Savioli {Annali Bolognesi^ ad a.) e Sorbelli (In- 
troduz. al Mem. Hist., ediz. cit. p. II). 

(') A. Tassoni, Bime per cura di T. Casini. In Bologna nella 
Scelta di curiosità letterarie inedite o rare del Romagnoli., 1880; pp. 29 
e 63. II sonetto dedicato Alle Signore Orsi comincia: 

Quell'orse, che nel elei paiun si belle. 

(') Tutte le carte della famiglia Orsi vennero depositate ( in 
on grande numero di buste), con ottimo pensiero, presso il R. Archivio 
di Stato di Bologna. Da questo arcliivio privato e specialmente dalle 
tre buste che riguardano Camurana noi trarremo la mag«^ior parte delle 
notizie contenute in qoesto lavoro. 

(^) A Monterastello, Sasso e Castellino si riferiscono i primi quattro 
documenti della busta XXVllI del citato Archivio Orsi, la prima di 
quelle riferentisi al feudo di Camurana. 11 primo di questi documenti 
è molto importante : « 15G.J 21 giugno. — Privilegi et Esenzioni de' Se- 



100 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

parte in questa permuta ella stessa perchè a sua propria ed 
esclusiva istanza si fa la enumerazione degli abitanti e delle 
famiglie del comune di Monterastello (') divenuto possesso 
del conte Orazio Montecuccoli il 3 novembre 1622 ('), mentre 



rMiissimi duchi di Modena etc. e varie Conferme di essi alle Comunità 
di Monterastello e Sasso >. Questi Privilegi furono ignoti allo Spinelli 
( Sommario di Statuti^ Capitoliy Privilegi ecc, delia montagna modenese 
in Appennino Modenese pp. 580-595) che per altro fu accuratissinìo; 
lo Spinelli accenna solamente (p. 589) alT approvazione che dei Capitoli 
diede Alfonso IV nel 14 febbraio 1660, dove si ricorda anche quella 
del genitore Francesco I. Credo perciò utile pubblicarli. Di tali Privilegi 
conosco solo un' altra copia che si conserv^a dal sig. Pietrantonio Bor- 
tolini di Camurana. Cfr. A. Sorbelli, Gli Archivi del Frignano ; 
Camurana. Voi. I, Pavullo, 1901-2, in corso di stampa). Il secondo docu- 
mento contiene il numero delle famiglie dei comuni di Castellino e di 
Monterastello i quali dovevano permutarsi appunto tra il duca e Orazio 
e Francesco Montecuccoli. Castellino ha famiglie 31 e bocche 140 
circa, Monterastello famiglie 48 e bocche 218. Risultava quindi aver 
maggior valore e rendita Monterastello: molto più che Casellino era 
abitato nella maggior parte da famiglie dette li Mobili che hanno 
« privilegii et esenzione amplissime nelle quali né pure li medesimi 
Patroni possano porre le mani né pregiudicarli essendo concesse ex 
contractu oneroso ». I Montecuccoli dovevano inoltre pagare il ben 
mi sta per unire in un corpo solo tutta la loro giurisdizione. Il iV 
documento, del 27 ottobre 1623, contiene la permissione che dà il 
co. Francesco Montecuccoli ad Orazio di fare la permuta di Castellino 
con Monterastello del duca; ma pretendendo egli che valga più Ca- 
stellino, il conte Orazio si obbliga coi suoi beni di rifarlo del maggior 
valore di Castellino, qualora si verifichi. Rogito di Alfonso Magnani 
di Mon torso. 

(^) Archivio di Stato di Bologna, Archivio Orsi, Busta XXVIII 
[Feudo di Camurana — Camillo Orsi ], n. 9. 11 doc. contiene infatti il 
numero delle famiglie di Monterastello che sono 53 mentre gli abitanti 
sono 191. Rogito del notaio Antonio Baraccani di Monterastello in 
data 3 giugno 1643. 

(") Cosi trovasi nel doc. di cui alla nota antecedente; ma Tatto 
oiiginale di permuta porta laf data del 31 ottobre 1623: che la permuta 
n<»n fosse avvenuta nel 1622 é prova anche il doc. 3** della busta XXVIII 
dell' Arch. Orsi (v. nota 4, p. 99); può darsi che nel 1622 si facesse 
appunto il compromesso e che il conte Orazio andasse a possesso prov- 
visoriamente. 



UX FEUDO FRIGXANESB DEI CONTI ORSI DI BOLOGNA. 101 

il comune del Sasso lo vediamo poi subito dopo incorporato 
al feudo di Camurana sotto il dominio degli Orsi. 

Le trattative che condussero all' infeudazione di Camurana 
dovettero andare assai per le lunghe, questa nuUameno potè 
effettuarsi il 31 ottobre 1623, nello stesso giorno in cui Mon- 
terastello era permutato con Castellino (*). Astorre Orsi ri- 
ceve dal duca Cesare, nel castello ducale di Modena, il feudo 
di Camurana e sue pertinenze in livello nobile con ogni di- 
ritto di signoria e dominio ; eccettuati però il fornimento del 
sale che spetta alla camera ducale, i diritti che i duchi so- 
gliono avere sui feudi, e le tassazioni speciali e servizi di 
uomini se ne esistono; eccettuati inoltre i processi pendenti 
riflettenti l'avvenuto prima del trapasso del dominio. Del 
resto il feudatario vi ha il pieno diritto di possesso, di usu- 
frutto, di tassazione, di amministrazione, nel modo che crede 
opportuno e secondo le abitudini del luogo. Alla villa infeu- 
data di Camurana il duca annette il titolo di contea e vuole 
che conti quindi innanzi debbano chiamarsi Astorre e tutti 
i suoi discendenti che andranno a possesso della detta signoria, 
di primogenito in primogenito. L'investito dal canto suo pro- 
mette di conservare e migliorare la cosa avuta in feudo, di 
difendere la persona e l'onore del duca, di riconoscere (egli 
e i i^uoi discendenti) la contea dal duca, al quale, sotto titolo 
di ricognizione, dai-à un paio di guanti di pelle ogni anno, 
guanti da uomo uguali a quelli che il duca porta abitual- 
mente ('). Della somma non è fatta alcuna menzione nel- 
Tutto di investitura, ma si trova poi un rogito d'un anno 
dopo che attesta il pagamento fatto dal conte Orsi al duca 
di lire 7725, residuo pel prezzo per la villa di Camurana; 
non sappiamo però a quanto ammontasse l' intera somma 
versata dall' Orsi, la quale non doveva certo essere piccola f). 



{^) Arcli. Orsi, busta cit. n. 4. Rogito di Paolo Favalotto. 

(*) V. trascritto V atto in fine al lavoro. 

(') Arcb. Orsi, busta cit. n. 6. Rogito di Paolo Favalotto del 18 
dicembre 1624. Assoluzione del duca all' Orsi di L. 7725 « prò residuo 
integrali soluctioue precii iurisdìctionis Villae Camuranae ». 



102 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Morto Cesare, successe nel ducato, dopo Alfonso III, Fran- 
cesco I che rinnovò l' investitura di Camurana allo stesso conte 
Astorre Orsi il 1** febbraio 1630 (*); il quale Astorre riceve 
ancora la conferma dei nuovi duchi Alfonso IV nel 16 
maggio del 1659 ('), e Francesco II nel 14 luglio del 1663 (\ 
Francesco II la rinnovò a sua volta, essendo morto nel 
1677 Astorre, al figlio Costanzo 1*8 febbraio di queir anno (*); 
Costanzo mori dopo poco e nella signoria segui il figlio 
Gaetano che ottenne la rinnovazione dallo stesso duca Fran- 
cesco nel 17 ottobre del 1685 (^). Tale investitura fu poi con- 
fermata al conte Gaetano dal successivo duca Rinaldo I (17 
dicembre 1694) (% Nel 20 novembre 1723 Io stesso duca 
Rinaldo concede la contea ad Astorre del fu Gaetano ('), ed 
essendo poi costui morto assai presto, nel 30 dicembre del 
1728 la dà al conte Antonio Orsi (*) ; questi riceve poi la 
conferma di Francesco III nel 21 aprile del 1739 (®). L' anno 
1749 il conte Antonio muore e la signoria è concessa al 
conte Camillo dallo stesso duca Francesco il 26 aprile di 
queir anno (***); il quale Camillo dura insino allo spegnimento 
del dominio degli Orsi, ricevuta anche la conferma del duca 



(*) Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 7. Rògito del notaio Paolo Fava- 
loltì. La investitura è sempre fatta anche agli ei*edi e discendenti in li- 
nea retta. 

(^) Arch. Orai, busta XXVIII n. 11. Rogito di Giovanni Battista 
Azzani. 

(^) Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 12. Rogito di Sebastiano Gherardi. 

(*) Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 13. Rogito di Sebastiano Gherardi. 

(^) Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 14. Rogito di Sebastiano Gherardi. 

(^) Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 16. Rogito di Sebastiano Gherardi. 

(J) Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 17. Rogito di Giovanni Battista 
Ferrari. 

(^) Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 19. Rogito di Giovanni Battista 
Ferrari. 

H Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 21. Rogito di Giovanni Battista 
Ferrari. 

(><>) Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 23. Rogito di Giovanni Battista 
Ferrari. 



CK FEUDO FRIGNANB8B DEI CONTI ORSI DI BOLOGNA. 103 

Ercole III nel 1780 (17 giugno) ('). I conti di Camurana, 
per gli anni della loro signoria e per la parentela e discen- 
denza, si possono disporre cosi: 



Astorre Orsi 

cr. conte nel 1623 t nel 1677 

m. Chiara MontecaccoH 



Costanzo 

cr. e. 1677 t 1685 

cavaliere dì S. Giacomo 



Gaetano 

cv. e. 1685 t 1723 O 

cavai, di San Giacomo 

m. Elisabetta Guidotti 



Astorre (') 
cr. e. 1723 t 1728 



Antonio (^) 
or. e. 1728 t 1749 



Camillo 

cr. e. 1749 spogliato 1796 

Senatore 



0) Arch. Orai, basta XXVIII, V ult. doc. Rogito di Carlo Ferrari. 
Queste investiture sono tutte fatte evidentemente nello stesso modo e 
con Io stesso formulario. 

II co. Gaetano mori nelTagosto del 1723, come apprendiamo da 
on documento deir Archivio. 

(') Quando mori il conte Gaetano, Astorre era ancor minorenne, 
cosicché dovette assumere la reggenza del feudo la contessa Guidotti 
sna madre. Astorre, primogenito di Gaetano, mori nel giugno del 1728: 
nella chiesa di S. Biagio di Camurana, come era consuetudine per il 
Signore della terra, si sonarono per tre sere continue le ave marie da 
morto (da un doc. dello stesso Arch. Orsi) 

(*) Anche di Antonio, che era minorenne quando fu investito del 
fendo, ebbe la reggenza la madre. 



lOi U. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

L* ultimo Conte fu dunque Camillo Orsi che rimase spogliato 
del suo titolo e dello sue funzioni con la venuta in Italia 
dei Francesi. 

Camurana, piccolo e dimenticato paesello del preappennino 
modenese, lontano da ogni grande o frequentata strada di 
comunicazione, che non costituiva né anche una parecchia, in 
luogo non molto fertile e con poco più di 20 casolari, aveva 
cosi l'onore, solamente per far comodo al duca di Modena 
e per solleticare l'ambizione dei signori Orsi, di divenire 
una contea (*). Ma più tardi il territorio, che comprendeva 
solo, o quasi, lavine e boschi, fu esteso e per opera proba- 
bilmente della moglie di Astorre Orsi, la Montecuccoli, si 
aggiungeva a Camurana anche il comune del Sasso (due ca- 
solari) (*) togliendolo dalla parecchia di Iddiano e staccan- 
dolo dalla unità amministrativa che il Sasso aveva già da 
parecchio tempo con Monterastello, e il casolare di Mortola, 
della parecchia di Castagneto, noto sopratutto perchè appar- 
tenuto per lungo tempo agli eredi di quel Cato da Castagneto 
che nel principio del sec. XVI mise a rivoluzione il Frignano 



(') Camurana è frazione del comune di Pavullo nel Frignano, nella 
provincia di Modena, ed ecclesiasticamente aubdidium curae di Iddiano 
(diocesi modenese). Uà una chiesa dedicata a S. Biagio che venne ri- 
costituita nel principio del sec. XVII perchè diroccata (forse da una 
lavina) la prima, molto antica. Dal Lazzarellì (Storia del monastero 
di S. Pietro^ ms. della Bibl. Estense di Modena) è detta ora Camurana 
ora Cu del 3Ionte\ nelle carte antiche troviamo solo Ecclesia Sancii 
Blasii. Forse è da identificarsi, almeno cosi crede anche il dotto can. 
D. Giuseppe Quatrini, con Camarzanella (o forse Gorzanélla antic. 
Caruzanela^ casolare di Benedello?) nominata vicino a Chiagnano nel 
doc. CXXXII del Cod. Diplom. pubbl. dal Tiraboschi. Ora conta 104 
abitanti. Qualche rara notizia e non sempre giusta ha V Aj^ennino 
Modenese (Rocca S. Casciano, 1895, p. 975). V. A. SpsBBLLi, Archivi 
del Frignano^ app. al Dir. Catt, a. 1897, n. 152-153, 175-176 ecc. e di 
nuovo e più ampiamente in Puvullo, Bompani, in corso di pubblicaz. 

(') Detto nelle carte Sasso o Sassiddiano o Sasso Castagneto o 
Sasso d* Iddiano. Vi accenna il Tiraboschi in fine a quanto scrive 
sotto la voce Idianum nel suo Diz. stor, top, voi, I. 



ex FEUDO FRIGNAXfiSE DEI CONTI ORSI DI BOLOGNA. 105 

e diede da pensare al Gaicciardini e al papa (M. Cosi gli 
Orsi poteroQO chiamarsi, come trovo infatti in molte intesta- 
zioni, Conti di Cwnurana^ SassiddianOj Mortola e sue per- 
tinenze: tatto ciò con una popolazione che arrivava si e no 
ai cento abitanti (*;. 

III. 

li paese in generale povero, come si è detto, doveva però 
offrire, a cagione dei molti boschi, un' assai abbondante cac- 
ciagione; ond' è che bene spesso trovansi concessioni e di- 
sposizioni a questo riguardo. Il diritto di caccia che già dal 
duca veniva, in un cogli altri, conferito ai conti Orsi, è nel 
1634 (25 novembre) concesso da Giovannino Castelli di 
S. Dalmazio, commissario di Camurana a nome del conte 
Astorre, a Matteo Masetti, nominato custode della campagna 
e giurisdizione di Camurana, .e a* suoi figli < con facoltà di 
poter pigliare in qualunque modo che piacerà loro in detta 
campagna lepri, pernici .. et ogn* altra sorla di selvaticìne. 
Con obbligo a detto infrascritto di dar ogni anno in Bologna 
para quatro di lepri, et altre tante pernici tra Natale e 
Carnevale, e quello sino il signor conte suddetto li continuarà 
la concessione della sudetta custodia e facoltà, principiando 
di dare la sopracennata recognitione a Natale e Carnevale 
prossimo, e cosi seguitando d' anno in anno come sopra » (^). 
E dal Masetti e dai suoi figli dovette poi questo diritto es- 
sersi esteso a tutti i Camuranesi ( e quindi scadere anche 



0) V. A. SoRBELLi, // duca di Ferrara e Caio Virgilio e Giacomo 
da Castagneto^ Torino, Claosen, 1899 (estr. dalle Memorie della R. Acc. 
delle Scienze, voi. XLIX); specialmente al paragrafo V, p. liU e sgg. 
si accenna a Mortola. 

(') Le patenti per la milizia hanno sempre simile intostaziono. 
Una patente data dalla contessa Guidoui comincia cosi: < Elisabetta 
Guidottì Orsi Contessa Madre Curatrice del Signor Co. Astorre Dilli Orsi 
Nobile e Patritio di Bologna, Conte di Camurana Sasso Mortola » 
etc. (Arch. Orsi, aotto Tanno 1727). 

(') Arch. Orai, busta XXVIII, n. 8. 



103 B. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER L4 ROMAGNA. 

r annaa ricognizione al Signore) giacché al principio del 
sec. XVIII vediamo il Signore avvocare a sé il diritto esclu- 
sivo di caccia. Ciò dovette avvenire circa nel 1730. Già nel 
1729, in occasione della nomina a capitano di Michele Soci 
dal Sasso, si fecero caccio generali di due giorni, ma non 
si trovò che un solo lepre il quale fu mandato alla contessa 
Guidetti Orsi reggente (*). Segno questo che l'uso frequente 
e comune della caccia a tutti gli abitanti, aveva tolta quasi 
ogni selvaggina. 

La grida inibitiva pubblicata dalla contessa Guidotti Orsi, 
madre del co. Antonio, riuscì di peso ai Camuranesi i quali 
si adunarono tutti e pregarono la contessa a voler ritirare 
r ordine, obbligandosi in compenso a portarle ogni anno per 
San Martino due pesi f) di marroni e castagne liberi da 
dazio e da spese di trasporlo. La contessa rispondeva il 13 
dicembre annuendo alla richiesta, purché se ne rogasse pub- 
blico istrumento. E questo fu fatto subito il 17 novembre di 
quell'anno e firmato dai principali della contea in nome di 
tutti gli abitanti, e precisamente da < Pellegrino Lorenzoni 
Scindico, Alfier Tommaso Masetti che disse avere anche le 
veci del sargente Pellegrino Bartolini altro Scindico absentè, 
Signor Capitano Michele Soci massaro, Signor Capitano Vin- 
cenzo Antonelli, Signor Dott. Pietro Socci e Tomaso Ricci 
rappresentanti l'intiero comune di Camorana »; i quali tutti 
si unirono in Mortola e presenziarono all'atto che si fece 
dinanzi al podestà dottor Francesco Antonio Gottardi Sam- 
martini (^. Ma venuto a maggiore età il conte Antonio e 
assunta l'alta amministrazione del feudo, parve non si con- 
tentasse troppo di questa facile annuizione della madre; 

(^) Da nna lettera dello stesso Arch. e stessa busta. 

(^) Vecchia misara frignanese tolta dalla corrispondente bolognese. 
Un peso corrisponde presso a poco a 9 Kg. 

(') Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 20. Rogito del notaio Marco An- 
tonio di Francesco Antonio Parenti di Montecuccolo « ofllìtii Camnranae 
Actuarius ». Questo per avventura è V unico caso in cui ci incontriamo 
con il notaio patentato della contea; infatti tra le patenti che si con- 
cedevano dal Signore eravi anche quella del notaio. 



nX FEUDO FRIONAXBSB DKI COÌRTI ORSI DI BOLOGNA. 107 

anzi, nella visita che fece del 1739 alla contea, dovette darne 
vive rimostranze, perchè dinanzi a lui nel Sasso, in casa Soci 
(una delle più spettabili del dominio), uniti tutti i capi del 
comune e cioè < il signor Capitano Michele Soci, il signor 
Orio Giauelli, Tomaso Ricci Consigliere, il sargente Pelle- 
grino Bartolini massaro, 1* altiere Tomaso Masetti, Giacinto 
Masetti, Pietro Pigioli, Aurelio Bortolini, Pelegrino Loi*enzoni, 
Antonio Geminelli, Francesco Vegnudini uomini tutti del 
Bussolo e rappresentanti T intiero Comune di Camorana » si 
obbligano di dargli, purché conservi loro il diritto di caccia 
e di tener pallini e cani (esclusi s'intende i forestieri), oltre 
i due pesi di marroni, anche quattro lepri o due beccaccie o 
pizzacare per Natale; inoltro promettono di dare indi in- 
nanzi, per l'altra ricognizione annuale, in luogo di libbre 
trentadue di formaggio, un tìlippo e mezzo iu moneta. Non sì 
dovevano però più fare, come prima, caccio speciali per il 
conte (*). Questo diritto venne poi sempre indi mantenuto ai 
Carauranesi ; esclusi però del tutto i foresteri. Anzi contro co- 
storo è diretta un' apposita grida del conte Camillo Orsi in data 
10 febbraio 1766, con la quale ad ogni forestiero che fosse 
trovato a cacciare nella contea si commina la pena di 25 
scudi ('); e questa ricordava la grida che di simile tenore 
pubblicò il conte Gaetano il 12 marzo 1706, ripubblicata poi 
dalla conlessa Elisabetta Guidetti il 9 gennaio del 1726 ('). 
E certo però che tutte queste gride erano rivolte special- 
mente contro i finitimi di Benedello e contro la casa dei 
conti Moreni feudatari di quella terra. 



(») Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 22. Rogito di Francesco Antonio 
Gottardi Sammartini di Pavullo, notaio appartenente a distinta o anti- 
chissima famiglia. I Camuranesi, come affermano in uno di questi atti, 
avevano, per decreto ducale, diritto alla caccia sino dalla infeudazione 
dei Pio. 

(') Arch. Orsi, busta XXX, doc. sotto la data. 

(') Troyansi ricordate queste due gride nella sentenza del podestà 
Lavachielli contro gli uccisori di Giovanni Battista Antonelli. Arch. 
Orsi, busta XXIX, doc. n. 3. 



108 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 



IV. 



Una triste avventura di caccia di quei di Benedello diede 
luogo all'avvenimento e alla questione più importanti che 
in questi due secoli accadessero nel minuscolo dominio degli 
Orsi. 

Il 18 dicembre del 1726 i principali Uomini di Benedello 
fecero una caccia solenne nello loro terre per il conte Gio- 
vanni Andrea Moreni feudatario di quel luogo. Ma i caccia- 
tori, giunti presso le case Antonelli, sorpassarono la strada 
divisoria, entrarono in quel di Camurana ed uccisero (tirando 
contro un lepre ) Giovanni Battista Antonelli che tornava a 
casa propria con un somaro carico di ginepri. Il luogo presso 
il quale fu ammazzato T Antonelli dicevasi lo Zappato. Subito 
ne fu dato avviso al podestà Lavachielli il quale portatosi 
« al luogo del commesso omicidio, in luogho detto Lagadello 
e Rido di Zappato, trovò ivi più soldati assistenti per la 
custodia di detto cadavere, quale fu trovato ferito nella 
panza vicino all'umblico di una ferita penetrante alle budelle, 
un'altra nel petto sopra la mamella destra, et un'altra sotto 
la mamella sinistra, un'altra sopra la detta mamella in di- 
stanza tre dita alla forma di un'unghia, tutte ferite mortali 
senza uscita di sangue da alcuna di esse, fatte con piombo 
tagliato sparato da archibugiata. Nella mano sinistra in tre 
dita, cioè indice medio et anellare, altre ferite con effusione 
di sangue fatte da simile materia di piombo. Si osservò an- 
cora nelli panni li forami di detti quadretti, come pure, dove 
detto cadavere hebbe 1* archibugiata, goccio di sangue proce- 
denti dalle ferite della mano e li gineveri rotti e troncati 
da detti quadretti sette passi in distanza da dove stava il 
cadavere; e vi era ancora un somaro di pelo nero supposto 
di detto Antonelli ucciso (*j >. 



(') Arch. Orsi, busta XXIX, d. 3. Docaincnto allegato alla sentenza 
Lavachielli. 



CN FEITK) FRIGXAXESB DEI COXTl ORSI DI BOLOOKA. 109 

Fa sabito istmìto on processo dal podestà contro i pre- 
Taricatori ; qaesti vennero citati in gìadizio, ma come è facile 
capire, si resero contumaci : la sentenza del podestà, intesi 
moltissimi testimoni che nelle linee principali concordarono 
neir attribuzione della colpa, fa profferita nel fòro di Mortola 
il 28 loglio 1727. Essa condannava Paolo Notari pretore 
della contea di Benedello, il capitano Bartolomeo Pigioli, il 
sargente Andrea Croci, detto anche Tonarini, al bando per 
sei anni contiQoi dalla caria di Camarana, pena il carcere; 
al Tonarini, come uccisore dell' Antonelli, erano aggiunti altri 
quattro anni di bando ; ognuno d' essi, e in solido, era con- 
dannato a venticinque scudi d'oro da pagarsi alla camera 
del conte per le spese ecc. Inoltre, poiché risultò noto dal 
processo che alla fine del dicembre 1726 e nel giorno .^ 
gennaio del 1727 Paolo Notari predetto, Giacomo Messerotti, 
Giovanni .\ntonio Gianelli detto anche del Gratta e .\lmerico 
Chierici con schioppi e cani si recarono a cacciare nella 
giurisdizione di Camurana « in spretum Excellentiae suae 
et proclamatis vigentis », è pure condannato ognuno, e in 
solido, a venticinque scudi d'oro da applicarsi alla predetta 
camera del conte Orsi ('). 

Intanto però i Benedellesi sostenevano che il luogo dove 
fu ucciso r Antonelli non apparteva alla contea di Camu- 
rana, bensì a quella di Benedello: mancavano quindi lo ra- 
gioni di lamento da parte del podestà di Camurana e la sua 
sentenza veniva ad essere nulla. Di qui nacque una grande e 
acerbissima contesa tra i conti Orsi da una parte e i conti 
Moreni dall' altra, a causa dei confini. La quistione durò un 
tre anni: innumerevoli furono i testimoni esaminati da ambe 
le parti (*) e ingentissime le spese sostenute dalle due case 

(*) Ivi. Sentenza data dal podestà Layachielli in Mortola. 

(') Arch. Orsi, busta XXX n. 1. Un grosso libro di 19*> pagine 
portante la data del 17 aprile 1728, ha il seguente titolo: « Testimoni 
esaminati ad istanza del conte Giovanni Andrea Moreni ieiidatario di 
Benedello in caasa dei confini col conte Antonio Orsi feudatario di 
Camurana per gì* atti Guidoni e Viapiani *. Nello stesso Archivio e 
stessa busta, al d. 2, sotto la data del 6 novembre 1728 trovasi un 



110 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

per far valere il proprio diritto. La sentenza declaratoria e 
definitiva delia confinazione tra le due contee fu data il 15 
dicembre del 1728 e conservasi àgli atti del notaio Antonia 
Goldoni. La sentenza fissò i confini « a rivo Iddiani prose- 
guendo retro semitam usque ad locum denominatum Ronchi 
de' Nanni, et postea retro fines domorum appellataruin del 
Monte ex illa parte versus Scoltennam et respectu flumen 
Iddiani prò termine declaravit. Ideoque fundum nemoris del 
Zappato descriptum in estimo communitatis Camoranae in quo 
fuit inventum cadaver olim lohannis Baptistae Antonelli de 
Camorana praedicta occisi reperiri situatum ultra limites 
lurisdictionis et territorii Camoranae constare censuit >; sta- 
bili che con questi criterii si ponessero i termini « ambasque 
partes ab expensis absolvit (*). 

Periti di ambe le parti fecero mappe e rilievi (') ; final- 
mente venutosi alla nomina di due pubblici stimatori arbitri, 
don Francesco Palladini di Acquarla e Bartolomeo Bortolotti 
di Villabibone in quel di Semese, questi definirono la qui- 
stione e stabilirono che i termini fossero otto e si piantassero 
nei seguenti precisi luoghi: il primo nel punto in cui il rio 
d'Iddiano o Valchiera mette capo nello Scoltenna, il secondo 
dietro il sentiero che va ai Ronchi de' Nanni, il terzo nei 
Ronchi de* Nanni i quali sono in Benedello, il quarto sugli 
Sterpi dei Masetti, dietro la strada divisoria, il quinto al 
Sasso della Fontanina, il sesto sopra le case degli Antonelli, 

altro libro di cento pagine col titolo: < Testimoni secondi esaminati 
ad istanza del conte Moreni nella causa dei confini di Camurana per 
gì* atti Guidoni e Viapiani ». Le deposizioni dei testimoni citati dai 
conti Orsi trovansi in un altro grosso libro portante la data del 12 feb- 
braio, al n. 5 della busta XXIX nello stesso Archivio Orsi. Lungo e 
inutile sarebbe esaminare o ricordare le singole deposizioni. 

(*) Arch. Orsi, busta XXX, doc. n. 3. 

(*) Nel cit. Archivio Orsi, busta XXIX al n. 2 è una splendida 
pianta prospettiVa del territorio di Camurana che comprende anche 
parte di Iddiano e Benedello. Sono disegnati e prospettati i monti e 
tutte le case: nel luogo del delitto giace per terra il cadavere de IT An- 
tonelli G. B. Il territorio di Camurana è di tinta verde, rosea 1* hanno 
le giurisdizioni confinanti. Esistono altre mappe e disegni. 



VrS FKrDO FRIGNANBSB DEI CONTI ORSI DI BOLOGNA* 111 

il settimo nella strada del rio del Lagadello, l'ottavo dietro 
le cave del Monte. I termini dovevano portar la data del 
1729 con un B dalla faccia guardante Benedello e un C dalla 
parte di Camurana. Cosi furono difatti piantati dal governa- 
tore di Montecuccolo il 4 d'agosto del 1729 (*)• 

La causa fu ooncliiusa col dichiarar buona la sentenza 
del Lavachielli e quindi con piena vittoria della contessa 
Elisabetta Guidotti Orsi; ma con quali spese e sacrifizi! 
L'ultimo responso, il decreto del primo presidente del Con- 
siglio ducale di Giustizia, fu favorevole alla duchessa, spe- 
cialmente per l'intervento o le fatiche del conte Gian Giu- 
seppe Orsi abitante in Modena ('). Notevoli sono queste pa- 
role che uno della famiglia Orsi pose sul cartone di un grosso 
involto contenente documenti per il processo: < Ricevute 
scritture... nella causa di Camurana per i confini fra la 
suddetta giurisdizione e l'altra di Benedello in cui patrocinò 
il signor marchese Orsi per mezzo di cui fu fatta giustizia 
alle nosti'e raggioni con la vittoria della causa benché con 
gravissimo dispendio. Serva di norma ai posteri acciò stiano 
lontani da simili impegni, quali però si sono sostenuti per pura 
necessità e non già capricciosamente. (^) ». 

Cosi il processo mutò affatto di aspetto, e dalla condanna 
per la uccisione d'un uomo si passò a una artificiosa di- 
scussione diplomatica e preminenziale. Del resto la condotta 
dello stosso capitano Vincenzo Antonelli, uomo che fin allora 
aveva goduto assai stima e che subito avvenuto il delitto 
chiese alla contessa Orsi giustizia per il morto fratello (^), 
la sua condotta, dico, disonesta e le accuse infamanti coi 
relativi processi a cui fu sottoposto valsero a stornare dal 
morto Giovanni Battista l' interesse e 1' attenzione del pub- 
blico. Quello dell' Antonelli fu un altro gravissimo scandalo: 

(*) Arch. Orsi, busta XXX, n. 4. Grosso voi. me. di circa 400 pa- 
gine riassumente tutti gli atti nel processo. 

(') Arch. Orsi, busta XXX, n. 5. 

(') Arch. Orsi, busta XXIX, n. 4. Neil' esterno sono le date 1728-1729. 

(^) Lettera del cap. Antonelli Vincenzo in data 22 settembre 1726. 
Arcb. Orsi, busta XXVIII, sotto la data. 



112 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

per r addietro aveva occupate le più alte cariche della con- 
tea, era stato a capo della milizia, aveva goduta la stima dei 
conti Orsi specialmente della contessa Guidotti. Alla contessa 
interessava moltissimo l'Antonelli; il podestà così le scriveva 
il 10 febbraio 1726: « Le do parte che il capitano Vincenzo 
Antonelli è stato processato in Modena per supposto contra- 
bando di vitelli e venne la cavalcata in tempo di notte alla 
lui casa e lo fecero prigione e condussero a Modena; mi ha 
dispiaciuta la disgrazia di quel povero uomo, oltre che era 
travagliato da moltii o varii creditori... > (') ; di lui le riscri- 
veva il 12 aprile che non era ancora uscito dalle prigioni di 
Modena (*); ne usci invece verso i primi di luglio ('). Ma 
non stette libero molto tempo: ai primi di giugno del 1730 
era accusato di avere, insieme ad altri malfattori, rubati fer- 
ramenti al Molino d' Aurelio ; condotto in prigione a Semese, 
giacché al Sasso non e' erano carceri, fu provata vera l' ac- 
cusa e il podestà Lavachielli lo condannò in duecento lire 
di multa (^). Ma intanto altre marachelle si scoprivano, sicché 
il 4 agosto venne trasportato alle prigioni di Modena f) per 
i seguenti capi d'accusa: 1** di aver fatta una ricevuta falsa 
tendente a dichiarare pagato un grosso debito che teneva 
verso un tal Pellegrino Biagioni di Camurana; 2** di non 
aver consegnato, come doveva, a Marta Chierici di Monto- 
bizzo una sottana di panno nero che a questo fine aveva ri- 
cevuta dalla signora Anna Belotti di Modena; 3** di aver ru- 
bati ferramenti al Molino d'Aurelio; 4* di aver rubato, not- 

(*) Archivio Orai, busta XXVIII, sotto la data. Lettera del podestà 
Lavachielli. 

(-) Ivi, busta XXVIII, sotto la data. Lettera dello stesso podestà. 

(^) Ivi, busta XXVIII, sotto la data. Lettera dello stesso podestà. 

{*} Arch. Orsi, busta XXVIII, sotto il 1730. La condanna dell' An- 
tonelli fu pronunziata a Semese il 24 luglio di quelT anno. Dopo veniva 
subito condotto prigione a Modena. Ebbero parte in questo furto i 
fratelli Lazzaro e Domenico Tonarini di Benedello che tennero presso 
di loro i ferramenti. 

(') Il cap. Antonelli fu condotto a Modena il 4 agosto da < quattro 
servitori di Modena con lettere dell* illustrissimo signor segretario San- 
tagata. » 



UN FEUDO FRIQNANB6B DBI CONTI ORSI DI BOLOGNA. US 

tetempo, libre 27 y, di formaggio a Giovanni Uccellari ; 5** di 
non aver fatto restituire da sua figlia a Margherita Bortolini 
una borsa che quella avevalo data per errore ('). L'Anto- 
nelli fu naturalmente condannato, e la condanna fu grave; 
ma di tutto fu graziato dalla contessa; del qual fatto il po- 
destà Geminiano Lavachielli bonariamente la rimproverava (^). 



V. 



La carica più alta che fosse nella contea era quella del 
podestà, ufficio veramente importante. Il podestà era in re- 
lazione diretta col Signore del quale riceveva e faceva ese- 
guire gli ordini ; ma le attribuzioni sue principali erano quelle 
della giustizia, la quale veniva interamente a lui rimessa. 
Oltre la sua sentenza, per questioni e delitti interni alla 
contea, non c'era appello: il Signore poteva graziare. Il 
tribunale era tenuto nel fòro o sala della ragione, per la 
quale non oravi però un luogo fisso e per antica consuetu- 
dine a ciò destinato. Tuttavia nei primi tempi si fu soliti 
tener ragione e amministrare la giustizia nella torre del 
Sasso, la superstite d' un forte castello già tutto dirupato, 
specialmente per lo lotte frignanesi del sec. XV e XVI e 
per i Da Castagneto; ma detta torre era ormai, nel sec. XVII, 
scoperta e ruinosa (^, inadatta quindi per i giorni di cattivo 
tempo. La residenza del fòro fu quindi dal podestà Giova- 
nelli, distinta persona che durò in tale carica un mezzo se- 
colo, trasportata alla torre di Mortola, coperta e assai più 
idonea, quantunque non centrale rispetto al territorio della 
contea. In Mortola, specialmente per gentile concessione della 



(') Arch. Orsi, busta XXVIII, lettera del podestà Gem. Lavacbielli 
alla Contessa, del 14 luglio 1730. Tutte queste accuse furono svolte 
già nel tribunale di Semese il giorno 13 laglio 1730. 

(*) Lettera del 22 agosto 1730. Arch. Orsi, busta cit. 

(') È stata coperta recentemente dal proprietario avv. cav. Carlo 
Ghibellini. 

8 



114 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

famiglia Giovanelli che non pretese mai nulla dell'affitto (*), 
si continuò poi sempre ad amministrare la giustizia. Se non 
che oravi un grande inconveniente nella contea: mancavano 
le prigioni; quando perciò c'era un grosso delitto, per il 
quale era necessaria l' incarcerazione, bisognava ricorrere a 
Semese, dove ne erano delle buone e forti; e non di rado 
vediamo appunto là svolgersi i processi di Camurana, di- 
retti però sempre dal podestà della terra. Cosi sono condan- 
nati il 29 luglio 1698 Domenico e Pietro Bortolini alla con- 
fisca dei beni e alla forca per aver ucciso Giacomo Piccini 
di Benedello (*), il cap. Vincenzo Antonelli nel 1730 (^, Gio- 
vanni Giannotti al bando per cinque anni, ecc. (*). 

Il podestà ritirava un assai magro stipendio, inoltre do- 
veva pagare la patente di nomina che costava quindici zec- 
chini, più quindici lire bolognesi per la registrazione (^); era 
sempre un forestiert) e se ne capisce facilmente la ragione; 
non aveva alcuna relazione o intromittenza nell'amministra- 
zione comunale. Ecco l'elenco dei podestà di Camurana, più 
compiuto che mi è stato possibile: 

1623 (?)-1634 . . . Giovanni Cantelli da San Dalmazio detto anche 

Commissario (*). 

C). 

1674-1724. Dottor Giovanelli di Villabibone («). 



Q) Arcb. Orsi, busU XXVIII, sotto il 1724. Lettera del podestà 
Lavachielli alia contessa Orsi a Bologna. 

(') Arch. Orsi, busta XXIX, n. 1. Esiste la sentenza. 

(') V. sopra a p. Ili e segg. 

(*) Arch. Orsi, busta XXX, sentenza delP anno 1788. 

(*) Arch. Orsi, busta XXX, sotto V anno 1766 dove è segnato il va- 
lore di tutte le patenti. 

(^) Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 8. In questo documento del 1634 
(25 nov. ) il Cantelli è appunto ricordato col nome di Commissario,,., a 
nome delV Ilì.mo Signor Conte Orsù 

(^) Lacuna. 

(^) Gli anni in cui fu podestà di Camurana il D** Giovanelli sono 
ricordati in una lettera cit. del podestà Lavachielli del 1724. V. Arch. 
cit. busta XXVIIL 



UN FBU0O FRieMANBSB DBI CONTI OSSI I>I BOLOGNA. 115 

1724-1730. Dottor Geminiano Lavachielli (»). 
1731-1732. Dottor Giuseppe Ricci di Castagneto (»). 
1733-1740 (?). Dottor Francesco Antonio Gottardi Sammartinì 

di Pavullo (3). 
1740-1742. Dottor Domenico Sante Manfredini (*). 
1742-1750. Dottor Domenico Covili di Iddiano (*). 
1750-1767. Dottor Alfonso Lavachielli («). 
1767-1795. Dottor Domenico Maria Montanini da Torricella o 

Montobizzo (*). 
1795-1796. Dottor Giacomo Antonio Giacomelli di Semese (*). 



VI. 



Un* altra carica assai importante era costituita dal Capitano 
che aveva il comando e la direzione della milizia: carica pura- 
mente onorìfica come le altre minori di Alfiere, Tenente, Sar- 
gente, Caporale, Paggio, Tamburino. Era anzi gravosa per il 



(') Di questo attivo podestà sì hanno neir Aroh. Orsi 'moltissime 
lettere. Fa molto ben veduto dalla contessa Guidotti che, essendo mi- 
nori d'età i figliuoli, resse per parecchio tempo la contea. V. anche la 
lett cit. nella nota antecedente. 

(^) II co. Orsi dava a lui il 13 aprile 1731 la patente di podestà 
per tre anni; ma il Ricci o mori prima o rinunziò, giacché Panno dopo 
a lui succede il Gottardi. V. Arch. cit., busta XXX, sotto la data. 

(^) Ricordato come podestà in un rogito, da noi in parte riportato, 
del 17 novembre 1733. Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 20. Rogito di 
Marco Antonio Parenti. 

(*) Fu nominato podestà il 20 maggio 1740 come risulta da patente 
originale. Arch. cit., busta XXX. 

(^) Relativa patente sotto V anno 1742. Arch. cit, busta XXIX. 

(*) Fu nominato podestà il 21 luglio 1750, come dalla relativa pa- 
tente. Arch. cit, busta XXX. Esso rinunziò spontaneamente la carica 
il 25 maggio 1767. Arch. e loc. cit 

(J) Fu nominato podestà il 3 giugno 1767 e accettò quantunque già 
avesse onorevoli impegni a Montobizzo. Vedi la patente in Arch. cit, 
busta XXX. Mori nel 1795 d' anni 72, dopo esser stato podestà di Ca- 
mnrana anni 27 mesi 10 e quattro giorni. 

(*) Fu eletto podestà il 7 aprile 1795. V. Aroh. cit, busta XXX, 
•otto la data. 



116 R. DEPUTAZIONE Di STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

fatto che la patente costava parecchio: dodici zecchini, piii do- 
dici lire bolognesi per la registrazione; le cariche minori co- 
stavano gradatamente meno (*). Da principio la carica di capi- 
tano — e cosi le altre — era ambitissima; le patenti erano 
desideratissime ; ma a poco a poco questi onori caddero in di- 
scredito e alla fine del sec. XVIII nessuno faceva più un 
passo per ottenerli. Lo stesso conte Camillo Orsi scriveva il 
9 febbraio del 1770 che il feudo di Camurana gli portava più 
svantaggio che utile, giacché ogni anno pagava dodici lire e 
cinque soldi di ricognizione al duca e le patenti invece le 
doveva dar per niente ('). 

Tale carica davasi sempre ad uno della contea e general- 
mente concedevasi a vita; non essendosene privati se non 
per un'azione contraria air onorabilità. Pure trovo che la 
contessa Orsi toglie nel 1729 la carica di capitano a Cesare 
Gianelli e la dà a *Michele Soci, poiché, essa dice, il Gianelli 
era trascurato e non aveva mandato nì^. anche a Bologna, 
come costumavano fare gli altri, 1* elenco dei soldati 0. II 
Soci ne era ambizioso e l'aveva lungamente sollecitata dalla 



(^) Ecco il costo delie principali patenti nel 1766 (Arch. cit 
busta XXX): 

Podestà zecchini 15 e pel registro lire boLsi 15 

Notaro » 12 » » 12 

Capitano » 12 ». » 12 

Alfiere > 10 » > 10 

Tenente > 6 » » 6 

Sargente > 8 > » 8 

Le patenti di Caporale, Avvisatore, Servitore di casa. Tamburino, 
Paggio ecc. non avevano valore fisso, ma per lo più si pagavano 12 
lire boLsi V una, e per registro al Cancelliere lire 2,10 o almeno 1,10. 

f ) Arch. Orsi, busU XXVIII, sotto la data. Il conte Camillo riti- 
rava però, per la concessione di caccia e pesca, lire modenesi 10. 

(*) Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 24. Lettera delia contessa al po- 
destà Lavachieili. La destituzione avvenne nel 1729. Nel 4 dicembre di 
queir anno per festeggiare la nomina di Michele Soci a capitano si fe- 
cero caccie generali di due giorni. Stessa busta. 



US FSUDO FBI01CANS8B DEI COXTI OSSI DI BOLOGNA. 117 

contessa* Che tali cariche durassero a lungo ia una stessa 
persona e bene spesso anche nella stessa famiglia è provato 
dal fatto che parecchie case anche ora hanno il nome di cà 
dell' alfiere, cà del sargenie, cà del coniandanle (*). 

Tutta la gerarchia e forza militare era cosi composta 
nella contea di Camurana Tanno 1766, e ho ragione di ere* 
dere che,. quanto al numero, uguale fosse negli anni antece- 
denti e seguenti: 

Domenico Socei Capitano 
Matteo Mosetti alfiere 
Antonio Lorenzoni tenente 
Francesco Antonelli sargente 
Domenico Pigioli caporale 
Angelo Gianelli paggio del capitano 
Giacomo Geminelli tamburino 
Bartolomeo Bortolini avvisatore 
Giovanni Bortolini 8er\'itore di casa 
Antonio Borzanelli soldato a piedi 
Antonio Lorenzoni » » 

Antonio Pigioli » » 

Bartolomeo Lorenzoni » > 

Francesco Bergantini > > 

Francesco Pigioli » » 

Giacomo Romani > » 

Giacomo Verucchi » » 

Giovanni Bosi > > 

Giacomo Geminelli > » 

Lorenzo Lorenzoni » > 



(^) II capitanato stette quasi sempre nella famiglia Soci. Al prin- 
cij>io del sec. XVII troviamo capitano Pietro Soci del Sasso, nel 1686 
(2 marso) è capitano suo figlio Michele Soci; dal 1729 al 1760, senza, 
interrasi one, fu capitano un Michele Soci inni ore, nipote forse dell* ai- 
timo; finalmente dal 1760 in poi è nominato il fratello Domenico Soci. 
Abbiamo dunque un* interruzione sola al principio del seo! XVIII con 
Vincenzo Antonelli e Cesare GianelIL 



1Ì8 R. DBPOTAZIONB DI KTORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Dunque* venti militari in tutto, dei quali nove erano gra* 
duati ! ('). L' esercito (se si può chiamar cosi) aveva naturai* 
mente la bandiera ; per 1* acquisto della quale sorse nel 1727 
una contesa tra i soldati e il comune. Trovo infatti due ro* 
giti, uno di Giuseppe Maria fu Giacomo Ronchi dalle Cro- 
cette (1 dicembre), l'altro di Domenico fu Pellegrino Cor- 
sini da Gaiaio (3 dicembre 1727), portanti il titolo: < Atte- 
stati d'ufRziali di compagnie di soldati di Semese e Monte- 
cuccolo sopra Tuso di pagarsi dalle communità sopra l'estimo, 

(1) Areh. Orsi, busU XXX, libro degli Atti e degli Affari. Ecco 
aloane concessioni di patenti : 

1705, 8 luglio. — patente di Alfiere concessa a Masetti Tomaso. 

1704, 23 maggio. — Patente di Paggio dell' Alfiere concessa a Gio- 
vanni Battista AntonelIL 

1708, 8 giugno. — Patente di Sargente concessa a Giovanni Boi^ 
tolini. 

1716, 26 agosto. — Patente di Tamburino concessa a Carlo Perotti. 

1719, 31 gennaio. — Patente di. Avvisatore concessa a Giacinto 
Masetti. 

1719, 18 luglio. — Patente di Sargente concessa a Giovanni Bor- 
tolini. 

1722, 6 marzo. — Patente di e Caporale della Compagnia de' sol- 
dati di Fanteria di Camurana » concessa a Martino Antonelli ecc.; 
tutte nella busU XXVIII dell* Arcb. cit 

1724, 6 marco. — Patenti di Tenente concessa a Francesco Maria 
Uccellari e di Alfiere a Tomaso Masetti. 

1729, 9 gennaio. — Patente di Sargente concessa a Giovanni Bar- 
tolinL 

1729, 23 novembre. — Patente di Capitano concessa a Micbele SocL 

1730, 13 aprile. — Patente di Foriere concessa ad Antonio Ge- 
minelli. 

1730, 13 aprile. — Patente di Sargente concessa a Giovanni Mar- 
tino Antonelli. 

1748, 23 novembre. — Patente di Sargente concessa allo stesso. 

1750, 31 luglio. — Patente di Tenente concessa a Giovanni Bat- 
tista Pini. 

1760, 18 dicembre. — Patente di Capitano a Domenico Soci (che 
pagò 45 lire). 

1789, 18 aprile. — Patente di Tenente concessa a Pietro Bortolini 
ece^ tutte nella busta XXX dell* Arcb. cir. 



UN FBUDO FRIGNANB8B DBI CONTI ORSI DI BOLOGNA. 119 

6 non già dalle compagnie o ufficiali, le bandiere delle me- 
desime » (*); e il comune di Camurana avrà provvisto. 

Si comprende bene che ognuno dei componenti la milizia 
viveva tutto il giorno a casa sua occupato nel proprio me- 
stiere, essendo rarissimo il caso che fosse chiamato in fun- 
zione; c'era l'Avvisatore che aveva incarico di radunare tutti 
in caso di bisogno. 

VII. 

In molti feudi avviene che il Signore ha sin da principio 
si arroga a poco a poco il diritto di nominare il paroco 
della villa o del luogo posto sotto la sua dizione; non cosi 
avvenne per Camurana. La chiesa di Camurana ha sempre 
dipeso, sin dal principio del sec. XI, insieme a Iddiano, dal 
monastero di San Pietro di Modena, al quale dava da prin- 
cipio, a titolo di ricognizione o canone annuo -mediam sar- 
einam duronum nel giorno di S. Pietro e mediam sarcinam 
castaneanum albarum per S. Michele (29 settembre) (*); 
più tardi poi, e precisamente nel 1744, i duroni (sorta di ci- 
liege, altra volta dicesi zambellarum) e le castagne secche 
vennero sostituite con un onere annuo di dieci lire. 

Dalle carte riferentisi a questa cura che sono nell'Ar- 
chivio parocchiale di Iddiano ('), confrontate con altre del- 
l'Archivio di Stato di Modena che noi vedemmo, risulta 
chiaro un fatto importante; Io sforzo continuato di Camu- 
rana, che è subsidium curae d' Iddiano, per liberarsi da 



(«) Arch. Orsi, busta XXVIII, n. 18. 

(') Atto di investitura del benefizio di 8. Biagio di Camurana 9Ì 
earato d. Antonio Croci, in data 23 aprile 1709. Archivio di Stato di 
Modena; corporazioni soppresse; Monastero di S. Pietro, e in Archivio 
parocchiale di Iddiano. 

(') Per le notizie e i materiali deir Archivio parocchiale di Id- 
diano V. A. SoRBBLLi, Gli Archivi del Frignano, Ricerche e studi. Pa- 
voUo nel Frignano, Q. Bompani 1900.... (in corso di stampa); voi. I^ 
fMcic. 1 e 2. Per le notizie riguardanti Camurana vedi la mia appen- 
al n. 175, anno 1897, del Diritto Cait. 



120 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

<]U6sta dipendenza e costituirsi in parocchia a sé o alla peg- 
gio essere sottomessa a Benedello, come tentò e riuscì, ma 
per breve tempo, nel 1409. E questa aspirazione è viva 
ancor oggi in quelle 104 persone (tante ne conta la cura di 
Oamurana) ed accenna a far capolino ad ogni benché minima 
occasione. 

È un documento repressivo di abusi che prima esistevano 
questo severo disposto del vescovo Carlo Fogliani, dato nella 
visita pastorale ivi fatta il 12 settembre 1682, che comanda 
al curato di Camurana: di non amministrare i SS. Sacra- 
menti della confessione e della communione durante il tempo 
pasquale senza V espresso permesso annuale del rettore d* Id- 
diano; di non fare alcuna pubblicazione, né di contrarre ma- 
trimoni, anche di persone dipendenti dalla propria cura, senza 
lo speciale permesso del rettore predetto, sotto pena ecc.; di 
render conto al paroco di Iddiano delle offerte prò ani- 
mabus; di spendere attorno la chiesa di S. Biagio le offerte 
che si ritireranno nel giorno della festa del titolare, ma 
anche di queste render conto; di nominare infine un mas- 
saro il quale ogni anno dia il resoconto delle entrate e delle 
spese al rettore d' Iddiano, come sopra (^). Le imposizioni 
•orano severe ed esplicite. Nel 1685, tre anni dopo, il cap- 
pellano don Michele Giovannini tentò di reagire contro que- 
sto decreto con due attestati di vecchie persone, Giovanni 
Vignudini di Chiagnano e Giovanni Masetti di Camurana; i 
quali certificano che la « chiesa di Camurana ha sempre ser- 
vito di parocchiale al popolo di Camurana, mentre in quella 
sono stati celebrati di continuo li divini ofiìzii e amministrati 
1 SS. Sacramenti eccettuato il battesimo » (') ; ma questi do- 
cumenti non valsero a mutare le disposizioni date. 

Intanto vediamo negli anni seguenti accentuarsi sempre 
più questo desiderio, fomentalo da persone influenti che al- 
lora erano in Camurana, come il capitano Martino Antonelli (^, 

(^) Archivio parocchiale di Iddiano; carte riguardanti Camaraoa. 
(^) Archivio parocchiale di Iddiano; carte riguardanti Camurana. 
(^) Ricordo, a proposito del cap. Martino, che il R. arciprete di Be- 



UK FKCDO FUGXAXSSB DKl COXTI OSSI DI »>LO(iXA. 1Ì1 

i GianelH, gli UccellarL II coSmo si ebbe nel 1764. Il carato 
D. Giuseppe Mosetti, par tanto benemerito della chiesa di Ca- 
mnrana e prima tanto amato dai saperiorì, contribai ad ac- 
cendere il fuoco. I Camaranesi si ribellarono a Iddiano« ri- 
fiatandosi in massa di far la pasqua in nian altro luogo cbe 
nella loro chiesa di S. Biagio, e ciò contro il disposto dei 
vescovi e degli abbati di san Pietro. Ci furono proteste e 
contese gravissime: i Camaranesi ricorsero anche al conte 
Camillo Orsi pregandolo a intercedere dal vescovo che po- 
tessero confessare e commanicarsi in Camurana. La supplica 
fu dair Orsi subito presentata al vescovo ma senza alcun 
fratto giacché esso rispose che quelli di Camurana erano 
abusi ('). Quindi disordini peggio di prima. Dovette interve- 
nire il duca che ordinò di incarcerare nella ròcca di Semese 
alcune persone delle più fomentatrici. Cosi fattosi, gli abi- 
tanti di Camurana dovettero ridursi alla ragione; il D. Ma- 
setti fu condotto a Modena dove stette alcuni mesi prigio- 
niero e poi fu costretto a rinunziare la cui*a, come fece il 
26 ottobre di quell'anno (*). Una recrudescenza di questi 
fatti fu la soppressione anche del curato in Camurana dal 
1764 al 1810. 

VIII. 

E termino questo breve scrittarello accennando agli Sta- 
tuli di Camurana, ignoti fin qui, che trovai nell' Archivio 
del signor Pietrantonio Bortolini appartenente ad una delle 
famiglie più antiche e spettabili della nostra ex contea ('). 

nedello D. Giuseppe Bagatti crede di aver trovato il legame genealò- 
gico tra qaedta famiglia Antonelli e V altra di Roma (pervenuta secondo 
lui da questa) cbe divenne nota specialmente per il card. Antonelli. 

(^) Arcb. Ofd, busta XXVIII, sotto la data. Esiste la lettera au- 
tentica del vescovo. 

C) Archivio di Stato di Modena; corporazioni soppresse ; monastero 
di S. Pietro; e Archivio parocchiale d^Iddiano; carte riguardanti Ca* 
mnrana. 

(') DelP Archivio Bortolini in Camurana me n* occupai negli Ar- 
chivi del Frignano appendice al Dir. Cati,^ a. 1897, n. 172-173. 



122 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR I«A ROMAGNA. 

Gli Statuti e privilegi concessi alle comunità d' Iddiano^ 
Benedello, Viecave, Chiagnano e Montobizzo dai Principi 
Estensi e confermati dal duca Francesco III già compilati 
nel principio del sec. XVI, ma stampati solo nel 1739, 
dettero certamente occasione agli Statuti di Camurana. I Ca- 
muranesi credettero di non esser da meno dei comuni vicini 
e, prima che finisse l'anno, vollero anch'essi i Novi Capi- 
toli et provisioni fatte dal Massaro Scindici et Uomini 
della Communità del Sasso o sia Camurana posta in Fri- 
gnano, l'anno del Signore 1739 nella seconda indizione e 
giorno decimo quinto del mese di dicembre (*). 

Gli articoli sono ventiquattro. I primi due riguardano la 
religione, dal 3® al 7* l' amministrazione comunale, V 8*" e il 9*" 
i forestieri, il 10® il commercio, V W e il 12® l'economia 
agraria, il 13® punisce le frodi degli amministratori comunali 
e la baratteria, il 15** tratta del diritto d' esazione del Mas- 
saro anche scaduta la sua reggenza, il 14® il 16*" e il 17® sta- 
biliscono le pene per i danneggiatori, il 18® riguarda la vendita 
dei beni stabili, il 19® la caccia, il 20® prescrive il rendiconto 
dei raccolti da darsi annualmente dai sudditi al podestà, 
il 21® stabilisce pene per certi danni sulla proprietà, il 22® 
riguarda l'obbligo dei padroni per i mezzadri sulla tassa del 
sale di fronte al podestà, il 23'' stabilisce le pene per chi 
trasgredirà gli statuti, il 24® le pene per gli amministratori 
che non osserveranno i loro doveri. 

Cominciano: « In primo luogo è statuito et ordinato che 
persona alcuna di detta Communità non debba bestemmiare 
Iddio, né la B. V. Maria, né San Biagio loro Protettore; et 
chi contrafarà paghi soldi cinque alla loro chiesa di S. Bia- 

{}) Il ms. che li contiene (che è T originale) è nn codicetto car- 
taceo ben conservato, in-8 piccolo, di 18 carte n.n. delle qnali tre bian- 
che, nna in principio e due in fine; è legato con tavolette di legno 
coperte di pelle impressa a vari ornamenti. Le prime otto carte con- 
tengono gli antichi capitoli accordati dai duchi Estensi ai comnni di 
Sasso Iddiano e Monterastello, dei quali sopra abbiam visto altro 
esemplare nel T Archivio Orsi dell' Archivio di Stato di Bologna^ e che 
stampiamo integralmente in fine al presente lavoro. 



UH FBUDO FBIQHANBSB DBI CONTI OBSI DI BOLOGNA. 123 

gio per ciascuoa volta cootrafatta etc. ». È proibito lavorare 
nei giorni festivi (*). 

Per la scelta del Massaro e degli altri ufRciali del Co- 
roane si procede cosi: gli Uomini di tutto il Comune si uni- 
scono e propongono un certo numero di candidati alle cari* 
che; fra costoro a sorte (per bulletiino) vengono estratti il 
Massaro (la carica più importante) ed i Sindaci che dure- 
ranno in carica un anno. Colui che e estratto Massaro deve 
esercitare tale carica oppure farla esercitare da un altro 
parche sia un candidato agli uffici. I Sindaci eletti debbono 
giurare sul vangelo davanti al Notare o Cancelliere del Co- 
mane di « fare giustamente il loro officio senza vizio et in- 
ganno et con ogni sollecitudine, et esser rimosso da loro odio 
amore et timore » ('). 

L'ufficio di essi è di < fare quelle provisioni et ordini in 
detta Comunità che ad essi parerà circa li divieti di vende- 
miare, spigolare castagne e tutto ciò che sarà utile e neces- 
sario per detta Comunità et Uomini, con imporre pene a chi 
contraracesse per quello parerà a loro » ('), eccetto il caso 
che la pena sia stabilita dagli statuti stessi. Dovranno pure 
ordinare con gride « che qualunque persona che volo votar 
le stalle et mover letami, debba votarli et movere avanti il 
maggio e dal principio di maggio non possasi movere letame 
sino a mezzo luglio sotto pena di soldi venti » ecc. (^). Non 
possono spendersi i fondi comunali o darsi a persona alcuna 
< eccetto che se detti Uomini et Commune gli fossero obbli- 
gati di ragione et non altrimenti » (^). 



(') Articolo 2. È da notarsi la grande somiglianza di questi statuti 
con quelli di Iddi ano che stadi ammo negli Archivi del Frignano^ op. 
oit, voi. I, fase. I, a. C* è lo stesso spirito informatore. 

(«) Articolo 6. 

(») Articolo 3. 

(^) Articolo 7. Vedi disposizione similissima negli Statati di Id- 
diaoo (iu op. cit). Lo scopo era perchè il pazzo non offendesse il 
baco da seta, molto coltivato allora, e ne procurasse la moria. 

(*) Articolo 5. 



194 R. DBPUTAZIONB Dt STORIA PATllfA PER LA ROMAGNA. 

I forestieri che non abbiano beni mobili almeno per lire 
cento, non possono venire ad abitare nel comune né essere 
ricevuti da alcuno se non danno < idonea sigurtà a detto 
Coramune di conservarlo senza danno alla Ducal Salma, come 
da altra cosa che dependesse per loro cagione > (*). Sono 
esclusi i maestri di scuole, i servi e i fabbri ferrai. 

Se vi sono liti fra persone del Comune per confini, vie, 
passaggi ecc., queste debbono essere composte dal Massaro e 
dai Sindaci alla cui decisione sono obbligati stare i sudditi. 

II Comune non può fare gride penali (*). I sudditi non 
possono tenere capre, come non possono tenere pecore di 
altro comune in numero maggiore di venti. I pastori non pos- 
sono stare a pascolare nel Comune più di un giorno pena lire 
dieci per ogni branco di pecore e lire venticinque per ogni 
branco di capre. 

La caccia è libera solo agli abitanti del Comune (^). 

Ogni abitante del Comune deve dare conio al Massaro di 
ciò « che si raccoglierà annualmente nelle terre di detta Com- 
munita, cioè fermento legumi e marzadelli per tutto il mese 
di settembre e le castagne per tutto il mese di dicembre > (*). 

Sono poi stabilite varie pene per chi taglierà castagni 
grandi (lire cinque di pena) o piccoli (lire due e soldi dieci), 
per chi dischiolderà (^) vigne, per chi esporterà pali o ca- 
reggierà per i prati o caverà piante insedile (•) ecc. 

I padroni sono responsabili dei falli commessi a danno del 
Comune dai contadini, come del sale che quelli abbiano le- 
vato d). 

Infine « è statuito et ordinato che detti Sindaci che a quel 
tempo saranno debbano essere soleciti pronti e vigilanti a 

{}) Articolo 8. Disposizione simile negli Statati di Iddiano cit 
(«) Articolo 14. 
(») Articolo 19. 
(*) Articolo 20. 

(^) Dischioldarty togliere, rompere la siepe. Ugnale voce, per que- 
sto significato, ricorre negli Statuti di Iddiano cit. 
(^) Innestate. 
O Articolo 22. 



UN FEUDO FRIGKANBSB DEI CONTI ORSI DI BOLOGNA. 125 

far fare quelle cose che saranno necessarie per detti Uomini, 
come sono bandete, divieti, conciare vie (*), col far tagliare 
le acque dove occorrerà e dove a loro parerà opportuno e fare 
tutto ciò che sarà necessario >, sotto pena di lire cinque (*). 

Compilati gli Statuti, il Comune li mandò al duca per 
l'approvazione; egli la concedeva nel 29 gennaio 1740, ma 
eccettuava tre articoli: il decimo il quindicesimo e il diciot- 
tesimo. 11 10* concederebbe la facoltà al comune di Camu- 
rana di < potere estraderò e condurre roba, vino, uva, for- 
maggio > ecc. in tutto il ducato di Modena senza pagar dazio 
o gabella; il 15* stabilisce « che il Massaro doppo che avrà 
finito il suo ofRcio possa esigere da quelli che non avranno 
pagato a suo beneplacito » ; col 18** i venditori degli stabili 
debbono osservare lo statuto di Modena^wp^r quo {il duca) 
7nandat observari proclamata ducalia. Come si vede, il duca 
aveva troppe ragioni per incriminare questi tre articoli. 

Quanto all'art. 19' approdai et confirmat salvis iurihus 
feudetario super venatione /orlasse compelentibus. Ma dei 
patti speciali e delle relazioni, per la caccia, tra Signore e 
sudditi abbiamo sopra lungamente ragionato. 

Vienna, geiìnaio 1902. 

A. SORBELLI. 

(^) È in relazione col dispoato di questo articolo V ordine cbe dà 
nel 1793 il sindaco tenente Pietro Bortolini, per il quale tatte le famiglie 
della contea sono invitate a concorrere in an determinato giorno al 
riaccomodamento delle strade « mal concie e quasi inservibili >. Arcb. 
Orsi, busta XXX, sotto la data. 

(') Articolo 24. 



DIPLOMA D' INVESTIZIONE DEL FEUDO DI GAHURANA 
DATO DA CESARE D'BSTE DUCA DI MODENA AD ASTORRE ORSI 



(Ardì, di Stato di Bologna ; Arcb. priv. della famiglia Orsi ; busta XXVin, doc n. 5) 

31 Ottobre 1623. 

In Christi nomine amen. Anno a nativitate eiusdem millesimo 
sexingentesimo vigesimo tertio, indictione sexta die vero trigesima 
prima mensis octobris. 

Inter alia multa quibus magni principes et qui veram gloriam 
sectantur in regendis principatibus sibi a Deo commissis invigilare 
oportet, illud non in ultimo loco positum esse constat ut viros no- 
biles et virtute ae meritis praestantes specialibus favoribus et gra- 
tiis prosequantur, quod a serenissimis prineipibus Estensibus obser- 
vatum semper fuisse quaniplurium illustrium familiarum quas suc- 
cessivis temporibus ad sublimos dignitatum atque honorum gradus 
evexerunt non minus praeclara quam crebra testantur exempla ; cum 
itaque per illustrissimus dominus Astor de Ursis quondam per il- 
lustrissimi domini (sic) nobilis bononiensis non solum ex 
antiqua nobili et summae erga serenissimam domum Estensem de- 
votionis ae fìdei familia ortus sit, sed propriis quoque animi dotibiis 
sit conspicuus praecipue vero morum integritate, vitae splendore, et 
sincera in principem observantia nec non et equestri virtute et ci- 
vili prudentia, ex quibus omnibus talem se praestat qualem virum 
vere nobilem esse decet; idcirco serenissimus et excellentissimus 
princeps dominus noster dominus d. Caesar Estensis Mutinae et 
Reggii etc. dux etc. suis atque antecessorum suorum vestigiis in- 
haerens in loco infrascripto existens, multorum nobilium corona ibi 
astante, agensque sponte et hilari ae sereno vultu, per se et suos 



UN FBUDO FBIONANBSB DBI CONTI ORSI DI BOLOGNA. 127 

«accessores, per tradditìonem ensis denudati, quem sua tenebat in 
manu, iure feudi nobilis ad usum regni investivit suprascriptum per 
illustrissimum dominum Astorem de Ursis praesentem genuflexum 
humiliter petentem stipulantem et recipientem prò se ipso et prò 
omnibus suis filiis masculis le^timis et naturalibus et ex legitimo ma- 
trimonìo natis et prò eorum descendentibus masculis natis ut supra 
in infinitum, ordine tamen suecessivoprimogeniturae ita ut presens 
feudum deveniat de primogenito in primogenitum ut supra legitime 
natum donec extiterit aliquis de descendentibus ut supra legitime 
natis dicti domini Astoris, ordine semper primogeniturae servato. 

De Villa Camuranae et illius iurisdictione sita in ducatu muti- 
nense dominii praefati serenissimi domini sub potestaria Guiliae 
inxta sua notissima confinia cum suis territoriis, pertinentiis, adia- 
centiis, honoribus, franchisiis, prélieminentiis, acquis, acquarum du- 
ctibus, venationibus et aucupìis ac aliis omnibus iuribus dictae villae 
et iurisdictioni quomodolibet spectantibus et pertinentibus et cum 
mero et mixto imperio plenariaque gladi i potestate et omnimoda 
iurisdictione et aucthoritate iuribus et pertinentiis ac etiam omni- 
moda hominum prò tempore et incolarum dictae villae et territorii 
obidientia coeterisque omnibus et singulis sub dieta iurisdictione com- 
prehensis. Excepta tamen semper et praelibato domino duci et succes- 
soribus reservata ea superioritate et imperio quam et quod babent et 
babere soliti sunt serenissimi domini d. duces antecessores celsitu- 
dinis suae in alios suos vassallos es feudetarios iuraque et loca iuri- 
sdictionalia in feudum per eos concessa. Nec non reservatis iuribus 
dandi sai et eorum impositione incolis dictae villae et iurisdictionis ; 
item et exactione speltarum si quae exiguntur; similiterque taxis 
gentium armorum vectigalibus et datiis. Item servictio hominum 
et incolarum dicti loci et iurisdictionis ex causa fortiliciorum quae 
in statu eius celsitudinis venient fabricanda vel adaptanda et more 
solito, quibus omnibus ipsi homines nullatenus sint exempti. Re- 
servatis etiam pariter omnibus processibus et condemnationibus 
quibuscumque formatis et factis contra quoscumque usque in prae- 
sentem diem, ac omnibus creditis ducalis Camerae ex quacumque 
causa contra quascumque incolas dicti loci quae omnia non veniant 
nec cadant aut comprehendantur in et sub praesenti investitione 
sed ipsi serenissimo domino duci eiusque imperio sint et esse in- 
telligantur salva et reservata penitus et in totum ut supra spectent- 
que et pertineant ad eius celsitudinem et eius successores prò ut 
spectabant et pertinebant ante praesentem concessionem. Simili- 



128 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

terque etiam salvo semper et reservato quod per praesentem inve- 
stitionem nuUum inferratur nec inferri possit praeiudicium aliquod 
iuribus sacri romani imperii ae ipsius serenissimi domini ducis non 
traslatis per praesentem investitionem sed illa semper salva et illesa 
maneant et reserventur. Et eum licentia intrandi standi apprehen- 
dendi et continuandi tenutam et possessionem etiam propria aucto- 
ritate ipsius domini feudetarii ac suorum ut supra sine requisitìone 
alieuius iudicis vel officialis eelsitudinis suae et prò ut sic eidem do- 
mino feudetario ut supra stipulanti ipse serenissimus dominus dedit 
et concessit tenutam et corporalem possessionem vel quasi dictae 
villae et iurisditionis ac eius iurium et pertinentiarum ut supi-a 
concessarum quemque locum et iura celsitudo sua constituit se te- 
nere et possidere vel quasi nomine ipsius domini feudetarii et suo- 
rum ut supra donec et usquequo dictam corporalem possessionem in- 
traverit et in qua celsitudo sua promissit ipsum dominum feudeta- 
rium ac suos ut supra manutenere et conservare omnibus eelsitu- 
dinis suae et suorum ut supra iudiciis periculis et expensis etc. 

Ad habendum tenendum possidendum et usufructandum babendum- 
que et consequendum fructus redditus et intro;>i;u8 praedictos emolu- 
mentaque praedicta dictamque omnimodam iurisdictionem exercendam 
iure feudi praedieto salvis tamen semper superius expressis ; et cum 
arbitrio et bailia puniendi rebelles es inobedientes et condemnandi 
ac mulctandi eos prò ut ipsi domino feudetario et suis ut supra vi- 
debitur prò pacifico statu regimine et conservati one ipsius iurisdictionis 
et incolarum suarum mulctasque et poenas quascumque imponendi et 
exigendi easque si ve antea si ve post condemnationem remittendi et 
quascumque alias gratias faciendi prò ipsius et suorum ut supra libito et 
conservatione propria bonorumque confiscationes ac omnia alia et sin- 
gula regalia iura et emolumenta ac alia hactenus percepta et percepì 
consueta tam de iure quam de consuetudine ex ipsis iuribus et bonis 
ut supra concessis per ipsum serenissimum dominum ducem et eius 
ducalem cameram habendi et consequendi salvis tanìen et reservatis 
ac exceptis supradictis; ac cum omnimoda potestate et iurisdictione 
cognoscendi et diffiniendi iudicesque et notarios ad cognoscendi et 
diffiniendi ac de omnibus quibuscumque instrumentis rogandis de- 
putandis onines et singulas civiles et criminales mìxtas et cuius- 
cumque generis causas in primis et ulterioribus instantiis usque ad 
totalem causarum expeditionem ac absolutum et ultimum earum fìnem 
cum amplissima facultate et bailia quacumque dicto domino feude- 
tario ac suis descendentibus praesenti instrumento comprehensis qua© 



UN FBUDO FRIGMAXBSB DBI CONTI ORSI DI BOLOGNA. 129 

vìdebuntur prò cognìtione et expeditione dictaram causaram rescri- 
bendi et ordinandi. Ulterìoa volens sublimìtas sua ampliorìbus 
maioribasqae favoribus ipsum domiuum feudetarìam eiosque filìos 
et descendentes ut supra ornare et insignire, immo idem serenissì- 
mus dominos dox motu proprio et de plenitudine suae potestatis 
etiam caesarea, qua in hae parte fungìtur et perfulget, ipsam villani 
Camuranae cum sois iuribus et pertinentiis ut supra concessi» in 
praeclanim insignem honorabilem et illustrem comitatum ac reetum 
et verum comitatos titulum errexit vocavit et deputavit et honiH 
rabili ac vere comitatus dignitate decoravit et sublimavit, errigit 
creat et deputat ac sublìmat ipsum dominum feudetarium illiusque 
filios et descendentes in praesenti instrumento comprebensos oo- 
mites dictae villae et loci praedicti creavit fecit et ordinavit, 
creat ùlcìì et ordinat, ita ut de coetero sit et appellari debeat 
sintque et appellari debeant Comìtes dictae iurisdictionis et villae 
Camuranae ab omnibusque prò veris et honorabilibus ac illustribus 
eomitibus, habeantur et honorentur cum omnibus et quibuscumque 
insignibufi, privilegiis, titulis, honoribus, preheminentiis, gradibus, 
favoribus, gratiis, praerogativis, immunitatibus, francbisiis et libei^ 
tatibus, et prò ut habentur tenentur reputantur et bonorantur ab 
omnibus (?) et gaudent quomodocumque et qualitercumque tam de 
iui*e quam de consuetudine coeteri veri et indubitati ac honorabiles 
et illustres sacri romani imperii comites, non obstantibus aliquibus 1p- 
pbus statutis ordinibus, decretis, indultis privilegiis et edictis cuius- 
cumque generis et aliis quibuscumque in contrarium quovis modo 
disponentur quibus quidem omnibus et singulis ipse serenissimus au- 
ctoritate ducali qua fungitur expresse derogavit et derogatum eciam 
voluit et mandavit omnesque et singulos deffectus si qui forte interve- 
nissent eadem auctoritate supplevit. Et incontinenti recepta praesenti 
investitione ipse dominus feudetarius in manibus praefati serenissimi 
domini ducis ad S. D. E. tactis scripturis iuravit atque iurando pro- 
misit celsitudini suae ut supra acceptanti quod ipse et sui ut supra 
emnt fideles et devoti ac amatores ipsius serenissimi et successonim 
suorum et non facient aliquid dicto facto consensu vel opere contra 
statum personam et honorem ipsius serenissimi domini ducis et eiiis 
suecessomm, immo operam et auxilium dabunt bona et sincera fide 
iuxta posse ipsorum ad deffendendum et augmentandum ac exaltan- 
dum statum et honorem ipsius serenissimi domini ducis et succes- 
sorum suorum, et non facient aliquid dicto facto consensu vel opere 
directe vel indirecte, tacite vel expresse per se vel alium per quod 



130 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

ìpse serenissimus dominus duxet eius saccessores perdant vitam vel 
membnim ani mala captìone capiantur, aut ipsoram honor minuatur 
aut laedatur in aliquo quovis modo, et si scìverint ani ad ^oruDi 
notitiam pervenerìt quavis vìa quod aliquis praedicta vel aliquid 
praedictorum tractaret ordinaret, procurare!, seu facere et operari 
praesameret vel attentaret, ea et id prò posse suo disturbabunt et 
ìmpedient ac denuntiabunt ipso serenissimo domino duci et succes- 
soribus suis, et generaliter idem dominus feudetarius promissit et 
ut supra iuravit et prestitit perpetuam obidientiam et Melitatem ac 
fidelitatìs iuramentum in omnibus et singulis capitulis et articulìs 
qui et quae continentur et contineri debent in iuramento Melitatis 
tam de iure quam de consuetudine, et secundum consuetudinem fi- 
delium vassallorum serenissimae domus Estensis etc. 

Postremo prò recognitione dictae iurisdictionis et loci ut supra 
infeudati idem dominus feudetarius obligando se et omnia eius bona 
praesentia et futura per se et suos ut supra promissit dare et cum 
effecto consigliare celsitudini suae seu dominis d. officialibus ad id de- 
putatis in singulos annos unum par chyrotecarum a domino quali- 
tatis qua utitur de presenti celsitudo sua etc. 

Actum Mutinae in castello ducali praesentibus testibus ad hoc 
habitis vocatis et rogatis videlicet illustrissimis domino comite Fa- 
bio Scotto maiore praefecto celsitudinis suae, domino comite Andrea 
Molsa et domino comite Julio de Prendulis a secreto cubiculo cel- 
situdinis suae et aliis etc. 

Ego Paulus Favalottis quondam domini Salvatoris civis publieus 
appostolica imperiali et illustrìssimae communitatis mutinensis au- 
ctoritatibus notarìus suprascriptis omnibus et singulis interfui eaquo 
rofratus scribere scripsi publicavi et ut soleo authenticavi etc. 

L. T. 

Ad L. D. N. I. C. et D. V. D. M. 



PRIVILEGI B CAPITOLI 
DI MONTERASTfiLLO E SASSO DEL 1534. 



<Arch. di Stato di Bologna; Arch. priv. della famiglia Orsi; busta XXVIII, doc. n. 1 

1 dicembre 1534 (21 giugno 1565). 

[Copia de Privileggi delle communìtà dì Monte Rastello e Sasso 
di Cammorana estratti dalV originale che si conserva apjìresso 
le dette Commnnità], 

Alfonsus dux 

aecundus dux Ferrariae Mutinae et Reggi! marchio etc. Redigi i co- 
mes etc. Carpi princeps etc. Provinciaru m Carfìgnanae, Frignani et 
Romandiolae Comaelensis dominus etc. 

Illustrissimus princeps et excellentissimus dominus d. Hercules 
quondam (sic) pater noster nobis colendissimus felicissimae re- 

co rdationis concessit annis elapsis Communibus et Hominibus Mon- 
tis Rastelli simul unitis positis in provincia nostra Frignani infra- 
scripta Capitula cum suis ducalibus rescriptis ipsis anotatis eo modo 
et forma qnibus videbitur quorum Capitulorum et rescriptionum te- 
nor hic est videlicet. 

Illustrissimo et excel lentissimo signor Duca. 

I. — Li fedelissimi servitori vostri Commune et Huomìnì de Mon- 
terastelli et Sasso insieme uniti posti nel Frignano già hebbero uf- 
ficiale da sua posta poi per il signore Alberto de'Pii, sotto il go- 
verno del quale erano, furono sottoposti al podestà et ufficialo di 



132 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Guia che li avesse a tenere ragione; ma al tempo di detta suppo- 
sitione facevano e pagavano le sue spese et gravezze da sua posta 
et cosi etiam facevano quelli della podestaria de Guia, né mai per 
il tempo allora precedente fu consueto che detti Communi conferissero 
et partisseno spese alcune insieme, perchè adunque detti della po- 
destaria di Guia contra ogni debitto vogliono astrengere li suppli- 
canti a contribuire fare et pagare le gravezze et spese con essi e 
tra le altre gravezze li vogliono far conferire alli careggi che fanno 
che forsi gli- sono noviter imposti et seu alla spesa di quelli, cosa 
che mai li supplicanti fecero per avanti a detta suppositìone et che 
è contra ragione si per essere loro molto remòti et in luoghi asperi 
et difìcili a carezare, si perchè li supplicanti erano et sono forsi in 
luoco de detti carezi gravati a tante più tasse. Pertanto supplicano 
a vostra Eccellenza si degni di grazia commettere che detti suppli- 
canti non siano astretti a conferire in far o pagare spesa o cosa al- 
cuna a detti di Guia ma solum da per se e da sua posta quanto et 
per il modo pagavano e facevano inanzi a detta suppositione, et non 
più né altrimenti. 

Illustrissimus dominus noster dux mandai suo pòtestnti Gtdae 
ut provideat ìie quicquid suppUcantibus tnovetur, et praesevthn ììr 
iììdehite graventur, 

II. — Appresso supplicano li predetti Communi et Huomini di 
Monterastelli et Sasso et sue pertinentie si degni rimetterli per Ta- 
venire in perpetuo la metà delle tasse predette che erano soliti pa- 
gare et bora pagano. 

Non sunt remìitendi redditus ordmarii ut ordinar iis mqtensf,^ 
provider i possit. 

III. — Et perchè anche sono debitori a vostra Eccellenza di lire 
circa settanta per conto di tasse et sale, supplicano a quella si de- 
gni farli gratia libera di detto debito. 

Remittit illustrissimus dominus noster dux supplicantibus de- 
hitum taxarum hactenus contractum. 

IV. — Et ancora pregano quella che per Tavenire non siano 
astretti a torre dalla salina di vostra Eccellenza se non quanto sale 



UN FBUDO FRIGNAKSSE DBI CONTI ORAI DI BOLOGNA. 133 

gli sarà bisogno, liavuto rispetto che li poveri che non ne hanno 
bisogno né il modo di pagarlo sono astretti a tome tanto quanto lì 
potenti et che hanno bestie et che non V adoperano ma li va in 
niente. 

Servetur quod hactenus servatum fxiit, 

V. — Et perchè li supplicanti essendo, come è detto, in Fri- 
gnano, o perchè sii mai in alcun tempo, pagorono gabella alcuna i>er 
condure torre et trahere del Frignano alli detti luoghi robbe di 
qualunque sorte, né da detti luoghi dovunque hanno voluto non toc- 
cando però nel condure da detti luoghi il territtorio della pode- 
staria di Sestola ; supplicano a vostra Eccellenza non li lasci astrin- 
gere a pagare gabelle alcune delle predette cose per condure et 
extraere si dal Frignano alli detti luoghi come delli detti luoghi in 
qualunque ut supra, attento che mai furono astretti a pagare se 
non per il gabelliei'O che al presente è in quelle parti e centra il 
consueto. 

Fiat quod hactenus fieri consuevit. 

VI. — Appresso sappia vostra Eccellenza che per avanti a detta 
suppositione essi Communi et Huomini pagavano il sallarìo del suo 
giusdicente et non altro per conto dell' uffitiale et doppo detta sup- 
positione similmente hanno pagato et pagano detto salario al gius- 
dicente seu offitiale di Guia, ma perchè detti utfitiali altre volte 
con quella quantità di persone che li parevano da Guia a detti 
luoghi di Monte Rastello et Sasso a grave danno et spesa delli sup- 
plicanti che per farli le spese altra volta spendono poco meno del 
sallario consueto per sei mesi, cose però insoportabili alli suppli- 
canti poveri et posti in luoco sterile; pertanto supplicano a quella 
si degni porre meta a dette andate et spese sì per la quantità delli 
compagni si possono condure, sì per il tempo che ha da durare; et 
che li supplicanti non siano obbligati a pagare o spendere più oltre 
di quelli ordinarù vostra Eccellenza ; et le predette cose domandano 
etiam di gratia a quella in questa assomptione al ducato et prin- 
cipato al quale è assento et de gratia etc. 

Potestas Guiae provideat ne suppUcantibus relinquatur lociis 
msfae qiierellae et ne indebite graventur. 



134 IL DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

VII. — Appresso ancora pregano quella che non gli voglia in- 
novare cosa alcuna se non tanto quanto era governato per il tempo 
del predetto signore Alberto. 

Mandai illustri'ssimtis dominus ne quidquid supplica ntihus 
inocetur. 

Die primo deeembris 1&S4. 

Bartolabiaexjs Prospek. 



Nuper vero cum praedicta Communia Montis Rastelli et Saxi 
nobìs humilem in modum supplicaverint ut antescripta Capitula 
cum suis rescriptis ipsis annotatis sibi de benignitate nostra appro- 
bare et confirmare dignemur, attenta eorum omnium erga nos et 
statum nostrum fìdelitate, devotione et observantia, decrevimus ipso- 
rum vota et supplicationes libentì animo exaudire. Tenor igitur 
praesentìum nostrarum patentium litterarum et decreti serie ex certa 
scientìa et animo deliberato ac de ducali nostra potestate plenitu- 
dine, atque alio melìori modo via iure et forma quìbus magis me- 
lius firmius et validius facere possumus, ipsa antescripta Capitula 
et quicquìd in eis et in rescriptis dictis Capìtulis annotatis dictis 
Comunibus Montis Rastelli et Saxi approbamus confirmamus va- 
lìdamus et ratificamus et quatenus expediat de novo concedimus 
et impartimur; mandantes et iubentes per omnes et singulos offi- 
ciales et subditos nostros tam praesentes quam futuros quorum 
intererit et interesse potest dieta Capitula et rescripta observari 
prout hactenus observata fuere sub indignationis nostrae poena et 
alia qualibet et graviore nostro arbitratu imponenda contrariis omni- 
bus non attentis. In quorum robur et fidem praesentes nostras pa- 
tentes litteras et decretum fieri registrari nostrique maioris sigilli 
consueti appensione muniri iussimus. 

Datum Castrinovi Carfignanae, anno salutis millesimo quingen- 
tesimo sexagesimo quinto, indictione ottava, die vero vigesima prima 
mensis iunii. 

Nicolaus Estensis Tassonus. 

Jo. Baptista Pigna. 



UN FBlJDO FRIGNAKE8E DBI CONTI ORSI DI BOLOGNA. 135 

[ Seguono le conferme dei duchi di Modena : 

Cesare^ data in Modena il 20. giugno 1598^ 
Francesco /, data in Modena il i* dicembre Jtt29, 
Alfonso IV, data in Modena il 14 febbraio 1660, 
Francesco II, data in Modena il 22 febbraio 1674, 
Rinaldo /, data in Modena nell'ottobre del 1708. 

Forinole presso a poco uguali alla presente di Alfonso]. 



LA PIANURA ROMAGNOLA 

DIVISA ED ASSEGNATA AI COLONI ROMANI''' 

(con una tavola) 



SOMMARIO 

I. I Galli in Italia — II. La pianura fra il Sillaro e il Rubicone 
prima della conquista romana — III. Le colonie romane — IV. Le leggi 
coloniche romane e V Adsignatio — V. Sistema di divisione deir agro 
colonico — VI. Le vie militari e la loro condisione giuridica — VII. Stato 
attuale della pianura romagnola — Vili. Superficie e limite del retico- 
lato colonico — Il vero Rubicone dedotto dal reticolato — IX. Cardini e 
decumani massimi nelle singole colonie — X. Tre specie di reticolati in 
ordine air orientazione — XI. L* agro di Massa Lombarda — XII. Nomi 
di centuriationes rimasti anche oggidì e confrontati eoo nomi di centu^ 
riationes d* altre colonie. 

I. 

ilei secoli terzo e quarto di Roma le vecchie popolazioni 
della pianura padana furono soverchiate dalPonda barbarica 
che avea passato le Alpi. Etruschi ed Umbri o dovettero 
sgombrare dalle loro antiche città od amarono meglio mesco- 
larsi ai nuovi venuti, appartenenti alla razza gallica, che 
dovea poi un giorno avere larga parte nella storia di Roma. 
Lunghe, varie, frequenti sorsero le dispute degli scienziati 
intorno all' epoca precisa di tale invasione; ora gli archeologi 
francesi e tedeschi segnano la fine della civiltà Etrusca nei 
campi italici attorno al Po, lungo l'Appennino e l'Adriatico 
sul principio del IV secolo a. C. 

C) Questo lavoro presentato dair Autore alla Facoltà di Giurispru- 
denza dell' Università di Bologna, per il concorso al premio Vittorio 
Emanuele, fu giudicato degno della menzione onorevole (Annuario della 
R. Università di Bologna anno scolastico 1898-99 pag. 334) (N. d. R.). 



LA PIAirURA BOMAGX. DIVISA KO ABBONATA AI COLOKI ROMANI. 137 

Secondo T. Livio ("), quando nel 399 au C. il plebeo 
M. Ceditio adi presso il tempio di Vesta sulla via Nova la 
Toce misteriosa « Gallos adventai*e », che non trovò ascolto 
in Roma, i Galli eransi. gik stabiliti da duecento anni nel- 
l'Italia superiore. Molti non credono attendibile questa as- 
serzione di Livio, pensando ch'egli facesse confusione con gli 
Umbri chiamati pure da Polibio < K&Xxo: > abitanti fino dal 
secondo secolo di Roma 1* Italia settentrionale. In ogni modo 
è un fatto accertato che durante il IV secolo le orde gal- 
liche, passate le Alpi, vennero a stabilirsi nella pianura del- 
l' Alta Italia. Le tribù dei Boi e dei Lingoui occuparono la 
campagna fra Parma e il Rubicone, il Po, l'Appennino e il 
mare Adriatico. Più a sud si spinsero i Senoni, lungo la costa 
Adriatica, dove anche Polibio li ricorda « postremi omnium, 
ad mare ». Dunque, a quanto si deduce, dagli autori antichi 
la pianura romagnola era occupata, prima della dominazione 
romana, dalle tribù Boiche e in parte, sebbene con meno 
certezza, dalle Lingoni. In questo si trovano d' accordo Li\no, 
Polibio e Strabene. 

Nella confederazione gallica cispadana i Boi sembrano 
occupare un posto importante. Di fatti sono essi, che dopo 
l'occupazione dell'agro senone per opera dei Romani, s'ac- 
cordano coi Gessati e con altri popoli transalpini, abitanti 
l*alto Rodano, per fare una guerra comune a Roma. 

La legge proposta al popolo Romano da Caio Flaminio 
sotto il consolato di M. Lepido per dividere ed assegnare ai 
legionari l' agro dei Senoni, persuase Boi e Lingoni che Roma 
non avrebbe riconosciuto nei Galli che degli invasori impo- 
stisi agli italici, e che li avrebbe spogliati senza remissione 
del possesso degli agri, sui quali vivevano disseminati come 
padroni. < Non de imperio secum illos certare, arbitrantur, 
sed ut ipsos sedibus suis funditus everterent atque delerent >► (*). 

La guerra fra Roma ed i Galli cispadani non si fece at- 
tendere e non fu certo in favore di questi ultimi. I Boi Lin- 



(») Libro V, 32-34. 

Polibio, 1. II e XXI Historiae. 



138 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

goni ricevettero la prima sconfitta a Telamone nel 223 a. C. 
Da quell'anno quei popoli guerrieri non ebbero più pace: 
continue le guerre, frequenti le ribellioni e le lotto accanite. 
I Romani fondano le colonie di Cremona e Piacenza ed i 
Galli le distruggono; scende Annibale dalle Alpi e la riscossa 
gallica si diffonde rapidissima; tre anni dopo Postumio si fa 
massacrare con le sue legioni nella famosa selva Litana, se- 
condo il parere dei migliori storici, situata nell'agro Lingone, 
insomma il < tumultus gallicus » divenne il punto nero della 
grandezza romana. Boi e Lingoni non si sottomisero definiti- 
vamente che nel 193 a. C. per opera del pretore P. Cornelio 
Scipione Nasica, il quale solo in una giornata uccise venti- 
mila nemici e tremila ne prese; e chiedendo il trionfo, egli 
si vantò di non aver lasciati vivi in quei paesi che donne, 
vecchi e fanciulli. Inutile poi V enumerare la straordinaria 
quantità di collane d* oro, di verghe d' argento e di altri og- 
getti gallici, di cui egli fece ornare il suo trionfo. Spedito 
come console nel 191 a compiere V opera sua, occupò armata 
mano il territorio confiscato (*), e fu allora che i pochi avanzi 
di 112 tribù di Boi e Lingoni emigrarono dall'Italia e si tra- 
sferirono alla confluenza del Danubio con la Sava. Da questo 
momento in poi la civiltà romana prende piede sopra tutte 
le popolazioni dell'Italia superiore: la Gallia da barbara di- 
venta Togata, parola al massimo grado espressiva e che dà 
un'idea perfetta delle condizioni della popolazione cisalpina 
sul finire della Repubblica. 



II. 



L'agro occupato dai Boi e Lingoni era, topograficamente, 
ben diverso dalla fertile e pianeggiante campagna d'oggi. 
T. Livio parla spesso di paludi e selve occupanti una vasta 
zona di terreno, e ricordando l' inseguimento dei Galli da parte 
del console Sempronio .dice : < Per Boiorum agros populan- 
tem isso, quoad progredi sylvae, paludesque passae sint ». 

(») T. Livio, XXXIV, 45. 



LA PIAXUKA SOMAGS. DIVISA ED ASSSC.XATA Al COLX>Kl KOMAKl. 1S9 

E le paludi fiirooo di grave ostacolo a L. Furio Purpureone 
ed a M. Claudio Marcello nelle guerre contro i Lingoni ed i 
Boi: e le selre furono ingegnoso mezzo di distruzione delle 
milizie di L. Postumio. Assai di frequente gli storici nominano 
la Padusa, nome generale comprendente quella grandissima 
quantità di stagni, piccoli laghi e paludi ingombranti una 
baooa parte dell'agro Boico e Lingone. La Padusa doveva 
molto assomigliare alle moderne valli di Comacchio. Poco 
prima della conquista romana queste paludi dove avevano il 
loro limito meridionale? « L'attuale via Emilia tracciata 
verso Tanno 567 di Roma dal Console Emilio Lepido, segna 
precisamente il margine che in quel tempo limitava a mez- 
zogiorno le paludi che fra Rimini e Bologna coprivano quasi 
tutta la odierna pianura dove sfociavano liberamente i fiumi 
subappenninici ». Cosi asserisce l' Ing. Maganzini nella sua 
dotta relazione sul Progetto del Canale Emiliano; ma a me 
non sembra che in ciò egli abbia ragione. La linea i^tta 
io generale non è seguita dai limiti delle paludi, giacché le 
acque sfocianti, come nel caso nostro, in una pianui*a, formano 
larghi ventagli, dilagandosi maggiormente quanto più s* allon- 
tanano dalla sorgente. Fra un ventaglio e l' altro o, per usare 
un linguaggio più scientifico, fra una conoide e l'altra di 
fiumi correnti liberamente, sorgono dei terreni asciutti emer- 
genti dalle acque. Sopra questi terreni, chiamati dall' Ing. Lom- 
bardini « rientranze delle interposte depressioni » dovevano in 
tempi remoti sorgere gli abitati e distendersi le coltivazioni. 
Sicché la via Emilia segui naturalmente quella linea tirata 
tangenzialmente agli angoli derivati dal preciso aprirsi dei 
conoidi formati dai torrenti dell'Appennino. Oltre alle paludi 
anche le selve occupavano un vasto territorio: nella bassa 
pianura romagnola moltissimi rimangono i nomi comprovanti 
la loro esistenza: per es. Lugo (*), S. Lorenzo in Selva e fre- 
quenti gli aggiunti < in Selva » ai nomi delle case coloniche 
e dei fondi. Celebt*e sulle altre é la ricordata selva Litana, 
sulla precisa ubicazione della quale gli storici non sono ancora 

(') « Loeas Diauae » bosco di Diana. 



140 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

neppure adesso d' accordo. Il nome suo ci può dare uno schia- 
rimento: la parola « Litana * implicherebbe quasi un senso 
di « litoranea > e corre subito alla mente 1* idea che questa 
selva fosse posta presso le paludi sopra accennate. Quest' idea 
ha poi un conforto nel fatto che nel secolo XII, come ne fa 
memoria il Privilegium d'Enrico V, imperatore durava tut- 
tavia questa zona selvosa costeggiante le paludi. Anche oggidì 
del resto la Pineta di Ravenna è una selva litoranea ed in 
qualche punto paludosa e potrebbe darci un lontano esempio 
dell'antica selva litana. Questa fu poi a poco a poco distrutta 
man mano che il palude si asciugava ed il terreno si boni- 
ficava, ultimo e ben poco riposto asilo ai miseri Galli dinanzi 
all'imponente e civilizzatrice marcia dei Romani. 

III. 

La grande miseria che travagliava la plebe romana e lo 
sviluppo straordinario che di giorno in giorno maggiormente 
acquistava in potenza la repubblica romana sulla fine del IV 
secolo furono le cause principali dell' origine delle colonie. 
Esse non solo giovarono a sfollare Roma da tutti quegli 
elementi che potevano nuocere alla grandezza della i*e- 
pubblica con le ribellioni frequenti, coli' irrequietezza propria 
a questa plebe fortissima in guerra, deleteria straordinaria- 
mente al buon andamento della cosa pubblica in pace; ma 
servirono anche a popolare col sangue romano i paesi con- 
quistati, assicurare i confini della patria, continuamente iu 
armi dalle invasioni subitanee, dalle rivoluzioni dei popoli 
sottomessi. L' importanza di queste colonie viene benissimo 
espressa da Cicerone, che le chiama « propugnacula imperii 
et speculae populi romani j^; « nec dubitandum est », sog- 
giunge nell'orazione contro Rullo < quin imperium Roma- 
norum sine coloniarum ope, nunquam ad tantum potentiae fa- 
stigium elatum fuisset » I Romani infatti s'accorsero dei 
vantaggi incommensurabili che le colonie apportavano e cer- 
carono quindi di dar loro uno sviluppo straordinario quale 
fino a quei tempi non s' era dato. Le colonie romane diffe- 



LA PIASCRA ROMAQK. DIVISA ED ASSEGNATA AI COLONI ROMANI. 141 

rirono da quelle della più gran parte degli altri popoli: non 
erano come in Grecia vere emigrazioni derivate in gran 
parte da dissensioni politiche, per la qual cosa appena fuori 
di patria le relazioni erano quasi del tutto interrotte; a Roma 
invece la madre-patria dirigeva anche da lontano queste sue 
derivazioni, le proteggeva, cercava che si facessero potenti, 
giacché la loro potenza accresceva quella della patria comune. 
Servio reca questa definizione di colonia, presa da scrit- 
tori molto antichi. < Colonia è una società d'uomini condotti 
in un luogo determinato con assegnamento di abitazioni e di 
terre, sotto certe condizioni e regole >, e altrove « Dicesi 
colonia « a colendo > e consiste in una porzione di cittadini o 
confederati, mandati a far comunità altrove per decreto dello 
stato loro e col consenso generale del popolo, dal quale si 
dipartono. » Era dunque lo stato quello che indicava il luogo 
da occupare, che < adsignabat » ad un gruppo di < cives > 
un terreno fino allora in mano ai barbari e conquistato collo 
armi, col sangue, col valore romano. Era quasi una prova di 
fiducia che Roma dava ad alcuni suoi figli e loro diceva: 
Là è il pericolo per la patria comune, andate, difendete 
quelle terre che io vi consegno perchè, difendendo esse, difen- 
derete Roma, la patria comune! Coloro invece, che sloggia- 
rono senza consenso del popolo e per discordie civili, non 
formavano colonie: questa fu la regola solita, colla quale 
fondavansi le colonie romane. Se i cittadini colonizzatori si 
trovavano fra popolazioni civilizzate, i coloni occupavano le 
città principali, dettando legge ai vinti ; in caso contrario si 
cercava di costruire città in siti vantaggiosi e forti. Cosi fe- 
cero in parecchie parti della Dacia, Gallia, ecc. La distribu- 
zione più comune di terre alla fine del IV secolo era fatta 
nella proporzione di due jugeri per ciascun uomo, oltre il 
diritto di pascolo in sito pubblico e comune: gli antichi abi- 
tanti poi generalmente non venivano cacciati o privati d'ogni 
loro proprietà: ma a loro veniva tolto soltanto una terza 
parte di terre, assoggettandoli a qualche tributo o servigio. 
Il nucleo politico era naturalmente costituito dai Romani 
nuovi venuti, che prendevano il nobile nome di Popuhis: gli 



142 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

altri si consideravano come Plebs. Se la prima conquista era 
stata relativamente facile, guai ai vinti se avessero tentato 
di ribellarsi; la ribellione però fu un fatto, un fenomeno co- 
mune. Allora si finiva sempre con una seconda conquista, in 
cui gli antichi abitanti si passavano a fìl di spada o si ven- 
devano come schiavi, oppure, caso più frequente, si priva- 
vano d'un altro terzo dei beni. Questo caso, come vedemmo, 
capitò ai Boi e Lingoni, appena credettero che spirasse uu'aura 
di libertà sui loro campi occupati da Roma. Col tempo le co- 
lonie divennero Rome in miniatura, come dice Gelilo, con 
i suoi consoli, i suoi senatori, chiamati decurioni, i suoi de- 
cemviri, auguri, sacerdoti, edili ecc. 

Le colonie erano di tre specie: le cittadine, le latine e 
le militari, secondo che Roma spediva a costituirle cittadini 
romani, latini o militari. Le prime avevano i diritti dei cit- 
tadini romani: il Sigonio assicura che ne diflferivano per la 
mancanza del jus suffragi, cosa però non confermata da 
T. Livio, Tacito ed altri, i quali d'accordo li chiamano cit- 
tadini Romae censi. Invece le latine mancavano del jus Qui- 
ritium: avevano solo il jus Latii. Le militari poi consiste- 
vano in assegnazioni di terreno ai soldati, dati in pagamento 
dei loro servigi, invece di provvigioni o stipendii. Era una 
specie di pensione con la quale Roma premiava i suoi forti 
veterani, che avevano sparso il nobile sangue per la patria. 
L' origine delle colonie militari sembra si debba ascrivere a 
Siila, seguito poi da Cesare ed Augusto. Gli effetti di tutte 
queste colonie furono grandissimi in Europa e anche altrove: 
apportarono i germi d'una civiltà della quale anche oggidì ne 
vediamo i risultati, non ostante il volgere grandissimo d' anni 
nonostante le innumerevoli invasioni di popoli barbari, i quali 
vincitori degli eserciti romani, furono vinti alla loro volta 
dalla civiltà stessa: il nobile marchio del sistema coloniario 
romano è ancora impresso e forse indelebilmente sulle esi- 
stenti nazioni d'Europa (*). 

(') Per tutto qnanto riguarda le colonie romane leggasi ora V esau- 
riente articolo di A. Schulten nel Dizionario epigrafico del De-Ruggcro 
8. V. CoHoniay il quale articolo è sfuggito air Aut. (N. d. R.). 



LA PIA2IURA ROM AON. DIVISA fiD ASSEGNATA AI COLONI ROMANI. 143 

IV. 

I Romani furono cssenzìalmenze legislatori : questo loro ca- 
cattare si doveva naturalmente rispecchiare anche sopra la 
costitimone coioniaria ed il metodo di assegnazione. Per lo 
svolgersi sopratutto delle molteplici e diverse condizioni nella 
vita economica del popolo romano, le leggi in proposito si 
susseguirono incessantemente le une alle altre. Prima fu 
quella di Licinio Stolone e Lucio Sesto Laterano del 366 
av. Cristo: di essa poco si conosce: si sa però che stabiliva 
500 jugeri e 100 bovi il massimo d'una proprietà individuale, 
e comandava che ogni qualvolta il popolo romano avesse 
ordinato una divisione di terre non si potessero assegnare 
meno di sette jugeri a testa ('). Alla Licinia segui la lex Sem- 
pronia, che ordinava si dividessero per mezzo di cardini e 
decumani le terre in quadrati di 200 jugeri V uno ; che ogni 
anno venisse nominato un collegio di triumviri, il quale vigi- 
lasse alle assegnazioni e divisioni degli agri; che per tutti 
gli « actuari » o viottoli dell'agro stesso fosse concesso li- 
bero passaggio al popolo. 

Alla Licinia e Sempronia seguirono altre leggi, fra le 
quali ci restano frammenti delle leges Mamilia Giulia e Rulla. 
Da essa e da ciò che ci lasciarono scritto Siculo Fiacco (*). 
Giulio Frontino f), Ageno Urbico (*), Igino Augusto (*) e 
tutta la schiera dei gromatici, che il Lachmann (*) con molta 
pazienza ed acume seppe riunire in una sola opera, ci possiamo 
formare un'idea abbastanza chiara della divisione ed assegna- 
zione delle terre ai coloni romani. Prima dei Gracchi la fon- 
dazione delle colonie aveva luogo con un senato consulto, 
che decideva del luogo del numero dei coloni, della gran- 
dezza dei lotti da assegnarsi a ciascun colono e la nomina 

(') Rei agrariae aactores, legesqae variac. Raccolta di G. Goesio. 

(^) De condicionibas agrorum. 

(>) De agrorum qnalitate e De coloniis. 

{*} De limitibus agrorom. 

(') De limitibus consti tnendis. 

(•) Ròm Feldmesser ecc. 



L. 



144 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

d' un magistrato sotto la presidenza del quale si faceva V ele- 
zione dei triumviri coloniae deducendae II senato consulto 
però, per essere esecutorio, doveva essere ratificato da una 
legge da un plebiscito (lex colonica agraria). Anticamente 
una colonia componevasi di 300 capi di famiglia, di poi il nu- 
mero dei coloni salì a 3000 e fino a 6000. I triumviri erano 
investiti da una lex curiata dell' Imperium per un tempo de- 
terminato dalla legge: ad essi si aggiungevano ti^rmjeji^or^s, 
auguri^ scribae ed ufficiali minori. In questo modo si assegna- 
vano i terreni guadagnati colle armi dal popolo, al popolo 
stesso. Gli auctores parlando dell' adsignatio o assignatio si- 
gnificavano attribuzioni di suolo di qualsiasi natura a persone 
pubbliche o private, a nuclei d' individui o a singoli, anche 
a soggetti ideali personificati (fiume, territorio, ecc). Aàsi- 
gnatio, è una parola che assai spesso trovasi accompagnata 
dair altra « divisio »; onde talvolta lo scambio di esse diede 
luogo a diversi errori: vi può essere un* assegnazione extra 
limitationem e di terre misurate all'estremità e con semplici 
termini alla circonferenza. La letteratura dei romanisti sente 
la necessità di precisare, studiare, staccare dalle altre la sua 

figura giuridica e di ridurre il pratico aspetto di essa e della 

• 

vendita per mezzo dei questori ad una mancipatio od una 
traditio (*). U adsignatio vien concepita come un unico tipo 
donde nasce proprietà quirizia : una convincente, esauriente 
critica di questa teoria fu fatta ultimamente dal distinto ro- 
manista prof. Beaudouin dell'Università di Grenoble. Cice- 
rone (') ci spiega che la formula « pubblice data e adsignata » 
indica trasferimento di proprietà: questo significato è pure 
nelle varie leggi agrarie: fa eccezione la lex Manilia Pe- 
ducea, nella quale la spiegazione sopra accennata è meno si- 
cura. Anche negli auctores i pareri sono divisi. Igino parrebbe 
considerare « data > e « adsignata > come due formule diverse: 
Siculo invece sostiene l'unità del concetto. Ad ogni modo 
dal complesso risulta che gli auctores hanno chiara, V idea 
che r adsignatio è atto di sovranità con cui lo stato si spoglia 

(0 Pachta. Insti tu t 238. 
C) De leg. agr. III, 2, 17. 



LA PIANURA ROMAQN. DIVISA ED ASSEGNATA AI COLONI ROMANI. 145 

di un diritto sul suolo: ne nasce una logica conclusione « Non 
enim fieri poterat ut solum illud, quod nemini erat adsignatum 
alterius esse posset quam qui poterat adsignare ». La equi- 
parazione della vendictio all' adsignatio (*) è giustamente ri- 
spondente alla giurisprudenza romana ed è tale da indurre a 
credere che, se lo stato pel suolo che gli appartiene non 
abbia esperito Tuna o l'altra figura giuridica, il luogo ri- 
mane cosa pubblica. E quelle parole invero indicano tutto 
l'aspetto pratico e teorico dell'atto, senza pensare ad altri 
istituti e i giuristi stessi danno a questo rapporto il nome di 
adsignatio. Ciò è pure conforme alle notizie tramandateci 
intorno alle regie assegnazioni e a quanto sappiamo dei rap- 
porti fra stato e cittadini: lo stato non seguiva i sistemi del 
diritto privato, ma aveva forme più semplici e più spedite. 



V. 

Come più sopra abbiamo veduto, il terreno assegnato non 
poteva essere diviso se non quando un senato consulto l'avesse 
comandato ed una legge ad hoc l' avesse ratificato. Emanato 
questo sommo comando, i coloni, dopo aver consultato gli 
auspici, erano militarmente condotti sul luogo assegnato; il 
suolo destinato alla ripartizione, il quale non era che terra 
arabile (qua falx et araterierit) ('), si faceva misurare dagli 
agrimensori secondo lo regole della scienza augurale. I modi 
principali di divisione erano due: per centuriationes e per 
slrigas aut scamnationes . Il primo sistema consisteva nel 
tracciare sopra il suolo una serie di 
quadrati esatti ed uguali fra loro : il se- ~ 
condo nel tirare delle linee dette strigae 
scamnae a distanza ineguali fra loro, ~ 
formanti dei rettangoli invece che dei 
quadrati. Quello usato più comunemente _ 
è il primo, che si riscontra pure nel re- _ 
ticolato colonico della pianura romagnola. _ 
L'agrimensore volendo dividere l'agro 



C) Cic. de leg. agr. IIL 3, 12, e Frontino pag. 20 de colon. 
(*) Hyginus = De limit constit. p. 201 — 203. 



10 



14:6 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

per centuriationes, descrive nel cielo due linee immaginarie, 

tagliantisi ad angolo retto; dipoi traccia sul suolo due linee 

~~\ \ ^ j ^1 simili: runa da Nord a Sud, detta 

i ': I Cardo maximus, l'altra perpendici>- 

^__ larmente da Est ad Ovest, detta De- 

' cumanus (Decimanus) maximus; poi 

' ^ tira un numero più o meno conside- 



revole di parallele alle due linee primitive a distanze ugnali, 
determinate dalla lex agraria, che ha deciso la deduciio 
della colonia; queste parallele si dicono decumani o car- 
dini semplicemente. Il terreno cosi diviso ha V apparenza 
d' uno scacchiere : i quadrati di cui è composto si dicono 
centuriae, perchè ognuno d' essi doveva contenere cento e 
uno haeredia. Ogni colono riceveva per lotto un haeredium che 
comprendeva in principio, due jugeri; quindi la centuria aveva 
di regola, una superficie di CC. jugeri. Questa regola s'andò 
man mano modificando, di modo che quasi sempre si passa- 
rono i due jugeri tradizionali. La ceniuriatio, la scamnatio 
e la strigatio oltre che per la dimensione e figura geometrica 
impressa sul suolo, si difierenziavano pure per la diversità della 
condicio: nell' una essa limilibus conlinetiir, nell'altra è fatta 
per proximos possessionum rigores: i limites tecnicamente 
addattavansi alla divisio a quadrati: rigores a quella a ret- 
tangoli. L'ager era scamnatus quando i rettangoli erano nel 
senso della lunghezza, cio/j normali al cardo; strigatus nel 
senso delle larghezza, perpendicolari ad esso. La particolarità 
di questa divisione è secondo il Beaudouin (*) (che segue in 
ciò lo schema del Mommsen) non solo quella di avere la 
forma di rettangoli, ma nel non intersecarsi di tutte le linee, 
in modo che, interrotte di tratto in tratto, continuano dopo 
un intervallo. 

La divisione a 'centurie ò anche applicabile all' ager scam- 
matus strigatus? Nipso lo nega, sostenendo una superficie 
di duecento jugeri per la prima, di duecentoquaraiita actiis 

{}) La limitation dea fonda de terre, dans ses rapporta avec ìa prò- 
prieté — (Paria 94) pag. 70-71. 



LA PIANURA ROUAGN. DIVISA BD ASSBGKATA AI COLONI ROMANI. 147 

(20 X 24) per la seconda: ma gli esempi sono contradditorii. 
Nel registro delle colonie si dice che il suolo è diviso in 
centurie quacb^cUe, in Lucania, Puglia, nella colonia d' Arezzo: 
spesso invece si dà V indicazione che la centuria è di CC. 
jugeri, ma ciò non vuol dire che sia quadrata: la diversità 
di dimensioni fra le diverse centurie è manifesta. Frontino 
in un passo poco noto ci dice chiaramente: « Sunt qui cen- 

turiam majorem modum (quam jug. CC. ) appellant sunt 

qui minorem ». E concludendo sembra che dapprima i due 
sistemi di divisio fossero chiaramente distinti fra loro; poscia 
si scambiassero colla massima facilità, dando luogo ad inau- 
dite e strane confusioni. Però dove il suolo era più uber- 
toso ed i possedimenti quindi più piccoli, come in Italia, si 
prestava forse meglio la centuria quadrata: nel suolo tribu- 
tario, dove anche il vectigal assorbe una parte del profitto, 
era opportuno avere zone più vaste da dividere. Nell'ager 
sottoposto alla divisio V agrimensore piantava delle pietre : 
esse furono dapprima fissate ai limiti massimi, poi col tempo 
anche agli angoli d* ogni centuriatio e finanche fra i lotti in- 
terni. Inoltre ad ogni 120 piedi i pali indicavano gli actus. 
La terminazione con pietre, salvo che non fossero rare nel 
paese, parve cosi importante che oltre Augusto anche altri 
Imperatori diedero i loro nomi ai termini e la letteratura 
agrimensoria non s'occupò d'altro che dei termini augustei, 
della loro lettura nelle mappe e del numero che progressi- 
vamente occupavano. I decumani venivano facilmente desi- 
gnati da questa numerazione: sembra che i limites maximì, ed 
Igino ce lo conferma, per la latitudine ed importanza loro, 
fossero primi della numerazione; da essi procedevasi contando 
verso sinistra o verso destra. Anche la terminologia in 
proposito assume una certa importanza: Igino ad es. c'in- 
segna e ci avverte che nella limitazione e viabilità limes 
qaintus e quintarius non sono la stessa cosa. Il quintarius 
che chiude cinque centurie è sesto col massimo. 

E possibile che un motivo estetico o semplicemente un' idea 
di simmetria abbiano spinto un popolo pratico come il ro- 
mano, a vagheggiare una divisio simile degli agri colonici? 



148 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

A motivi, giuridici ed a fine pratico deve certamente corri- 
spondere questa divisio geometrica: gli auctores non ne ap- 
prezzano r eleganza e la bellezza, ma soltanto il valore reale. 
La limitazione ha un valore giuridico sommo: al di là del 
limes, il quale era il terreno privato, sorge spontanea l' idea 
della proprietà pubblica. Inoltre la limitazione è strumenta 
utile per trattenere i patrimonii nelle originarie famiglie ed 
i fondi nella prima loro forma: ha carattere quindi assai an- 
tico. Creava poi sedi compatte, quasi accampamenti stabili, 
nei quali sopra una minima superficie, s' insediava il maggior 
numero possibile di possessori; ed era questo un vantaggio 
straordinario, quando si pensi alla missione delle colonie ed 
alla ristrettezza dell' ager coltivabile disponibile. Non ultima 
vantaggio delle limitazioni era il poter trovare con precisione 
la posizione di qualsiasi proprietà privata; coi cardini e de- 
cumani si poteva indicare il numero esatto della sua ubica- 
zione, come oggi, osserva giustamente nella sua pregevolis- 
sima memoria sovra V agro Boico Ting. Rubbiani, noi possiamo 
trovare un punto qualsiasi dell'Oceano per mezzo dei gradi 
di longitudine e latitudine. 

VI. 

Importanza grandissima assumono per noi le vie, come li- 
mitazioni più comuni agli agri divisi ed assegnati. //er, ac^us, 
via sono parole che assai spesso ricorrono nel nostro tema: 
esse dovevano confondersi conia parola limes; corrispondenza 
usuale nell'antica centuria, frequente poi C), Come nacque 
questo sistema? Assai facilmente. I fines avevano lo scopo di 
dividere, come abbiamo veduto più sopra, in determinati e 
regolari appezzamenti di terra, un agro assegnato; ciò è con- 
fermato anche dal e. 89 della lex Agraria de Africa; questa 
linea da prima immaginaria che il Mensor disegnava, dedu- 
cendola dai punti cardinali, assurse a poco a poco ad un' altra 
funzione, quella di passaggio. A questo fine è naturale che 
la linea geometrica cambiasse dimensione, acquistando un 

(1) Voigt — Berichte der K. Sàchs, etc. ediz. 1873. 



LA PIANURA ROMAGK. DH ISA ED ASSEGNATA AI COLONI ROMANI. 149 

nuovo carattere: la larghezza. Essa col tempo mutò assai: 
l'agricoltore dell'età dei decemviri si sarebbe meravigliato 
contemplando nell'augustea la larghezza delle vie. Il rapido 
succedersi dei tempi e dei costumi non alterarono il concetto 
fondamentale dei limites, divisioni geometriche e strade ad 
un tempo. V è una frase negli auctores che ricorre frequen- 
temente e che denota la correlazione massima dei termini 
limitazione e viabilità: < omnis limes itineri publico servire 
debet > (*). Criterii <lecisivi«lle dimensioni dell' iter sono, oltre 
la lex, le consuetudini campestri, i bisogni dell* agricoltura e 
del commercio e 1* arbitrio di coloro che ordinarono di divi- 
dere l'agro. La lex che più delle altre trattò della limita- 
zione cambiata in viabilità è la « Mamilia » ricordata da 
Cicerone e dagli auctores stessi: pare che raccogliesse in sé 
stessa concetti di altre leggi; i quinque pedes fra i fondi, che 
la lex Mamilia ingiunge, sono quelli stessi ricordati dalle XII 
tavole. Questo spazio è formato, come V antico ambitus in 
città, di piedi 2 Y^ per ciascun confinante ; esso, che gli autori 
ripetutamente dicono riserbato all'iter colturas accedentium 
e al circumactus aratri, fa pensare ai viottoli di confine, 
chiamati da noi « cavedagne >. L' antico Igino ci assicura che 
il finis può essere largo cinque o sei piedi. Feste ricorda che 
ad Alesa vi erano sentieri d' accesso di sei piedi : altrove in- 
vece lo stesso autore ricorda confini di quattro piedi. Ma per 
questa variabilità non sarebbe improbabile che si alludesse a 
diverse consuetudini locali (*); di sicuro però sappiamo che 
la larghezza dei limites fu diversa e col tempo andò cre- 
scendo: nella tradizione rimane che la via è di due actus 
di piedi quattro ognuno ed il finis normale di sei piedi. 

Frontino ci attesta che i giureconsulti romani trattavano 
assai spesso il tema della viabilità: è naturale che, mano a 
mano che spariva 1' antica divisione e restavano le vie, talora 
sorgessero dubbi sulla condizione giuridica di esse, che non 
sembravano più a primo aspetto, parte integrante di un reti- 

(>) Lachmann — Ròm. Feldmesser I pag. 41. 

(*) RuDORFF — Zeitschrifc fUr geachichti. Recbtwissenschaft C. X 
pag. :i50-53, pag. 351-53. 



150 R. DBPUTAZIOmD DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

colato impresso sul suolo da coloro « qui primi agros con- 
stituerunt >. Oltre a ciò . dovevasi considerare e stabilire 
quali diritti spettassero al pubblico su queste vie. Interes- 
sante è sotto questo aspetto un passo d'Ulpiano sui privata 
loca, pei quali vulgo iter fiat, lì Giraud (*) ricorda che v'era 
un passaggio legale, col quale si concedeva il transito per 
trasportare le messi, purché non si danneggiasse nessuno o 
si ottenesse un vantaggio tre volte superiore al danno. 
I Gracchi sostennero il concetto che non solo i limites maximi, 
ma anche gli altri actuari fossero vie pubbliche. Fin da La- 
beone la giurisprudenza, in massima, accettava la teoria della 
pubblicità delle vie: « via locus publicus »; il territorium 
nella colonia (*) è, in origine, un ben distinto tratto di ter- 
reno in cui le vie sono considerate della colonia stessa: prova 
ne sono le leggi coloniche comminanti gravi multe a chi avesse 
alterato i limites. Al tempo degli auctores vi erano colonie 
di età e tipo diverso: diverse quindi le regole in propo- 
sito; una dottrina unica era vietata per la confusione delle 
condiciones del suolo. Di comune non si trova che la tripar- 
tizione delle vie in publicae o regales, vìcinales e privatae. 
Ulpiano asserisce che la via rimaneva pubblica, non ostante 
la « refectio ex coUatione privatorum ^, I limiti massimi do- 
vettero per primi avere il carattere della pubblicità; tanto 
più che per la maggior parte servirono come strade mili- 
tari (^ ; i minori invece questo carattere lo ebbero col tempo. 
Igino dice che i subrumcivi erano stati resi d' uso pubblico 
soltanto « fructus asportandi causa > ; ma poco a poco lo di- 
vennero anche gli uctuarii e il passo fu in gran parte la- 
sciato libero attravesso la fitta rete impressa sul suolo delle 
colonie. Il Rudorff (^) vuol trovare nelle vie una servitù le- 
gale di transito e di voltata: sappiamo che i limites diven- 
tavano viae assumendo, carattere essenziale, la larghezza: a 
tale scopo i proprietarii confinanti dovevano cedere, per for- 

(^) Prop. fonc. in Grece, pag. 191. 

(') MoMMSBN — Rom. Staatsrecbt III pag. 82.'). 

(') Elvbrs — Servitutenl. pag. 288. 

(^) Rei agrarise auctores legesqne varia« — Raccolta di G. Goesio. 



LA PIANURA ROMAON. DIVISA BD ASSBGKATA Al COLONI ROMANI. 151 

mare ia via, una striscia di terreno ciascuno; il Kudorff 
chiama questa mutua concessione una servitù reciproca. Gli 
auctores invece neppure per la metà del confinium spettante 
air altro vicino pensarono ad una servitù e mai si concesse 
ìd questo caso una vindicatio servitutis: qui non e* è che un 
obbligo reciproco dei vicini regolato dall' actio finium regun- 
dorum. L* usucapione in tal caso fu proibita e la religione, 
salda custode delle tradizioni, impedì che gli antichi rigores 
segnati dagli auguri divenissero preda del prossimo posses- 
sore. E se questa usucapione fosse stata impossibile, come 
vuole il Rudorff, perchè sarebbe stata vietata? Igino, sopra 
tutti gli altri, nega l'usucapione del finis (*). 

VII. 

La limitazione se non abbracciò tutto l'impero, ne segnò 
nondimeno una grandissima parte e vastissime regioni furono 
limitate e divise, tanto in Italia, quanto al di là delle Alpi. 
Vendite e permute, arbitrio ed audacia di possessori, secondo 
r efficace pittura degli agrimensores, fecero gradatamente, ma 
continuamente mutare aspetto alle geometriche divisioni dello 
stato. Questa alterazione è già segnalata da Frontino al quale 
i loca appaiono < frequenter turbata >. Igino osserva 1*0 sfa- 
sciarsi non solo delle vetuste, ma anche delle recenti limita- 
zioni e Siculo vede tutti i fondi ridursi a strane e scomposte 
forme a cagione di frequenti atti giuridici e ritornare ad oc- 
cupatoriorum condicionem. Il lungo volgere dei secoli, le di- 
verse vicende politiche ed economiche e le invasioni barba- 
riche alle quali andarono soggette le varie province romane, 
distrussero ciò che rimaneva d' intatto. Pur tuttavia pochi ma 
sicuri avanzi dell' epoca classica seppero resistere all' inevi- 
tabile distruzione: fra essi servano d'esempio gli avanzi nel 
bolognese (*), nella Dalmazia (^), nella Gallia Narbonese, nel- 

(*) Lachmann — Róm. Feldmesser p. 126. 

O Illustrati dal Rubbiani. ( L' agro Boico diviso ed assegnato ai 
coloni romani : in questi Aitii e Mtmorie anno 1883. 

(') Illustrati dal Kandler, neir opera « Indicazioni per riconoscere 
le cose storiche del litorale ». 



152 R. DEPUTAZIONE DI 8TOR1A PATRIA PER LA ROMAGNA. 

l'agro Campano ed in altre regioni ancora. Però ona delle 
più conservate ed importanti limitazioni che oggidì ci riman- 
gono è certamente quella della pianura romagnola. 

« Seguendo la via Emilia da Cesena a Bologna, » dice 
Eliseo Réclus (*) « il viaggiatore è sorpreso al vedere tanti 
« viottoli uguali più o meno paralleli, equidistanti e quasi 
« perpendicolari alla grande strada consolare, dirigersi al 
« Nord-Est verso il Polesine. Codesti viottoli sono tutti ta- 
« gliati ad angolo retto da altri vicoli uguali nello stesso 
« modo, di guisa che i campi interclusi hanno esattamente 
« superfici indentiche. Viste dai contraflForti dell* Appennino 
« quelle campagne sembrano quasi altrettanti riquadri di ver- 
« zure e di messi biondeggianti e le carte in larga scala 
« lasciano riconoscere che in realtà il suolo di quella pia- 
€ nura è affettato in rettangoli aventi circa 714 metri di 
« lato e 51 ettari di superficie. Ora questi quadrati sono 
« precisamente le centuriationes romane e Tito Livio ci ap- 
€ prende che tutte queste terre, dopo la sconfitta dei Galli, 
« furono misurate, catastate, divise in colonie agricole ». 

Non si poteva forse meglio dare uno sguardo generale 
allo stato attuale della campagna romagnola: il Réclas è 
però caduto in alcune inesattezze che mi preme di far rile- 
vare. Intanto non è solo a Cesena che comincia il reticolato 
ma anche più a Sud-Est verso Rimini, fino ad un punto pre- 
ciso che in seguito delineerò nettamente. Inoltre i vicoli, che 
si dipartono dalla via Emilia, non sono « quasi » perpendico- 
lari ad essa, ma lo sono del tutto matematicamente. Infine 
io non ho mai veduto dai contrafforti appenninici la campagna 
divisa in centuriationes e credo che da nessuna collina di 
Romagna ciò si possa vedere, per il semplice motivo che il 
sistema di coltivazione in uso oggidì lo impedisce, essendo i 
filari degli alberi piuttosto vicini gli uni agli altri in modo 
che la campagna vista dall* Appennino prende l'aspetto di un 
mare di verzura interrotto qua e là da qualche casa bian- 
castra. 

(*) Rèclus E. Géographie universelle toin. I, p. 543. 



LA PIANURA ROMAGX. DIVISA SD ASSBQNATA AI COLOKI ROMANI. ir»3 

Anche il Dumy nella saa < Géographie » ci dà ano schizio 
ben fatto dello stato attaale della pianura iH)magnola: ma il 
sistema migliore per conoscere e studiare il reticolato colo- 
nico è quello di osservare la carta topografica tracciata dallo 
Stato Maggiore Austriaco (^) e quella dell* Istituto Geografico 
Supenore di Firenze. A prima vista si scorgono nettamente i 
reticolati nelle vicinanze di Imola, Lugo e Cesena : mediocre- 
mente male nel resto della nostra pianura. Erronea ò la 
generale credenza (e qui pui*e sbaglia il Rèclus) che il re- 
ticolato conservato meglio sia quello dell* agro faentino: ivi 
al contrario è assai rimescolato e disoi^inato a cagione so- 
pratutto delle enormi e frequenti innondazioni avvenute nel 
Medio ed in parte nell' Evo Moderno, dei torrenti, che si suc- 
cedono dal Lamone al Savio. Le arginature, che ora rendono 
quasi sicura la campagna da ogni pericolo d* innondazione, 
furono costruite ai nostri giorni e per quasi venti secoli le 
acque ebbero agio di andare e venire sulle nostre fertili 
terre. 

Al contrario il Santerno, avendo un letto naturalmente più 
profondo, inondò per breve durata, sicché, al ritirarsi delle 
acque, tutto ritornava allo stato primitivo e quella fu la ra- 
gione per la quale si conservò il vecchio reticolato attorno 
a quel fiume meglio che intorno gli altri. La stessa cosa di- 
casi per le campagne fra il Savio ed il Rubicone. L'esame 
delle antiche carte topografiche di Romagna ci fa conoscere 
una maggiore regolarità e conservazione del reticolato: le 
modificazioni che si fecero nel nostro secolo alla viabilità, al 
corso dei fiumi, dei torrenti e degli scoli d'irrigazione fu- 
rono profonde e gravi. Una diligente ispezione di queste 
carte ci fa apparire numerosissimi gli avanzi dei cardini e 
dei decumani: la rete delle centurie per larghe zone si 
mostra intatta e diventa un lavoro facile il ricostruire tutto 
questo sistema di divisione di terre. Dove una volta una 
strada correva rettamente e perpendicolarmente alle altre 
strade, ora si svolge tortuosamente con un corso irregolare, 

(») Steto Pontificio. Foglio F. 8. 



154 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

un piccolo rio : dove la via ora svolta bruscamente ad angolo 
retto, interrotta da una siepe o da un muro con una specie 
di continuazione in una carreggiata attraverso i campi per 
arrivare di nuovo in un'altra strada, una volta si estendeva 
rettamente, senza interruzioni, un cardine ovvero un decu- 
mano. Cosi allacciandosi i capi i quali si richiamano da 
lungi e con molta evidenza e sopprimendo per un momento 
le molteplici diagonali in cui si è esplicata la viabilità nel 
medio-evo e nei tempi successivi, correggendo qua e là il corso 
dei fiumi, appare ad un tratto chiara, patente, regolarissima 
la pianta della colonia romana. (Veggasi la tavola in fine). 

Vili. 

Cerchiamo ora di seguire punto per punto i confini di 
questo reticolato; quello meridionale è presto trovato: lo 
rappresenta matematicamente la grande strada consolare, la 
via Emilia. Al Sud di questa V irregolarità completa della via- 
bilità, l'ondulazione pronunciata del suolo, la nessuna sim- 
metria delle coltivazioni e dei corsi d'acqua ci mostrano a 
prima vista che se vi fu anche colonizzazione romana, essa 
non potè svilupparsi come in pianura. Il confine settentrio- 
naie poi è determinato da un carattere speciale: dal ciglione 
di sponda, come asserisce il Maganzini, che separa la media 
dalla bassa pianura e che coincide quindi assai bene col margine 
dei terreni paludosi dell' era romana e col limite delle bonifiche 
consolari. Partendo dalla Via Emilia e proseguendo verso il Nord 
le nostre investigazioni alla destra del fiume Sillaro troviamo il 
primo Kardo nella strada che dalla Toscanella si dirige verso 
Castelguelfo. Mentre alla sinistra del torrente «uddetto non 
rimane alcun vestigio apparente del reticolato, alla destra per 
contrario, si contano, sebbene non molto chiaramente, otto 
decumani paralleli alla via Emilia e perpendicolari al car- 
dine che abbiamo preso come punto di partenza. Arrivati a 
Castel Guelfo dobbiamo svoltare ad Est sopra una via rap- 
presentante un decumano e dirigentesi in linea quasi retta 
alla via Selice: i cardini che tagliamo, rappresentati o da 



LA PIANURA ROMAGN. DIVISA ED ASSEGNATA AI COLONI ROMANI. 155 

vicoli o da fossi, sono otto. Il quadrato esatto, di cui ab- 
biamo dato i lati, sebbene conservato mediocremente ci porge 
un'idea dell'antico reticolato e la ricostruzione non ne è 
difficile. Al Nord di questo quadrato il Sillaro ha distrutto 
qualunque traccia evidente di centuria. Le centurie, che 
compongono il quadrato sopradescritto sono sessantaquattro, 
formanti una superficie di 3235 ettari circa. Giunti sulla 
vìa Selice, seguiamola, procedendo verso Nord-Est fino alla 
chiesa di S. Patrizio: quivi il limite piega a destra, passa 
per S. Lorenzo in Selva e Fusignano, poi, voltando bru- 
scamente al Sud, segue il torrente Senio fino a Cotignola; 
ivi tagliando la campagna normalmente alla Via Emilia, 
giunge al Lamone che segue fino a Faenza ed alla base 
meridionale. Questa grandissima porzione di pianura è fra 
le meglio conservate: partendo dalla via Emilia e giungendo 
al limite settentrionale del reticolato, si contano 35 de- 
cumani ; fra la via Selice ed il Lamone 26 cardini. È questa 
una lunga e larga campagna ben bonificata sulla quale i ri- 
gores degli agrimensori poterono misurare, nel senso della 
longitudine, fino a 6000 decempedes e 4500 nel senso della 
latitudine. Le campagne attorno a Massa Lombarda hanno la 
particolarità di essere suddivise molto più microscopicamente 
delle altre. Invece di avere 714 m. di lato le divisioni sono 
lunghe in media 500 metri, larghe 380, formando quindi 
tanti rettangoli: anche l'orientazione è un po' diversa da 
quella principale, predominante; ma di ciò parleremo in un 
paragrafo separato. 

Alla destra del Lamone ogni traccia di reticolato scom- 
pare: le vie, i fossi, le carreggiate, s'intersecano confusa- 
mente fra loro e l'occhio non trova quella base di regola- 
rità come nel resto della pianura. 

Fra il Lamone ed il Ronco forse qualche decumano e 
qualche cardine ti potrebbe ancora seguire: ma all'Est del 
Ronco cessa qualunque regolarità nella divisione dei campi 
ed una qualsiasi ricostruzione è addirittura impossibile. Ma 
ecco r occhio ritrova il vecchio reticolato più ad Est verso 
l'Adriatico, alla destra del Savio: ivi la conservazione non 



156 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

potrebbe essere più completa. I suoi confini sono: il Savio 
dalla via Emilia fino a Canuzzo ad Ovest; al Sud la via 
Emilia; ad Est il torrente Pisciatello; al Nord quel vicolo 
che dal Savio giunge a Montaletto e piega di poi a mezzodì 
fino al Pisciatello. Alla destra di questo torrente, per una 
piccola zona e' è ancora un accenno di reticolato, ma assai 
rimescolato e confuso dalle frequenti alluvioni di quei tor- 
renti, i quali, avendo breve il corso dalT Appennino al pros- 
simo mare, raddoppiano di velocità e d* impetuosità, uscendo 
molto spesso dal loro letto. Quella porzione di terreno che 
ho sopra circoscritto è una bella e fertile pianura di dodici 
km. di lunghezza ed otto di larghezza; vi si contano distin- 
tamente 11 cardini e 15 decumani. Le centurie sono di 714 
metri di lato, d* una regolarità classica: sono formate al so- 
lito in maggioranza da piccole strade incrociantisi. A levante 
del Pisciatello continua fino a Rimini ed al Marecchia la fer- 
tile pianura di Romagna, restringendosi maggiormente in 
quella specie d' imbuto, circoscritto dalle colline e dall' Adria- 
tico, che ha per vertice la città di Rimini. Quest'angolo di 
campagna non presenta alcuna regolarità topografica, come 
se quelle terre non fossero mai state jugerate dagli agrimen- 
sori romani. 

Il Pisciatello segue dunque V ultimo limes del reticolato 
colonico verso Sud-Est e molti sostengono che venti secoli ad- 
dietro abbia segnato il famoso confine fra V Italia e la Gallia, 
che quel torrenie si sia chiamato un tempo Rubicone. Questo 
scomparire del reticolato tutto ad un tratto, senza ragione evi- 
dente, senza un accenno topografico sufficiente a dare una 
benché minima spiegazione del fenomeno, lascia supporre una 
cosa sola: che il Pisciatello sia stato anche il confine di due 
colonie; quella di Cesena e quella di Rimini: Tuna colonia 
militare dell' età di Siila, l'altra colonia cittadina fondata 
nel 268 a. Cristo. La diflferenza fra le due colonie dell'epoca 
della fondazione può benissimo aver prodotto una differenza 
di simmetria nei rispettivi agri. Le ragioni poi che m'indu- 
cono a credere che il Pisciatello sia stato l'antico Rubicone, 
sono le seguenti: In primo luogo da antichissime cronache, 



LA PIANCBA BOHAGM. DIVISA ED ASSEGNATA AI COLONI ROMANI. 157 

si sa che il Rubicone sorgeva da M. Codruzzo e da questo 
monte appunto nasce il Pisciateilo; in secondo luogo questo 
torrente nel tratto del suo corso fra la sorgente e la via 
Emilia è detto dai contadini « Urgono o Rugone > palese stor- 
piatura di Rubicone; in terzo luogo c'è, come ragione ul- 
tima, la particolarità di detto torrente di dividere due agri 
così completamente diversi fra loro per simmetria. Non ispero 
certamente che quest' ultima osservazione serva a risolvere 
del tutto l'eterna questione intorno alla ricerca del « vero 
Rubicone », ma credo però di avere portato un nuovo ed 
originale contributo ad uno studio tanto interessante. 

IX. 

A ragione il Lombardini suppose che alle linee della di- 
visione romana abbia servito di normale, di modello la via 
Emilia. Questa grande strada militare fu costruita dal console 
Emilio Lepido nel 187 a. C, quattr' anni dopo la distruzione dei 
Boi, per non lasciare, come dice Tito Livio, le legioni in 
ozio. La cominciò a Rimini in continuazione della Flaminia e 
passando per Bologna la fece arrivare a Piacenza, colonia di 
cittadini da poco inviata da Roma. La direttrice seguita dal 
console non poteva certo essere diversa per le condizioni to- 
pografiche della regione che attraversava. A mezzodì s' innal- 
zavano i contrafforti dell'Appennino, che non avrebbero certo 
favorito con le loro ondulazioni irregolari un terreno pro- 
pizio: dall'altra parte verso tramontana si estendevano le 
paludi boscose, che le bonifiche non avevano ancora asciu- 
gate. Essa quindi dovette per necessità tenersi a mezza 
costa fra il quaternario antico ed il recente: « juxta radi- 
ces alpium paludibus in gyrum circumventis », come dice 
Strabone; « allineata alla meglio ai piedi dei primi contraf- 
forti dell' Apenniuo, tangenzialmente agli angoli derivati dal 
primo aprirsi dei conoidi, formati dai torrenti, sfocianti nel- 
neir aperta campagna », come dice benissimo V ing. Maganzini. 
Siccome i contrafforti dell'Appennino seguono, nel loro mo- 
rire sulla pianura, una linea quasi retta da Rimini a Piacenza, 
cosi la via che ad essi normalmente si doveva costruire riusci 



158 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

abbastanza diritta e pochissimo montuosa, per la qual cosa 
non avrebbe meglio potuto servire da base, da decumanus ma- 
ximus a tutto il sistema di divisione agraria coloniale della 
pianura romagnola ed emiliana. E su di essa scendono perpen- 
dicolarmente dal Savio al Sillaro tutti i Kardines delle centu- 
riationes, quindi il decumanus maximus d'ogni colonia è presto 
e facilmente trovato, ad eccezione della colonia di Cesena, 
la quale ha un sistema diversamente orientato dalle altre. 
Trovato il decumanus, cerchiamo, cosa molto più difficile, i 
Kardines maximi delle singoli colonie. 

Prima d* ogni altra cosa mostreremo che essi in maggio- 
ranza hanno la particolarità caratteristica d' essere posti verso 
Tactus lato occidentale dell'agro diviso e d' appoggiarsi ad 
un corso d'acqua. L'agro Foro Corneliense abbastanza bene 
conservato ha il suo Kardo maximus nella stupenda via Se- 
lice; il nome stesso della strada è prettamente romano ed è 
cosi chiamata per essere stata lastricata di grosse selci. Essa 
è lunga ben 20 km. ma non in tutto il suo percorso è attra- 
versata dai decumani: distintamente essi arrivano al IG"" km.: 
ma dopo, al cominciare delle risaie, non si possono più seguire: 
25 decumani s' innestano nella Selice, la quale si appoggia al 
Canale dei Molini, antico corso d'acqua, letto forse di qualche 
torrente sub-appenninico. L'agro Foro Corneliense ha per confini 
il Sillaro, il Senio, le risaie e la via Emilia. È lungo 22 km. 
largo 20 circa. 

La campagna di Faenza ha per Kardo maximus la strada 
che dalla città giunge al Molino dei Confini, a pochi chilo- 
metri da Cotignola in una linea perfettamente retta e si ap- 
poggia al Naviglio, stupendo canale, navigabile fino al mare. 

È lungo 14 km. ed è attraversato da 19 decumani. Pone 
termine al reticolato nei pressi di Granarolo, alla sinistra del 
Lamone una via che forse seguiva l'andamento del fiume e 
perchè s'incurvava, in causa dell'ampia voluta prendeva il 
nome di flexus (*) (secondo l' uso gromatico indicato da Fron- 

(') Frontino — Flexus ubi limites curvantur secundum locorom 
naturam, ut in agris arcifiniis solet. (Goes. op. cit pag. 143 nota 1^). 



VX PIANURA BOMAOX. DIVISA SO ASSEGNATA AI COLOKI ROMANI. 159 

tino), nome che rimane ancora in un fondo attìguo (Fiesso). 
Fra il grande rimescolamento dell'agro forlivese è dittìcilis- 
Simo trovare il Kardo maximus: tuttavia seguendo il sistema 
generale, per mezzo del quale sappiamo che di regola il Kardo 
maximus seguiva nelle nostre colonie il limes occidentale 
dell'agro diviso e si appoggiava ad un corso d'acqua, po- 
tremo con questa guida ispezionare il confuso inciH)ciarsi 
delle divisioni dell'agro e vedere quale via faccia al caso nostro. 

L'unico cardine che ancora rimanga intatto ò rappi'escu- 
tato da quel viottolino che si stacca perpendicolarmente alla 
via Emilia di fronte alla Santina, ad un miglio da porta 
Schìavonia e che giunge a Filetto percorrendo 11 km. Gli 
altri cardini sono orribilmente sconvolti: quale si arresta d*un 
tratto e poi prosegue rappresentato da un fosso tortuosa- 
mente scorrente alcuni chilometri più al Nord ; quale prende 
subitamente una direzione, che nulla ha a che fare colla so- 
lita simmetria; quale si segue per pochi chilometri, perden- 
dosi poi nella vasta campagna. 

Tuttavia chi attentamente osservasse quesl' agro e tenesse 
conto dei fenomeni più trascurabili, scoprirebbe una singola- 
rità nella via che segue la destra del Montone da Villa Nova, 
situata sulla strada Emilia, fino a Villafranca. Come abbiamo 
veduto più sopra i nomi di alcune case, di alcune chiese, di 
alcune borgate possono benissimo dar luogo a scoperte che 
altrimenti non si farebbero e che possono servire di guida 
insperata alla ricerca d' un avvenimento storico importantis- 
simo. Nel caso nostro V insistenza strana colla quale è ripe- 
tuto per tre volte, in tre case diverse, situate lungo questa 
via il nome di < Stradone > e quello di < Strada » applicato 
alla chiesa di S. Martino, può far sospettare che ivi tempo- 
ribus illis esistesse una grande strada rappresentante il Kardo 
maximus dell'agro forlivese. Conforterebbe poi questa suppo- 
sizione il fatto che la via in discorso si appoggia al tor- 
rente Montone, seguendo cosi la regola generale suddetta. In 
ogni modo questo cardine è lungo nove km. ed è visibilmente 
intersecato da nove decumani: degli altri manca qualsiasi mi- 
nimo accenno. 



160 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Lo stupendo agro cesenate non può invece dar luogo aJ 
alcun dubbio: ha un conservatissimo cardine raassinìo nella 
via che da Cesena conduce a Canuzzo: si appoggia alla riva 
destra del Savio ed è lungo metri 10,710: il curioso si è che 
tale lunghezza si può ugualmente trovare moltiplicando il nu- 
mero dei decumani (15), che il cardine stesso attraversa, con 
714 m., lato d'ogni centuria. Ciò pure è dimostrazione pa- 
tente della straordinaria conservazione di quest' agro. Qui 
poi abbiamo un'eccezione: la via Emilia non serve più da 
decumano necessario, come negli altri agri : ma questo è rap- 
presentato da quella strada, che partendo da Cesena si dirige 
direttamente ad Est verso il Pisciatello e la Rubbia, lunga 
4 km. ; al di là del Pisciatello non rimane che una traccia 
velatissima del decumano, traccia che va pur essa scomparendo 
a poco a poco, quanto più ci si avvicina. al mare Adriatico. 

X. 

Questo cambiamento di decumano massimo e quindi di 
orientazione dell'agro cesenate mi spinge di necessità a par- 
lare dell'orientazione degli agri colonici in generale ed in 
particolare. Come dice Igino, la divisione degli agri era fatta 
non senza un certo rapporto astronomico, < non sine ratione 
mundi ». Questo sistema i Romani avevano imitato dai sa- 
cerdoti Etruschi, i quali, secondo la disciplina della loro re- 
ligione, dovevano provvedere che i templi fossero costruiti in 
modo che avessero la facciata volta ad occidente e che l'aru- 
spice celebrante il sacrificio guardasse verso oriente, usanza 
che ancora conservano gl'Islamiti. Come si orientavano gli 
agrimensori romani, seguendo il sistema etrusco? Con un 
metodo, che corrisponde a quello che oggi dicesi « il metodo 
approssimativo delle altezze corrispondenti ». Essi per fare 
le loro operazioni sceglievano un sito pianeggiante, aperto e 
privo di ostacoli, che potessero impedire alla vista di spaziare 
liberamente. Nel mezzo si piantava un gnomone, attorno al 
quale tracciavano un circolo: riunivano con una retta i punti 
segnati sul circolo dall' ombra della testa del gnomone quando 



LA PIANURA ROMAGN. DIVISA ED ASSEGNATA AI COLONI ROMANI. 161 

il sole nasceva e quando tramontava e questa retta chiama- 
vano < duocomana o decumana >, tirata < secundum solis 
cursum » e che divideva il mondo e quindi V agro in due 
parti ; destra « quae septentrioni subjacebat » ; sinistra < quae 
ad meridianum terrarum esset » (*). Perpendicolarmente al 
decumano si conduceva un' altra linea, detta Kardo, perchè 
dirigevasi secondo i poli o cardini del mondo e secondo queste 
due rette, chiamate rigores, si costruiva il reticolato. 

Neir orientamento dei cardini, basi dei varii sistemi di 
divisione degli agri, si mescolavano, come abbiamo detto, cri- 
terii religiosi coi geometrici ed astronomici: ciò però non era 
sempre possibile: se un tempio benissimo si costruiva secondo 
le regole religiose, ciò molte volte non poteva avvenire nelle 
divisioni, perchè la disposizioni del terreno, il corso dei fiumi, 
la pronunciata ondulazione delle montagne e cento altre ra- 
gioni topografiche potevano avere un'influenza decisiva sulle 
costruzioni delle limitazioni. 

Gli auctores, fedeli sostenitori della teoria classica, mal 
volentieri sopportavano che le precise orientazioni non fossero 
seguite e chiamavano < ignorantes » quei pratici agrimensori 
che sapevano utilizzare le diverse posizioni astronomiche dei 
varii terreni : la < natura loci » non poteva sempre combi- 
nare con la « ratio coeli »; doveva essere questa una ragione 
plausibile perchè terre fertilissime dovessero essere lasciate 
incolte? I Romani gente pratica per eccellenza, non potevano 
pensare a ciò: essi si sottrassero alla rigida teoria e si ad- 
dattarono alle condizioni dei luoghi: (ad es. nella colonia di 
Aquileja le operazioni gromatiche sembrano appoggiate alle 
sponde dell'Anfora); in modo che anche i limites prendevano 
nomi diversi a seconda della loro posizione: limites marictimi 
e limites montani sono volgari denominazioni solite agli au- 
ctores ed ai registri fondiari. Giunse però un momento in 
cui a furia di addattarsi ai luoghi la teoria antica subì una 
radicale trasformazione e si arrivò perfino a capovolgere ad- 
dirittura tutto il sistema, come avvenne nella colonia cam- 

(*) Hyginus — De limit. const. (Goes. op. cit. pag. 143 nota 1*). 

11 



162 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

pana di S. Angelo in Formis (^) alle falde del monte Tifata. 
Ivi, secondo dice Igino e come si desume da una pietra di 
confine, trovata in queir agro, il decumano avrebbe avuta la 
direzione da Nord a Sud: « In agro campano, qui est circa 
Capuam in totum convorterunt et feceinint Decumanum in me- 
ridianum et Kardinem in orientem ». Ciò però fu molto 
stigmatizzato da Frontino, che lo riteneva fatto « centra sanam 
rationem » ('). In genere però il sistema che vigeva alla fine 
della repubblica fu quello delle nostre pianure, cioè il decu- 
manus seguiva la retta da Est ad Ovest: anzi i reticolati dei 
nostri agri pare fossero citati a modello per la loro regola- 
rità, tant* è vero che spesso Frontino, nel suo discorso sopra 
le colonie, parlando della divisione a cardini e decumani, la 
chiama addirittura <^ a limitibus gallicis ». I cardini delle nostre 
colonie hanno tre diversi sistemi di orientazione e perciò gli 
agri sono suscettibili d'una triplice distinzione. Primi sono 
gli agri d'Imola, Faenza, Lugo e Forlì: essi hanno un'incli- 
nazione, in rapporto ai meridiani, di circa 28 gradi verso 
oriente; secondi gli agri nelle vicinanze di Massa Lombarda : 
essi inclinano di 25 gradi sempre verso oriente; terzi quelli 
di Cesena, i quali hanno i cardini matematicamente normali 
ai meridiani e quindi sono orientati alla perfezione, conside- 
rate le regole della divisione classica. Questa variabilità d' in- 
clinazione dei cardini di Romagna ha bisogno di essere spie- 
gata. Nei nostri campi gli agrimensori romani dovettero cor- 
reggere la matematicità della direzione da Nord a Sud per 
una delle esposte ragioni topografiche. Ho già dimostrato più 
sopra come la via Emilia, che servi poi di base e di normale 
alla maggior parte del nostro reticolato, sia stata tracciata 
come meglio comportava la disposizione della regione : da un 
lato le colline, dall' altro le boscaglie e le paludi avrebbero 
impedito una via diritta dall'Est all'Ovest ed essendo inclinato 
sul meridiano il decumano massimo di un certo numero di 
gradi, dovette di conseguenza inclinare ugualmente tutto il 

(}) « In formis >, come chi dicesse * alle misare o alle centurie >. 
Ò Front. — De limit. Libro II. 



UÀ PIAMTRA ROMAGK. DIVISA ED ASSEGNATA AI COLONI ROMANI. 16;» 

sistema che sa di esso basava. Le ragioni poi per le quali 
gli agri della colonia di Cesena si staccano e differenziano 
dagli altri per la loro direzione perfetta da Nord a Sud sono 
diverse. Ciò può dipendere: 1** Da un' opportunità topograiìca 
di acconciarsi meglio ali* andamento di scolo naturale e di 
sviluppare parallelamente ai fiumi o torrenti locali la longi- 
tudine degli agri. 2* Dall' essere stati i campi di Cesena di- 
visi ed assegnati in tempi diversi dagli altri: 3* Per una ra- 
gione climatologica, per favorire V esposizione solare ai qua- 
drati delle colture. La prima ragione ha una base di veritiV 
infatti i torrenti, che sono a levante del Ronco, prendono una 
direzione diversa da quelli posti a ponente, scorrendo verso 
il Nord quasi esattamente, invece che al Nord-Est. C* è in- 
somma un rapporto d'inclinazione uguale fra i cardini ed i 
torrenti al di qua o al di là del Ronco. Le altre due ragioni 
sono meno plausibili: le colonie sono state quasi contempo- 
raneamente divise ed assegnate e V esposizione solare è po- 
chissimo diversa fra gli agri di mediocre o di perfetta orien- 
tazione. 

XL 

Le campagne attorno a Massa Lombarda hanno, come ab- 
biamo veduto più sopra, parlando della superficie e dei limiti 
del nostro reticolato, un tipo di limitazione ben distinto dalle 
altre. A prima vista si avvertono le diversità di forma, T esi- 
guità della superficie e T inclinazione minore del reticolato: ai 
quadrati sono sostituiti i rettangoli, e mentre la superficie delle 
ceniuriazioni usuali è esattamente di 509,79(5 m. q. ; queste, 
variando assai, oscillano fra i 200 e i 300,000 m. q. La mag- 
gioranza di tali divisioni ha lati di 5'>0 X 380 m. circa. Da 
che dipende un simile fenomeno? Osserviamone prima d' ogni 
altra cosa l'estensione e la posizione: il confine al Sud 
è dato precisamente dal canale dei Molini, ad Est dalla via 
provinciale lughese fino alla ferrovia Lugo-Massa Lombarda; 
poi da uno scolo chiamato il Canalazzo ; a Nord il limite è 
tanto frastagliato che è quasi impossibile il precisarlo: ad 



164 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Ovest dalla via provinciale Selice. Questo territorio ia mezza 
al quale è fabbricata Massa ha una lunghezza massima da 
Nord a Sud di 5600 ra., una larghezza di 3100 m. : si contano 
distintamente 39 rettangoli; 10 o 12 altri sono meno chiari: 
in tutto rappresentano una superficie complessiva di 6473 
jugeri. La forma apparente di tale insieme di figure regolari 
è un perfetto rettangolo, che si spinge verso i terreni non 
ancora completamente bonificati, staccandosi d' un tratto dal 
resto del sistema. Ad Ovest di quest' agro non si scorge al- 
cuna traccia di centuria: la via Selice separa esattamente da 
questo lato V agro suddiviso : invece ad Est della via provin- 
ciale lughese, la campagna fa mostra di una tale regolarità di 
vie incrociantisi, che può benissimo essere presa a modello 
fra le altre terre pure jugerate. 

I rettangoli, che abbiamo sotto gli occhi, hanno forse 
qualche forma^ classica? Si possono subito di primo acchito 
giudicare o classificare fra gli scamna o le strigae? Sappiamo 
che i terreni divisi a strigae o scamna presentano realmente 
forme rettangolari, ma però ben diverse da questa di Massa; 
come abbiamo più sopra veduto strigae e scamna hanno la 
particolarità del non intersecarsi di tutte le linee di maniera 
che interrotte di tratto in tratto continuano dopo un inter- 
vallo ('), nel modo stesso, del quale più sopra (') abbiamo dato 
il disegno. Da esso troviamo subito e senza discussione una 
differenza evidentemente profonda con i rettangoli in discorso, 
i quali hanno i limiti continuati, diretti, regolari come nelle 

centurie z _: zz: ~ : Inoltre i lati dei rettangoli, degli 

scamna e strigae sono di 20 actus X 24 formanti quindi una 
superficie di 480 jugeri. I rettangoli di Massa invece hanno 
una superficie media di un centinaio circa di jugeri. Esclusa 
la possibilità che si tratti di strigae o scamna abbiamo qualche 
altro esempio in proposito? Gli autori concordi ci assicurano 
che, oltre alle centurie quadrate ne esistevano altre rettan- 

(') Bbaudouin — op. cit. pag. 70, seguendo in ciò lo Bchema del 
Mommsen. 

(') pag. 146. 



LA. PIANURA ROMAGN. DIVISA ED ASSEGNATA AI COLONI ROMANI. 165 

golari; oltre Nipso, riputato uno dei buoni auctores, sebbene 
in qualche sua parte combattuto e sfavorevolmente giudicato 
dal Beaudouin (*). anche il primo Igino le ricorda nel!' « ager 
qaaestorius >, dove seno dei plinthides o laterculi. Le due 
sorta di divisioni molte volte erano mescolate fra loro; ce lo 
attesta il Hbcr coloniarum parlando della colonia d'Alatri: il 
valore di questa fonte non può essere trascurata. A questo 
punto il Beaudouin (•) solleva un dubbio: egli osserva che 
< dans un assez grand nombre de colonies » le centurie pren- 
dono aspetto di un rettangolo, anziché di un quadrato e chiede 
se qui siamo in cospetto di una centuriatio, d' una strigatio o 
scamnatio, concludendo che questo procedimento ibrido è quasi 
termine medio fra i due modi di divisione del suolo. L'agro 
di Suessa Aurunca, secondo la testimonianza di Frontino, ha 
pure una maniera simile di divisione. Gli esempi, come si 
vede, non ci mancano. Lasciamo le gravi, profonde, indagi- 
nose discussioni e ricerche sulla nozione dell'intreccio di 
questi due sistemi e sul maggiore o minore predominio del- 
l' uno suir altro, perchè si uscirebbe dal tema principale. No- 
tiamo invece che il criterio degli agrimensori di adattare le 
loro operazioni al caso ed alla « natura loci » si presenta 
qui d' uso naturalissimo e come dice il Brugi, ai luoghi irre- 
golari si adattavano bene i lunghi rettangoli: forse anche 
tale divisione potè dipendere da tradizioni locali (^). Nel nostro 
caso ci sembra che una simile divisione abbia potuto dipen- 
dere appunto dalla natura del luogo. È indubitato che questo 
territorio una volta fosse ricoperto o da bosco o da palude: 
ce lo conferma anche la vetustissima carta del Cluevio. Bosco 
e palude può darsi siano stati bonificati più tardi che nella 
rimanente pianura, sia per causa d'una maggiore profondità 
delle acque, sia perchè il bosco fosse reputato cosa sacra, 
come quello di Lugo (Lucus Dianae) e quindi religiosamente 

(*) Op. cit. pag. 90 u. 1. 

(*) Op. cit. pag. 88 e seg. • ^ 

(') Conf. Rubino, Beirtr. zur Vorgheacb Italiens p. 11 e Voigt, Be- 

rìchte der Sachs, bisogna citare Tanno di questi Aiti della Soctetà di 

Sassonia, pag. 64. 



166 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

conservato per qualche tempo ancora. I nomi di « bosco e 
selva f> nelle case coloniche e nelle varie chiese di campagna 
aggiunti ai nomi dei santi, sono numerosissimi : danno quasi 
a pensare, per la loro grande frequenza che ivi realmente 
sia esistito un territorio coperto d'alberi. Non è difficile che 
questa campagna più tardi bonificata o disboscata sia stata 
lasciata dai romani per diverso tempo allo stato di < la- 
cinia » striscia d' un « ager subsecivus ». Mi conforta in 
quest'idea il fatto che raramente negli ultimi secoli della 
repubblica, la centuria quadrata fu abbandonata dagli agri- 
mensori: erano quei tempi, in cui la forma classica trionfava, 
in cui non erano ancora subentrate quelle numerosissime ec- 
cezioni che sconvolsero di poi tutto il sistema, che misero il 
cardine al posto del decumano, che sostituirono alla quadrata 
la forma rettangolare. Questa si usò più tardi e quindi può 
darsi benissimo che il territorio di Massa abbia derogato al 
rimanente reticolato classico, mettendo in pratica una maniera 
adattata a dividere un agro più minutamente, considerando 
come durante T impero vi fosse una ricerca grandissima di 
terra arabile, come una più fitta rete di strade fosse conse- 
guenza d'una civiltà più progredita. Queste sono semplici 
supposizioni: non ci rimangono in proposito documenti e te- 
stimonianze: è d'uopo quindi procedere con la massima cau- 
tela nella spiegazione di fenomeni, la cui origine si perde 
nella buia notte dei tempi. 

XII. 

La consuetudine, che oggidì è piuttosto difi'usa, di dare un 
nome ai fondi, è quasi certo fosse pure in uso presso i Ro- 
mani, quando diviso ed assegnato un agro si volevano distin- 
guere fra loro le varie centurie. Che questo nome avesse 
origine da quello del primo proprietario o da uno dei suc- 
cessivi, dalla forma d' una limitazione per le condizioni del 
suolo curiosamente diversa dalle altre, dalle tecniche deno- 
minazioni date dagli agrimensori ad uno strumento misurativo, 
dalla popolazione che coltivava quei determinato territorio, non 
importa; il fatto esisteva ed era noto anche agli auctores. 



LA PIANURA ROMAON. DIVJRA ED ASSEGNATA AI COLONI ROMANI. 167 

Oggidì gli scienziati si sforzano di raccogliere questi nomi 
vetusti, di collezionarli, di confrontarli fra loro: per la Francia 
è da citare ora la dotta opera del D' Arbois (*), in Italia fino 
dal secolo XVI Leandro Alberti (*), indicava molti nomi ro- 
mani, ricordanti i coloni di Aquileia: i nomi delle centurie 
dell' Istria furono raccolti dal Kandler (') ; alcuni di quelle 
dell'agro Boico dal Rubbiani (^). Anche le carte topografiche 
medioevali o gli antichi diplomi riguardanti i fondi, dispersi 
negli innumerevoli archivi, potrebbero apprestarci larga messe 
in proposito. Ad es. nelle carte lucchesi (*) non mancano ri- 
cordi di luoghi detti < Cardiculo, Limite, in Flexo » ecc. in 
quelle cavensi non sono rare le allusioni ai « Termini », alle 
« forme », ai « traversa », agli « agella », ecc.; taluni luoghi 
sono chiamati < puteo regente ». Anche nell'agro Boico e Lin- 
gone rimangono molte denominazioni classiche : ho cercato di 
raccoglierne quante più ho potuto, basandomi sopra le stupende 
carte topografiche testé uscite dall' Istituto Geografico di Fi- 
renze e sopra quelle dello Stato Maggiore Austriaco in iscala 
molto più vasta. Per provare la loro esistenza e la loro ori- 
gine classica ho creduto bene di confrontarle con quelle della 
colonia Istriana, sembrandomi essa la raccolta più completa: 
a loro ho aggiunte alcune poche dell' agro riminese. Come 
si vedrà più sotto alcuni di questi nomi sono identici addi- 
rittura; in altri è meno evidente la somiglianza per la stor- 
piatura, i barbarismi, le sincopi, le metatesi, che il lungo 
trascorrere dei secoli, il passare di bocca in bocca attra- 
verso r evoluzione della lingua latina e V infiltrazione di pa* 
role barbare, hanno apportato. Fra gli altri fenomeni fonetici 
ricordiamo alcuni curiosi raddoppiamenti in principio di pa- 
rola, che assomigliano a quelli dei perfetti nei verbi greci. 
Cosi ad es. nell' agro di Pola abbiamo una centuria chiamata 
< Burianum » (corrispondente a « Bora » dell'agro Cese- 

(*) Recherches sur 1' ongioe de la proprìèté. 

O Descrizione di tatta l'Italia (Venezia 1596). 

(*) Op. cit. pag. 151 nota 3*. 

(^) Op. cit. pag. 151 nota 2*. 

(^) Memorie e docamenti per la storia di Lucca. 



168 



R. DBPCTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



nate) la quale nella stessa colonia diventa < Burbuiianum >. 
Egualmente « Migliano > dell' agro cesenate si allunga in 
< Mimigltano » in quello di Pola. I nomi che significano nu- 
meri li ho poi tutti riuniti in una stessa colonna, tenendo 
conto dell'origine comune, nascendo essi appunto dal concetto 
della superfìcie o del numero progressivo dei Kardi e Decu- 
mani presso il quale trovavasi il fondo. Ho pure osservato 
che diverse lettere scambiansi^con grande facilità: 1 con r (Gu- 
rianum e Guliano), e. e g. (Caianum e Galano), d. e t. (Pa- 
ternum e Paderno), v. e b. (Cervaria e Cerbiano) ect. fre- 
quenti sono pure le metatesi ( Satrianum e Sartiane ). 



AGRO 

NOMT DI CENTCRIK 


ISTRIANO 

DRr.I.A COLONIA DI 


AGRO 

KOMI DI CCICTURIE 


' ROALVGXOLO 

, DEIJ.A COLONIA DI 

1 


Balneoli 
Balneoli 


Tergestes 
Pola 


Bagnara 

Bagnaca vallo 

Bagnolo 

Bagnolo 

Bagnile 

Bagnarola 

Bagnolo 


Faenza 

Faenza 

Forlì 

Cesena 

Cesena 

Cesena 

Cesena 


Barbiana 

Barbianum 

Barbianum 


Parentium 

Aegida 

Pola 


Barbiano 


Faenza 


Burianum 

Burbuiianum - 

1 


Pola 
Pola 


Bora 


Cesena 


Ceretum 


Tergestes 


Cerreto 


Cesena 


• 
Cervaria 

! 

1 

i 


Parentium 


Cervia 

Cervara 

Cerbiano 


Cesena 
Cesena 
Cesena 



LA PIANURA ROMAON. DIVISA ED ASSBQKATA Al COLONI ROMANI. 169 



AGRO 



IfOm DI CE.NTCR1E 



ISTRIANO 



DBLLA COLOMIA DI 



AGRO i ROMAGNOLO 



Centuria 
Centenaria 



Castrum (Bouae) 



Aegida 
Pela 



Aegida 



Oalesianum 



In Flexu 



Liminìanum 



Loncianum 



Caianum 


Pela 


Florianuin 


Pola 


Grinianum 


TergOÉ 


Gurianum 


Pola 



som DI CEKTURIC 

Cento 

Onto 

Du cento 

Ducente 

Tremola 

Trentola 

Trentola 



Castricciano 



Galano 
Gaiano 
Gaiano 



Pola 



Pyrrhanum 



Pjrrhanum 



Pjrrhanum 



Fiordinano 



Grisiniano 



Cariano 
Coriano 
Guliano 



DELLA COLONIA DI 



CestMia 

Faenza 

Imola 

Forlì 

Imola 

Faenza 

Forlì 



Galliano 



Flesso 



Limisiano 



Longiano 
Longana 



Forlì 



Faenza 
Cesena 
Rimlni 



Forlì 



Forlì 



Forlì 

Rimini 

Rimini 



Faenza 



Faenza 



Forlì 



(lesena 
Forlì 



170 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROlfAaHi 



AGRO 

KOMI DI CENTURIE 


ISTRIANO 

DELLA COLONIA DI 


AGRO 

NOMI DI CENTURIE 


ROMA» 

DELLA colli 


Licinianum 


Fola 


Lizzano 


Cesefl 


Marciana 


Pola 


Marciano 


Ces^ 


Mons Castelli 


Pola 


Monte Castello 


CeaS 


Mimilianum 


Pola 


Migliano 


Cese| 


Paternum 


Pjrrhanum 


Paderno 


Cesed 


Petraficta 


Pjrrhanum 


* Pietrafitta 


RimH 


Papinianum 


Pola 


Papiano 


Faena 


Pontianum 


Parenti um 


Pontano 


Cesena 


Quartum (ad) 


Tergestes 


Quarto 


Cesena 


Roianuui 


Tergestes 


Reggiano 


Forlì 


* 
Satrianum 


Tergestes 


Sartiana 
Sarturana 


Cesena' 
Faenza 


Silvula 


Tergestes 


Selva 
Selva 
Selva 
Selva 


Imola 
Faenza 
Forlì 
Cesena 









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LA PIANURA ROMAQN. DIVISA ED ASSEGNATA AI COLONI ROMANI. 171 



AGRO 

HOMI Df CEJTTURIE 


ISTRL\NO 

DELLA COLOKLA DI 


AGRO 

NOMI DI CBXTURIR 


ROMAGNOLO 

DELLA COLONIA DI 


Sirminum 


Aegida 


Sermiano 


Faenza 


Seianum 


Pela 


Saiano 


Cesena 


Vinteianum 


Pela 


Vitignano 


Forlì 



Aggiungeremo pochi altri, i qwali, sebbene non corrispon- 
dano a quelli raccolti dal Kandlei, sembrano tuttavia avere 
un origine romana e sono frequentemente ripetuti in altre 
colonie. Fra essi dobbiamo ricordare per la sua importanza 
quello di un molino, detto « dei confini >, che quasi esat- 
tamente è posto sul limite settentrionale dell'agro faentino. 
I nomi di Budrio e Butrio ricorrono spesso: nell'agro Boico 
ricordati dal Rubbiani e nelle colonie di Faenza e Cesena ; 
Maiano in quelle di Faenza Forlì e Cesena; Mortane e Mor- 
dano in quelle d'Imola e Forlì; Granarolo nelle colonie di 
Bologna e Faenza. 



Avv. Ermenegildo Ricci Bitti. 



UNA PASQUINATA 

CONTRO I LETTORI DELLO STUDIO BOLOCINESE NEL 1563. 



Notissimo è il processo che ebbe luogo in Bologna 
Tanno 1564 (') contro Torquato Tasso, accusato quale au- 
tore cTuna pasquinata, o libello poetico diffamatorio degli 
scolari dello Studio bolognese. Il Tasso ne aveva recitato al- 
cuni versi in casa di Carlo Sigonio e di Costanzo Arnaldi 
vicentino, e s* era offerto di ripetere la pasquinata a questo 
o a quello de' suoi compagni, che ne lo avea pregato. Pare 
che in cotesto libello si offendesse fra gli altri un figlio o 
nipote dell'Auditore criminale Marcantonio Arese. Ciò bastò 
perchè si procedesse giudizialmente contro il Tasso, ritenuto 
autore della pasquinata. 

Il 12 gennaio 1564 furono citati a comparire quali testi- 
moni Costanzo Arnaldi, Antonio Mosti vicentino, Bonaven- 
tura Maffetti bergamasco, Pier Francesco Negri genovese, 
Giovanni Taverna milanese, ed altri compagni del Tasso. 

Il Mosti riferi alcuni versi dei libello, e disse che gli 
pareva inverosimile che il Tasso potesse tenere a mente 40 
o 50 versi solo per averli uditi recitare da altri, non essen- 
done egli r autore. 

(') Primo a darne notizia fu Ottavio Mazzoni-Toselli nelP Alnna- 
nacco del Salvardi per T anno 1838 ( p. 1-37 ). Pubblicò poscia il testo 
originale del processo Michelangelo Gualandi nel 1862, e lo ristampò 
più esattamente il Solerti in appendice alla sua dotta vita del Tasao 
(Voi. Ili, Doc. I). 



UNA PASQUINATA CONTRO I LETTORI DELLO STUDIO BOLOQNESF: 173 

Il Maffetti invece negò che quella pasquinata fosse del 
Tasso, pure osservando che per tenere a mente 50 o 60 versi 
doveva averli studiati sulle carte. 

Chi aggravò le condizioni dell'accusato fu Pier Francesco 
Negri, affermando d' avere inteso pubblicamente e palesemente 
per tutto ove erasi trovato < qualmente esso Tasso era im- 
« putato d' avere fatta questa scelerità », e massimamente da 
quelli che lo conoscevano in Bologna,, dove « in ogni* luogo 
< che si ragiona di questo si dà la colpa al detto Tasso », 
qual veramente egli credeva fosse il vero colpevole, si per 
sapere tanta copia di versi a mente, come per essersi partito 
e ritirato in secreto, senza lasciarsi più vedere. Egli aggiunse 
inoltre che trovandosi nella scuola del Bolognetti, aveva rac- 
colta una polizza eh* era caduta in terra, nella quale si no- 
tificava a tutti gli scolari che il Tasso, omni genere vitio- 
rum in/amis, avea composta la pasquinata in disonore loro, 
ed in biasimo di tutta la nobiltà delio Studio, invitando cia- 
scuno di loro a ritrovarsi insieme per coronarlo d'una co- 
rona di legno, ossia per dargli una buona dose di legnate. 

Anche Giovanni Taverna confermò d'aver vista e letta 
quella polizza che andava « intorno tra scolari », e d'aver 
udito più volte pubblicamente e palesemente accusare il Tasso 
quale autore del libello. 

Valerio Valaria piacentino riferì d' avere domandato al 
Tasso se egli avesse fatta veramente quella pasquinata; al 
che sorridendo rispose di no; ma poi pregato di recitarne 
una parte che riguardava Orazio Trecchi cremonese, com- 
pagno del teste, egli erasi mostrato compiacente ed avea 
detti alcuni versi che incominciavano cosi : 

Beir esser crede, e acceso è di sé stesso 
£ crede averMn ciò molti rivali, 
Ma n^ha ben pochi inver, e fra qnei tali 
Nian ve n^ è che non sia amato espresso. 

Gli altri versi che il Tasso avea recitati ai suoi compa- 
gni ed amici erano scritti in biasimo di Cesare Speziano, che 



174 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

era detto brutto e sporco, di Pomponio Cusano milanese, che 
consumava più olio che vino in profumarsi ; di Filippo Cicala 
che era detto figliuolo d' un corsaro e d' una schiava e di 
Costantino Arnaldi vicentino, che 

Studia la sfera e studia la poetica 

E non intende i termini, or guardate 
S* egli vaneggia forte e se farnetica. 

Il 22 gennaio 1564 fu ancora interrogato Postumio Fra- 
canzani, che sembrò togliere ogni dubbio affermando d' avere 
udito recitare dal Tasso per due volte e per intero i versi 
incriminati, e che meglio non avrebbe potuto recitarli; inoltre 
aggiunse d* aver inteso dire che egli ne fosse veramente 
r autore. 

Il 26 gennaio pertanto Torquato fu citato a udire la sen- 
tenza e a sentirsi condannare; ma il processo si fermò im- 
provvisamente a questo punto, e la sentenza non fu pronun- 
ciata. Intanto T accusato erasi reso contumace, e ritiratosi a 
Castel vetro, feudo de*Rangoni, scrisse T ultimo giorno di feb- 
braio una lunga lettera giustificativa al Vicelegato Mons. 
Cesi (*) nella quale riassumeva i quattro capi d'accusa che 
avrebbero dovuto provarlo colpevole, e terminava con pa- 
role assai risentite lagnandosi dei mali trattamenti usatigli. 

« Ma concedasi loro (scriveva egli) che ogni presunzione 
€ contro di me e nessuna in mio favore si ritrovi ; di che 

* m'accusano? Perchè usavano tanta diligenza di pormi in 
« prigione? Di che mi vogliono castigare? D'una pasquinata 

* da me fatta, diranno. Ov'è questa pasquinata? Produchisi 
« un poco fuori : faccian si eh' io la veda, acciò eh' io possa 
<f affermare, o negare d' averla fatta ; mostrimisi il mio er- 
€ rore, o almeno quello che mio errore è giudicato, si ch'io 
€ mi vergogni del mio fallo, e mi doglia della mia cattiva 
< fortuna. Ma se non si trova; se nessuno dice (ch'io sap- 
€ pia) d'averla veduta, se nessuno d'averla udita tutta; se i 

(1) V. T. Tasso, LetUre, ed. Guasti (voi. I, p. 7). 



UNA PASQUINATA CONTRO I LETTORI DELLO STUDIO BOLOGNBSB 175 

€ versi (per quanto io n'intendo) non si sanno, perchè pro- 
« cedere contro di me con tanta rabbia, con tanto veleno, 
€ con animo si fellone, con si poco rispetto, e siami lecito 

< ancor di dire, con si poca anzi ninna considerazione, per 
« una cosa che non solo non si sa se sia stata fatta, o non 

< fatta da me; ma appena si sa se semplicemente sia stata 
€ fatta, o non fatta? ». 

Il Solerti (*) osserva « che la autodifesa del Tassso è 

< troppo eloquente, troppo perfetta nelle parti, e reca argo- 
€ menti troppo facili perchè le si possa prestare fede intera. 

< La mancanza materiale della prova scritta, su di che tanto 
« insiste, non è per noi sufficiente per dichiararlo innocente 

< d'una colpa, qualunque essa sia, della quale concordi l'ac- 
« cusavano i testimoni; e la polizza che pubblicamente invi- 
« tava gli scolari a punirlo, mostra che nell' opinione di tutti 
« egli era veramente l'autore della pasquinata >. 

Contro r accusa mossa al Tasso sta tuttavia una giusta 
osservazione del Solerti, ed è che « la pasquinata, come ve- 
« desi dai versi riportati nel processo, non era tale da richie- 
€ dere un genio particolare, che anzi è abbastanza volgare nel- 
€ l'attacco, mentre la forma non è certo facile, né perfetta ». 

Ciò è confermato pure da un' altra pasquinata contro i 
Lettori dello Studio, scritta nello stesso tempo deli' altra con- 
tro gli scolari, e molto probabilmente dalla stessa persona. 
La trovai in fine al volume V d'una Raccolta di scriUurc 
delle famiglie di Bologna e loro dignità et origine et degli 
huomini illustri che di quelle sono stati^ messa insieme da 
Valerio Rinieri nel 1598 (% 

La pasquinata occupa le ultime quattro carte del volume, 
ed è scritta d'altra mano, ma certo del XVI secolo, in una 
forma alquanto scorretta. Reca il titolo; Tilletti cavati di 
ser fedocio nel principio dell'anno 1563 ('); mentre nel- 

(1) Vita di Torquato Tasso (voi. I, p. 89). 
O Blbl. Univ. di Bologna, cod. 2136. 

(') Nella prìma carta bianca del quinterno che contiene la Pa- 
squinata sono scritte le lettere iniziali: D. S. D. S. P. D. f. g. 



176 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

l'indice del volume si legge: Terzetti in lode di Dottori, 
Titolo che fu scritto da chi non lesse questi versi, perchè al- 
trimenti si sarebbe facilmente avveduto che essi contengono, 
non già una lode, ma una satira, spesso assai pungente, contro 
i Dottori Lettori dello Studio bolognese nel 1563. Il titolo 
che leggesi in testa alle terzine: Tilletti (o Terzetti che 
debba leggersi) cavati di ser Fedocio, ci fa pensare alla 
controversia fra il Caro e il Castelvetro, ed al Sogno di ser 
Fedocco a Messcr Lodovico Castelvetro (*), dal quale assai 
probabilmente prese il nome sotto cui volle occultarsi 1* au- 
tore di questo libello; come se dicesse: Terzetti cavati da 
Pasquino. 

Nessuno dei nomi di scolari e ninno dei versi citati a me- 
moria nel processo trova riscontro in questa pasquinata. 
Dobbiamo quindi ammettere che le pasquinate contro lo Stu- 
dio bolognese fossero due: una contro gli scolari, l'altra 
contro i Lettori. Infatti Antonio Mosti citato come teste af- 
fermò di avere sentito recitare certi versi sopra i Dottori, 
ed anche sopra i scolari. 

La pasquinata da me trovata componesi di 109 versi; 
trentadue terzine contengono la satira di altrettanti Lettori 
dello Studio, meno la prima che riguarda il Sindaco del- 
l'Università dei giuristi, e gli ultimi dieci versi, nei quali 
parlano i Bidelli legisti, 

I Lettori legisti colpiti da questa satira sono: Lodovico 
Bovio, Anton Galeazzo Malvasia, Nicolò dell'Armi, Cristoforo 
Angelelli, Annibale Grassi, Vincenzo Locatelli ed Antenore 
Lana, che leggevano il Codice; Pietro Maria Sangiorgi, Fer- 
rante Vozza e Romeo Bocchi, che leggevano Decretali; Gio. 
Angelo Papio, Antonio Gessi, Luca Costeo, Lodovico Segni, 
Aldrovandino Fondazza, Celso Soccini, Antonio Giavarini o 
Ghiavarini ed Annibale Monterenzi, che leggevano l'Infor- 
ziate ; Marcantonio Malvasia e Alberto Bolognetti che spiega- 
vano le Istituzioni di Giustiniano. Fra gli artisti troviamo gli 

(^) V. Annibal Caro. Apologia contro Lodovico Castelvetro, (Mi- 
lano, 1820, p. 195). 



UlIA PASAUIMATA CONTBO 1 LBTTORI DBUA) STVDIO BOLOONBSB 177 

umanisti Sebastiano Regoli e Ventura Lappi napoletano cieco; 
Pompilio Amaseo professore di lettere greche; Anton Fran- 
cesco Fava, Bernardino Grippa milanese, Baldassarre Gam- 
barini e Nicolò Turchi che insegnavano filosofia; Cesare 
Odone di Civita Penna, Antonio Fracanciano o Fracanzano 
da Vicenza e Girolamo Cardano milanese, che leggevano me- 
dicina teorica e pratica. 

Gli altri che non erano compresi e nominati in questo 
libello erano tutti insieme satireggiati in questa terzina: 

Vanamente parlar sento di loro, 
Ma la parte maggior par che consente 
Cb^ abbian poca dottrina e poca mente. 

Può recar meraviglia che nel processo contro il Tasso 
tutti i testimoni parlino della satira relativa agli scolari e ne 
citino i versi uditi recitare dal Tasso; ma niuno (eccettuato 
il solo Antonio Mosti) fa parola di questa contro i Lettori, 
forse perchè fu composta prima dell'altra, cioè in principio 
dell'anno 1563, mentre il processo contro il Tasso cominciò 
un anno dopo, cioè il 12 gennaio 1564. Forse anche chi com- 
pose questa pasquinata fu più prudente del Tasso, e non la 
recitò a questo e a quello, com'egli avea fatto: onde nes- 
suno dei Lettori, che erano in essa punti al vivo, sorse a 
protestare ; mentre per V altra che toccava gli scolari vi fu 
chi mosse querela contro il Tasso^. quale presunto autore di 
essa. Ad ogni modo si comprende facilmente come queste due 
satire dovessero destare assai rumore, poiché mettevano in 
discredito lo Studio di Bologna proprio nel tempo in cui si 
voleva accrescerne il decoro e la fama con un monumentale 
palazzo che raccogliesse in degna sede tutte le scuole che 
prima erano sparse per la città ('). 

(^) L' inaugarazìone delle nuove scuole nelTArcbiginnasio avvenne 
neir ottobre del 1563, e V orazione inaugurale fu pronunziata dal cieco 
Ventura Luppi lettore d^ umanità, cbe fu pure uno dei colpiti da questa 
pasquinata. 

12 



t R. DBPOTAZrOHE DI STORIA PATRIA PER LA ROHAOHA. 

Chiunque sia stato pertanto 1' autore di questo libello, esso 
iritava di essere pubblicato nella parte cooserrataci dal 
aieri, non fesa' altro per avere una prova di più a dimo- 
are l' innocenza del Tasso, od a confermare l'accusa che 

fu mossa. 

Lodovico Frati. 



TILLETTI CAVATI DI SER PEDOGIO 
NEL PRINCIPIO DEL ANNO MI 



SlNDICO (*). 

Sa far del genti[l] huomo et gir vestito 
Di terzo pel(l)o, lui vedesse il padre 
Per meraviglia restarla stordit(t)o. 

Bovio («). 

Visse et vive costui et mora puoi 

Col medes(si)mo saper de' suoi primi anni, 
destino del ciel (^), quanto tu puoi. 

Malvasia (*). 

Trentacinque anni ha già rivoltx) il sol(l)e 
Dal dì che comentiò legger' costui, 
Né mai (^) vide (^) il meschin diece a sue schol(l)e. 

Arme (*). 

S'ad alcun piace, a molti spiace assai 
La sua dotrina cavillos(s)a et freda. 
Che passa et voI(l)a et non si aresta (*) mai. 

Angelello (^). 

È senator, vuol(l) che tal additi ognuno (*®), 
S'ascolta e pavoneggia e a chi non l'ode 
Si mostra ingenios(s)o et importuno. 



180 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Simula (") il ghignio et fìnge gli atti humani, 
Et legge anchor per gir a Roma il priete, 
Che sembra volpe scappata t)a da' cani. 

LVCATELLO (*^). 

Scorgi in costui dal piede insin'al ciglio 
Simplicit(t)à d' ingegno et di costumi, 
Povertà (^*) di sapere et di consiglio. 

Lanna (*^). 

Morte un semplice Rugier (^^), Taltr'hier ci tolse 
Un sempiissimo Lanna in vit(t)a serba (") 
Onde si vaghi fior(i) ventura colse. 

Sangiorgio (^**). 

Vedi come alza altier costui le corna 
Del ignoranza sua, come se arabbia, 
E di non esser (il) primo par che ira habbia. 

Vezza C^). 

A fìnger cas(s)i (*°), a i^eplicarli apresso, 
A formar regol(l)ette e a partir chiosse 
È a vezzo il mio Vezzon, pur è demesso. 

Bltho («»). 

Del terzo lor compagno a dir mi resta: 

Noi senti mai, ma al volto, ai gesti, ai panni 
Sembra un bel cauacesi {sic\ un barbagiagni. 

Papio («'). 

Pappio, se col suo dir polito et terso 
Maggior coppia di cos(s)e vedesse io. 
Ad ascoltarlo non sari a restìo. 

Gesso (*^). 

D'invidia et di livor più che di legge 

Pieno se mostra, al volto e alle parol(l)e. 
Del mal si ride et d'altrui ben si dol(l)e. 



uva pasquinata contro i lettori dbllo studio boloonb8b 181 

Costa C*), 

Povero son de ingegno e di persona, 
Povero di dotrina et di sehol(l)ari, 
E haverne alcun m' aporta tanti amari. 

Segnia (*'). 

Si maraviglia come costui (**) 

Lieg(g)a et sia tanto sciocho che non sento 
Che fa rider di sé tutta la gente. 

FONDAZZA (*'). 

Crede saper di brocha qualche testo 

Che di vento non serva, et non sa nulla, 
Et con monna Costanza si trastulla. 

SociNo (**). 

Questo rasembra lo stupor* in vista. 
Un divotto amator degli ugonotti. 
Atto a far altro che scolari dotti. 

Ghiavarino ('^). 

Legge il Moschin' dì et notte et Dio sa come 
S'humiglia e s'affaticha et si tormenta, 
Et ogni via per aiutarsi atenta. 

MONTARENTIO (^^). 

Questo gran babuasso legea prima 

Alle banche, e fu un tempo luterano. 
Grosso de ingegno, merto et in humano. 

Malvasia institutario (^'). 

Fia bon lasciar' V impres(s)a che tolto hai 
Hor che sei nel principio, bora che puoi, 
Che d' altri homeri (è) som(m)a che de' tuoi. 

BOLOGNETTI (^*). 

S' il quinto sol di quel(lo) che saper crede 
Questo sor magistrello sapesse io, 
Unico fora al mondo il saper mio. 



l82 B. DEPUTAZIONE DI STORIA FATUI A PER LA ROMAGNA* 

EXTRAORDINARII ('*). 

Non gli udi' mai, ne udir unqua mi cal8(s)e, 

Ma tutti insieme fanno, a quel(lo) eh' io sento, 
D'ignoranza e di eror(e) dolce concento (^). 

Regulo Humanista {^*). 

Lascia, Regul(l)e mio, cotesta impres(8)a 

Per te troppo alta, et siano i suoi trastulli 
Leger Guarino et regolar' fanciulli. 

Pompilio Amaseo (^*). 

Una salta in bancho, un ciurmator (^^) perfetto, 
Un medicho di coglie, im sier faeenda 
Nel abito resembra et nell'aspetto. 

Ventura chiecho ("). 

Come esser può che un ciecho guidi (r)altrui. 
Un ciecho che non sa guidar sé stesso, 
Dical' Bologna che si fida in lui. 

Fava philosopho (**). 

Egli è filosophario senza fallo, 
E crede esser filosopho da vero, 
E a faticha del bianche scerne il nero. 

Fragangiano (^'). 

Al grido che di lui si sparse intorno 

Pria ch'ei venesse non risponde unquaneho 
Nella pratica sua, nel saper anche. 

Cardano (*^). 

Guarda(ti), infermo, non darti alle sue mani, 
Se d(ar ) altri non sei prima abandonato, 
Che saresti per dio tosto spaciat(t)o. 

Odone (^*). 

Mentre vuol(le) esser medico e poeta, 
Philosopho, orator, giometra e putto. 
Un ardoglio si mostra al popul(o) tutto. 



UBA PABQUIIUTA CONTRO 1 LBTTORI DELLO BTQDIO BOLOQNBBB 
TtRCHO ("). 

Tarcho dì nome et turcho di costumi, 

Turcho dì animo anchor, turcho di cìera, 
Et tnrcho a diletarsi della sphera. 

Gahbajuno {"). 

È di quei ohe saper credono assai 

Et pochissimo sanno, et altro in cuore 
Serba di quel(lo) che mostra il volto fuore. 

Grippa ('*). 

MÌ8er(o), provedi al honor tuo, che prima 
Hai sol quale legista mi1lanea(e)e, 
Non hay(e)rà sempre in ciò le voglie inteB(s)e. 



Variamente parlar sento dì loro, 

Ma la parte maggior' par che consente 
Ch' habia[n] pocha dotrina et poca mente. 

BmELLI I£OISTI. 

Cinque o sei volte al più verste in schola. 
Signori, et poi le maschare farete {'*) 
Et agli amori vostri atenderet(t)e ; 

però pronti sarete ("), 

Quando fla tempo, a darci buona manza. 
Che dell'altra per dio pocho ci avanza; 
Et se vi cai saper (i) nostri mestieri, 
L' un fa r usuria e l' altro t& crestieri, 
che fatti siano a quelli 

Che non vorano dar manza a' bidelli. 

Finis 1563. 



NOTE 



(*) Nel 1459 fa istituito un Sindaco per le due Università dei giu- 
risti, che curava le liti e sorvegliava i Rettori. (V. Malaoola. Prefas. 
agli Statuti delle Univ, e dei Collegi delio Studio Bolognese. Bolo> 
gna, 1888, p. VITI). 

(^) Gio. Lodovico Bovio, lesse il Codice e il Digesto dal 1529 
al 1562-d. 

(>) destin del ciello^ il ood. 

(*) Anton Galeazzo Malvasia, lesse diritto civile dal 1524 al 1570. 

(•) meiy il cod. 

(•) vidi^ il cod. 

(^) Nicolò Dair Armi lesse diritto civile dal 1531 al 1563 epoca di 
sua morte, e fu giureconsulto famigeratissimo, al dire del Mazzetti. 

(*) avesti^ il cod. . 

(*) Cristoforo Angelelli, insegnò diritto civile dal 1537 al 1563, epoca 
di sua morte. 

(^^) Questo V. può esser corretto cosi: Senator vuol che tal V additi 
ognuno. 

(^1) Annibale Grasso o Grassi, lesse diritto civile dal 1553 al 1563 
e dal 1565 al 1570-1. Fu Prevosto ed Arciprete della Cattedrale di S. 
Pietro. Si recò a Roma ove fu creato Referendario Apostolico. Il 9 di- 
cembre 1575 fu promosso al Vescovato di Faenza da Gregorio XIII. 
Mori Nunzio Apostolico presso la corte di Madrid il 24 giugno 1590. 

(1*) Simolla, il cod. 

(^^) Vincenzo Locatelli, lesse diritto civile dal 1557 al 1565, poscia 
passò a Napoli e fu Governatore di Nami e Protonotario Apostolico. 

(") Povertà, il cod. 

(^^) Antenore Lana o Dalla Lana fu Lettore di Diritto civile dal 
1559 al 1570. 

(1^ Lelio Ruggeri, che lesse Istituzioni civili nel 1561 e mori il 15 
agosto 1562. 

(*^) serbe, il cod. 



USA FAAQL'IKATA CONTRO I LKTTORI DILLO STUDIO BOLOOHKSE ll% 

(**) Pietro Hftria Smngiorgi fu Lettore di Diritto «anonioo e oivile 
dal 1537 >1 157». 

(>*) Femnte Ve*u insegnò Institiuioni legali e Diritto oiviI« bìqo 
ftl 1562, poi pasvò a leggere Diritto cnnoaieo e nel 1564, riprese l' ia- 
KgnAmcnto del Diritto oivile. 

("] Nel cod. prima era scritto ctusì, che poi fa corretto in fatti. 

{") Romeo Boccbi fa Lettore di Diritto civile dal 1523 al 1539 e 
di DiriUo CaooDieo dal 1530 al 1571. 

(^ Gio. Angelo Papio di Salerno fa Lettore primario e Amoao di 
Diritto civile dal 1563 al 1581-2. 

(^) Antonio Gessi nel 1545 ottenne una cattedra di Diritto oivile 
cbe sostenne con molto plauso fino al 1591. 

C) Loca CoBteo lesse Diritto civile e canonico dal IIM al 1&T4-Ó. 

C) Lodovico Segui lesse con molto planso Diritto civile dai 1556 
al 15»4. 

(**) Qoeato v. potrebbe correggersi leggendo: Si maraviglia ognun 
eo«i« costui. 

('') Aldrovandioo Fondaica fn Lettore di Diritto civile dal 1553 
al 1566-T. 

('■) Celso Soccini lesse Diritto canon, dal 1551 al 1555 e Dir. ci- 
vile dal 1556 al 1562. 

{") Antonio Giavarini o Ghiavarini, lesse Diritto oivile e canon, 
dal 1557 al 1596. 

(■*) Annibale Honterensi ottenne nel 1535 una cattedra d' lustitn- 
lioni, e nel 1538 passò a leggere Diritto civile fino al 1575. 

(") Marcantonio Malvasia lesse Diritto civile dal 1560 al 1575. 

(**) Alberto Bolognetti lesse Inatitasionì di diritto civile dal 1562 
al 1564, nel qual anno passò a Salerno. 

{**) concerto, il cod. 

[**) Sebastiano Regoli fu nel 1541 pubblico maestro di grammatica, 
il 28 aprile 1546 eletto Professore di amanita fu nel 1560 fatto esente 
dal pagamento delle pnbblìche graveise in vista del sao merito e delle 
fatiche scatenate nel suo insegnamento. V. Antonio hstulli. Cenni 
biograf. di Seb. Itegoli. (Faenra, 1888) e Fantukzi (VII, 180). 

(^) Pompilio Amaseo figlio di Romolo nel 1540 ottenne una oat- 
tedrR di retorica e poesia, nel 1541 passò a quella di umane lettere 
e nel 1543 incominciò ad insegnare tetleratara greca, continuando fino 
al l5>S-6. 

(**) ciomator, il cod. 

(") Veatnra Luppi napoletano, detto anche Ventura il cieco per la 
sna infermità, insegnò umanità dal 1562 al 1564. 

(>*) Anton Francesco Fava lesse prima logica poi filoBo6a sino al 
SI gennaio 1571. 

(*") Antonio FraMnciani o Pracansano da Vicenia fu famoso Let- 



186 R. DBPUTAZIOKB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAONA. 

tore di medicioa pratica dal 1562 al 1564, nel quaP anno passò a Pa- 
dova ove mori (1567). 

(^^) Girolamo Cardano famoso medico e geometra insegnò con 
sommo gpido e concorso di scolaresca dal 1562 al 156d-70, nel qnal 
anno ottenne la cittadinanza bolognese. 

(^^) Cesare Odone di Civita Penna nel 1556 incominciò ad inse- 
gnare medicina pratica continnaodo fino al 1571. 

(^^) Nicolò Turchi lesse prima logica, poi filosofia e fisica fino 
al 1587. 

(*^) Baldassarre Gambarini lesse Logica e Filosofia fino al 1564, 
nel quar anno passò a Pavia. 

(^^) Bernardino Crippa milanese lesse con grande fama filosofia dal 
1561 al 1568-64. 

(^) puoi le maschar farcite^ il cod. 

(<«) pronto sareti^ il cod. 



ATTI 

DELLA 

R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 



Anno accademico 1900-001 



TORNATA VII. — 16 Giugno 1901. 

Il socio prof. Trauzzi legge la prima parte di un suo lavoro in- 
titolato: Ancora dell* Anonimo ravennate e della sua Cosmogra- 
phia » il quale dovrà servire, d'introduzione alla nuova edizione 
eh' egli prepara di queir opera. 

La quale, pubblicata la prima volta nel 1688 dal Porcheron sul 
manoscritto esistente nella Nazionale di Parigi, ebbe in seguito pa- 
recchie edizioni, tutte intese a chiarire le varie questioni che con 
esso si connettono e che riguardano la patria dell' Anonimo, 1' età in 
cui visse, il contenuto ed il valore della sua opera. 

Di ognuna di queste parti il eh. disserente tesse in succinto la 
storia, ponendo sopratutto in rilievo le' criticlie fatte al Porcheron 
che considerava l' Anonimo come italiano e precisamente di Ravenna 
e vissuto nel secolo VII. Riguardo le fonti a cui avrebbe attinto il 
Ravennate, fu osservato che molte sembrano sua pura invenzione, 
mentre il contenuto fu giudicato da taluni un sunto della Geogra- 
phia di Guidone da Ravenna. 

Più intricata si presenta la quistione sulla divisione astronomica 
della terra e dell'acque, dell'Anonimo, intorno alla quale molti dotti 
si affaticarono, senza fi uscire ad alcun risultato sicuro. 

Di questo risultato negativo a cui è giunta finora la critica, il 
disserente trova la ragione nel fatto che l' opera del Ravennate fu 
sempre considerata nel suo insieme e con metodo positivo, mentre 



188 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

essa non è un corpo organico, bensì un centone di notizie di varii 
tempi accumulate sopra un piccolo fondo antico, forse gotico. 

Partendo da queste considerazioni il chiaro socio viene a dimo- 
strare: 1** come le conclusioni di coloro che finora si occuparono 
delle varie quistioni non si possono accettare per ragioni intrinseche 
all'opera; 2° come sia necessario un nuovo ed accurato esame del 
testo: dopo il quale le quistioni, presentandosi sotto un aspetto di- 
verso, si presteranno ad una facile soluzione. 






Il socio prof. D. Luigi Breventani legge alcune < Xote storichf* 
sui dominii della Chiesa di Bologna ». 

Considerato prima lo stato fisico della Diocesi, espone le contro- 
versie con la Badia di Nonantola e se ne vale per un confronto 
della stato morale. Per quanto riguarda lo stato economico trova 
che, nel secolo X, il vescovo aveva ottenuto diritti regali prima che 
Ottone I nel 969 concedesse ai canonici bolognesi V immunità giudi- 
ziale e prima che da Giovanni XIII fosse accordata V esenzione 
fiscale a tutte il clero. 

A questi semplici indizi del dominio dei Vescovi il disserente 
aggiunge il palatiian, il vicedominus, il castrum episcopi ed il titolo 
di Principe d' Impero, E venendo alla prova diretta dimostra che 
in una bolk di Gregorio VII è ricordata loia, che si nominava 
Cellula, fin dal 1017. Tratta poi dei dominii particolari e fra questi 
di Cento ed osserva che sopra esso si estendeva la sovranità del 
Vescovo di Bologna prima dell'anno 1220, in cui fu confermata da 
Federico II ed espone una serie di nuovi documenti del Comune di 
Cento, che vi dimostrano la duplice condizione della Signoria del 
Vescovo, cioè proprietà e residenza. 

Invano, aggiunge il eh. socio, si è detto che tale dominio fu 
sottratto al patrimonio matildico, o al diritto dei Conti di Bologna. 
Indarno ancora si è voluto risuscitare il racconto della permuta 
di Cento colle decime fatte nel 12ÌW, tentando di dedurre dalle de- 
cime sacramentali « V origine del dominio ». 

Quanto a questo ultimo capo riferisce il risultato di un suo 
studio sulle enfiteusi della Chiesa ravennate dove il terratico di de- 
cime fu reso obbligatorio da Innocenzo VI. Per Bologna cita un 
documento del 1268 che chiama conventionales le decime della 
cattedrale, appunto come prescrivano i teorici per le decime non 
sacramentali. 



ATTI. 189 

Contro allA pretesa, permuta del 1203 il dissereiite adduce un 
importante processo del 1289, scoperto del eh. prof. Fai letti, con cui 
ei riforma tutta la storia di Cento. Dalle deposizioni giurate dei 
venti testimoni si deve concludere, secondo il eh. socio, che V origine 
del dominio dei Vescovi di Bologna in Cento fin dal secolo XIII 
appariva già immemorabile. 



Anno accademico 1901-1902. 



TORNATA I. — 22 Dicembre 1901. 

Nella prima tornata, che ebbe luogo il 22 dicembre 1901, il 
socio corrispondente avv. Arturo Palmieri lesse una memoria sopra 
^li Antichi vicariati de W Appennino bolognese. 

Premesso che i vicariati non rappresentano una istituzione creata 
e^^* novo nel secolo XIV, ma siano invece la continuazione dello 
antiche podesterie trasformate, per forza stessa delle cose, assumendo 
la fisonomia giuridica propria dei vicariati, dimostra come questi 
furono l'egolati sotto il governo di (riovanni Visconti. Il quale, se- 
condo il disserente, non fece che riconoscere nelle antiche podesterie 
i nuovi caratteri rispondenti a nuovi bisogni e sanciti nelle leggi 
scritte. 

Tratta quindi della divisione amministrativa e giudiziaria a cui 
andarono soggetti i vicariati al tempo dei Visconti, osservando come 
questa non rispondesse ai giusti criterii di una sana amministrazione 
della giustizia per V ineguale distribuzione del territorio e V eccessiva 
lontananza delle sedi dei magistrati. Per ovviare a questi difetti gli 
statuti del 1373-78 ripristinarono in gran parte la divisione territo- 
riale esistente air epoca delle podesterie. 

A misura però che i vicariati aumentavano di numero neir Ap- 
pennino bolognese diminuivano di imi)ortanza sia pure per la for- 
mazione dei vasti Stati territoriali, nei quali gli organismi ammini- 
strativi si andavano moltiplicando e nello stesso tempo semplificando. 

Accennata infine la trasformazione a cui andava soggetta la co- 
stituzione intema del vicariato, il chiaro autore enuncia T ipotesi 
che tale trasforraazione^abbia dato origine agli attuali comuni del- 
l' Appennino bolognese. Si riserva però d' illustrare più ampiamente, 
e con documenti, questo punto della sua memoria, rimettendo ad 
altra lettura anche lo studio della costituzione giuridica dei vicariati. 



192 B. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA. ROMAGNA. 

quelli lasciati dai popoli barbarici che durante il medio evo iavasero 
ed occuparono parte della penisola. 

Il prof. Zanardelli ha tenuto conto non soltanto del suffisso dei 
nomi locali, che spesso serve per distinguere subito la derivazione 
dall'una e dall' altra, lingua dei popoli che si sono avvicendati sul 
suolo italiano, ma anche degli elementi morfologici proprii ai topo- 
nimi di questi diversi popoli. Ed applicando tale metodo rigorosa- 
mente scientifico alla toponomastica emiliana ed alla illustrazione 
di un gruppo assai Interessante, quaT è quello dogi* ibridi di tema 
germanico con suffisso diminutivo latino, è riuscito, a giudizio del 
prof. Pullè, per gli esempi proposti, felicemente a toccare il vero. 

TORNATA III. — 14 Febbraio 1902. 

Il socio Cav. Rubbiani svolge una proposta : e Sopra la conser- 
cazione delle mura urbane di Bologìw,, » 

Premette il Cav. Rubbiani che dal giorno in cui egli prese l'ini- 
ziativa per la conservazione delle mura urbane, lo stato delle cose è 
assai cambiato, perchè di una parte di esse mura già si è comin- 
ciata la demolizione. Svolge ciò nondimeno la sua proposta, deplorando 
anzitutto che nella compilazione del nuovo piano regolatore non siasi 
proceduto d'accordo con la Commissione conservatrice dei Monumenti 
e con gli altri Istituti cittadini a cui è affidata la tutela delle anti- 
chità artistiche e storiche. Egli crede però ancora possibile che que- 
sti piani regolatori e non soltanto quello della città nostra, vengano 
corretti. Per Bologna egli crede in massima che la città poteva 
estendersi ed ampliarsi alla camjìagna, senza aver d' uopo di distrug- 
gere le mura. Delle quali egli tesse la storia dai tempi più antichi 
fino ai più recf'.nti, rilevandone i caratteri principali, considerandole 
sotto l'aspetto storico, artistico, architettonico, militare, passando in 
rassegna i più celebri episodi e fatti d'armi della storia di Bologna 
a cui il loro nome è legato, e che costituiscono, secondo il disserente, 
altrettanto titoli di benemerenza perchè le mura quasi abbiano di- 
ritto ad essere conservate. 

Combatte 1' opinione, secondo lui infondata, che la cerchia delle 
mura, le quali sono alte appena sei metri, nuocia all'igiene, impedendo 
che r aria penetri e circoli in città ; perchè le arie dei colli non stri- 
sciano, egli dice, giù per la china, ma balzano dentro città. Osserva 
inoltre, riguardo l' igiene, che mercè una serie di aperture nelle mura, 
le quali però ne rispettassero la continuità, si potrebbe porre il viale 
interno di circonvallazione in comunicazione con quello esterno e creare 



ATTI. 193 

una grande via alberata, e gli orti, che sono troi»[)i p trop[>o e mci- 
mati, trasformare in belle piazzo. 

Dopo parecchie altre considerazioni sulla conservazione e trasfor- 
matone delle mura, sul risanamento della vecchia città e la riforma 
della viabilità, presenta il seguente ordine del giorno: 

« La Deputazione, udita la proposta del Cav. Rubbiani fa voti: 

V Perchè il Municipio di Bologna sos[»enda la demolizione delle 
mura e delle porte della cinta medioevale. 

2* Perchè oltre l'attuale progetto di sistemazione periferica della 
città, ne faccia studiare un altro che, sottoposto anche al consulto 
dei corpi ed uffici proposti alla conservazione delle antichità arti- 
stiche, sembri meglio conciliare la detta sistemazione i)eriferica con 
la conservazione di tutte le porte e delle mura in guisa che venga in 
massima parte mantenuta la visione di una continuità pittoresca 
della cinta fortifilizia medioevale ». 

Il Vice Presidente Malvezzi espone in breve le ragioni per cui 
non può accettare l'ordine del giorno Rubbiani, particolarmente 
nella forma in cui è concepito. Non potendo confutare, passo per 
passo, r elevato discorso, si limita ad alcune considerazioni, rilegando 
anzitutto che il piano regolatore approvato per legge non può essere 
modificato per semplice disposizione ministeriale: tutto al più si 
può far voti affinchè il governo presenti una legge autorizzante il 
Ministero dell' Istruzione a modificarlo. Non entra a trattare la qui- 
stione igienica perchè esorbita dal compito della Deputazione; e 
riguardo quella artistica dichiara che assai gli dispiacque che dotti 
di altre parti d' Italia ed anche stranieri, che si sono interessati di 
tale quÌ3tione, abbiano emesso giudizi acerbi ed ingiusti, quasi che 
Bologna fosse una città di vandali e non curante dei propri i monu- 
menti, mentre molti lavori, e per citarne uno solo, il restauro del 
tempio di S. Francesco, stanno ad attestare il contrario. Ma ri- 
guardo le mura e le porte dell'attuale cinta urbana egli crede se 
ne sia esagerata l' importanza : sotto l' aspetto storico ed artistico 
gli sembrano assai più notevoli le porte dell'antica cinta, parecchie 
delle quali, per verità, trovansi in deplorevole abbandono. 

Quanto alle mura odierne assicura il Cav. Rubbiani, che non 
verranno, anche per ragioni economiche, del tutto demolite, ed in 
ogni caso saranno conservate le porte più insigni per pregio archi- 
tettonico e per ragioni storiche, e di tutte saranno fatti rilievi e 
fotografie, convenendo in ciò col Cav. Rubbiani, che debbasi curai*e 
tutto quanto più interessare l'architettura e la storia della città. 



194 R. DEPUTAZIONE DI STORIA. PATRIA PER LA ROHAQNA. 

Il socio prof. Facrioii espone ohe non appena il Municipio inizio 
la demolizione delle mura, nella sua qualità di Direttore dell' Uf- 
ficio regionale per la conservazione dei monumenti, s' interpose af- 
finchè fossero conservate le porte e quelle parti delle mura che ad 
esse erano legate. Siccome poi delle dodici porte di Bologna, nove 
appartengono al Demanio, così egli insistette pui*e presso il Mini- 
stero affinchè queste ultime non venissero cedute al Municipio: si 
arrebb^ avuto eos\ una garanzia per la loro conservazione. Almeno 
egli così sperava. Iniziata ciò nondimeno la demolizione, egli non 
mancò di rivolgersi anche al sindaco perchè soprasedesse in ri- 
guardo alle demolizioni intraprese dal Municipio di una delle ali 
di Porta Castiglione facente parte delle opere di difesa della Porta 
stessa, e di quella dell' arco a sesto acuto laterale a Porta d'Azeglio 
finché la Deputazione non avesse enunciato il suo parere in propo- 
sito. Il Sindaco promise, ma intanto ne ordinò la demolizione. Fi- 
nora le porte prese di mira sono due soltanto, quella di porta 
Castiglione e la successiva di S. Mamolo. Nella prima, oltre le 
mura contigue fu demolita anche una garitta della porta. Egli per 
conseguenza desidera che la Deputazione emetta un voto sopra la 
conservazione di queste due porte e presenta il seguente ordine 
del giorno: 

< La Deputazione di Storia patria fa voti affinchè il Municipio 
sospenda la demolizione delle porte sudette in attesa che la R. De- 
putazione abbia campo di studiare se e come possano concigliarsi 
le esigenze edilizie del Comune con quelle della conservazione delle 
due parti della cinta murata di Bologna suindicate. 

Il prof. Salmoni osserva che bisogna distinguere i due ordini 
del giorno, l'uno del Cav. Rubbiani l'altro del prof, Faccioli: il 
primo di carattere più generale e comprensivo si può votare subito: 
quando esso non venisse approvato, si potrà porre ai voti quello del 
prof. Faccioli che è più determinato. 

A schiarimento della sua proposta, il Cav. Rubbiani aggiunge 
ohe nel suo ordine del giorno ha supposto che il Ministro potesse 
provocare dal Parlamento una legge che gli consentisse di modi- 
ficare il piano regolatore della città. 

Osserva il prof. Pullè che i voti della Deputazione verranno tanto 
maggiormente presi in considerazione quanto più saranno concreti, 
e siccome nou sempre la Deputazione potrà far voti per sospendere 
la demolizione di questo o quel tratto delle mura, di questa o quella 
porta, a misura che i lavori procederanno, così propone eh' essa no- 



ATTI. 195 

mìni una sua rappreseutanza, la quale d' accordo con la Commissione 
municipale edilizia stabilisca i tratti di mura e le porte da conser- 
varsi definitamente. 

Malvezzi risponde al prof. Pullè che la Giunta prima di i)roee- 
dere alla demolizione delle mura avea interpellato la Commissione 
edilizia, la quale e ào\H) una ispezione fatta tutto intorno alle mum, 
aveva indicato le porte che doveano essere demolite. Per es. di 
|K)rta Castiglione fu stabilito di conservare la sola porta, e di quella 
d' Azeglio non si fa palmola dslP arco gotico. 

Rubbiani e Faccioli dichiarono però, il primo che fu fatto bensì 
un giro d' ispezione intorno alle mum, ma eh' egli non pi*ese parte 
alla deliberazione della Commissione edilizia, perchè aveva in un'adu- 
nanza antecedente sostenuta la conservazione integrale delle mura, il 
secondo che il verbale della Commissione non è ancora stato approvato. 

Pafmien parla sopra la proposta del prof. Pullè che crede pre- 
matura, finché non sia votato V ordine del giorno in sostituzione di 
quello del Rubbiani. 

Malvezzi dichiara ch'egli faWi il voto a quell'ordine del giorno che 
proponga di conservare quei tratti di mura e quelle porte che sarà 
possibile conservare, ma per la sua qualità di assessore municipale, 
uon può formulare e presentare egli stesso tale ordine del giorno. 

Pullè chiarisce la sua proposta. La dichiarazione di Malvezzi 
tranquillizza molto: ma poiché la Deputazione s'interessa così vi- 
vamente dell'argomento non ha che due vie di manifestai*e tale 
interessamento: o formulare un semplice voto platonico di conser- 
vare quelle parti che già il Comune ha stabilito di non demolire; 
oppure, se ha qualche modificazione da proporre al progetto del 
Comune, porsi d'accordo con la Commissione edilizia e fave quelle 
proposte che non entrarono nel pix)gramma del Comune e più di- 
rettamente possono interessare la Deputazione. 

Salvioni osserva che le quistioni da due sono diventate tre e 
tre dovrebbero essere gli ordini del giorno. 

il primo, poetico-archeologico del Cav. Rubbiani: il secondo del 
prof. Pullé che propone una commissione tecnica; il terzo, quello del 
prof. Faccioli: la Deputazione deve dichiarare quale accetta delle ti'e 
proposte. 

Rubbiani crede il suo ordine del giorno più preciso epperc»iò lo 
mantiene. 

Il I*residente Senatore Calducci ritiene che la discussione sull'or- 
dine del giorno del Cav. Rubbiani sia abbastanza matura, u ptùchè 



196 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

esso ordine, essendo stato proposto per primo deve aver la prece- 
denza, lo pone ai voti. 

L' ordine del giorno Rubbiani non ottiene che tre voti favorevoli. 

Si pone ai voti V ordine del giorno del prof. Faccioli il quale 
risulta approvato con otto voti favorevoli, cinque oontrarii e quattro 
astenuti. 

Pullè prega di porre ai voti anche la sua proposta di nominare 
una Commissione della Deputazione la quale, d'accordo col Muni- 
cipio studii e stabilisca i tratti di mura e le porte da conservarsi: 
la commissione dovrebbe inoltre illuminai'e la Deputurione sopra 
il proj^'etto del Municipio. Palmieri crede opportuno di rimettere la 
discussione di tale proposta ad altra adunanza. 

Brizio osserva die la proposta del prof. Pullè riuscirebbe più 
pratica ed efficace se la Deputazione chiedesse al Municipio di co- 
municarle il progetto generale delle opere di demolizione, affinchè 
esso possa farlo argomento di ponderato esame e di discussione. 

Tale proposta essendo approvata, si delibera di scrivere in questo 
senso al Sig. Sindaco. 

Dopo di che la discussione sull' argomento della demolizione della 
mura è chiusa. 



« * 



Il socio prof. AlbaiK) Sorbelli tratta di: Un feudo frignanese 
dei Conti Orsi di Bologna^ dal titolo: e Camurana ». 

Accennato, come, per ragioni economiche, i duchi di Modena, 
dopo la rinunzia a Ferrara, largheggiassero nel concedette feudi che 
venivano pagati ad alto prezzo, parla delP antichissima famiglia 
Orsi di Bologna, ed in particolare di Astorre, il quale nel 1623 dal 
Duca di Modena ottenne, forse per desiderio della moglie, ch'era 
una Montecuccoli, il feudo frignanese di Camurana, col titolo di 
Conte per sé e per i suoi successori. 

Ricorda V atto d' investitura o meglio di acquisto, contenente gli 
obblighi ed i diritti del nuovo feudatario, confermato poi da tutti 
i duchi di Modena agli eredi di Astorre, fino al 1790, in cui V ul- 
timo Conte Orsi, spogliato dai francesi, perdette titolo e dominio. 

Descrive poscia il luogo ed il carattere di Camurana, piccolo e 
povero paesello, che, quantunque accresciuto più tardi del comune 
di Sasso, ciò non di meno non arrivò a comprendere cento abitanti. 
Il paese abb(">ndava a quel tempo soltanto di selvaggina, ed il feu- 



ATTI. 197 

datario, nel largire le concessioni per la eaccia, si riserbò alcuni 
diritti sopra i proventi. 

Il eh. riferente, a proposito di queste caccie, ricorda una triste 
avventura in cui da quei di Benedetto fu ucciso un uomo di Ca- 
murana ; donde un processo ed una lunga contesa fra i Conti Orsi 
ed i Conti Moreni per delimitare i confini dei rispettivi fondi. 

Questi furono stabiliti nell'anno 1728, ma con grave dispendio 
per parte della famiglia Orsi. Seguì poi uno scandaloso processo 
contro il fratello dell'ucciso, persona ragguardevole e che circondato 
dapprima dalla stima generale ebbe poscia a subire condanne per 
furto, falso e contrabbando. Di tutte (lerò ottenne la grazia dalla 
contessa Órsi Guidotti. 

Il chiaro disserente tratta ancora dei varii uffici della contea 
e loro attribuzione; di quello del Podestà, indicando altresì i nomi 
delle persone che lo tennero dal 1623 al 1796; di quello del capi- 
tano, che avea il comando e la direzione delle milizie, le quali però 
non arrivavano a venti uomini e nove di essi erano graduati. 

Un incidente interessante offre la parocchia di Camurana la 
quale fin dal secolo XI dipendente dal Monastero di S. Pietro di 
Modena, più volte avea cercato di rendersi autonoma e nel 1764, 
sotto la signoria degli Orsi, rinnovò il tentativo, ma questa volta 
con sorte peggiore, perchè, non ostante la mediazione della famiglia 
Orsi, ebbe soppresso anche il curato. 

Il chiaro socio termina il suo interessante scritto accennando 
agli Statuti di Camurana ignoti fin qui e conformati agli Statuti 
e privilegi delle comunità contermini, che già esistevano fin dal 
secolo XVI. Questi statuti comprendono 24 articoli, del contenuto 
dei quali l'autore porge opportune dichiarazioni ed illustrazioni. 



TORNATA IV. — 23 Marzo 1902. 

Il socio corrispondente conte Luigi Alberto Gandini legge una 
sua memoria dal titolo « Episodio intomo a Lucrezia Borgia nella 
imminenza delle sue nozze con Alfonso d* Este ». 

In essa ricorda dapprima i risultati di un suo precedente studio 
« sulla venuta in Ferrara della Beata suor Lucia da Narni > e 
l'interessamento del Duca Ercolo I per il Monastero di S. Caterina 
fondato appunto per la detta suor Lucìa. 



Id8 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Tratta poscia dell' incarico dato da esso Duca al messo Barto- 
lemeo Bresciani di sollecitare Alessandro VI, per me2u:o della futura 
nuora Lucrezia, a voler spedire al predetto monastero sei suore del 
convento di Viterbo e due di Narni; delle difficoltà incontrate dal 
Bresciani e della viva parte presa da Lucrezia per preparare tale 
spedizione di monache, le quali opponevano contìnua resistenza, ad- 
ducendo sempre nuovi pretesti per non lasciare la propria sede. 
Tanto che il papa fu obbligato a chiamarle a sé ed imporre loro 
la partenza, la quale però neppur si sarebbe effettuata senza ulte- 
riori uffici ed insistenze di Madonna Lucrezia. 

Finalmente fu decisa la partenza di cui il chiaro disserente in- 
dica i preparativi e le disposizioni date affinchè, dovendo recarsi 
nello stesso tempo a Ferrara Donna Lucrezia, il viaggio delle mo- 
nache fosse fatto per la medesima via, ma precedesse di un giorno 
quello della comitiva della duchessa, forse per impedire che durante 
il viaggio le monache si pentissero e volessero ritornare indietro. 

L' autore chiude la sua memoria osservando che, non ostante 
tali precauzioni, alcune delle monache pochi giorni dopo il loro ar- 
rivo, ritornarono a casa, come risulta dagli Annali del convento a 
Ferrara: il che può dimostrare come quella loro ostinazione a non 
abbandonare la primitiva sede non potè essere domata neppure dal 
lungo e malagevole viaggio. 

TORNATA V. — 27 Aprile 1902. 

— L'avvocato Arturo Palmieri, socio corrispondente, legge il se- 
guito della sua memoria intorno agli antichi vieanati dell' Appen- 
nino bolognese di cui già avea esposto la prima parte nella Tornata 
del 22 Dicembre 190L In questa seconda parte si occupa della co- 
stituzione interna di essi, dei quali esamina gli organi preposti alla 
amministrazione delle varie teri'e e ne delinea le funzioni. Dimostra 
come il vicario non fosse altro che il giudice esistente al tempo 
delle podesterie, il quale divenne il primo ufficiale amministi*ativo 
e giudiziario dopo la soppi*essione del podestà, resasi necessaria per 
le mutate condizioni politiche del contado bolognese. Il notaio ri- 
mane accanto al giudice, al cui seguito esistono pure quatti*o fanti 
e due cavalieri, ridotti più tardi a due quelli e ad uno questi, e non 
per tutti i vicariati. 

L' avvocato Palmieri nota inoltre come altri ufficiali concorres- 
sero col vicario e col notaio all' amministrazione della giustizia e 
questi fosseiH> i nunzi, ma essi non erano eletti dal governo di Bo- 



ATTI. 199 

lo^na, bensì dal vicario medesimo nelle terre, che si recava a go- 
vernare. 

Il diaserente accenna alla competenza civile e penale del vicario 
e ricorda le varie attribuzioni d' indole amministrativa a lui riser- 
vate. Si ferma specialmente a considerare la mobilità di sede di 
questi ufficiali, che, specialmente per T amministrazione della giu- 
stizia, dovevano in molti casi abbandonare la residenza e recarsi a 
tener udienza in altre località, quando vi fosse mercato. Nota infine 
come le funzioni del vicario andassero sempre più restringendosi 
fino a limitarsi quasi esclusivamente a quelli d' indole fiscale. 

TORNATA VI. — 18 Maggio ltH)2. 

Il socio corrispondente prof. Paolo Amaducci, presenta una sua 
memoria dal titolo e Guido del duca e la famiglia Mainardi » ; la 
quale è essenzialmente un' illustrazione delle persone e dei fatti di 
storia berti norese ricordati nel canto XIV del Purgatorio. 

Di detta memoria, divisa in quattro parti, fu letta la parte terza, 
la quale verte tutta sulla nota terzina dantesca: 

Brettinoro, che non fuggi via 
Poiohè gita se n* è la tua famiglia 
E molta gente per non esser ria 

(Purg. XIV V. 112 111) 

Del quale il dotto autore ricorda anzitutto le interpretazioni — 
insufficienti od errate — date precedentemente da critici e commen- 
tatori, i quali, fino a questi ultimi tempi « o non vi ravvisarono 
r accenno ad alcuna famiglia in jìarticolare o, ravvisandolo, credet- 
tero doversi riferire a quella dei Conti, o di Guido del Duca, o dei 
Mainardi o dei Bulgari ». 

Il chiaro disserente dopo aver riconosciuto che si tratta di una 
famiglia in particolare ed escluso, per ragioni che svolge con varia 
ampiezza, che si possa trattare dei Conti o dei Mainardi o dei Bul- 
fjrari, svolge con larghezza T ipotesi favorevole alla famiglia di Guido 
del Duca e conclude questa i)arte del suo lavoro [tarafrasando cos'i 
la terzina dantesca: 

« O Bertinoro, che non fuggi via, ossia ti dilegui dalla faccia 

della terra, poi che hai vedute andarsene la stirpe di Guido del 

Duca, alla quale la tua buona e nobil fama, e molti abitanti per 

non essere e non volere diventai'e politicamente malvagi come 

quelli che sono rimasti? » 

E. Brizio segretario. 



Volarne II. — Bologna^ Regia Tipografia^ 1887 L. 12 — 

Contiene: 1. A. Gaudenzi: Di un'antica compUagione di diritto romano 

e visigoto, con alcuni frammenti delle leggi di Enrico, 
i. PuLON IL4TT, frammento inedito di poema in dialetto ce- 

senate, e la Commedia nuova di Pierfrancesco da Faenea^ 

per G. G. Bagli. 
8. À. Corradi: Notime $ui profeeeori di latinità nello Studio 

di Bologna, fino a tutto il secolo XV, 



ATTI E MEMORIE (1) 

PIDU SERIE (ii>-4) Anno primo - Bologna, Stab, tip. MonUj 1862 

» secondo (fase. I) » » > » 1863 

)► » (fase. II)» » )► » 1866 

terzo - Bologna, Fava e Garagnuni^ 1864 
qnarto - Bologna, Regia Tipografia, 1866 
quinto » > » 1867 

sesto » » » 1868 

«ettimo > > )► 1868 

ottavo » » » 1869 

nono > » » 1870 






Modena, tip, Vincenzi e Nip,^ 1877 » 6 — 



SEOMiDi ^lE (ìo-S) Volume I. Bologna, Romagnoli, 

» II. » » 

HOOYi SERIE (2) Voi. I. - 

» IL 

» III. ( ?.• I.) 

» ( P- II.) 
IV. ( P.« I.) 

» ( ?.* II.) 

V, (?.• L) 

» (?.• IL) 
VI. ( P.- I.) 

» (P.« IL) 
» V1L(P.« 1.) 
» » ( P.« IL) 



1875 
1876 



» 
» 



» 



» 

» 
» 

» 



» 



» 
» 



» 



Ìd75 » 

1878 » 

Ì880 » 

J8S0 » 

1881 » 

1851 » 

188^ » 



6 — 
6 — 
6 - 
6 — 
7.35 
7.05 
8.40 
9.15 
9.50 
8.85 






6 
6 






TERZA SffilE Voi. 

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V. ( 

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VII. ( 

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XL 

XIL 

XIIL 

XIV. 

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XVL 

XVIL 

» XVIIL 

» XIX. 



L ( Anno acc. 1882-83) 



» » 18 3-84) 

» » 1884-85) 

» » 1885-86) 

» » 1886-87) 

» » 1887-88) 

» > 1888-89) 

» » 1889-90) 

» » 1890-91) 

> » 

» » 



1891-92) 
1892-93) 
1893-94) 
1894-95) 
1895-96) 
1896-97) 
1897-98) 
1898-99) 
1899-1900) 
» 1900-1901) 



Bologna^ 1883 » 

» 1884 » 

» 1885 » 

» 1885 » 

» 1887 » 

» 1888 » 

> 1889 » 
» 1890 » 
» 1891 » 
» 189^ » 
» 1894 » 
» 1894 » 
» 1895-96 » 
)► 1895 » 
» 1897 » 
» 1898 » 

> 1899 » 
» 1900 » 
» 1901 » 



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(1) Delle Memorie di tutta la Serie, fino al voi. XII incl., si hanno due Elenchi e 
r Indice degrli argomenti, nel voi. XflT. 

(f) Atti e Mem. delle RR. Dep. di Storia Patria dell' Emilia, (Con parficolare Indice,) 



9 



PROCESSI VERBALI ^^11^ K- Depat di Stor. Patr. per le Proy. di Romagna :| 
Voi. 1. (Dal 30 marzo 1862 al 1870-71). 

Bologna, Tip. Fava e Garagnani, 1871. 
Voi. II. (Dal 1871-72 al 1880-81) Ib., 1892. 
Voi. III. (Dal 1881-82 al 1890-91) Ibid., 1892. 
RELAZIONE ^^ Segreiarìo G. Carducci: Delle cose operate dalla R. Depn-) S 
tazione di Storia Patria per le Prov. di Romagna, dall'anno 1860 al 
10 marzo 1872. — Bologna, Tip. Fava e Garagnani, 1872, 1 op,\^ 
Id. dal 1872 al 1875. Bologna, Tip. Fava e Garagoani, 1875, 1 op. 
Id. del Segretario C. Malagola, dal 1875 al 1894. — Bologna, Tip. 
Fava e Garagnani, 1894, 1 op. 

LA R. DEPUT. DI STORIA PATRIA P^ ^ Prov. di Eomagna dal 1860 al 1894. 
— Bologna, 1894. (C Maìagola^ segr.) 

ELENCHI ^^9^^ scritti contenuti nella Serie Atti e Mem., colV indice degli) 1 | 
argomenti delle Memorie a tutto il Voi, XIL — Bologna, 1895. \ ^ 8 
(C. Malagola^ segr,) j ^ 

Ai soli Librai si accorda lo sconto del 30 7o 

Si è pubblicata la: 

CRONACA DI FORLÌ 

dal 1477 al 1S17 

DI ANDREA BERNARDI (Novacola) 



o 



4 volami in-8 con Indici 



ATTI E MEMORIE 

DELLA 

R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LE PROVINCIE DI ROMAGMA 



PREZZI D' ASSOCIAZIONE 

Per il regno d' Italia e per nn anno L. 20 — 

Per l'estero e per nn anno » 26 — 

Un fascicolo separato trimestrale » 5 — 

» > » semestrale » 10 — 



Le oommiMloni ed assooiasloni debbono rivolgersi al 
tarlo della B. Deputazione di Storia Patria per le Bomagne, 
in Bologna. 

I Taglia si spediranno al car. Alfonso Rnbbiani, Tetoriore 
della B. Deputazione. 

JiOLOQNA — TIPI DBLLA DITTA ZANIGUICLLT. 



ATTI E MEMORIE 



DKLLA 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 



Tkrza Serie Vol. XX — Fasc. IV-VI. 



(Luglio — Dicembre 1902) 



SOMMARIO 



P. Amaducci — Gaido del Duca e la famiglia Mainardi — 
L. A. Gamdini — Laorezia Borgia néìV imminenza delle sue 
nozse con Alfonso d* Este — A. Palmieri — Gli antichi vica- 
riati deir Appennino bolognese e la costituzione amministrativa 
moderna — Atti della Depatazione: Sunti delle letture. (E. Brizio 
Segretario) — Elenco delle pubblicazioni pervenute alla R. De- 
putazione dal 1^ Gennaio al 31 Dicembre 1902. 



BOLOGNA 

PRESSO LA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

1902 



PUBBLICAZIONI DELLA DEPUTAZIONE 



MONUMENTI 

SERTE I — STATUTI. 

1. Statuti del Comune di Bologna dall'anno 1245 

all' anno 1267, pubblicati per cura di L. Frati. — 

Bologna^ Regia Tipografia^ 1869-84, 

Tomo I L. 23 — 

» li > 28.20 

» III » 28.60 

> > ( Glossario ed Indice ) » 6. 50 

2. Statuti di Ferrara dell' anno 1288, editi a cura di i -5 

Camillo Laderchi. — Bologna^ llegia Tipografia, 1865* ] = 

Voi. I, fase. I. (1) » 6 — f i 

3. iS^TATUTi DEL CoMUNB DI RAVENNA (1306-1515) editi da 

A. Tarlazzi. — Ravenna^ Tipografia Calderini^ 1886. 

Voi. unico » 9.50 

4. Gli ordinamenti sacrati e sacratissimi colle ri- 

formagioni da loro occasionate e dipendenti 
• (Scc. XIII) a curi di A. Gaudenzi. — Bologna^ Regia 
Tipografia, 1888. Voi. unico » 20 — 

SERIE II — CARTE. 

1. Appendice ai monumenti ravennati del co. Marco 

Fantuzzi, pubblicata a cura di A. Tarlazzi. — Ravenna 

Tipografie 'Ang eletti e Calderini^ 1872-84. 

Tomo I, disp. I » 13.75 

» » » II » 11.25 

» II, y^ I > 10.25 

» » > II » 11 — 

2. I RoTULi DEI Lettori Legisti e Artisti dello Studio 

BOLOGNESE DAL 1384 AL 1799, pubblicati da U. Dal- 
lari. — Bologna, Regia Tipografia, 1888-1891. 

Voi. I. (col facsimile di un Rotulo in cromolitografìa) » 25^ — 

>. II » 25 — 

» III. (parte prima) > 20 — 

SERIE III — CRONACHE. 

1. Cromache Forlivesi di L. Gorelli (sino all'anno I * 

1498) a cura di G. Carducci, E. Frati e F. Guarini. — k x 

Bologna, Regia Tip. 1874. Voi. unico > 25 — \i 

2. Diario bolognese di J. Rainieri (1535-1549), a cura 

di O. Guerrini e C. Ricci. — Bologna, Regia Tip. 1887. 

Voi. unico > 12 50 tfe 

3. Cronache forlivesi di A. Bernardi (Novacola) per 

G. Mazzatinti. — Forli, Bordandini, 1895 (2 voL). . . » 50 — 

DOCUMENTI E STUDI 

Volume I. — Bologna, Regia Tipografia, 1886 » 14 — 

Contiene: 1. Le due spedizioni militari di Giulio li, tratte dal Durio 

di Paride Grassi a cura di L. Frati. 
2. A. Beriolotti: Ricerche sugli artisti bolognesi, ferraresi ed 

altri in Roma, dal sec. XV al XVIL 

(I) Se ne oontinncrà la |nibI»Ii(*a/,ione «lalla Dcpuliizione Provinciale di Storia Pa- 
tria di Ferrara. 






ATTI E MEMORIE 



DELLA 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA. 



ATTI E MEMORIE 



DELLA 



B. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 



Terza serie — Vol. XX. 



(ANNO ACCADEMICO 190Ì-1902) 



BOLOGNA 

PRESSO LA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

1902 



GUIDO DEL DUCA E LA FAMÌGLIA MAINARDI 



A ILLUSTRAZIONB 

DELLE PERSONE E DEI PATTI DI STORIA BBRTINORESE 

RICORDATI NBL CANTO XIV DEL PLliGATORlO DI DANTE 



l 



Ije parti nelle quali è distinta la presente memoria sono 
quattro. Nella prima, che è intorno a Guido del Duca, di- 
scorro delle indagini da me fatte sulla famiglia e più parti- 
colarmente sui genitori di lui, e produco alcuni documenti 
nuovi i quali, me^si insieme con quelli conosciuti e con le 
notizie che danno i cronisti e i commentatori, meglio deter- 
minano Tetà e i costumi di Guido e rivelano gli uffici ch'egli 
esercitò. Anche nella seconda, che riguarda Arrigo Mainardi^ 
riferisco nuovi e più importanti documenti, coi quali, studiati 
unitamente ai fatti più notevoli della storia del paese durante 
la sua vita, è dato di ricostruire ciò che altri non ha pro- 
Tato di fare, dico la sua bella figura morale e politica, e 
d'intendere la lode e il rimpianto di Dante. Nella terza che 

« 

Terte tutta sulla nota terzina: 

€ O Brettinoro, che non fbggpi via 
Poi che gita se n*è U taa famiglia 
E molta gente per non esser ria? » 

13 



202 R. DRPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

dopo di aver chiarito storicamente ogni particolare di questa, 
espongo sensi e propongo interpretazioni non accennati da 
critici e commentatori, o in maniera del tutto insufficiente 
od errata. E per giustificare gli uni e le altre ho dovuto 
dar corpo e movimento a un personaggio rimasto finora nel- 
r ombra e che, a poco onor suo, è pur degno della luce, 
Alberguccio, anch*egli dei Mainardi. A compiere la storia 
della quale famiglia nei rispetti del secolo di Dante e nelle 
persone che furono con ogni probabilità da lui conosciute, 
tratto, nella quarta parte, di Barlolazzo^ figliuolo di Alber- 
guccio e prosecutore cenace della politica paterna. 

Cosf questa memoria, che pure intende ad illustrare per- 
sone e versi del canto decimoquarto del Purgatorio dantesco, 
non è, essenzialmente, che la storia delle vicende politiche 
alle quali il castello di Bertinoro andò incontro dagli ultimi 
anni del secolo XII a tutta la prima metà del secolo XIV, 
ciò è a dire dalla fine della Contea alla signoria di Lodovico 
Ordelaffi. 



I. 



« .... sappi ch'io 8on Cruido del Duca >. 

(Purg. XIV, V. 81) 



N, 



elle € NoHzie storiche su gli antichi Conti di Bertinoro » 
che pubblicai del 1894 negli « Aiti e memorie della R. De- 
putazione di Storia patria per le provincie di Romagna (*) > 
raccolsi sotto il capitolo « La Gens Honestia > quanto era 
stato scritto fino allora sulla probabile origine della famiglia 
Onesti o Annesti, sulla identità sua con quella detta dei 
Duchi e sulle antichissime sue relazioni con Bertinoro. Mi 
proposi inoltre di mostrare che cotesta famiglia degli Onesti 
o dei Duchi fu investita dagli Arcivescovi di Ravenna sul 
principiare del secolo undecime della signoria di Bertinoro 
con titolo di Conti, dei quali segnai in altro capitolo la serie. 
E quattro anni prima, nel dicembre del 1890, avevo esposto 
in una nota intitolata « ....sappi eh* io son Guido del Duca » (*) 
le ragioni, e fatti conoscere i documenti che provano essere 
Guido del Duca di questa famìglia. 

Torno ora, coi risultati di nuovi .studi e di nuove indagini, 
su quest'ultimo argomento e su quant* altro serve a meglio 
illustrare il famoso personaggio dantesco. E incomincio dalla 
paternità, la cui conoscenza ci è fornita, come sanno gli stu- 
diosi della Commedia, da un passo della « Istoria di Romagna > 
di Vincenzo Carrari sotto l'anno 1218 che, seguendo il Fan- 



(») III Serie, Voi. XII. 

O ForlL Tipi Laigi Bordandlni. 




204 R. DRPtTTAZlONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

tuzzi ('), f^ìà stampai nel modo che segue: « Guido nato di Duca 
figlio di Giovanni Onesti da Ravenna si pani con Salomone 
suo fij?lio e la famiglia di Bretiinoro, dote era andato a star 
col padre, et ritornò a Ravenna et per esser stato di famiglia 
liberale è introdotto da Dante a ragionar con Rinien de' Cai- 
boli dello stato de* Romagnoli nel XIV del Purgatorio ». 

Il Casini (') (senza sollevare alcun dubbio sull'attendibilità 
della narrazione del Carrari, già parsa non abbastanza sicura 
al Torraca (^). poiché per il Casini anche questa volta lo 
storico ravennate certo attinse, come sempre soleva fare, 
ad una fonte sincrona, e l'esatto riscontro dei documenti che 
restano fa fede dell'onestà dello storico rispetto a quelli 
perduti (*)) suppone che nell' indicare la paternità di Guido 
il Carrari sia caduto in un errore, scrivendo < Guido nato 
di Duca fi.clio di Giovanni » quando il documento da lui visto 
doveva portare « Guido nato lohannis Ducis ». Che « De Ducis 
del Duca » era un sopi*annome di un ramo degli Onesti, 
comi' si raccoglie dal confronto di molti documenti pubblicati 
dal Fantuzzi. Alla quale osservazione e a sostegno dell' opi- 
nione dei Ca>ini è da aggiungere che « Duca » come nome di un 
Onesti non si riscontra in maniera certa in alcun documento 
sincrono o anteriore, che sino dai piti antichi commentatori della 
Commedia quel « Del Duca « è interpretato per « De Duce » (*) 
e che il Rossi, nel suo buon latino, traduce sempre la desi- 
gnazione popolare di « Guido de Duca » in < Guido Dux » (^, 
come anche si leggo in carte notarili del tempo Q. 

(^) « De Gente Honestia » Cesena, 1786 p. 127. 

(^) « Dante e la Romagna > in < Giornale Dantesco » diletto da 
G. L. Pascerini. Anno I, quaderno 1, p. 23 n. 4. — Roma, OUchki 18d3. 

(*) € Ri vièta eritiea della letteratura italiana » Roma, Agosto 1891. 

(*) Cfr. C. Ricci « L* ultimo rifugio di Dante Alighieri con ilio- 
strasioni e dora menti ». U. Hoepii, Milano 1891 — p. 3. 

(>) Cfr. V annotazione al verso 81 del XIV del Purg. di Frate Gio- 
vanni da Serravalle (Fratria Joh>«nnid dn Serravalle translntio et com- 
mentum totiuM libri Danris Aidgherii — Prato, Giachetti, 1891). 

(*) Sotto gli anni 1204, 1229... (Hist Ravenn., libri decem. Vene- 
tii8 MDLXXXIX). 

C) V. più avanti, in atti del 1195, 1199, 1224.... 



GUIDO DBL DUCA B LA FAMIGLIA MAINARDl. 205 

Io però penso che se nel passo del Carrari ij'è errore, 
questo debba essere attribuito al poeta Giulio Morigi suo 
concittadino, coniempoi'aneo ed amico, il quale ricopiò le 
schede di lui non sempre esattamente, né sempre ordinata- 
mente. Ma poiché, osservando bene il manoscritto del Moingi 
e facendo i dovuti riscontri della grafia dell' « i », è dato 
di poter leggere ind flferentemiM)te « di Duca » o « de Duca > 
cosf é lecito supporre che « nato > debba considerarsi o 
come indicazione del vero e proprio casato suo eh* era dei 
« Duchi » (Onesti non fu altro, lo vedremo tra poco, che un 
sovrannome di famiglia), o come un accorciamento di « nomi- 
nato * e che si debba leggere « Guido nominato de Duca, figlio 
di Giovanni Onesti da Ravenna... » Le quali supposizioni ap- 
paiono a me tanto più verosimili per questo che il Carrari, 
presentandoci in quel passo, per la prima volta, un perso- 
naggio di non piccola importanza, e che in seguito avrebbe 
dovu,to ricordat*e ancora, ha foi*se sentito come il bisogno di de- 
tei*minare con accenno particolare il nome secondo cui Guido 
era volgarmente indicato e i dati, per dir cosi, battesimali. 
Tanto pili che dopo non lo dirà piti né « nato, o nominato?, 
di Duca de Duca » né « figlio di Giovanni Onesti » ma 
sempre e solamente « De Duca ». 

Ora di quale dei tanti « Giovanni Onesti » che ricorrono 
nei monumenti ravennati dovrà egli essere considerato per 
figliuolo? 

Degli atti da me prodotti nelle « Notizie storiche sugli 
antichi Conti di Bei*tinoro » ha per gli intenti di queste ri- 
cerche importanza massima quello del 26 Dicembre 1144 col 
quale il Papa Celestino nomina a tutore dei figliuoli del fu 
Conte Ranieri di Cavalcaconte e della vedova di lui Aldruda 
de' Frangipani Pietro « de Honesto ex ci vitate Ravenne » essen- 
dovi contenuta la dichiarazii>ne che segue « Quod si ipsi pu- 
pilli sine legitimis liberis obierint lune si predicta mater eorum 
SQpervixerit diebus vite sue detineat, et post mortem suam 
ad illos proximioi*es cognatos pupillorum deveniat in quibus 
Romana curia cum Baronibus pupillorum aut maior pars 
convenerit: idest quod prefatus Rainerius aut Cavalcante 



206 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

pater eius- tenuérunt ». AI quale rescpitto pontificio il 

Fantuzzi annotava: « Anonimus hystoricus g#*ntis Ho^e^$ti<le» 
aliique non dubitarunt comites Brettinorii ex Honcstiis de- 
scend<M*e. Num. 371. Certe ex charta a. 1144 n. 101 huìusce 
rei aliqaod indiciam apparet, unde non alienum inter Hone- 
storum monumenta iila etiam Comitum Brettinorii inserere *» 
E al num. CI « An. 1144, Decem. 29. lam diximus aliquos 
credidisse Comites Brettinorianos de eadem gente Honestia 
fuisse. Certe tutela Petri do Honesto non leve indiciam 
praefert saltem alicuius affiniiaiis. Sed Honestii habueruot 
etiam bona a Cavalcacomite possessa post exiinctionem baius 
familiae. Num. 15<f, 159. Hinc vero proximum est haec acci- 
disse vi declarationis Coelestini Pontificis proximiores re- 
spicieniis, et proinde relatam opinionem non parum virium 
adiicere est ìudicandam ^ (*). 

Ora tra i discendenti immediati di Pietro, tutore dei pu- 
pilli del Conte Ranieri, e che ne ereditarono i beni si nptaoo 
un Giovanni Onesti e i figliuoli di questo Pietro e Giovanni. 
Il quale ultimo credo doversi considerare, per le ragioni che 
sono per dire, come genitore di Guido. Ma prima indico i do- 
cumenti che indirettamente o direttamente lo riguardano. 

Da uno di questi documenti dell'anno 1148 si rileva che 
in quell'anno « Petrus Dux qui vocatur de Annesto cum 
consensu Comitisse magnifico femine » concedette a Giovanni 
Gatto pili terre nel luogo del Bidente vicino al Badareno 
sino al ponte di Classe (*). Da altro dello stesso anno che 
Giovanni Duca per sé e Pietro Duca suo fratello col consenso 
di Arda (Harde) sua moglie « refutavit » a Manfredo Cano- 
nico di S. M. in Porto un intero manso posto nella corte di 
Bagnacavallo nella Pieve di S. Pietro < inter silvas * (*). 
Il 4 Aprile deiranno 1157 gli stessi fratelli donarono a Mo- 
naldo priore di S. M. in Porto tutto ciò che avevano in « Co- 
rigio malore > vicino al mare, al Bidente e al Candiano (^. 

{}) € Df Gente Hnnestia » sotto gli anni 1000 e 1144. 

(') Fantuzzi. Mon. Rav. T. II. 

(') A. ZoLi. Regfsti man. del Tabulano Portnense (Classense). 

(*) Fantuzzi. Mon. Rav. T. II. 



GUIDO DBL DOGA B LA FAMIGLIA MAIMARDI. 207 

Il 19 Gennaio dell'anno 1165 « Conaitissa uxor gd. Petri 
Dvcis et lohannis Oux filius q<l. lohannis Dncis prò nobis et 
prò Petpo Duce filio qd. Peiri Ducis tìlìo et consobrino nostro » 
concedono in enfiteasi a Maria Abadessa di S. Andrea yeh ti 
toroature in Argine, pieve di S. Cassiano in Decimo ('). Fi- 
nalon'^nte il 5 Agosto del 1174 Gaido Abate di S. Apollinare 
novo concede in enfiteusi a Giovanni Duca e a* suoi figli e 
nepoti più fondi nella selva Stadiiiana. Le frasi che ricorrono 
Bel documento e che più importano agli intenti di questa 
memoria sono < lohanni Duci prò me meisque filiis et nepo* 
tibus > « Dum me superius nominatum petitorem seu filiis 
et nepoti bus meis divina gratia in hac luce iusserit perma* 
nere in vita » f). 

Di questo Giovanni Duca « qui vocatur de Annesto > 'e 
di AiNla fu, dunque, con ogni verosimiglianza, figliuolo il no- 
stro Guido, anche per le ragioni che seguono. E la prima, e 
più importante, è che in nessun documento sinora conosciuto 
compare il nome di un Giovanni Duca degli Onesti che possa 
essere considerato come padre di lui, per ragioni particolar- 
mente di cronologia e di discendenza; e ciò posso con buona 
coscienza attestare dopo di avere sottoposto ad esame minu- 
tissimo tutti gli atti, anche quelli di minore importanza, ap- 
partenenti ai Duchi e agli Onesti noli per le storie del Car- 
pari e del Rossi, per le cronache e le raccolte dei documenti, 
princit)alissima quella del Fantuzzi, o giacenti negli archivi 
ravennati, ma dei quali stono stati compilati i regesti {*). 
A questa ragione che a me pai^e di grandissimo valore e 
all'altra della successione dei beni di Pieti*o de Honesto^ 
ricordato nell'atto di Papa Celestino, nella famiglia di Gio- 



(>) Id. T. I. 

(*) Id. T. I. 

(') Noto particolarmente quelli del « Tubiilario portuense » fatti 
dal Bibliotecario della Clas^eiiise Dott. Andrea Zoli, e qaelli de^Ii atti 
oontenati B«He pergamene delle Corporasìoni religiose, del P Archivio 
Comunale antico, del Codice Polentano e deirArchiyio Notarile fatti 
dal vioe-bibiotecario Sig. Silvio Berniooli. 



208 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

vanni, si aggiunge che, co^i, riuscirebbe facile il capire per- 
chè Giovanni e Guiilo fossero andati a dimorare in Bertinoro. 
Erano essi i iegtiMmi eredi, o tra i legittimi eredi, dei beni 
di Cavalcaconte, 1* ultimo dei Comi bertinoresi, e un pò* anche 
della gloria e dell* autorità di lui e degli avi (^). 

Concludendo, dall* esame dei documenti su ricordati e ri- 
ferib.li alla genealogia di Guido del Duca risulta che da 
Giovanni Duca nacquero due figliuoli Pietro e Giovanni; 
che il soprannome del casato era « De Honesto » ; che 
Pietro del 1165 era già morto e che Giovanni nel 1174 
aveva figliuoli. Risulta anche che, non apparendo da alcun 
altro documenio essere in quegli anni vissuto in Ravenna 
altro Giovanni Duca degli Onesti, debba probabilmente tra i 
figliuoli di lui e di Arda sua consorte essere annoverato 
Guido, gli atti del quale convengono, sotto qualsiasi aspetto, 
a cotale nobile discendenza. 



* 



Dall'anno 1890 in che io pubblicai i primi documenti su 
Guido altri furono raccolti e resi pubblici dal Torraca e dal 
Casini (•). Li dispongo ora tutti per ordine cronologico e vi 
inserisco quei nuovi che un più diligente studio dell* argo- 
mento mi ha, per fortuna, procurato, al fine di dare maggior 
compimento al lavoro e per trarne osservazioni e conseguenze 
di non lieve importanza. 

Il primo atto nel quale ricorre il nome di « Guido lo- 
hannis Ducis » è del 22 Dicembre 1195, e Guido vi compare 

(^) È anche da ricordare, qnantnnqne non si trovi nel Rossi e nel 
Carrari. quanto è attestMt*» da Serafino Piittoltni, ciò è che Tanno 1176, 
prevalendo i Po'entani, far* «no costretti a fuggire da Ravenna tutù gli 
Onesti. (€ Genealogia Honeiit4>ruin «ive Ducuin » riportata dal Fan- 
tossi nel « De Gente Honestia » p. 156). 

n € Rivista critifa della lettemtura italiana » Roma, Agosto 1891, 
e € Giornnle Dantesco diretto da O. A. Passerini, Anno I, Quaderno I, 
Roma, Olscbki, 1893 ». 



GUIDO DBL DUCA B LA FAMIGLIA MAINARDI. 209 

<;oroe membro della corte giudicante del comune di Faenza. 
Il documento, rilento dal Mtttarelli, è del seguente tenore: 
, € A. 1196. Tempore Celestini Pape et Henrici imperatoris 
die XXII mensis decembris indictione XIII apud Episcopium 
Faventinum. 

lohachim praeposifus libellum facit de bonis in Currilianu 
plebe SaiMiae. Testes Ubertinus le^isperitus et Timens ju<lices 
Commnnis Favemiae, Martìnus ordinarius judex» Guido Io- 
hannis Ducis, Rodulfino Faventino notario » ( ). 

Ricompare una seconda volta in un atto del 4 Maggio 1199 
nella qualità di giudice di Àlberghetto podestà di Kimini, ed 
è questo il primo podestà ch'ivi si presenti con autorità di 
documenti. Vi ò riferito un giuram^-nto di fedeltà prestato 
dagli uomini della terra di Longiano e Guido è designato 
cosf: « Widone lohannis Ducis » ('). 

Dalle « Notizie stor.che su gli antichi Conti di Berti- 
noro » sappiamo che, moi*to il Conte Cavalcaconte a Venezia 
Tanno 1177, i possedimenti e i diritti ch'egli aveva in Ber- 
tinoro e nel suo distretto passarono prima ali* Imperatore e 
poi al Papa, all'Arcivescovo di Ravenna e, per alcun tempo, 
ai Bulgari e ai Mainardi. Nacquet*o per questo contese tra le 
due potenti famiglie e furono composte nel calendimaggio 
del 1201, mediante una tregua stipulata tra loro e la ces- 
sione alla Chiesa ravennate di quei possedimenti e di quei 
diritti che già furono di Cavalcaconte. Detta cessione fu 
fatta in modo solenne il 12 giugno 1202 nel palazzo del Co- 
mune di Ravenna, in presenza del general Consiglio della 
città e in particolare di messer Ubertino di Guido Dusdei e 
di messer Pietro Traversara podestà. Altri poi delle fazioni 

(*) € Monumenta Fa ventina » Venezia 1771 — È noovo — In 
questo 8teé!io anno da Ubertino podestà di Rav»'nna ernno promessi 
giadici a Bfrtinuro, e Guido Guerra e Giovanni Mariscotto venivano a 
pace in Fienxa € per se et suoé beredej et amicos » tra \ quali il Ma- 
rÌ8<;ott«» indicava, particoUnnente, i Mainanti di Berfinoro. 

C) Fu riferito la prima volta dal Casini « Giornale diintesco di- 
retto da G. L. PaMerìni. Anno I, Quaderno I, Roma OUcbki, 1893. — 
Dante e la Romagna — p. 22, n. 2 ». 



210 R. DBPUTAZIOMB DI 8TOSIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

de'Balgari e de' Mainardi, noD intervenuti a Ravenna, accon» 
sentirono a detti patti e a detta cessione giurando, alcuQi 
giorni dopo in Bertinoro, alla presenza «ti illustri personaggi» 
la più gran parte ravennati, o nella chiesa o presso alcuni 
edifizi del castello e finalmente nel castello stesso il 12 di 
luglio. Il primo a prestar giuramento fu « Guido de Duca » 
e dopo Ini e nel modo stesso di lui motti altri nòbili uomini^ 
il medesimo giorno e nei giorni appresso (*). 

Due anni dopo, a di 28 di novembre del 1204, Guido in 
presente col Conte Bernardino di Cupio e con altri in Casa 
murata, che è nel piano di Ravenna, nel palazzo dell'Arci- 
vescovo al giudizio di una controversia sorta fra questo e 
il conte Uberto. Il Rossi ne ha conservata la notizia con 
le seguenti parole: « 1204, Tert. Kal. Decembr. vesperi in 
opido Casa murata, in aedibus Archiepiscopi, Bernardino Co- 
mite Cunii, Guidone Duce, aliisque praesentibus, iudicium 
controversiae, quae inter Albertum Archiepiscopum et Uber- 
tum Comitem erat, integrum ad Petrum Traversariam et Gui- 
donem Comitem Cunii fnit reiectum (') >. Il che dimostra, 
nota il Casini, non pur ch'eg.i era persona d' importanza, se 
si trovò mescolato negli affari dei principali signori roma- 
gnoli, ma anche che in BeiMinoro non aveva sede cosi ferma 
che non discendesse qualche volta al piano ('). 

Dal 1204 al 1218 non ho rinvenuto più fatto alcuno o ci- 
tazione che si riferisca a Guido. In quell'anno 1218. il2ot^ 
tobre, Pietro Traversara, raccolto un buon numero di foi'ze 
e validamente aiutato dai Mainardi, scacciò da Ravenna 
gli aderenti di Ubertino di Guido di Dusdeo e s'impadi*on( 
della città. Allora Ubertino, e ciò fu il 4 novembre seguente, 
unitosi al Conte Ruggero, nipote di Guido Guerra, a Boon- 
conte di Montefeltro e a Bonifazio Conte di Castrocaro portò 

(*) L* atto di cessione fa da me ooHasionato su la p^^rgamena, ori- 
ginale e publilioaca nel 1891, ma ai trovava già nel Fantossi. Mon. 
Bav. T. IV p. 308. 

(') La notizia conservataci dal Rossi (Hist. Rayenn., VI, 370) fa, 
per la prima volta, rilevata e ristampata da F. Torraca. 

(') Nello scritto sa ricordato « Dance e la Romagna » p. 23. * 



GUIDO f>BL DUCA B LA FAMIGLIA MAlNASDf. 211 

l'assedio a Bertinoro e, occupatolo, cacciò i fautori di Pietro 
Traversara e atterrò le torri e le case tutte dei ^lainardi. 
In tale occasione, ripeto le note parole del Carrari « Guido 
nato de Duca, figliuolo di Giovanni Onesti di Ravenna, si 
parti con Salomone suo figlio e la famiglia di Brettinoro dove 
era andato a star col padre et ritornò a Ravenna, et per 
esser stato di famiglia liberale è introdotto da Dante a ra- 
gionar con Rinieri de' Calboli dello stato de' Romagnoli 
nel XIV del Purgatorio ». 

Gli odi i danni della guerra presente furono tolti e ri- 
parati il 12 Settembre 1220, quando Corrado Vescovo di 
Spira e Cancelliere del Re di Puglia, Federico II, andò in 
Imola ed ivi fatti radunare tutti i principi della Romagna nel 
palazzo del Vescovo, alla presenza di Arcivescovi e di Ve- 
scovi e di nobilissimi personaggi, fé' pace fra Ubertino e i 
Bulgari da una parte e Pietro Traversara e i Mainardi dal- 
l'altra. Per i quali ultimi (ciò importa a noi), per tutti i 
loro fautori e gli altri che per tale occasione erano usciti 
da Bertinoro^ fu stabilito che potessero ritornare nel paese 
loro e ivi potessero dimorare pacificamente dopo essere stati 
loro restituiti i beni e le ragioni, siccome otto giorni innanzi 
avevano'. Fu pure in tale occasione fermato che Ugolino di 
«Giuliano di Parma fosse per sette anni Conte di Romagna e 
per due anni podestà e pretore di Ravenna, di Cervia e di 
Bertinoro (*). 

Non si ha però memoria che Guido tornasse a Bertinoro. 
Probabilmente, anzi, né egli né Salomone vi tornarono piti, 
almeno in modo stabile, come si può rilevare dai documenti 
che seguono. 

Il primo dei quali ci dimostra ch'egli riprese quell'ufficio 
di giudice con che si è mostrato già a Faenza e poi a Ri- 
mioi. È dell'anno 1224 e si legge nel Mittarelli: 

« Tempore Honorii Papae et Friderici imp. die Veneris, 



(') II traneaoto dell! atto è nel Carrari, e ognan vede quanto po- 
trebbe tornare utile la conoscenza dell* originale. 



212 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

septimo intrante mense iunii indiciione XII Faventiae in pa^ 
latio Comunis. 

D Uberi US de Uzino Faventiae potestas nomine suo et 
Comtinis Faventiae et concilium ejusdem civiiaiis onlinaverunt 
M.ii'cum tabellionem praesentem in eorum procuratorem ad 
litem cum Abbate Pomposiae, praetextu dele^aiionis domini 
Papae coram D. Rolando Ferraiiense Episcopo, pi*ae.senie D. 
Adobato milite potesiatis, Guidone Duce, Teodorico Mal- 
thaei judicibus Commimts, Guidone Ranchio procui-aiore 
Communis, Rustico Faveniino notario » (*). 

Altro atto importante perchè sempre più conferma quale 
ufficio fosse esercitato da Guido e percfhè fa anche vedere 
che s*egli non abitò più a Briinoro ebbe però sempre parte 
nelle faccende del paese, è a noi stato conservato dal Car- 
rari sotto l'anno 1229. È del tenore che segue: 

* 1229. Alli XXll di detto me.^ (gennaio) essendo (Teo- 
dorico Arcivescovo) in Ravenna in presenza di « Guido del 
Duca di Brettinoro » et altri nella differenza che vertiva tra 
Manfredi et Liuzo da una parte et Bulgaro Valvassore et gli 
altri della lor parte, e il Commune di Brettinoro dall'altra, 
diede il termine da quel df insino alli quindici di detto mese 
essendovi presente Pellegrino notaio et sindico de* Bulgari et 
del Comune suddetto > ('). 

Dello stesso anno, a df 24 di Gennaio, ricorre altro im- 
portante documento, perchè vi è notato il nome di « Salo- 
7none di Guido del Duca » del quale fa menzione il Carrari 
sotto Tanno 1218. Si riferisce ad un giuramento di fedeltà 
da lui e da altri prestato nella chiesa di S. Giacomo dei 
€ borgo di Lugo > a Teodorico Arcivescovo di Ravenna. Al- 
l'atto prodotto dal Carrari allude pure il Rossi e nomina esso 
pure « Salomon Guidi Ducis >. 

€ 1229. Alli 24 di dt*tto mese (gennaio) Bartolomeo Ron- 
dinello, Alberto Guidotto, Bulgarello Balbo, Salomone di 

(^) « Monumenta faventioa » Venesia 1771. È nuovo. 
(") Fa da me pabblicMfo del 1891 e, debitamente corretto in una 
involontaria omissione, dal Torraca. 



GUIDO DBL DUCA B LA FAMIGLIA MAINARDI. 213 

Guido del Duca giurarono fedeltà a Teodorico Arcive- 
scovo di Ravenna et a suoi successoti alla presenza dì Oddo 
Prevosto, di Pietro da Cento, Canonico Faentino, di Bulgaro 
degli Idi, di Giovanni di Michele, di Paganelio e di Ram- 
baldo podestà di Lugo » ('). 

Finalmente dai regesti del Bibliotecario della Classense, 
Aw. Andrea Zoli, si rileva un nuovo ed ultimo ricorso del 
nome di Guido in atto del 13 gennaio 1243. L'atto, se si consi- 
dera nella sua contenenza, non ha fri'ande importanza perchè 
Guido v'è ricordato soltanto per certi suoi beni in « Cas<aldaiico 
Pagani ». ma se, per la dichiarazione che qui sotto si ri- 
porta, è proprio da riferire al 1249, e non par dubbio, oltre 
che assegnare altri venti anni allo < spirto di Romagna », 
servirebbe a risolvere in modo assoluto certi dubbi e certe 
contraddizioni de' Commentatori della Commedia, come si ve- 
drà fra poco. 

Ecco, intanto, il passo del documento. 

« In nomine Domini nostri Ihesu Christi. Anno ejusdem 
nativitatis millesimo ducentesimo quadragesimo nono die XIII 
infrante januarii. IndicHone septima Ravenne. In claustro Ec- 
clesie Sancii Johannis Baptiste. Inventarium inceptum a Jacobo 
Isachi et Uspinello Heliseì curatoribus daiis bonis heredum 

condam Domini Pauli Traversare 

Isti sunt qui habent feudum in Castaldatico Pagani sicut di- 
ctum est curatoribus. In primis filii domini Bulgarelli de Od- 
dis, Dominus Ansuisius, Dominus Baldanittus, Garuffinus, Ro- 
dulfus fìiius Martini de Cuppa, Dominus Bonfilius de guiczolo 
f. de Forlivio, filii Astancolli et dominus Saxus, Brunellus 
beccarius de Pontisello. Itera dominus Guido Guillelmi Zto- 
minus Guido de Duca, Dominus Ubertinus Maynardi, filii 
.\rnaldi de Foropopilii » (*). 

Questo è Guido cosf come esce fuori dai documenti. I com- 



(>) Fa pnhblicato da me nel 1891 e lo desnnsi dal Carrarì. Il Tor- 
nea yi aggianne T osservasione c1ì<^ anche il Rossi a^hida a qnesto 
fatto e noiiiitia < Salomon Gn*di Dncls ». 

(<) Arch. Pori. Capsa B, 531. 



214 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

menlatori della Commedia aggiungono però qualche ali ra no*- 
tizia che noi abbiamo il debito di raccogliere, anche perchè 
se quel che essi narrano non ha fede di battesimo, può 
tuttavìa avere in sé parte di vero e rappresenta, in ogni 
modo, il giudizio e il sentimento che del personaggio dan- 
tesco, per intere generazioni, è dai commentatori passato nei 
lettori. 

È stato detto da qualcuno che coloro i quali superarono 
in gentilezza e in cortesia tutti i nobili uomini che Dante ri- 
corda nel XIV del Purgatorio furono quelli di Beriinoro. 
Certo è che di essi si racconta cosa veramente mirabile e 
che io non posso fare a meno di riferirla con le parole stesse 
di chi primo ce la trasmise. 

« Intr*agli altri laudabili costumi de* nobili di Brettinoro 
era il convivare, e non volevano che uomo vendereccio vi 
tenesse ostello ; ma una colonna di pietra era in mezzo al 
castello: alla quale, com^» entrava dentro il forestiere, era 
menato e ad una delle campanelle con venia mettere cavallo e 
cappello; e come la sorte gli dava, cosf era menato alla casa 
per Io gentile uomo al quale era attribuita quella campanella, 
ed onorato secondo suo grado. La quale colonna e campanella 
furono trovate per torre materia di scandalo intr' alti delti 
gentili: che ciascuno prima correva a menarsi a casa il fo- 
restiere, siccome oggi si fugge ». 

Autore della breve narrazione (mi compiaccio di essere 
io il primo a rilevarlo) è l'Ottimo che scrisse il com- 
mento suo nel primo ventennio dalla morte del poeta, e lo 
scrisse desumendo dagli altri che l'avevano preceduto no- 
tizie e spiegazioni. È perciò da credere che cotesta narra- 
zione abbia anche maggiore e più autorevole antichità. Dal- 
l' Ottimo passò poi a far parte del « Libico di novelle e di 
bel parlar gentile > quando il Borghini curò quella sua 
edizione dell'aurea operetta, rimpolpata e rimbottiia di ric- 
chezze non genuine. È per ciò che dai moderni critici e il- 
lustratori del testo si è voluta espulsa la novella su riferita 
che, nella più parte delle. stampe, portava il numero XLI e 



GUIDO DBL DUCA B LA FAMIGLIA MAINARDI. 215 

che (raa non fu da essi avvertito) riproduceva quasi lette- 
ralmente r Ottimo ('). 

Benvenuto da Imola inserì ancb*egli nel suo commento il 
leggiadro racconto, ma non saprei dire se riproducendo in 
sostanza l* Ottimo o derivando esso racconto da altri com* 
nitsntatori e cronisti, o dalla tradizione che doveva ancor 
esserviva in Romagna, com'è tuttora viva in Bertinoro 
dove il popolo indica il luogo preciso sul quale sorse 1* an- 
tica famosa colonna. E dico che non saprei affermare con 
sicurezza né 1* una cosa né l'altra, perchè se nella sostanza 
la narrazione è identica, si differenzia però in qualche parti- 
colare e ne aggiunge qualcun altro di non lieve importanza. 
E i particolari sono questi che la colonna posta in mezzo alla 
piazza con molti anelli di ferro fu eretta ai tempi di Guido, 
e soltanto per i nobili e onorevoli uomini che lassù capita- 
vano, perchè « magna contentio erat inter muhos nobiles 
de Bretenorio, in cuius domum ille talis forensis deberet 
declinare » (*). E altri ne riferisce lo scolaro di Benve- 
nuto Frate Giovanni Bertoldi da Serravalle, ciò è che i fo- 

(^) È noto che il € Libro di Novelle e di bel parlar gentile » detto 
anche « Le cento novelle antiche o il Novellino » fu pubblicato la 
prima volta nel 1525 da C. Gunlrieruzzi (Bologna, Benedetti ) e, più 
tardi, con cambiaiiienti ed aggiunte, da V. Borghini n^l 1:>72. A di- 
ciotto sommano le novelle propria del testo d^t Borghini, e dieci di 
esse (V, XV, LI, LIX, LXVlli, LXXIV, LXXIX (è quella dei gen- 
tiluomini di Bertinoro) XCII, XCIX, C) non ni trovano in nessuno dei 
manoscritti del Novellino, e le altre otto solo nel pancintichiano-pala- 
tino interamente o in parte. Cfr. A. D'Ancona « Del Novellino e delle 
sae fonti ».in € Studi di critica e storia letreraria (Bologna. Zhuì- 
chelli, 1^80) e 6. BiMgi € Le Novelle antiche d*)i codd. Panciaiichiano- 
palatino, 138 e laurensiano-gabbiano 198« con una introduzione sulla 
storia est«)ma del Novellino (Firenze, Sansoni, 1880). 

(*) Le parole di Benvenuto sono quesre: € In Bretenorio.... tem- 
pore istius Gnidonis quando aliquis vir nobilis et honorai ilis applica- 
bat ad terram, magna contentio erat inter multos nobiles de Breteno- 
rio, in cuius domum ille talis forensis deberet declinare. Propter quod 
con>'orditer convenerunt inter se, quod columna lapidea' fìgcretur in 
medio plateae cum multis annulis ferreis, et omnia superveniena esaet 
hoipe« iiiiasr ad cuius annulum alligaret equum ». 



n 



216 R. DBPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

reslìeri erano condotti alla colonna dalle guardie delle porte, 
le quali dicevano loro « Tangaiis de istis annulis quero vul- 
tis » e, a seconda dell'anello toccato, erano menati in questa 
in quella casa. 

L'Anonimo fiorentino, discostandosi ancor più dall'Ot- 
timo e cosf da Benvenuto e alterando notevolmente i! fatto, 
riporta ai Mainardi ogni particolare del fatto stesso, e 
quanto si disse della colonna egli dice dei loro palazzi. « Di- 
cesi per novella, cosf l'Anonimo, che questi Mainardi fut*ono 
i più cortesi uomini di Romagna, et erano tanto cortesi che 
l'uno avea invìdia all'altro chi facesse più cortesia; et nel- 
l'ultimo fecìono fare campanelli a* palagi loro in sulla piazza, 
et qualunque forestieri vi capitava, dov'egli legava il cavallo, 
quivi gli conveniva albergare ». 

Il primo ad affermare che non dei nobili bertinoresi in 
generale, né della famiglia Mainardi, come nel racconto del- 
l' Anonimo fiorentino, ma sf di quella di Guido fu l'onore di 
avere innalzata la colonna ospitale, è il Buti, il quale poi dà 
anche colorito maggiore al fatto, aggiungendo particolari che 
meglio determinano e precisano il fatto stesso. Eccone il 
testo. 

« Questa famillia (di messer Guido del Duca) era sì di- 
sposta a fare onore e cortesia a chi meritava che vi capi- 
tasse che per non venire in questione che ciascuno voleva 
fare l'onore, aveano fatto fai*e una colonna in su la piazza 
con tanti anelli intorno, quanti ei*ano quelli de la casa, se- 
gnati ciascuno al suo padrone, e però come lo forestieri da 
bene venia in su la piazza, vedendo questa colonna con tanti 
anelli andava colà e scendea da cavallo, e legava ad uno di 
questi anelli: subitamente lo gentile omo de la casa del Duca 
cognosceva che era legato al suo anello, faceva pilliare lo 
cavallo al fante, et egli pigliava lo gentile omo per mano et 
a casa menandolo, l'onorava quanto sapea e potea, e cosi 
cessava la discordia tra loro che ciascuno avrebbe volsuto 
esser elli di quelli che facesse l'onore ». 

Ultimo a ragionare del bel costume di quei vecchi e no- 
bili signori fu il Landino; e questi, nella sua grande open, 



• « 



f 






GLMDO DEL DUCA E LA FAMIGLIA MAINARDI. 217 

afferma fesser fama che l'erezione della colonna hi debba alla 
famiglia di Guido. « Dicono esser stati (in questa) a un 
tempo molti uomini et di tanta liberalità che nasceva spesso 
controversia, quando quivi arrivava forestieri, per che cia- 
scuno lo voleva a casa sua ». E seguita raccontando quel 
che già s'è visto nell'Ottimo. Il Vellutello ripete in tutto e 
per tutto il Landino. 

Dopo questi «he debbono essere ricordati come i primi 

■ 

assertori e narratori del nobilissimo trovato per togliere 
scandali, contese ed invidie tra i gentiluomini bertincrresi, un 
numero ingente di scrittori (tra i quali il Giovio, l'Alberti, 
rUghelli e, lungamente, Simeone Chiaramonti nella parte se- 
conda della « Contendo apologetica de Caesena triumphante 
adversus Fortunii Liceti oppositiones » in cui intende pro- 
vare € Columnam Annulorum, seu Hospitalitatis, nunquam 
Caesenae sed Bertinorii fuisse ») ripetè e confermò, senz* al- 
tre novità, il fatto; Bertinoro ebbe la Colonna come proprio 
stemma e,* quando le 'signorie dell'età moderna sopraffecero 
e riuscirono a sostituirvi il loro, l'Accademia letteraria dei 
Benigni lo fé' suo e pare vi aggiungesse il motto « omnibus 
una ». E memorie di essa colonna esistevano ancora nei se- 
coli scorsi in pitture e in bassorilievi ed esistono tuttavia, ma 
in pitture recenti, nel palazzo del Comune di Bertinoro ('); e 



(*) Cosi r anonimo secentista della « Storia di Bertinoro » la quale 
giace, inedita, nella Claasense < I vestigi (di essa colonna) si vedevano 
^q1 principio della piazza negli anni addietro, secondo la relazione dei 
vecchi » e altrove « Nella sala del consiglio secreto fra T altre più ce- 
lebri ed antiche memorie con antica pittara sta delineata sai muro con 
la sottoscrizione : Vetus Britinoriensis liberalitatis monumentnm ». Cfr. 
^ anche Pietro Tonini in C. Orlandi < Delle città d' Italia e sne isole 
adiacenti > Perugia MDCLXXIV, T. Ili sotto < Bertinoro » p. 284. 
< Un fasto si insigne viene ancora confermato da antiche memorie in 
bassi rilievi e in pitture esistenti nel pubblico palazzo di questa città 
di Bertinoro ». Esistono ancora le nobili reliquie sotto la bruttura del- 
I* intonaco, o l' ignoranza le ha distrutte e disperse ? 

14 



• 






I 



218 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



neir Arcivescovile di Ravenna, là dove sono dipintele città 
suflFraganee, sotto l'insigne colonna si leggono i versi: 

« Si me Basìris nosset, sì Taurica tellus 
Disceret exemplis hospita facta meis >. 



Aggiungono i commentatori al fatto della colonna ospitale 
(che va cosf congiunto al nome di Guido da potere essere 
considerato dai più come opera sua) un altro che non meno 
r onora e dal quale si possono trarre utili conclusioni al pro- 
posito nostro. 

Narra, dunque, Pietro di Dante che, morto Guido, Arrigo 
Mainardi, amicissimo suo, « siccari fecit lignum ubi cum di- 
cto Guidone consueverat sedere, eo mórtuo, allegando ibi si- 
milem non habere ». E Benvenuto da Imola, scambiando le 
parti « eo mortuo, ciò è Arrigo Mainardi, Guido « fecit secari 
lignum in quo solili erant ambo sedere, asserens quod non 
remanserat alius similis in liberalitate et honorificentia ». Il 
che sembra certo più verosimile, quando si pensi che il primo 
atto nel quale ricorre il nome di Arrigo Mainardi (come si 
vedrà fra poco) è del 1170, ed era già se non uomo fatto, 
certo non più giovanetto perchè è ricordato tra i più note- 
voli prigionieri caduti nelle mani dei Faentini in armi contro 
i Forlivesi, e che l'ultimo nel quale ricorre quello di Guido, 
ancor vivo, è del 13 Gennaio 1249. 

Resta ora a vedere quale sia il senso sicuro delle parole 
di Pietro di Dante e di Benvenuto. Che è quel « lignum > 
su cui i due compagni erano soliti di « sedere > ? E che va- 
lore ha quel « sedere > ? Il Tommaseo traduce « panca ». 
4: Morto Guido del Duca Arrigo fece tagliare la panca dove' 
soleva sedere con lui perchè altri non vi sedesse, che diceva 
non potere trovare uomo di tale probità ». E la parola è 
propria perchè si trova anche nella novella XLI del Novel- 
lino dove si ripete « di messe;* Polo Traversaro lo più no- 
bile uomo di tutta Romagna, e de' suoi tre leggiadri ca- 
valieri > il racconto che i commentatori riferiscono agli 
amici bertinoresi. < E però là ove elli teneano corte aveano 



aUIDO DBL DUCA E LA FAMIGLIA MAINARDI. 219 

una « panca » di tre, e più non ve ne capeano, e ninno 

era ardito di sedervi per temenza della loro leggiadria 

Morio r uno de' cavalieri e quelli segavo la sua terza parte 
della panca ove sedeano, quando il terzo fu morto, perchè 
non trovaro in tutta la Romagna ninno cavaliere che fosse 
degno di sedere in suo luogo >. Solita vicenda, nota il Ca- 
sini, dei detti e dei fatti memorabili che nelle stessa età si 
assegnano a più uomini della stessa regione, quando alcuna 
conformità Io consenta alla facile fantasia popolare (*). 

E < panca > ebbe nel dugento e nel trecento, come si può 
vedere confermato dagli esempi che sono nel grande lavoro 
di Isidoro del Lungo su Dino Compagni, anche il senso pro- 
prio di seggio e di scanno sul quale si sedevano particolar- 
mente i magistrati e gli altri nobili personaggi. Ebbe quindi 
anche il valore di « scranna ». E « sedere > oltre il signifi- 
cato comune di « star seduto », anche nel latino migliore e 
da sé, ebbe il significato di « giudicare e dare ascolto a chi 
chiede giustizia », Da cui poi il « sedere prò tribunali » ciò è 
stare in luogo eminente per dar ragione o « tener corte », 
corrispondente ai dantesco « sedere a scranna » : 

€ Or tu chi sei che vuoi sedere a scranna 
Per giudicar da lungi mille miglia 
Con la veduta corta d* una spanna ? » 

(Par. e. XIX, vv. 79-81). 

E il « lignum in quo » Arrigo Mainardi « consueverat 
sedere » con Guido non fu esso forse altro che una 
< panca » stando sulla quale solevano « tener corte > ov- 
vero giudicare? Non credo; né altri 1* ha accennato. Ma, 
se cosf fosse (la questione può essere proposta), oltre che 
avere T indicazione sicura che anche in Bertinoro Guido eser- 
citò r ufficio di giudice, avremmo ragione di pensare che in 
Bertinoro o poco o molto, di seguito o ad intervalli, dimo- 
rasse anche dopo il 1218. Certo é che nel 1230 vi ricompa- 

{}) € Giornale dantesco » oit. 



220 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

iono ancora degli Onesti (si chiamano Marchisino, Rodolfino 
e Ugolino, ma non è possibile, per i dati che si hanno, sta- 
bilire la parentela loro con Guido) i quali vanno il 20 set- 
tembre, come ambasciatori, al consiglio di Forlf insieme con 
Bulgarello degli Oddi podestà, Panzo giudice e Azzolo da 
Cortina, Sindaco ('). 

Ignota ci è la storia di Guido del Duca, scrisse Adolfo Bar- 
toli, onde a noi riesce in parte oscura Ja ragione per la quale 
volle Dante porre in bocca a Guido la terribile invettiva con- 
tro gli abitanti della valle dell* Arno e contro la Romagna, e 
non intendiamo compiutamente il rimpianto dell' antica virtù 
delle Romagnole famiglie. Che però palpiti qui nel petto del 
l'esule un fiero odio politico é di piena evidenza per quello 
ch'ei dice del nipote di Rinieri, quel Fulcieri de' Calboli che 
fu podestà di Firenze nel 1302, uomo feroce e crudele, a posta 
de' caporali di parte Nera, come scrive il Villani. E più duro 
diventava l'oltraggio al Nero aborrito, se pronunziato dinanzi 
ad uno spirito del suo vsangue, che fu il pregio e l'onore 
della nobile casa de' Calboli. Onde questa forse è la ragione 
dell'incontro con Ranieri; come forse la scelta di uno di 
Brettinoro per rendere più acre e più velenoso il rimprovero 
alla tralignata Romagna di cui il gentiluomo antico rimembra 
con orgoglio e con pianto 

« Le donne e i cavalier, gli affanni e gli 8gi 
Che ne invogliava amore e cortesia » ('). 

Spirito irrequieto {Ranieri de' Calboli), oppone il Tor- 
raca, avverso a Guido da Montefeltro, avverso agli Orgo- 
gliosi, avverso agli OrdelafH, quando alleato, quando ne- 
mico di Maghinardo, più che ambizioso, il prode romagnolo 
potè parere a Dante invidioso. Ma l' incontro del poeta con 
lui non fu immaginato solo per oltraggiare Fulchiero ; né Ra- 

(J) V. Tonini « Storia di Rimini » T. 3 App. Pag. 477 e segg. 
O St. della lett. it, VI, p. II, p. 131,2. 



GUIDO DEL DUCA B LA FAMIGLIA MAINARDI. 



221 



niero fu glorificato solo perchè guelfo; egli, Maghinardo, lo 
stesso Malatesta eran guelfi, i quali, quando capitava, mena- 
vano di santa ragione le mani contro le masnade, onorevoli 
no, della Chiesa. Quanto alla scelta di uno di Bertinoro per 
rendere più acre e velenoso il rimprovero alla tralignata Ro- 
njagna che ho da dire ? A rampognar la Romagna ci voleva 
un romagnolo. E chi sa? Fra tanti criteri soggettivi, il poeta 
volle seguire, una volta, un criterio, dirò, topografico: dal- 
l'alto del bellissimo colle di Bertinoro — non è « fuggito 
ria > — si vede la più gran parte della bella regione: 

Tra '1 Po © *1 monte e la marina e *1 Reuo {}). 

Li riunf insieme a conversai*e, conclude il Casini, sebbene 
fossero stati di opposta fazione (ghibellino T uno e guelfo 
r altro) per quello stesso criterio morale e insieme artistico 
per cui nella valletta fiorita dall'antipurgatorio accoppiò in 
amichevoli colloqui i principi che pili fieramente si erano 
oombatluti Tun l'altro in terra; li riunì perchè ciò tornava 
bene al suo disegno di rappresentare la decadenza delle no- 
bili stirpi romagnole, sebbene Guido e Rinieri non si fosser 
conosciuti nel mondo, poiché quando V uno moriva, V altro 
doveva essere ancor fanciullo (*). 

Per. quanto possono parere ingegnose le ipotesi ora ac- 
cennate, non sono però tali da accontentare pienamente. 
E sembra più attendibile e, diciamo pure, più logico che, pro- 
ponendosi Dante di far giudicare i meriti e i demeriti degli 
abitatori della vallata dell' Arno, ma più segnatamente le 
grandi famiglie di Romagna (e specie di quella che chiamano 
« bassa > e che risponde alle odierne provinole di Forlf e 
di Ravenna) tralignate dalla loro antica liberalità e genti- 
lezza, abbia dovuto scegliere si de' Romagnoli, ma che questi 



(■) Nuova Antologia, Voi. XXXVI, Serie III, Fascicolo del 1 nov. 
1891. < Rassegna della letteratura italiana di F. Torraca >, 

(*) Giorn. dant. diretto da G. L. Passerini. Roma Olsklki 1893 
€ Dante e la Romagna » p. 24. 



222 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

avessero, nella storia della loro famiglia e loro propria, com- 
petenza e nome da poterlo fare condecentemente. E fossero 
anche, aggiungo, V uno di Forlì e I* altro di Ravenna. 

Ora quanto a Rinieri de'Calboli, forlivese, la. lode di ca- 
valleresca e antica bontà non gli mancò mai, e per bocca 
di Guido 

■ 

€ èli pregio e V onore 

De la casa da CalboH, ove nullo 
Fatto s'è reda poi del sao valore ». 

(Purg. XIV, vv. 88-90). 

e quanto alla sua famiglia, benché solo nel secolo XIII co- 
minci ad apparire nei documenti e nelle cronache forlivesi, 
certo è però che anche anteriormente ebbe dominio feudale 
su quel territorio che risponde press* a poco all'odierno Co- 
mune di S. Cassiano e dove era situato Calboli, il castello 
gentilizio. Né a Ranieri mancarono, oltre alla dignità per- 
sonale, uffici e potenza da essere designato a rappresentare 
la Romagna nel XIV del Purgatorio. 

Nato nei primi decenni del 1200 (raccolgo queste notizie 
specialmente dagli scritti più volte citati del Torraca e del 
Casini a meglio chiarire la scelta nei rispetti di Guido) co- 
minciò presto ad esercitare, fuori di patria, il primo ■ ufficio 
civile, quale podestà di Faenza nel 1247, di Parma nel 1252 
e di Ravenna nel 1265. Ribellatosi al Comune di Forlf nel 
1276 occupò con Lizio di Valbona « il buon Lizio » di Dante, 
borghi e castelli sulla montagna, e tra questi Civitella che 
poi gli fu tolta quasi subito, rimanendo morto nella zuffa Ar- 
rigo, figliuolo di Lizio. Si fortificò quindi con gli aiuti della 
guelfa Bologna nel suo castello di Calboli, ma Guido da Mon- 
tefeltro, capitano del popolo di Forlì, vi portò l'assedio e ne 
incendiò e distrusse il borgo. Poi nel 1279, ancora con Lizio, 
furono ad Imola per essere presenti alla dichiarazione di pace 
tra gli Accarisi ed i Manfredi. 

Il 29 marzo dell'anno seguente 1280, stando nella Rocca 
di S. Casciano, fece testamento lasciando toiam fruam suam 



QUIDO DEL DUCA B LA FAMIGLIA MAIMARDI. 228 

de Calbulo alla moglie Imilia, e il 23 d'Aprile aggiunse al 
testamento un codicillo (*). Rimesso quindi in Forlf co* suoi 
nel 1284, presto vi si destarono altre cagioni di perturba- 
mento, e r anno dopo, il giorno di Pasqua, fu per opera loro 
morto a ghiado Aldrovandino de^li Orgogliosi. Nacque allora, 
è troppo naturale, terribile inimicizia tra le due famiglie e ci 
volle tutta la buona volontà del « Mastin vecchio di Veruc- 
chio » per metter pace negli spiriti esacerbati. Nel 1291 Ri- 
nieri compare di nuovo, e sembra come capo della famiglia, 
quale fideiussore, tra altri grandi personaggi e di danteschi 
ricordi (v* erano i Conti Aghinolfo e Alessandro di Romena, 
i Conti Alberto e Azzolino da Mangona, gli ambasciatori fio- 
rentini Lapo Salterelli, Guelfo Cavalcanti, Sinibaldo Pulci e 
Alberguccio Mainardi della famiglia di Arrigo), quale fide- 
iussore, dico, dell'accordo per i danni recati da Guido da Po- 
fenta a Stefano Colonna, già Conte di Romagna. Dai travagli 
della politica ora sanguinosa ora pacificatrice tornò poi nel 
1292 podestà di Faenza. in cui era capitano del popolo Maghi- 
nardo da Susinana 

«... il leoncel da *1 nido bianco 
che mata parte da la state a U verno ». 

(Inf. XXVII, 50-1). 

Intanto il Conte di Romagna, Aldobrandino da Romena, 
aveva imposto una grossa taglia a Forlf. La sostenevano gli 
Orgogliosi e la avversavano i Calboli, perchè il Conte mi- 
nacciava di mandar questi a confine. Allora essi ricorsero a 
Ranieri che, con Maghinardo e con quella parte di Forlivesi 
che l'aspettavano nel borgo di Schiavonia, assali in Forlì le 
genti di Aldobrandino aiutato dai fratelli Aghinolfo e Ales- 
sandro, e da Alberigo de' Manfredi che, giù in inferno, riprende 
« dattero per figo ♦. Ranieri ebbe ragione de' suoi nemici. 



{}) Raccolgo la indicazione dalla memoria recentemente pubblicata 
dalla signora Laisa Atti Astolfi « Una pergamena del 1280 » Roma^ 
Forxani 1901.. 



224 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PEft LA ROMAGNA. 



Però gli Orgogliosi non rimasero lungo tempo fuori di 
patria e nel 1294, rientrati in Forlf, cacciarono alla lor volta 
i Caibolesi, facendo, tra gli altri, prigionieri Nicoluccio, fi- 
gliuolo di Ranieri, e Fulcberio. Di ìi a due anni, nel 1296, 
i guelfi fuorusciti di Forlì col soccorso degli amici di Ra- 
venna, di Rimini e della Marca ripresero V ofi"ensiva ed erano 
riusciti, con Ranieri alla testa, di penetrare in città, quando, 
sopraggiunti al rumore Scarpetta degli OrdelafB, Galasso di 
Montefeltro ed altri che tornavano dall' assedio di Castelnovo, 
ricacciarono i, guelfi, e, tra i morti con le armi in mano, 
contendenti agli avversari la patria, si contarono primi Ra- 
nieri e suo fratello Giovanni. 

Tale la famiglia e la vita di Ranieri da Calboli. A fa- 
miglia ancella più antica, di maggior nobiltà e di più ampie 
ricchezze apparteneva quella di Guido, la Onesti. Progenie di 
Re Longobardi e di Duchi del Friuli e di Benevento, è anno- 
verata tre le più illustri case d'Italia, ed è dalle stoi-ie della 
regione rimeritata delle lodi maggiori, tra le qual^ ricorre 
più spesso quella di « magnifica e generosa » e conta nel- 
l'albero suo genealogico i grandi nomi di S. Romualdo, T in- 
^ stitutore de' monaci Camaldolesi, e il beato Pietro Peccatore 
della 



« • . . casa 

di nostra Donna in su *1 lito Adriano ». 



(Par. XXI, vv. 122, 3) 



Di più a Guido, per essere degno compagno di Ranieri, anzi prò 
tagonista del canto, e lodatore della grande liberalità e cor- 
tesia delle vecchie famiglie di Romagna e flagellatore di 
quelle ch'erano tralignate, non mancavano i pregi di poterlo 
fare convenientemente per avere noi veduto che i più dei 
commentatori attribuiscono a lui 1' erezione di quello che fu 
il segno tangibile e l'espressione purissima dell' ospitalità più 
gradita e disinteressata, l' erezione, dico, della colonna che 
dall' ospitalità prese il suo proprio nome. E qualcuno che 
non a Guido in particolare, anzi ad altri l' attribuisce, pur 



• « • 



GUIDO DEL DUCA E LA FAMIGLIA MAINARDI. 225 

conviene che a tempi di lui fu innalzata e per opera concorde: 
il che è come dire: anche per consentimento di lui. II fatto 
è unico nella storia d' Italia e, pur potendone variare i par- 
ticolari, è per le unanimi attestazioni e per antichissima e 
costante tradizione non dubbio. E però a Dante, quasi men- 
dico per le terre d'Italia, e a cui sapeva di troppo sale lo 
pane altrui, dovette forse spesso e con rimpianto presentar- 
sene il ricordo, eh* egli poi fermò ed incarnò in Guido del 
Duca. 

Del quale senti certo anche rammentare aneddoti e vi- 
cende che non sono giunti sino a noi, ma che sono eternati 
ne' versi pieni di amarissimo pianto: 

€ gente umana, perchè poni il core 
Là v' è mestier di consorto divieto? » 



(Purg. e. XIV, VX. 85, 6) 



e in quella affermazione dolorosa: 



« Fa/1 sangue mio d'invidia di riarso 
Che se veduto avessi uom farsi lieto 
Visto m* avresti di livore sparso. » 

(Purg. vv. 92, 4). 

Né alcun lume rischiaratore ci vien fornito dai fatti che si 
svolsero negli anni che segnano con certezza la sua presenza 
a Bertinoro, ciò è dal Giugno del 1202 all'ottobre del 1218. 
NtJl termine dei quali anni non accadde cosa per cui egli possa 
sembrarci cosf pieno di ombrosa gelosia, che è come dire cosi . 
grande invidioso o, come è ap{5arso per Ranieri, superbo. 
€ Perchè, nota il Tommaseo, superbia partorisce invidia né é mai 
senza tale compagna, e ciò dipende dal reputare l'uomo a pro- 
prio male il bene altrui, in quanto questo a lui scema lode o 
maggioranza: e però di que' beni specialmente hanno gli uo- 
mini invidia, nei quali è onoranza e buona opinione ». E però 
è forse da vederne il principale vestigio nel fatto che ri- 
guai'da r erezione stessa della colonna la quale, secondo alcuni, 



226 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

€ fu trovata per tórre materia di scandalo intr* alli detti gen- 
tili » e < grandi contese », e alla quale, con tutta conve- 
nienza, si potrebbe quindi appropriare T antico adagio « Ex 
malo bonum. » 

Tuttavia di altri scandali e di altre contese é da far men- 
zione, dei quali e delle quali potrebbe egli essere stato parte 
non ultima, o almeno spettatore non indiflferente. 

Non appena è, per documenti, dimostrata la sua presenza 
in Bertinoro che gravi discordie nascono tra le due famiglie 
che si erano assicurate gran parte della giurisdizione di Ca- 
valcaconte, dico i Bulgari e i Mainardi, a finire le quali è 
necessario che prima i Mainardi si sottomettano a Pietro 
Traversari e poi gli uni e gli altri si accordino di cedere 
quei possessi e quei diritti alla Chiesa Ravennate. Ciò nel 
giugno del 1202 ('). 

non fu egli estraneo a quelle piccole convulsioni in- 
terne che determinarono i Bertinoresi a cambiare divisaraento 
e a riconquistare la loro libertà? Che non erano ancora 
passati due anni da quell'atti) di pace che si trovano nova- 
mente sottratti all'Arcivescovo Ravennate, e da Roma si 
mandano lettere a lui e ai suffraganei perchè assistano il 
suddiacono apostolico Carsandino, mandato nell' Esarcato e 
nella Contea di Bertinoro per richiamarli al dominio apo- 
stolico. 

Il 1209 è confermata ancora la continuazione di queste 
discordie intestine da un luogo del Carrari nel quale si legge 
che Frate Alberto da Mantova alla fine di maggio « fece pace 
di Brettinoro » e che nello stesso anno, essendo venuto in 
Romagna Ottone IV, dopo un lungo interregno di dieci anni 
tra lui e Re Filippo, promise al Papa Innocenzo di fargli 
recuperare, tra le altre città e terre, la Contea di Bertinoro. 

Lo stesso anno e il 1213 si trovarono i Bertinoresi uniti 



(') Per non infarcire il lavoro di citazioni inatili, è bene notare 
una volta per sempre che non indico le fonti dei fatti di storia berti- 
norese che, riscontrati e vagliati, desumo da opere a stampa^ fuori che 
non se ne appalesi chiaramente V opportunità. 



GUIDO DEL DUCA E LA FAMIGLIA MAINARDl. 227 

coi Ravennati e anche col Ct>nte di Montefeltro contro i 
Faentini. Ma nello stesso 1213, scoppiata guerra fra i Riminosi 
e i Cesenati, furono a favore di Cesena quando Ravenna fu a 
favore di Rimini. 

Il fatto però che meglio dimostra come V antagonismo tra 
Bulgari e Mainardi non era mai stato che apparenfemente 
sopito e che il fuoco covava ardentissimo sotto la cenere s*ebbe 
quando, abbiamo avuto occasione di notarlo, scoppiata la 
guerra civile in Ravenna tra Pietro Traversara e Ubertino 
di Guido di Dusdeo, i Mainardi furono seguaci e aiutatori 
principali di Pietro, e i Bulgari diedero mano forte ad Uber- 
tino per la devastazione delle campagne ravennati e per la 
distruzione dei castelli di Monte Cavallo e di Traversara, 
dopo di avere, forse, con gioia, assistito, o, forse anche, 
aiutato a demolire dalle fondamenta le torri e le case dei 
loro nemici e concittadini. 

Quale fu l'opera di Guido nello svolgersi di questi eventi? 
Concorse egli a mantener deste quelle discordie intestine 
per non vedere alcuno, con sicurezza di pace e di dominio, 
al di sopra di sé? E, da ultimo, si sentf, come Sapia, 

« de gli altrui danni 

Più lieto assai che di ventura suaì » 

(Purg. C. Xlir, vv. 110, 1) 

Ma, tornando al punto donde ci siamo mossi, perchè Dante 
pose proprio in bocca di Guido il giudizio e l'invettiva con- 
tro gli abitanti della Romagna, ed il rimpianto delle antiche 
virtù delle famiglie romagnole? Perchè dalla serie dei docu- 
ménti che abbiamo raccolti e riportati emerge chiaramente 
che l'ufficio civile di cui egli più volte venne investito, fu 
quello di giudice. E a giudicare le condizioni morali della 
Romagna, stava pur bene, indipendentemente da altre ragioni 
su ricordate, accanto a un podestà di Romagna, un giudice 
di Romagna, anzi uno de* primi che, dopo la pace di Costanza, 
per la quale fu reso stabile l'ufficio del podestà e con esso 
l'ordine gerarchico dei funzionari giudiziari, esercitò tale 



* • 



228 R. DB/UTAZIONB DI STOKIA PATRIA PER TJi ROMAGNA. 

ufficio in città importantissime, come Rimini e Faenza. non 
fu con tale veste anche altrove, e forse in qualche città di 
Toscana, ch'egli mostra di conoscere cosf bene ne' luoghi e 
nelle persone? 

E tale ufficio doveva parere a Dante sommamente onore- 
vole perchè se di nome a capo dell'ordine giudiziario era il 
podestà, chi veramente partecipava all' istruzione del giudizio 
e -pronunciava la sentenza erano i giudici ch'egli conduceva 
seco. Né a lui era ignoto che quando le arti fiorentine fu- 
rono costituite normalmente in numero di ventuna, delle 
quali sette maggiori e quattordici minori, la prima delle 
maggiori fu quella dei giudici e notai. E suo padre era pro- 
babilmente giureconsulto, o, secondo che allora si diceva, giu- 
dice di professione ed egli stesso forse esercitò tale ufficio in 
Verona, come, certamente, fu esercitato altrove da Pietro, suo 
figliuolo (*). Che la giurisprudenza, notò G. Carducci (*), fu 
« onorata dagli Italiani antichi più forse che i titoli di no- 
biltà, quanto il pregio della spada e della ringhiera e fu 
necessarissima parte della vita pubblica per le contese dr 
diritto fra papi e impej'àtori, fra imperatori e comuni, e dei 
Comuni fra loro ». E a ciò si aggiunga che a' tempi di 
Guido, per le nuove libere istituzioni comunali, le grandi e 
le piccole città' erano tutte in fermento per le leggi da 
darsi e da fissarsi ne' statuti particolari. 

Non dovrebbe parere quindi strano se alcuno osasse pen- 
sare che la devozione all'ufficio che Guido esercitò nel 
mondo e che riassume in Purgatorio, la si rilevi anche dal 
nome ch'egli impose (nessun altro degli Onesti l'ebbe prima 
di lui) al figliuolo suo, quello, cioè di Salomone, ricordando 
forse lo parole che si leggono nel libro III dei « Re > 5. 10. 

« Ed il Signore apparve a Salomone in Gabaon, di notte, 
in sogno. E Iddio gli disse « Chiedi ciò che tu vuoi che io 
ti dia ». E Salomone disse... « Signore Iddio mio, tu hai 
costituito re me, tuo servitore, in luogo di David, mio padre: 

(>) Cf. Giornale storico della lett it. V. XXIV, fase. 72, p. 459. 
(*) « Gino da Pistoia » p. XIX. 



♦ • 



• 



GUIDO DEL DUCA B LA FAMIGLIA MAINARDI. 229 

ed io sono un piccol fanciullo, e non so né uscire né entrare 
Ed il tuo servitore é in mezzo del tuo popolo, che tu hai 
eletto, che é un popolo grande, il quale, per la moltitudine 
non si può contare né annoverare. Dà, adunque, al tuo ser 
vitore un cuore intendente per giudicare il tuo popolo, per 
discernere tra il bene e il male: perciocché, chi potrebbe 
giudicare questo tuo popolo, che é in cosi gran numero? 
E questo piacque al Signore ». 



IL 



€ Oc* è il buon Lizio ed Arrigo ManardiP > 

(Parg. XIV, V. 97). 

I pili antichi documenti ' nei quali si fa menzione della 
famiglia Mainardi sono di origine ravennate e risalgono al 
secolo decimo e undecimo. Sono ivi ricordati un € Mainardus » 
del 974 (*), un « Mainardus tabellio in civitate Ravenne 
scriptor > del 22 giugno 1002. e, con titolo nobiliare, un 
< Adelbertus Comes de Mainardo » presente con altri illustri 
personaggi a un placito di Gebeardo Arcivescovo di Ravenna, 
r anno 1027 ('). 

In documenti bertinoresi compaiono più tardi, e, finora, 
mi risulta come primo un atto del gennaio del 106?, ed é il 



(') Fantitzzi € Mon. Rav. T. IV, n. XIII ». L' atto è anche im- 
portante per questo che si riferisce ad ana grande donazione di beni 
posti nel territorio ravennate fatta da Onesto arcivesooTO a detto Mai- 
nardo. Alcuni di quei beni furono poi dei Mainardi bertinoresi. 

(') Arcb. Are. Raven. Capsa G. n. 2440 — Regesti di S. Bernicoli 
— Rossi (Hist. Ravenn. lib. V. sotto l'a. 1027). — Dei Mainardi scrìsse, 
per testimonianza di P. Tonini, Vincenzo Carrari « In addit. ad libell. de 
orìgine illnstr. famil. > ma 1' operetta è andata forse perdata; e si leggono 
brevi notizie nello stesso P. Tonini (C. Orlandi « Delle città d'Italia 
e sue isole adiacenti » Venezia MDCLXXIV. T, III), nel Ginanni 
< L' arte del Blasone > e nel Crollalanza. Ma il Crollalanza parla solo 
dei Mainardi vivi o da poco estinti. 



230 11. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

testamento di Gerardo Conte di Bertinoro. Tra i testimoni 
da lui chiamati ad udire e a far valere le sue ultime volontà 
è € Henricus Mainardus > avo probabilmente dei personaggio 
dantesco. Del quale si fa menzione la prima volta nelle cro- 
nache del Tolosano e negli storici che attingono da lui sotto 
l'anno 1170, dove si racconta che, essendo nata guerra tra 
Faentini e Forlivesi e combattendo egli per i Forlivesi, fu 
fatto prigioniero presso S. Varano con molti nobili ravegnani, 
forlivesi e cesenati, tra i quali è notabile Pietro Traversara 
il giovine. « De castro Brettenorii, cosf il Tolosano, fuerunt 
Henricus de Mainardis, leremias de Polenta (il supposto 
capostipite dei Polentani) Henricus de Gluito et alii quam- 
plures >. 

E dei Mainardi, come fazione politica e fautrice dell' im- 
pero, si fa cenno nell'anno 1177, quando, nata contesa tra 
Alessandro III e l' Imperatore Federico Barbarossa a chi 
dovesse toccai-e la Contea di Bertinoro, per la morte dell'ul- 
timo Conte, Cavalcaconte, il quale aveva testato in favore 
della Chiesa, si racconta che riuscì facile all' imperatore di 
prevalere perchè erano già sorte in paese le reciproche ge- 
losie tra i Bulgari e i Mainardi — i quali erano i più forti 
militi del luogo — e perchè i Mainardi favorivano l'impero. 
Cosi il Baronie. 

Si sa però che Federico s' indusse più tardi, per preghiere 
reiterate del Papa, a restituirla alla Chiesa, la quale, alla 
sua volta, la sottomise di nuovo agli Arcivescovi di liavenna 
l'S Ottobre 1177. Tuttavia non è possibile afiermare se la 
cessione divenne definitiva, e certo è che non fu soggezione 
duratura, che, poco tempo dopo, torna all' obbedienza del- 
l' imperatore. Osserviamo di fatti che negli anni 1184 e 
1185 i Bertinoresi furono con Bertoldo di Cunisberga con- 
tro i Faentini, che l'anno 1186, il 17 Ottobre, 1' imperatoi'e 
ordinò con suo diploma tanto a quello che era allora Conte 
di Bertinoro, come a quelli che sarebbero venuti dopo, di 
non molestare i canonici portuensi di Ravenna, e che in questo 
stesso anno un € Paltonerius > era gastaldo imperiale a 
Bertinoro. E cotesta dipendenza ancora è provata da un 



GUIDO DBL DUCA E LA FAMIGLIA MAINARDI. 23t 

atto del 15 Giugno 1195, col quale Ubertino podestà di Ra- 
venna stipulava tra Ravennati e Riminesi una concordia pro- 
mettendo di conservare il territorio e le città di Romagna 
in buono stato, salve le regalie dovute a lui e all' Imperatore, 
e di mandare giudici a Cesena, Fori/, Forlimpopoli e Berti- 
noro, salva la fedeltà all'Imperatore. Finalmente, morto il 
pontefice Celestino e successogli Innocenzo III, questi credè 
suo primo dovere di rioccupare le terre già appartenute alla 
chiesa e ora in dominio degli imperiali. Al qual tine scrisse 
l'anno 1198 all'Arcivescovo di Ravenna e agli altri Vescovi 
di aiutare il suddiacono e legato suo Carsendino al ricupero 
dell' Esarcato e della Contea di Bertinoro. 

E come il Papa voleva, cosi avvenne; fatta però eccezione 
di Ravenna, di Bertinoro e delle terre di Cavalcaconte che 
l'Arcivescovo reclamò per sé come suoi beni legittimi. Il 
Papa acconsenti, ma appare che la sottomissione fu lunga 
e laboriosa, specialmente per gli avversi sforzi di un Pa- 
ganello-Mainardi. Da ultimo convenne cedere alle forze so- 
verchiatrici dell'Arcivescovo. Paganello si umiliò; Benedetto 
Abate di S. Ilario confermò all'Arcivescovo Guglielmo parte 
dei beni che erano già stati dei Conti di Bertinoro, e prima i 
Mainardi nel 1201, il calendimaggio, giurarono sottomissione 
a. Pietro Traversar!, e l'anno di poi il 12 Giugno i Bulgari 
e i 3Iainardi fecero la cessione solenne all'Arcivescovo Al- 
berto di quanto « iuris vel actionis rerum et personarum, 
quodcumque vel quamcumque habuit quondam Cavalcacomes 
nomine suo vel alterius in castro Brettenorii, vel ejus iuris- 
dictione vel districtu vel suo comitatu ('). » 

Dal che emerge con sicurezza che per un certo tempo i 
Bulgari e i Mainardi furono gli effettivi signori di Bertinoro, 
benché non riconosciuti legalmente per tali ; che la devozione 
all' impero vi fu mantenuta sempre viva e che piegarono 
prima i Mainardi per darsi in braccio a Pietro Traversara 
che rappresentava in Romagna il principio ghibellino. 



(>) Fantuzzi € Mon. Ravenn. T. IV, p. 307, 8 >. 






232 R. DEPUTAZIONE PI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Però tra i nomi di coloro che si obbligarono con gli alti 
del calendimaggio del 1201 e del 12 Giugno- 1202 a 'detta 
sottomissione e cessione non figura quello (li Arrigo Mainardi, 
ma figurano quelli di due suoi figliuoli Drudo e Guido < Guido 
Henrici, Drudus filius Honrici > nell'atto del 1201 e « Dru- 
dus filius Rigonis > e « Guido de Rigone > nell'atto del 1202. 

Perchè il * cavaliere pieno di cortesia e d'onore, che 
volentieri mise tavola, che donò robe e cavalli, e che pregiò 
li valentuomini e che sua vita fu data a larghezza e a bello 
vivere » come dice di lui 1' Ottimo, e che fu « savio, largo, 
prudentissima persona », secondo il Landino, non pose il suo 
nome prima o accanto a quelli dei 'figliuoli e dei maggiorenti 
del suo paese? 

Si possono fare soltanto delle ipotesi. Ma che egli fosse 
altissimo personaggio e di spiriti imperiali non è lecito du- 
bitare, perchè ciò risulta in modo evidente da un documento 
della massima importanza, che è sfuggito a tutti i commen- 
tatori della Commedia e a quanti altri si sono occupati di lui. 

È un diploma del Re Enrico VI, col quale concede alla 
Repubblica di Siena il diritto di battere moneta e altri diritti 
legali, e porta la data seguente « 1186. Ind. V. Vili Kal. 
Nov. » < apud Caesenam ». Ora tra i testimoni che furono 
presenti all' aito, e vi sono grandi uomini, e' è anche quello 
di Enrico Mainardi di Bertinoro. Ecco le parole precise;- 

< Huius rei testes sunt Rodolfus Imperialis aulae Protho- 
notarius, Bertoldus legatus Italiae, Comes Montefeltrius, Pal- 
tonérius Castaldus de Bretenorio, Petrus Traversarius Comes 
Ariminensis, Comes Fredericus de Hoenhe, Comes Conradus 
de Dorenbure, Crachto de Boscuberi, Honfridus de Volkestein, 
Ydo Terdolensis regalis aulae judex, Burcardus Castaldus de 
Ymola, Henrigus Mainardi de Bretenorio, Ugolinus de Bei- 
monte, Guido Maiz et Marianus Consules Senenses et alii 
quamplures > ('). 



{}) L. A. Muratori « Ant. M. E. Diss. 50 p. 470, I ». A chi deside- 
rasse conoscere come possa essere avvenuto che un docamento cosi 
importante sia sfuggito agli studiosi, si può far sapere che ciò è derivato 



GUIDO DBL DUCA B LA FAUIQLIA MAINARDl. 233 

È certamente questo di tutti i documenti riguardanti il 
Mainardi il più sicuro ed il più importante perchè ne accerta 
r autorità, V età e la patria. 

Altri minori che si riferiscono a lui stesso o ai figliuoli 
di lui, Drudo e Guido, fanno parte dei regesti della Clas- 
sense. Da essi si rileva che i Mainardi avevano specialmente 
nell'agro ravennate i beni loro. « Rigo Mainardi » è il 2 
Maggio 1209 citato come confinante nella Pieve di S. Pietro 
in Quinto (^); il 10 Aprile dell'anno stesso è pur citato come 
confinante nella stessa Pieve < Guido Mainardo » ('). Quanto 
poi a « Drudo » lo si riscontra in atti del 1204, 30 Dicembre, 
come venditore di quattro appezzamenti di terra sempre nella 
Pieve di S. Pietro in Quinto f); del 10 Giugno 1204 come con- 
finante di un fondo « Massuli plebe S. Cassiani in Decimo » 
appartenente ai Monaci portuensi e col quale confinava pure 
V Petrus Traversaria » (*) e del 1213, 13 Febbraio, quan- 
tunque non vi sia l'indicazione del casato (ma non v'ha 
dubbio che si parla di lui) come uno dei testimoni alla no- 
mina di Pietro Traversara a procuratore di Ubaldo, Arci- 
vescovo di Ravenna (*). Ecco il passo: « Test. D. Prepositus, 
Nlcolaus judex, Argoliosus, Guido de Polenta, Drudits de 
Briiinoro^ Rainerio q. Io. Bonfizii. » Ancora in atti pertinenti 
alla famiglia Traversara e d'importanza maggiore, resi noti 
recentemente dal Torraca, ricorre il nome di Drudo il 26 
luglio 1216 quando Pietro, e il 27 Paolo figliuolo di Pietro, 



dal non essere io nessnno degli indici muratoriani registrato il nome 
di Arrigo Mainardi, e ohe io ne debbo la conoscenza alle schede ma- 
noscritte deir Ab. Amadesi esistenti nella Classehse. £ da altro do- 
cnmento pubblicato dal D.*" Julius Ficker « Urktinden zur Reichs-und 
Kechtageschichte Italiens, Innsbruck 1874, Vierter Band p. 211, 12. » 
appare che V anno stesso 1886 € indictione quinta, die mercnrii, unde- 
cimo Kalendas novembris > Enrico VI era in Bertinoro. 

(*) Reg. Bernicoli. 

(«) Fantuzzi « Mon. Rav. >. II, N. XCVII, p. 182. 

(•) Reg. Bernicoli. 

(*) Famtuzzi « Mon. Rav. » III. p. 293. 

(*) Amadbqi € Cronbtassi » T. III. p. 159. 

1.5 



2M S. DEPUTAZIONE DJ STORIA PATRIA PER LA ROHAGKA. 

presente e consenziente il padre, rinunciano ai castelli di 
Dovadola, Montacuto e Agello in Romagna a favore dei 
Conti Guido e Ruggero del defunto Guido Guerra, i quali li 
ricevono per sé e per i fratelli Tigrino, Marcovaldo e Aghi- 
nolfo. Tra i nobili e potenti signori e autorevoli cittadini di 
Faenza, di Forlì, di Ravenna e di Bertinoro che promettono 
e giurano di fare osservare i patti evvi < Drudo » di Arrigo 
dei Mainardi di Bertinoro, ed è pur segnato tra i fide- 
iussori di cessioni e di promesse fatte nell' ospedale della Badia 
di S. Godeuzo in Mugello da Paolo Traversara « filius eman- 
cipatus » a favore degli stessi Conti, il 9 Febbraio del 
1225 ('). Col quale anno cessano le notizie dei figliuoli di 
Arrigo, ma egli si mostra ancora una volta e in occasione 
solenne il 25 luglio del 1228 quando si raccolse il senato in 
Ravenna per nominare quale procuratore della città e dello 
stato il detto Paolo Traversara. 

Riannodando ora intorno al nome di lui i fatti più noti 
di storia bertinorese che si svolsero mentre egli visse e dei 
quali certamente egli fu parte principalissima, a fine di ri- 
costruirne la figura morale e politica e renderci ragione 
della lode che scaturisce, imperitura, dai versi di Dante, 
possiamo dire cosi; 

Nacque Arrigo in quella età che segnò per la Contea 
bertinorese la sua maggiore fioritura. Era forse morto pochi 
anni prima il Conte Rainerio che, assorgendo al comando, 
aveva ripetuto solennemente il giuramento di fedeltà all'Ar- 
civescovo Gualtieri perchè gli aveva promessa in moglie 
una Frangipani di Roma. E la promessa era stata, oltre 
i desideri del Conte, mantenuta. Perchè, se dobbiamo credere 
a Buoncompagno maestro di retorica nello studio bolognese, 
la sposa, che V Arcivescovo seppe ottenergli, non solo era di 



(1) I documenti del 26 luglio 1216 e 9 febbraio 1225 sì trovano 
a pagg/ 110, 16 e 117, 22 degli « Atti e Memorie della R. Deputa- 
zione di Storia patria per le provinole di Romagna >. TersH serie, 
Voi. XVllI. Fano. 1, 111 (Gennaio-Giagno 1900) e fanno parte della 
memoria del Torraca « Sa la Treva > di G. De La Tor. 



GUIDO DBL DIXA K LA FAKMJLIA MAINAUtl. 235 

nobJlissinia prosapia e a-ìorna Ai ogni più etetta qualità di 
menie e ài cuore, ma cosi bella < da ri<^p1en<iere ira 
l'aline Uoooe come la steS!a diana tra le alti-e sielle. all'ap- 
parire (leli'aorora » e ili coraggio cosi maravìgliosa « che 
poteva solo essere parag.)Data a quella che recise il capo 
ail lHoferne e liberò il popolo d'Israele ('). > 

Riiuasla vedova di Raineri© nel 1H4 e nominato Pitlro 
dì Onesto a tutoli del piccolo Cavaìcaconte e dell'altro del 
quale era incìnta, Aldruda visse ancora molti anni e certa- 
mente fino al llT'i, facea>lo che la sua corte d'amore si se- 
gnalasse tra l'altre del suo tempo (attingo la mollo dubbia 
nolizia dallo Scartazzini), e che il suo popolo emei'^esse 
ne' Tatti d'arme ch'erano allora cosi frequenti per le Ione 
intestine che funestavano le città di Romagna. 

Pertanto, nel 1105. scoppiata guerra tra forlivesi e faen- 
tini per avere quelli edificato Castel Leone tanto vicino a 
Faenza da stendere 1' ombra tino alle sue porte, Cavaìcaconte, 
il primogenito di Aldruda, stette a favore dei Faentini insieme 
a Guido Guerra, agli Imolesi, ai Conti di Cunio, di Bagnaca- 
vallo e di Castrocaro, che Aldruda aveva fatto di lui un 
guerriero intelligente e valoroso. Già fin dal 1160, è Filippo 
Ugolini (*) cshe lo racconta, signoreggiava Cesena e ne aveva 
aiutato il Vescovo ad allargare la propria giurisdizione. 
E ia quello stesso anno su ricordato 1165, nati gravi li- 

(') < Liber da obsidione Anconae a copiia Friderìcì 1 Tmpenit. anno 
HCLXXII p«racta ejasqae nrbis liberationc, nnctore Mcgiatro Boncom- 
pagno fiorentino » nel T. VI dei < Rerum italicamm acrìptorea » di 
L. A. Muratori. 

Aldvda vi è descritta a qneato modo «... pollens nobilitate, 
nempe qnae origÌDein traxerat in Urbe de nobili proampia Fragapanum, 
cnrialitatis M largitati' titulo adornabatar, qnia nniversia «t iiinsiilia 
eitìtit liberalis, et animo lil>entiaBÌme indalgebati epccic 
forma corporìa ita inter Dominaa emienit, aient appropinqn 
prae Get«ris stella matatìna relucet. Eteaim vìdua et ani 
mam, prò qaibas poterai ilmilari, vid«licet quae' Oloferne 
et populnm israbaelitieum liberavit >. 

< Storia dei Conti e Duchi d'Urbino » Firenie, Gr 
p. 12, la 



236 R. DEPUTAZIONE DI 8T0IUA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

tigi fra il medesimo Vescovo di Cesena e i Riminesi per 
il confine territoriale malfermo e malnoto, il Vescovo Ce- 
senate aveva ricorso di nuovo al braccio secolare de' suoi 
Cesenati e di Cavalcaconte loro capitano. Ma la fortuna fu 
dalla parte dei Riminesi e Cavalcaconte dovette, in persona, 
giurare che d'allora in poi sarebbe sempre stato con loro 
anche se fosse scoppiata guerra coi Ravennati, e che abiterebbe 
per un mese dell'anno in Rimini. Se non che due anni dopo, 
ril Aprile, gli uomini di Bertinoro, i catanei, i valvassori 
e il popolo nella Chiesa di S. Apollinare in Classe, dettero 
fede € ad honorem Dei, et domini eorum Federici Imperatoris » 
ai consoli di Ravenna che sarebbero sempre quindi innanzi cit- 
tadini ravennati; che ai Ravennati e ai loro beni avrebbero 
garantita libertà in Bertinoro e nel suo distretto; che sareb- 
bero loro sempre amici, come erano stati per l' addietro 
quando avevano per nemici i nemici di essi, e che avrebbero 
tenuto un esercito d'uomini a cavallo per andare dove essi 
avessero voluto. 11 patto sarebbe durato per quarant'anni e, in 
questo tempo, né pace né guerra doveva essere fatta senza 
il consenso dei Ravennati e, se alcuna discordia fosse nata, 
i consoli di Ravenna l' avrebbero dovuta terminare con pieni 
poteri. Quindi fu che, in conseguenza di tale alleanza, due 
anni di poi, uel 1160, i Bertinoresi furono coi Ravennati, Bo- 
lognesi ed altri contro i Faentini, e poi di nuovo Tanno stesso 
discesero armati in favore dei Ravennati che combattevano 
per i Forlivesi contro i Faentini. E fu in cotesto fatto d'armi 
presso S. Varano, l'abbiamo altra volta notato, che cad- 
dero prigionieri nelle mani dei Faentini Enrico de' Mai- 
nardi, Geremia da Polenta e Pietro Traversara il giovine, 
fiore dei combattenti. Né qui ebbero fine i malumori delle 
due città che, 1' anno dopo, di Febbraio, ripresero j)iù feroce 
la guerra, la quale da principio volse tutta in favore dei 
Faentini che avevano a capitano Guido Guerra, cosf che i 
Ravennati ebbero per una terza volta bisogno di ricorrere 
agli aiuti di altri per salvare i forlivesi loro amici. E tra coloro 
che portarono aiuto furono, naturalmente, anche i Bertinoresi 
con a capo Bulgaro nato da Ugo di Pietro Bulgaro; ma. 



GUIDO DEL DOGA B LA FAMIGLIA MAINARDI. 237 

postisi in mezzo Guido di Ramberto, podestà dei Faentini, e 
Guglielmo Marchesella, inviato dai Ferraresi, si venne a 
patti e in tal modo furono evitati lo spargimento di nuovo 
sangue, gì* incendi e le rovine, delle quali erano partico- 
larmente stati teatro da una parte il borgo di Schiavonia e 
dair altra la 'villa di S. Procolo. 

Cosi, per la pace avvenuta, Enrico de' Mainardi potè tor- 
nare in patria e forse prendere non ultima parte a un fatto 
glorioso 'nella storia d'Italia. Intendo di accennare alla libe- 
razione d'Ancona, assediata per terra da Cristiano Arcive- 
scovo di Magonza e cancelliere dell' impero e per mare dai 
Veneziani, l'anno 1172. Si sa che Aldruda, mossa da com- 
passione e da ammirazione per l'infelice ed eroica città, 
accorse con le sue schiere in aiuto di lei e che, unitasi al 
Marchesella di Ferrara, potè riuscire nel nobilissimo intento 
e tornarsene poi coperta di gloria. Col quale fatto si chiude 
il periodo pili bello e più degno di ricordo della Contea ber- 
tinorese. Ma la storia di questa si ricongiunge ancora con 
la storia d'Italia, perchè Cavalcaconte (negli atti non è ri- 
cordato col nome, ma semplicemente col titolo di « Conte 
di Bertinoro ») prende parte alla lega lombarda con Bologna, 
Ravenna, Ferrara e Rimini al tempo del cosf detto armistizio 
di Montebello, e di nuovo si trova fra i rappresentanti delle 
grandi città e i grandi signori che, seguita la battaglia di 
Legnano il 29 Maggio del 1176, presero parte ai preliminari 
dì pace in Venezia, dove l' anno dopo egli venne a morte 
testando, a remissione de' suoi peccati e di quelli de' suoi 
antenati, a favore del papa Alessandro III e de' suoi suc- 
cessori. 

Ci è noto per quel che abbiamo accennato, scrivendo di 
Guido del Duca, quanto avvenne poi, sino ciò è al 1218 in 
che le caso e le torri tutte dei Mainardi furono rase al suolo 
dalle forze unite di Ubertino di Guido di Dusdeo, del Conte 
Ruggero,* di Buonconte da Montefeltro e di Bonifazio di Ca- 
strocaro. Furono quelli gli anni dell' erezione della colonna 
ospitale e nei qoali Bertinoro, non ostante le piccole per- 
turbazioni politiche quasi connaturate a quell'età e a quelle 



238 R. DRPUTAZJOMB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

genti, divenne nido de' più nobili uomini di Romagna. E ad 
essi anni accennano indubbiamente le parole di Guido: 

« Non ti maravigliar, a* io piango, Tosco, 
Quando rimembro con Qnido da Prata 
Ugolin d*Azzo che vivette nosco, 

Federigo Tignoso e sua brigata 

La casa Travertsari^ e gli Anastagi 
(£ P una gente e T altra è diredata) 

Le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi * 
Che ne invogliava amore e cortesia 
Là dove i cor son fatti si malvagi ». 

(Parg. XIV, vv. 103, 11) 

Si raccoglievano i gentiluomini attorno ad Arrigo, simili 
a lui di animo e di abitudini singolainnente liberali. Qualcuno 
gli era anche eguale di età o di poco distante, come Pietro 
Traversara col quale aveva fatto le prime armi a S. Varano 
ed era andato incontro alle vicende non liete della toccata 
sconfitta, ma più giovane Guido del Duca e più giovani an- 
cora ■< il buon Lizio » da Valbona, Guido di Carpigna, Guido 
da Prata, Ugolin d'Azzo e fors' anche Federico Tignoso. Ed 
era un gareggiare continuo tra loro a chi più si mostrasse 
largo; il che, qualche volta, lo sappiamo, degenerava in 
scandali e contese, ma di queste sono andate perdute tutte 
le notizie particolari e restano invece parecchie che riguar- 
dano la loro liberalità. 

Lizio da Valbona (ne raccolgo qualcuna che dà colore al 
tempo e alle persone) noto per una novella del « Libro di 
bel parlar gentile (*) > e per una del Boccaccio nella quale 
racconta come quegli riuscisse a dare in moglie a Riccainlo 
Mainardi la figliuola sua Caterina che, vinta da amore, 
aveva con lui piacevolmente anticipate le gioie nuziali ('), 

O È la XLVII « Lizio da Valbona e Rinieri de^ CalboH >. 

(') Decameron, Qior. V, novella IV « Ricciardo de^Manardi da 
Brettinoro ò trovato da mesaer Lizio da Valbona con la figlinola, la 
quale egli sposa e col padre di lei rimane in buona pace >. 



GUIDO DEL DUCA E LA FAMIGLIA MAI NARDI. 239 

per fare in Bertinoro, o, secondo altri, in Forlf un desinare, 
vendè per sessanta fiorini d*oro la sua coltre di zendado. 
E altro desinare fece pur ivi fare Guido di Carpigna per il 
quale, non avendo danari sufficienti, vendette metà de' suoi 
materassi, e ai servi che se ne lagnavano rispondeva scher- 
zando che nella state doveva tener fuori i piedi per aver 
fresco e nell'inverno per il freddo teneva le gambe contratte. 
E Benvenuto da Imola che lo racconta e V Ottimo dice 
ch'egli « amò per amare ». Anche di Federigo Tignoso attesta 
pur l'Ottimo che « sua vita fu in Brettinoro: il più fuggi la 
città quanto potette, siccome nemica di gentili uomini ; e, 
quando in lei stette, la sua tavola fu corte bandita ». 

Tale la vita bertinorese in quel breve periodo d' anni che 
corsero dal cadere della Contea all' instauramento della Pre- 
tura, tali gli amici e la brigata di Arrigo fra una battaglia, 
una podesteria e un banchetto, e tali i frutti della pace che, 
se non del tutto spente, certo almeno alcun poco sopite le 
antiche rivalità tra i Bulgari e i Mainardi, durò dal 1202 
al 1218. 

Col quale ultimo anno ha termine, insieme col primo periodo 
della vita della famiglia Mainardi, la forza e il dominio reale 
e nominale di lei in Bertinoro. Smantellate le torri e rase al 
suolo le case tutte di sua gente, Arrigo andò esule due 
anni per le terre d'Italia, e, quando rientrò, dovette giurare 
fedeltà e ubbidire a Ugolino di Giuliano di Parma creato 
podestà o pretore da Corrado Vescovo di Spira e Cancelliere 
del re di Puglia Federico II, il 12 Settembre del 1220. 
Poco potè Ugolino godere l'autorità che gli era stata con- 
ferita perchè l' anno stesso fu ucciso in Ravenna, ma, es- 
sendo stato a lui sostituito Goffredo Conte di Biandrate, 
Arrigo ebbe anche a vedere la sua nobile terra data per 
300 marchi di argento da Pietro Bono giudice di Ra- 
venna a Giovanni di Guarnaccio Conte di Romagna e nunzio 
di Alberto Arcivescovo di Magdeburgo. La sua vita do- 
vette quindi essere di semplice privato inteso a riparare 
i danni della mala fortuna della sua famiglia, ma non si 
che per la nobiltà della sua casa, e per i meriti suoi per- 




240 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

sonali non appaia altra volta nei monumenti importanti 
della storia della Romagna e tra i personaggi più illustri. 
E ciò fu nell'occasione che il podestà Raimondino di Zo- 
colo raccolse il senato a Ravenna perchè fosse creato pro- 
curatore della città e dello stato Paolo Traversara. Tra i 
senatori eh* ivi convennero numerosissimi, e che « in primis 
eminebant » il Rossi, accanto a Geremia da Polenta, V amico 
e il prigioniero di S. Varano, e a Guido da Prata ricorda 
il nome di « Henricus Mainardus » il quale chiude con 
quest' atto la sua lunga e nobile esistenza ('). 

Guido del Duca aveva, dunque, ragione di piangerne la 
morte e di far segare per mezzo la panca sulla quale erano 
soliti di sedere, perchè altri non vi sedesse « allegando ibi 
similem non habere ». 



III. 

€ BrettinorOy che non fuggi na 
Poi che gita se n*è la tua famigìia 
E molta gente per non esser ria? » 

(Purg. XIV vv. 112. 14). 

Erede dell'autorità morale e politica di Arrigo su Berti- 
noro, ma non figliuolo di lui né per alcun' altra guisa degno 
di lui, fu Alberigo o, come più spesso è chiamato, Alberi- 
guccio de* Mainardi. Però da nessun documento che lo ri- 
guardi, e sono molti, è dato di poter rilevare una volta sola 
il nome del padre, se pure il « Mainardi » con che di quando 
in quando lo si designa, in luogo di « de Mainardis », non 
debba essere interpretato e come cognome e come nome, 
ossia « di Mainardo ». Nel qual caso è probabile ch'egH 
possa essere figliuolo di Mainardo nato da Guido, 1' uno dei 



i}) € A. 1330. » Terr**. Ravenne plebatu S. Stephani in Tegurio in 
fondo Batìpalee « confinanti » heredes domine Traversarie et domini 
Rigonis Mainardi > Reg. Bernicoli ( S. Giovanni Evangelista ). 



GUIDO DEL DUCA B LA FAMIGLIA MAIKABDI. 241 

due figliuoli di Arrigo ricordati negli atti che su abbiamo 
riportato e che appartengono al 1201, 1202, 1209. Il docu- 
mento poi dal quale si ricava che Guido ebbe un figliuolo di 
tal nome è, lo vedremo, del 1257 e ben converrebbe alla 
cronologia dei fatti che si riferiscono ad Alberiguccio, i quali 
vanno dal 1249 al 1309. 

Il Casini opinò che cos( Guido come Drudo premorissero al 
padre; certo òche, anche dopo le più minute ricerche ch'io 
ho fatto al proposito, non sono riuscito ad abbattermi in atto 
alcuno dal quale appaia che Guido vivesse oltre il 1209 e 
Drudo oltre il 1225, e di Drudo non pare che vi sia stata 
discendenza (^), e* di Guido solo quel figliuolo Mainardo che 
abbiamo testé ricordato. Il quale, o per trovarsi alla morte 
del nonno ancor troppo giovane o per altre ragioni che non 
è possibile definire, nessuna parte ebbe nelle vicende cit- 
tadine che si svolsero tra gli ultimi anni della vita di Arrigo 
e il sorgere della potenza di Alberiguccio, come non ne ebbe 
verun altro della sua famiglia. Rimane solo storicamente pro- 
vata, anche in quest'intervallo, la guerra latente tra i Bulgari e 
i Mainardi e la particolare designazione di alcuni di questi, ciò 
è di Ubertino e di Ugolino. 

Cosf quando, due anni dopo la convocazione del Senato 
in Ravenna per eleggere a procuratore Paolo Traversara, fu, 
il 20 Settèmbre del 1230, fatta e stipulata l'alleanza tra 
il Comune di Ravenna, i Forlivesi, i Riminesi e gli « uomini » 
di Bertinoro, che inviarono al Consiglio di Forlf come loro 
rappresentanti Bulgarello degli Oddi podestà, Panzo giudice, 
Marchisino, Rodolfino e Ugolino Onesti, ambasciatori e Az- 
zolo di Pier da Cortina sindaco, questi vollero che, alla 
presenza dei vicari del Podestà di Forlf e di quelli di Rimini 
e di Ravenna, fosse tra i patti particolarmente fermato che 
sarebbe in Bertinoro conservata la pace fra i Bulgari e i 



(^) non è figliuola di lui qnell' < Imelda Mainarci > che il 25 
Aprile 1235 diede a So pere Io di S\ M^. in Porto una possessione posta 
in Pieve Quinta, che prima era stata di Drudo ? ( Reg. Bernicoli. ). 



244 B. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

più vicini agli avvenimenti ricordali, beni da quelle parti, 
basterà ricordare un atto del 1328 in cui < Dominus Ugo- 
linus de Mainardo » è tra i confinanti di un fondo posto 
nella pieve di S. Cassiano, e un altro del 20 Maggio 1247. 
Quest'ultimo poi è di singolare importanza e riguarda la 
moglie di lui llichilicia, la quale, in villa Marignano di 
Pieve Quinta, col consenso del marito, cede a Chiara 
figlia del fu Geremia da Polenta ogni sua ragione sui beni 
mobili ed immobili di Adela-^ia figlia di Guido Lazzari, salve 
certe parti e legati ad altri dovuti. E altri atti e documenti 
attestanti le ricchezze dei Mainardi qui e altrove avremo 
occasione di ricordare più avanti. 

Tornando ora alla storia politica di questa famiglia, osser- 
viamo che dagli ultimi patti a lei cos( dannosi sino al 1248 
non occorre più avvenimento alcuno di qualche importanza 
nel quale si mescoli il nome suo. In questo periodo sembra 
eh* essa abbia soltanto atteso a riparare, e Tabbia più che suf- 
ficientemente saputo fare, i danni sofferà per affermare poi 
di nuovo con durevole sicurezza il suo potere. Il che si 
comincia a rilevare da una lettera che Ottaviano Ubaldini, 
Diacono Cardinale della Chiesa Romana dal titolo di S*. M*. 
in Via Lata e legato apostolico in Romagna, indirizzava ai 
Mainardi da Faenza il 18 Giugno 1248. Aveva egli costi- 
tuito a suo procuratore Teodorico Arcivescovo di Ravenna e 
gli aveva commesso le sue veci, dandogli potestà che potesse 
ricevere a comandamento e ad ubbidienza della Chiesa Je 
terre tutte di Romagna. Intanto egli per suo conto assogget- 
tava Imola e le castella di Dozza e di Fognano, e via via 
otteneva giuramento di soggezione e di fedeltà da Forlf, 
Cesena, Imola e Ravenna. Rimaneva ancora, di città impor- 
tanti. Faenza, ma anche questa, dopo quindici giorni di asse- 
dio, si arrese, e Ottaviano, fermatosi ivi alquanto, scrisse ai 
Mainardi « Dilectis in Christo omnibus de parte Mainardo- 
rum salutem > notificando loro di avere delegato l'Arci- 
vescovo di Ravenna a procedere contro i ribelli. E ribelli 
erano ancora i Bulgari, i Conti di Castrocaro, i Cerviesi e i 
Forlimpopolesi, i quali tutti si arresero anch' essi cosf che la 



GUIDO DEL Dl*CA E LA FAMIGLIA MAINABDI. 245 

Romagna, la quale prima era occupata dall'Imperatore, fu in 
tutto ricuperata alla Chiesa Romana. 

Con che i Mainardi cominciano anche ad apparire non più 
rigidi seguaci dell'idea ghibellina e nemmeno più indecisi o 
freddamente tendenti ora dall'una e ora dall'altra parte, ma 
apertamente guelfi, quantunque, a loro giustificazione, si possa 
addurre che il Cardinale, sebbene combattesse più anni per 
il papa contro l'imperatore, fu d'animo più tosto ghibellino, 
che soltanto una parte di essi si mostrò devota al legato e 
cEe, presto, tornarono tutti quali prima erano stati. Quanto 
poi alla soggezione diretta all'arcivescovo di Ravenna pare 
che tutti anche allora fossero concordi a non volerne sapere. 
Certo è che non erano ancora passati due anni che l'Arcive- 
scovo si lamentava dei Conti di Bertinoro (il nobile titolo di 
« Contea » o di < Comitato > si conservò per lunghissimo 
tempo dopo la morte di Cavalcaconte, e per e Conti > pare 
che ora si debbano intendere i maggiorenti del paese) perchè 
avevano recato danno a' suoi beni di Casamurata, di Massa 
Gradicia, del Monastero d* Urano, di S. Severo, di S. Apollinare 
in Classe, di S. Rufillo. L'anno seguente, 1251, il Preposto di 
Faenza scHveva all'Abate di S. Rufillo di Forlimpopoli di pro- 
cedere in causa tra Filippo Arcivescovo di Ravenna e il Comune 
di Bertinoro. E nello stesso anno Innocenzo IV raccomandava 
all'Arcivescovo la pace di Romagna tra quelli che erano fe- 
deli alla Chiesa o gli altri che Federico II aveva alienati 
dalla devozione di lei. Tra i paesi che si erano sottratti è 
ricordato Bertinoro. 

La quale pertinacia nel non volere in alcun modo essere 
soggetti all' < eletto di Ravenna » i Bertinoresi ancora me- 
glio la addimostrarono l'anno 1257. Era in quell'anno podestà 
di Bertinoro Tommaso da Fogliano di Reggio già costituito 
Rettore e vicario imperiale per la Romagna da Guglielmo re 
dei Romani con bolla data da Magdeburgo ai 17 Giugno 1253 
e in pari tempo da Papa Innocenzo IV, di cui era nipoto e 
maresciallo; poi era stato podestà di Ravenna nel secondo 
semestre del 1256. D'animo mite, aveva facilmente acconsen- 
tito a prendere in moglie una nipote di Paolo Traversara e 



246 R. DBPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

figliuola illegittima di un figliuolo di lui che Io zio Pontefice, 
dopo averla legittimata, gli aveva proferto, e nel breve tempo 
della sua podesteria a Ravenna e nel Rettorato e Vicariato di 
Romagna si era reso caro a tutti. Alla quale universale afiezione 
deve pure aver concorso in alcuna parie la rara bellezza e bontà 
di sua moglie Traversara (frate Salimbene che la vide più volte 
ne dice maraviglie), come più tardi concorse e il figliuolo loro di 
nome Paolo pur bellissimo e generalmente amato, spentosi nel 
fiore degli anni. S' aggiungeva poi ancora, e ciò sia detto senza 
malizia, ch'egli era di una ignoranza piuttosto rara, anche a 
que' tempi, per un personaggio della sua condizione, tanto 
che non sapeva neppure scrivere. Ciò é attestato da un atto 
del 6 Agosto del 1256 il quale è sottoscritto dal notare « de 
mandato et vice dicti D. Thomae scribere ignorantis >. 

Ora, dunque, avendo i Bertinoresi per podestà Tonomaso 
da Fogliano, si sottrassero di nuovo all'obbedienza della 
chiesa di Ravenna. Il legato apostolico, Filippo, s'era perciò 
rivolto al papa perchè minacciasse contro di loro i suoi ful- 
mini; e Filippo — meno impetuoso dell'Eletto — si limitò a 
commettere, per mezzo deli' Abate di S. Felice in Bologna, 
a Giacomo Preposto di Faenza e a Guido ostiario della 
Canonica di Forlimpopoli di adoperarsi perchè i giusti desi- 
deri dell'Arcivescovo fossero soddisfatti. Furono, a tal fine, 
mandate dai mediatori lettere ai Bertinoresi, e Tommaso 
da Fogliano costituf l'anno stesso, ai 3* di Luglio, Sibaldo 
procuratore del Comune a trattare, di persona, con essi. Ma, 
certamente, non si venne a nessuna conclusione di pace, per- 
chè a df 16 Ottobre il Pontefice scrisse a tal fine nuove lettere 
all'Abate del Cenobio di S. Rufillo in Forlimpopoli, al pre- 
vosto di Faenza e all' Abate di S. Felice in Bologna, giudici 
tra l'Eletto e i Bertinoresi. E dette lettere furono conse- 
gnate a Tommaso da Fogliano nel cortile della casa di Ugo- 
lino Mainardi e lette alla presenza di Giacomo degli Ange- 
letti, giudice del Comune di Bertinoro e assessore di Tommaso 
da Fogliano, del detto Ugolino Mainardi, di Bernardo d'Ug- 
geri, di Mainardo del fu Guido e di Alberto Fortegurra ('). 

(») Carrari <' St. di Rom*. » sotto V a 1257. 



GUIDO DEL DUCA B LA FAMIGLIA MAINARDI. 247 

Non per ciò i Bertinoresi si sottomisero e furoDO quindi 
scomunicati. E se la sottomissione avvenne più 4ardi è da 
credere che non fosse sincera, come, certo, non fu duratura. 
Perchè erano appena passati cinque anni che il Comune e gli 
uomini di Bertinoro (cosi racconta il Ghirardacci e desume 
Tatto dal libro delle « Reformagioni e provisioni » segnato 
con la lettera H a fo. 466 dell' Arch. Cora, di Bologna), bra- 
mosi di aver pace e amicizia coi Bolognesi, per lettera die- 
dero l'agguaglio di questo loro desiderio al Pretore di Bologna, il 
quale insieme con gli anziani e i consoli dei mercanti e del po- 
polo nel Consiglio speciale e generale elesse Sindaco Ugo- 
lino della Paglia con ampia potestà di trattare coi Bertino- 
resi. Dall'altra parte il Comune di Bertinoro nominò a suo 
Sindaco Àttendolo e ben presto si contrasse la desiderata 
amicizia. Ora tra le molte e importanti convenzioni fu 
delle prime e principali questa che il Rettore e Governa- 
tore il quale sarebbe stato mandato ogni anno dalla città 
di Bologna e sarebbe stato accompagnato da un giudice pur 
esso bolognese e competente per tener ragione a tutti i 
Bertinoresi secondo la forma degli statuti loro, avesse ob- 
bligo di mantenere la pace e la concordia fra le parti dei 
Mainardi e dei Bulgari, secondo il tenore dell' {strumento 
della pace tra essi fatta. 

E del non aver Bertinoro voluto acconciarsi alla sogge- 
zione della Chiesa e dell'aver continuato a seguire le sue vecchie 
tradizioni ghibelline sono prova gli atti che seguono. 11 14 
giugno 1276, avendo il Consiglio di Rimini creato suo procu- 
ratore e mandatario Berlinghiero degli Amorosi peixshè, a 
nome del Comune, di Malatesta da Verucchio, di Paolo suo 
figliuolo, dei fuorusciti di molte città e luoghi di Romagna 
che componevano la parte guelfa, trattasse la pace con Bo- 
uifazio ArcivìBscovo di Ravenna e con quanti seguivano e 
componevano la parte ghibellina, tra i sindaci ghibellini è ri- 
cordato pur quello del « castello di Bertinoro >. Co^ due 
anni dopo, il 22 Giugno, Nicolò III, scrivendo alle città di 
Romagna perchè ritornassero alla devozione della Chiesa, 
pone tra queste il « Castrum Brittenorum > e il 30 dello 



248 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

stesso mese, Goffredo, nunzio di Rodolfo I, comandando a 
quelle stesse terre di voler riconoscere la signoria della 
Chiesa Romana, ricorda tra esse Bertinoro. 

Intanto, il 24 Settembre 1278, il Papa Nicolò III eleg- 
geva a < conte e rettore della provincia di Romagna, Bolo- 
gna e ('ontado di Bertinoro per la santa romana Chiesa » il 
nipote suo Bertoldo Orsini (« de filiis ursi ») uno di quei 
tali per cui Nicolò pena nella bolgia de' Simoniaci e per cui 
dice le parole famose: 

< E veramente fui figiiuol dell' orsa 
Capido si neir avanzar gli orsatti 
Che sa V avere, e qui me misi in borsa » 

( Inf. C. XIX. vv. 70. 2 ) 

e il 14 febbraio dell'anno dopo lo stesso Nicolò aveva confer- 
mate da Rodolfo, re dei Romani, con le formolo più esplicite, le 
passate donazioni, tra le quali il « Comitatum Brictenorii ». 
Fu, allora, necessità il piegarsi, ma per breve tempo. 
Che Guido I « il più sagace e sottile uomo » de' suoi 
tempi per giudizio del Villani, o 1* « iniquitatis filius et pra- 
vitatis almunus » com'è detto negli atti pontifìcii del 1281, 
invase in questo stesso anno 1281, la Romagna e, oltre a molti 
altri luoghi, s'impadronf anche di Bertinoro. E a lui i Berlino- 
resi erano tuttavia devoti quando il V Maggio del 1282 egli 
respingeva l'assalto dato a ForH dai francesi e dai guelfi con- 
dotti da Giovanni « de Appia > o ^ de Epa » Conte e rettore 
di Romagna per Martino IV e faceva 

€ la lunga prova 

£ de* Franceschi sanguinoso mucchio ». 

(Inf. C XXVII. vv. 43. 5) 

Ciò non ostante seguf, come è noto, poco di poi la sottomis- 
sione di lui e Giovanni de Appia (contrariamente a quanto 
aflfermano il Cobelli e il supplemento agli Annali Forlivesi) so- 
pravvissuto all'eccidio, fu nel 1283 riconosciuto di nome e di 
fatto quale Rettore generale della Flaminia, di Bologna, del 



GUIDO DEL DUCA E LA FAMIGLIA MAI NARDI. 249 

< Castrum Britonorii » e delle sue dipendenze. E ad Uguccione 
e Betino fratelli bertinoresi che della Chiesa romana non ne 
volevano sapere e avevano ucciso il loro podestà, eh* era 
cittadino romano, e posto in sua vece Bertoldo Orsini del 
quale si è fatto cenno più sopra, furono per ordine del Pon- 
tefice Martino IV, che allora si trovava in Orvieto, seque- 
strati tutti i beni eh' erano molti e vasti, e concessi a Guido 
da Polenta, figliuolo di Lamberto, per compensarlo del va- 
lore e dei danni patiti durante l'ultima guerra contro i ne- 
mici comuni. 

Questi i fatti di maggiore importanza che riguardano 
Bertinoro e, più particolarmente, la famiglia Mainardi tra il 
declinare della fortuna e della vita di Arrigo, il ghibellino 
* savio, largo, prudentissimo » e « cavaliere pieno di coi-tesia 
e d'onore ;► e il sorgere di Alberiguccio, tetra figura di guelfo 
astuto e versipelle. 

La più antica memoria che ricorra di lui è del 13 gen- 
naio 1249. È ivi ricordato come testimonio in un atto che 
riguarda Ubertino Mainardi e un feudo posto in Brusabecco 
del territorio ravennate e della Pieve di Bisignano ('). Poi 
non s'incontra più che nel 1284, allo scomparire di Ugolino. 
Il che non significa che in questo periodo di circa trenta- 
cinque anni egli sia rimasto del tutto in disparte e non abbia 
politicamente vissuto, ma indica più tosto o che non approvò 
le rinnovate tendenze ghibelline della sua famiglia e della 
sua patria, o che, fuori di essa, si addestrò nell'esercizio di 
pubblici uffici e, diciamolo subito, nell'arte di soverchiare 
altrui. A favore delle quali ipotesi sta il fatto che nel 
primo semestre di quell'anno 1284 egli era Pretore di Ca- 
strocaro. E ivi, in tale ufficio, compie il suo primo atto po- 
litico e di non lieve importanza a chi ne consideri i modi e 
le tendenze. 

Bonifazio, figliuolo di Glazesio Conte di Castrocaro, un 
bel giorno si assentò dal paese e andò a Cesena dove era 
aspettato da Bonifazio Arcivescovo di. Ravenna per ritirare 

(}) Reg, Bernicoli. 

16 




250 * R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

da lui una pattuita quantità di danaro, alla presenza del Conte 
Uguccione, pretore di Ravenna. Non passarono poi molti 
mesi che Guglielmo da Carpeneto, Giuliano, Ben\'^nuto, Pas- 
sero e Pietro, che negli atti sono detti i « maiores defen- 
sores » cioè i capitani del popolo di Castrocaro, e alquanti 
altri, scelti da Alberguccio Mainardi bertinorese, pretore di 
Castrocaro, per decreto e autorità del senato, ad onore di 
Dio, del pontefice, di Bernardo Vescovo di Porto, legato, e 
di Guglielmo Durante Conte e Rettore della Flaminia, chie- 
sero e designarono Bonifacio Arcivescovo di Ravenna Pretore 
e Rettore di Castrocaro per un anno e con lo stipendio di 
cento dieci lire ravennati, non umile ofia al goloso 

< Che pasturò col ròcco molte genti %. 

( Pug. XXIV. T. 30 ) 

Ma dal 1284 al 1291 non restano più tracce di Alber- 
guccio né nella storia bertinorese, né in quella più generale 
di Romagna. Fu questo il tempo da lui passato in Ferrara 
alla corte del Duca Rinaldo d'Este, del quale fu primo mi- 
nistro e confidente e dal quale fu mandato ambasciatore al 
re di Francia e ad altri grandissimi personaggi? Veramente 
non dispiacerebbe a chi va narrando i fasti della famiglia 
Mainardi veliere Alberguccio cosf in alto; ma la notizia, data 
da Pietro Tonini, non regge perchè egli confonde Alber- 
tino Mainardi ferrarese, con Alberigo Mainardi bertinorese. 

Restano, in conclusione, sette anni nei quali non ricorre 
più il nome di Alberigo che, forse, non peregrino in terre 
lontane, ma nel suo proprio paese andava gettando Je basi 
e costruendo V edifizio di una vera e propria signoria. Al 
che dovevano specialmente persuaderlo e la naturale ambi- 
zione e i ricordi di famiglia, ma non meno ancora il succe- 
dersi quasi vertiginoso di legati pontifici o inetti, o impru- 
denti, cattivi. 

Ultimo dei quali fu Stefano Colonna di Genazzano che qui 
venne, col titolo di conte e rettore, nel dicembre del 1289. 
Ricevuto da prima con ogni maniera di onori, cadde ben 



GUIDO DEL DtrCA B LA FAMIOLIA MAINARDI. 251 

presto in disgrazia delle popolazioni o per i suoi modi aspri 
e severi, o per l'imposizione di nuove gabelle, o per l'in- 
flessibile orgoglio delle parti depresse e vi fu congiura e 
aperta rivolta dei Riminesi la sera del 20 Aprile 1290 e, 
più tardi, dei Ravennati i quali, con alla testa Ostasio e 
Ramberto figlio di Guido da Polenta, la sera del 13 No- 
vembre dello stesso anno 1290, si fecero improvvisamente 
addosso a lui e lo carcerarono insieme a un suo figliuolo 
e a tutta la sua famiglia. Gli Annali di Cesena aggiungono 
che vi consentirono tutti i baroni di Romagna, la quale fu 
COSI tolta interamente agli ufficiali della chiesa. 

Saputasi la cosa dal papa Nicolò, questi inviò subito il 
22 Dicembre seguente come « conte e rettore di Romagna, 
di Bologna e del contado di Bertinoro » Ildebrandino dei 
Conti Guidi di Romena, vescovo di Arezzo, col doppio inca- 
rico e di richiamare all'obbedienza della Chiesa le città e 
le terre che negli ultimi tumulti si erano sottratte e di libe- 
rare Stefano Colonna e gli altri suoi. Giunto, pertanto, in 
Romagna e, da uomo esperto qual era, convocati gli amba- 
sciatori di quasi tutte le città e ottenutone il consenso e 
r appoggio, intimò ai Polentani di liberare il Colonica e di 
sborsare tre mila fiorini d'oro a risarcimento dei danni. Egli 
poi prometteva di assolvere essi e i Ravennati tutti da ogni 
colpa. I Polentani accettarono i patti e diedero malleveria 
che in tre pensioni avrebbero versata la somma pattuita. As- 
sicurarono il mantenimento della promessa, e a ciò si obbli- 
garono in solido, dietro vivissime instanze di Guido da Polenta 
e dei sindaci del Comune di Ravenna, Malatesta da Verucchio, 
Rodolfiiio da Caliscese, Maghinardo di Sosinana, Rainerio Conte 
di Cunio, Rainerio Calboli, Alberguccio Mainardi bertinorese, 
Tebaldo e Teoderico Qrdelaffi, Orgogliosi Guaitero e Geremia 
Rosso di Forlì. 

Indi il 24 Gennaio lo stesso Ostasio e Lamberto insieme 
con Liuzio Balbo Sindaco di Ravenna, nei campi presso Faenza, 
consegnarono liberi nelle mani di Ildebrandino Stefano Co- 
lonna, il figliuolo Giovanni e gli altri tutti, alla presenza di 
Pietro Vescovo di Vicenza, dell'Arcivescovo Bonifazio, «li 



252 R. DGrUTAZlONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Zoterio Vescovo di Faenza, dì Gerardo generale dei Camal- 
dolesi, di Aghinolfo e di Alessandro di Ronaena — i falsa- 
tori della lega del Battista — di Alberto e di Àzzolìno Conti 
di Mangona, di Ghelfo Cavalcanti, di Sinibaldo Pulci e di Lapo 
Salterelli, cittadini e oratori di Firenze e chiari per danteschi 
ricordi. E cosi come i Polentani anche lldebrandino attenne 
ogni promessa e il Colonna e i suoi lo stesso giorno nel quale 
ebbero la libertà attestarono in pubblico atto» rogato nella pre- 
tura di Faenza, che loro era stata data soddisfazione da Ostasio 
e Lamberto Polentani e da Liuzio Balbo per i Ravennati, da 
Ugo Asprone per i Faentini, da Nicolò Maestro per i Forli- 
vesi, da Barchino Palazzi per i Cesenati, da Alberguccio Mai- 
nardi per i Beviinoresi, per i fratelli, i nepoii e i fedeli 
suoi, da Rainerio de'Calboli per i Meldolesi, e da altri che 
non è qui il luogo di ricordare. 

La pace che, con finezza diplomatica non scompagnata da 
apparecchi di guerra e dalla minaccia dei fulmini della Chiesa, 
lldebrandino era riuscito ad ottenere fu però di breve durata. 
Perchè, morto nell'aprile del 1292 Papa Nicolò e i Cardinali 
non trovandosi d'accordo nella nuova elezione, la sede apo- 
stolica rimase vacante per due mesi e cosf lasciò i comuni di 
Romagna in piena anarchia politica e morale. I quali in pochi 
mesi, per generali rivolte e sollevazioni, si sottrassero tutti al- 
l'impero del Conte, meno Bertinoro, Castrocaro e Cesena. Ne 
valse che Vitale Bagnolo di Ravenna con grande moltitudine 
di gente armata tentasse di espugnare il castello di Bertinoro 
perchè questo, mercè l'ostinata difesa de' suoi e la fortezza 
sua, rese vano ogni tentativo e sprezzò ogni minaccia degli 
assalitori. Anzi segui poco di poi da parte dei Bertinoresi fiera 
rappresaglia. 

Saladino e Letirolo, fratelli, de' Bulgari e Malesardo e 
Omodeo, fratelli, e Ubertino figliuolo di Baldinetto de' Mai- 
nardi, unitisi ad alcuni nobili Ravennati, tra i quali Geremia, 
Alberico e Francesco Polentani, figliuoli di Guido e nipoti di 
Alberico, Onestino, Saladino, Valeriane, Bartolino figliuolo di 
Vincenzo Onesti, a parecchi Cesenati, tra i quali i fratelli 
Afticlini, e ad alcuni Orgogliosi di Forlf nell' aprile di quello 



GUIDO DEL DUCA B LA FAMIGLIA MAINARDI. 253 

siosso anno 1292, o messa insieme una moltitudine d'uomini 
a cavallo e a piedi, con grande apparato di strumenti 
guerreschi, irrupp»?ro nella campagna ravennate, presso la 
Chiesa di S. Zaccaria, distruggendo e depredando buoi, 
vacche, cavalli e masserizie di casa. Nò a questo contenti, 
crivellarono di ferite Tomaso Ravaldo fratello di Cristiano, 
s' impadronirono di Lazzaro Cursino, abbruciarono la Chiesa 
stessa di S. Zaccaria,- tutto sfregiando e rompendo, e porta- 
rono via con sé le campane. 

Per questa ed altre simili enormità furono citati di com- 
missione di Lorenzo de'Guassi di Parma, giudice, vicario e 
assessore di Guido del fu Lamberto da Polenta, podestà di 
Ravenna, con la minaccia dell'esilio e del bando se non si 
fossero presentati entro due giorni. Al che non avendo essi 
ubbidito, furono prima condannati a pagare due mila lire ra- 
vejinati con altra minaccia che, se entro due giorni non aves- 
sero pagata la somma, sarebbe stato ritenuto e punito ciascun 
di loro quale omicida e assassino da strada. 

E tumulti maggiori e più larghi seguirono durante la va- 
canza della santa sede. 1 Ravennati, a vendicare recenti umi- 
liazioni, e coi Ravennati i Cerviesi, Maghinardo da Susinana 
e altri confederati andarono su Forlì e, circondatolo da ogni 
parte, costrinsero Ildebrandino Conte di Romagna a fuggir- 
sene, il cinque giugno, a Cesena, seguito da pochissimi 
de' suoi, e i fedeli a riparare a Castrocaro, a Dovadola, 
a Bertinoro. Fecero quindi prigioni Aghinolfo, fratello di 
Ildebrandino, con due suoi figliuoli e s* impadronii'ono in 
breve tempo di tutti gli altri luoghi della provincia, fatta 
eccezione di Cesena, di Castrocaro e di Berliuoro che soli 
rimasero alla chiesa. Né guari stette che anche Cesena venne 
nelle loro mani, perchè la lega, fatta ora più forte degli aiuti 
di Forlì, pose gli accampamenti presso il Savio il di' 17 giugno 
e incominciò regolarmente l'assedio. Il quale però fu di bre- 
vissima durata, perchè giunti a Cesena Malatesta e il figliuolo 
di lui Malatestino, i quali dai confederati erano già stati 
eletti in Faenza potestà l'uno di Cesena e l'altro di Berti- 
noro, con l'intendimento di ricondurre poi in questi stessi paesi 



254 R. PBPUTAZIONB DI {Hi'OBlA PATRIA t*BR LA ROMAGNA. 

Rodolfìno da Calliscese, Udebrandlno, secondo che racconta il 
Rossti, affidata la podesteria di Cesena e di Bertinoro al solo 
Malatestino, il giorno dopo se ne parti'. 

Quantunque le cose volgessero cosf a male, tuttavia Ude- 
brandlno rimase, per T intromessione dei Bolognesi, Conte e 
Rettore di Romagna fino al 4 Settembre 1294, nel quale anno 
da Papa Celestino V gli fu surrogato Roberto di Gornav, 
che entrò in provincia a di 12 ottobre dell'anno stesso, ma' 
che poco vi durò per la rinuncia * al Pontificato di Papa 
Celestino e per la conseguente consacrazione di Bonifa- 
zio Vili a d( 2 del 1295. Venne allora in Romagna — ma 
solo il 10 Aprile, quantunque la nomina cada nel gennaio — 
qual Conte e Rettore Pietro Gorra arcivescovo di Monreale, 
poco benevolo ai Guelfi e, in particolare, alla casa Mala- 
testa, e, a ciò intendendo, cominciò col far rinunciare a 
Malatestino la Podesteria di Cesena e, pare, anche quejla 
di Bertinoro, pochi giorni dopo la sua venuta, cioè il 27 di 
Aprile. 

La tiepidezza del Conte nel favorire apertamente ed effi- 
cacemente la parte guelfa fu cagione che questa si rendesse 
più difiìcile a contenersi della ghibellina e che qua e colà in 
Romagna si rendessero più vive e più feroci le ire e le guerre 
intestine. Dove però queste maggiormente infierirono e furono 
più tristi di amare conseguenze fu a Faenza. Ivi il df 3 Agosto 
del 1295 si combattè accanitamente tra i conti di Cunio e i 
Manfre<]i da una parte e Maghinardo da Susinana — « ghibel- 
lino di sua nazione e in sue opere » tra noi — e gli amici 
suoi dall'altra. I Conti e i Manfredi ebbero la peggio e Ma- 
ghinardo divenne signore della ciUà. E sujierfluo aggiungere 
che i vinti furono cacciati. Tale sconfitta della parte guelfa 
ebbe poi sua ripercussione in Ravenna da dove, il giorno 
stesso, vennero espulsi Guglielmotto dei Traversar!, i figliuoli 
di Guido Riccio, i figliuoli di Vincenzo Onesti e altri assai. 

Le quali novità arrivate a Bertinoro, anche lo stesso 
giorno, 3 Agosto, misero a rumore i Mainardi guelfi che, im- 
paurili dal sormontare della fazione ghibellina o indottivi 
dalla brama di un potere incontrastato, ne cacciarono tutti 



« 



GUIDO DEL DUCA E LA FAMIGLIA MAINARDI. 2ó5 

gli aderenti, incominciando da quelli del proprio sangue. Gli 
Annali Cesenati ricordano l'avvenimento con queste parole: 
« Et die dieta, audito tales novitates a Mainardis de Breti- 
norio, Baldenetum de Mainardis et raultos alios, ac partem 
gibellinam expulerunt de Bretonorio ». 

Ora a capo degli espulsori si trovava indubbiamente Alber- 
gaccio, il guelfismo del quale appare sempre più forte e tenace 
nei fatti che seguirono poco di poi. 

A Pietro Gerra, arcivescovo di Monreale, era stato so- 
.<tituito il 6 maggio del 1295 Guglielmo Durante Vescovo 
Mimatense, celebre legista, che s' intitolava Marchese di 
Ancona e Conte e Rettore di Romagna, di Bologna e di 
Bertinoro. Giunto sulla fine del mese a Cesena, ivi convocò 
il Parlamento al quale intervennero il Vescovo di Monte- 
feltro co' suoi Conti, Maghinardo, quei di Calboli ed altri. 
V'erano, cioè, i rappresentanti dell'una e dell'altra parte. 
Questo sappiamo, e sappiamo anche che le cose ivi trattate 
furono condotte molto a lungo e senza venire ad alcuna 
conclusione che a lui piacesse: di che egli sdegnato lasciò il 
13 Novembre Cesena e, quasi a confortarsi del suo primo 
atto politico infruttuoso e a fine di trovarsi fra gente più devota 
e sicura, si ritirò a Bertinoro. 

Né gli riuscf meglio T altro general parlamento convocato 
in Rimini l'il Aprile 1296. Narrò egli, con retorici colori, 
gli eccessi commessi nella provincia da vart comuni e da pri- 
vati ribelli alla Chiesa: sottopose ad interdetto ecclesiastico 
città e proferf sentenze di scomunica contro gli autori degli 
annoverati delitti (Vignozio, Francesco e Ondedeo Marchioli 
di Bertinoro furono ricordati espressamente), ma tutto riuscf 
vano e i ribelli si rinforzarono di nuove e valide alleanze. 
E, cioè. Cesena, Forlf, Imola, Bagnacavallo, gli esuli di Ra- 
venna, di Rimini e di Bertinoro co* loro amici strinsero patti 
di reciproca difesa e offesa con Azzo Marchese di Ferrara, 
col comune di Modena, di Reggio, e con la fazione dei Lam- 
bertazzi di Bologna. 

E alle alleanze si accompagnarono le rappresaglie e le 
guerre aperte. 



256 U. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Il Conte Galasso di Montefeltro, Maghinardo di Susinana 
coi Cesenati, Forlivesi, Faentini e la lega loro posero, il 
21 Giugno del 1296, assedio a Castelnovo, tenuto dai Calboli, 
ed ivi stettero per ventiquattro giorni senza potersene impa- 
dronirò. Stando cosf le cosa, il 15 del Luglio seguente, Rainerio, 
Fulcherio, Francesco e Giovanni Calboli con quasi tutti quelli 
della loro casa, di nascosto, con quei di Rimini, di Ravenna, 
di Cervia e di Bertinoro ed altri assai entrarono in Forlì ed 
ivi uccisero, tra i più noti, Teodorico e Giovanni degli Orde- 
laffi e Giovanni degli Orgogliosi. La qual cosa saputa da quelli 
che avevano posto T assedio a Castelnovo (e v'era anche 
Scarpetta degli Ordelaffi figliuolo di Tebaldo, donde era stato 
facile ai guelfi confederati d' impadronirsi della città) corsero 
velocemente su Forlf, che con forza e destrezza poterono fa- 
cilmente ricuperare, uccisero dei nemici quanti si fecero loro 
incontro — e primi fra questi Rainerio e Giovanni de' Calboli 
e un figliuolo di Albergaccio dei Mainardi — e continuarono 
ad inseguire i superstiti « usque in planum Ravennae >, se- 
condo la frase dell'Annalista cesenate. 

Non, dunque, Alberguccio de' Mainardi, come scrivono er- 
roneamente il Vecchiazzani e il Chiaramonti, ma un figliuolo 
di lui, di cui ci è ignoto il nome per una lacuna del codice, 
cadde spento nella sanguinosa carneficina di quella domenica, 
15 luglio 1296. Alberguccio sopravvisse ancora di parecchi 
anni al figliuolo, sempre più guelfo, cioè sempre più tenace 
ne' suoi propositi ambiziosi e partigiani. 

— A Dio spiacente ed a' nemici sui — il Vescovo di 
Mende restò in provincia poco più d' un anno e, per le que- 
rele dei Guelfi e dei Ghibellini al Papa, fu da questo richia- 
mato e sostituito nella Contea e nel Rettorato da Massimo da 
Piperno e, quale legato, dal fratello di Massimo, di nome 
Pietro Cardinale di S. Maria Nuova. Ma furono inutili pre- 
cetti e impotenti minaccio anche quelle che il nuovo Conte 
e Rettore indirizzò, nel settembre del 1296, ai capi delle 
fazioni. 

E però era appéna passato di pochi giorni l'anniversario 
dell'uccisione del figliuolo di Alberguccio che il Conte Ga- 



GUIDO DEL DUCA E LA FAMIGLIA UA1NARDI. 257 

lasso, il di 21 del 1297, fé' nuova guerra ai Bertinoresi, as- 
sediandoli ed erigendo ai loro danni su Montemaggio un 
nuovo, bellissimo castello. Gol quale e con altri posti ali* in- 
torno si proponeva d'impedire che alcuna vettovaglia potesse 
entrare nel paese assediato e cosi averlo per fame, non pen- 
sando cosa possibile T impadronirsene per forza a cagione 
della resistenza che avrebbero presentata le mura, i baluardi 
e la sua stessa posizione. 

Intanto che l'assedio durava e s' incominciavano a sentire 
i primi danni della mancanza di vettovaglie, anche perchè i 
vicini erano tutti della fazione avversa e i Da Polenta e i 
Malatesta, soli amici, si mostravano indifferenti — Fulcherio 
de'Calboli con gli ambasciatori del Comune di Bertinoro andò 
a Bologna per ottenere aiuti, e gli furono concessi, secondo 
che racconta il Ghirardacci ; ma la concessione fu solo a pa- 
role fu di tale natura da non riuscire ad alcun utile risul- 
tato. Né altrimenti fu del compromesso che per la pace fe- 
cero in Bonifazio Vili Guelfi e Ghibellini il 27 ottobre. 
Mandarono si i Comuni e i Baroni di ambedue le parti loro 
ambasciatori ad Orvieto — e di guelfi v'intervennero Guido 
da Polenta, Malatosta da Verucchio, Fulcherio de' Calboli, 
Fra Alberigo di Manfredi, Rainerio Contò di Cunio e per i Ber- 
tinoresi « Dominus Homo Sanctorum de Arimino Index, Syn- 
(licus et procurator Potestatis, Consilii et communis Bricta- 
norii » — ma del concludere alcun trattato di pace fu nulla. 

F cosi tutto il resto dell'anno e anche tutto il gennaio 
flel 121)8 continuò l'assedio, e con l'assedio crebbero gli or- 
rori della fame. Del che impietosito il Pontefice mandò final- 
mente il gioi-no 10 di Febbraio un suo cappellano, Ruggero 
Gaza, con l' incarico d' impadronirsi delle fortificazioni in nome 
della Chiesa romana. Cosf il Conte Galasso — o rispettoso 
«iella volontà del Pontefice, manifestata in modo cosi decisivo. 
sollecitato da altre ragioni — tolse il lungo e non glorioso 
assedio e permise ai Bertinoresi di presto rifornirsi di quei 
viveri dei quali avevano assoluto bisogno. Il che ci è con.- 
fermato da un atto tramandatoci dal Carrari sotto la data 
del 25 Febbraio 1298 e che qui riproduco, per l'importanza 



258 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

• 

sua, testualmente. « Essendo Rettore Console di Ravenna, 
Lamberto Polentano fece alli 25 del detto mese congre- 
gare il Consiglio de' detti Savii, dove fu determinato per cu- 
stodia, guardia, difesa delle ragioni, giurisdizioni et libertà 
della città, distretto et huomini di Ravenna per grazia spe- 
ciale fosse data licenza, secondo la dimanda di Albriguzzo de 
Mainardi da Brettinoro e degli oratori di Brettinoro di 
estrarre dalla città di Ravenna et condurre e portare libera- 
mente senza pagare dazio o gabella, al castello di Brettinoro 
quattro mila stara di grano alla misura di Ravenna per for- 
nire detto castello ♦. 

Dalla prova difficile i Bertinoresi erano usciti con gli 
onori, ma stremati di forze. Ciò è lecito derivare dal fatto 
seguente. In sul principiare dell'anno 1299, i Bolognesi, nel- 
r occasione della guerra che era tra il loro Comune e Ma- 
ghinardo di Susinana e i Lambertazzi, avevano mandati am- 
basciatori in Romagna per contrarre alleanze e ricevere akiti. 
E questi andati a Ravenna ed entrati nell'adunanza dov'erano 
lutti gli amici loro, cioè Guido da Polenta", Tiberto di Nicola 
Carnevali, i Conti di Cunio, i Manfredi, i Calboli ed altri 
assai esposero le ragioni della loro ambasceria in nome del 
Comune e del popolo di Bologna. Quando fu la volta di li- 
berto di Nicola Carnevali, ambasciatore e sindaco del Co- 
mune di Bertinoro, a nome de* suoi paesani promise che 
questi sempre sarebbero stati pronti personalmente e real- 
mente ai comandi de' Bolognesi purché il loro comune li 
aiutasse < a poter tenere et pascere venticinque cavalli (ar- 
migeri) »; e, non volendo i Bolognesi far ciò, quelli di Ber 
tinoro darebbero i detti venticinque cavalli ai quali i Bolo- 
gnesi facessero le spese « perchè eglino non havevano il modo 
di governarli ». 

Ma oramai la gueiTa guerreggiata volgeva alla sua fine, 
e un'aura di pace veniva alitando da ogni parte in sullo 
spirare del secolo e a breve distanza dall'anno giubilare, 
anche in Romagna. Fra Angelo priore de' padri Predicatori 
di S. Domenico di Faenza se ne faceva promotore e bandi- 
tore; nuove deputazioni accorrevano al Pontefice dai Comuni 



GUIDO DEL DUCA E LA FAMIGLIA MAINARDI. 2ÓH 

a significarne la brama generale e l'assoluto bisogno, cosi 
che col quattro giugno di quell'anno 1299 si 4)0tè dir chiuso 
il luBgo periodo delle lotte fratricide, o, per sostituire a una 
data -un fatto, si potè dir chiuso con la cessione del castello 
di Bazzane ai Bolognesi, per sentenza di Bonifacio Vili, che 
suggellò la pace tra Bologna e il marchese Azzo Vili d'Este. 
E Dante nel marzo del 13C0 poteva con vrrità affermare 
a Guido da Montefeltro che tanta parte aveva avuto in 
quasi tutte quelle loile e che nel settembre del 1298 se 
n'era andato non a Dio ma al diavolo perii consiglio frodo- 
lento dato al « gran prete » ; 

Romagna tua non è e non fu mai 
Senza guerra ne* cor de* suoi tiranni ; 
Ma palese neisuna or ven lasciai. 

(Inf. C. XXVII, vv. 37, 9). 

Se non che quando il poeta scriveva la famosa terzina 
altri fatti di sangue e gravissimi erano accaduti anche nella 
terra di Alberguccio, e dei quali fu questi o autore o attore 
principalissimo. 

Messer Fulcieri da Calboli, nipote di Ranieri — il com- 
pagno di Guido del Duca — cacciato di patria co' parenti e 
la fazione sua nel 1294 e superstite alla strage del 21 
Giugno 1296, visse, docile strumento delle ire dei Guelfi, 
esercitando podesterie ed uffici nelle città rette a Comune. 
Cosf nel 1297 lo troviamo podestà a Milano, e poi ambascia- 
tore di parte guelfa ad Orvieto e de' Bertinoresi a Bologna 
per ottenere aiuti. Del 1298, qual podestà, è a Parma, e 
del 1303, e questa certo fu la più importante delle sue po- 
desterie, a Firenze. Continuatore delle ire feroci contro la 
parte nera iniziate da Canto Gabrielli da Gubbio e da Ghe- 
rardino da Gambara si segnalò, in guerra, infliggendo a Pu- 
liciano, presso a Borgo S. Lorenzo, una grave sconfìtta a' ghi- 
bellini capitanati da Scarpetta di Tebaldo Ordelaffi, e tra- 
mandò infamata la sua memoria per il supplizio straziante e 
derisorio di Messer Donato Alberti cui — prima di fargli ta- 
gliare la lesta come a becco — « pose alla colla e accomandò 



*260 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

la corda all' aspo e cosi ve '1 lasciò stare », e per la morie di 
Tignoso de' Macci. Il « cacciatore de' lupi fiorentini in sulla 
riva del fiero fiume » ^c il venditore della carne loro essendo 
viva » « l'antica belva » romagnola che da Firenze ebbe, 
[>er la ferocia e crudeltà sua, riconfermato l'ufficio dal primo 
luglio a tutto dicembre del 1306, fu chiamato, pure qual 
podestà, a Modena, ma ne fu cacciato prima che il semestre 
l'osse compiuto. 

Ed è in tale anno e dopo cotesta cacciata che lo tro- 
viamo a Bertinoro insieme co' suoi fratelli che li avevano 
fermata loro dimora, forse dopo il 1294, presso Alberguccio. 
Le traversie insieme corse e la comunanza dei sentimenti po- 
litici e la vecchia amicizia erano legami indubbiamente forti 
e più che atti a tenere uniti Alberguccio e Eulcieri, ma c'era 
qualcosa ancora più forte e atta a disgiungerli, l'ambizione 
del primato sulla piccola terra, a cui pare si aggiunges5e 
lo strazio che i Calbolesi ne facevano. Di che Alberguccio, 
forse pensando che apertamente non avrebbe potuto, con pro- 
babilità d' esito fortunato, abbattere la loro potenza ed espel- 
lerli dalla patria, ricorse al tradimento, facendo in segreto 
pace con gli Ordelaffì e promettendo e permettendo ai Bul- 
f^ari e a tutti gli altri esuli bertinoresi il ritorno. Allora il 
Comune di Forlì e i cavalieri di Faenza — altri s'erano ag- 
giunti per aiuto — cavalcarono il (5 Giugno a Bertinoro e, 
occupato il borgo, si impadronirono poi facilmente anche 
<lel girone dove i Calbolesi s'erano ridotti-ma, dove, per man- 
canza di vettovaglie, non poterono mantenersi. Ebbero però 
salve le robe e le persone. 

Cosi andarono le cose, secondo il Cantinelli e gli Anna- 
listi forlivesi, ma negli Annali cesenati non si fa menzione 
della mala signoria dei Calbolesi né da essi appare che Al- 
berguccio, per cacciare Fulcieri e i suoi, abbia avuto bisogno 
(ieir aiuto armato di alcun altro, e il Cobelli, Sovvertendo 
ogni altra tradizione, attribuisce il fatto della cacciata a questo 
che non Alberguccio ma Fulcieri e i fratelli e i nepoti suoi 
s'erano segretamente pacificati con Scarpetta degli Ordelaffì. 

Sotto i quali, comunque sia andata la faccenda, cadde il 



GUIDO BEL DUCA B LA FAMIGLIA MAINARDI. 261 

castello, e AlbergucciQ, scacciati i Calbolesi, potè più libera- 
mente respirare e attendere con V animo non pago ma più 
quieto a un nuovo tradimento che meglio rispondesse a' suoi 
sentimenti e a' suoi propositi. Intanto Pino, cavaliere a spron 
d*oro, faceva fabbricare entro il nobile castello un grande 
palazzo. 4c Et tunc Pinus de OrdelafRs magnum extruxit pa- 
latium in eodem » secondo che afferma l'annalista cesenaie 
il quale fu di quei tempi. L'innalzò esso nel posto e nelle 
veci della povera ma onorata vecchia casa del comune, a di- 
mostrazione di onore e di affetto ai novelli sudditi, e ne re- 
stano ancora le traccio nelle colonne che sostengono la loggia, 
nelle arcate e nel pogginolo che la carità del natio loco* ha 
fatto recentemente discoprire.^ 

Non so, e non è questo il luogo per simile ♦iiscussione. 
E però certo che se le cose andarono cosf come sono de- 
scritte dall' Annalista cesenate, il grande palazzo eretto coi 
pit)positi sopra indicati dovette essere una nuova spina negli 
occhi di Alberguccio, nemico eterno dei Guelfi e aspirante 
alla signoria incontrastata della patria. Di che egli pensò di 
adoperare adesso contro TOrdelaffi quelle stesse armi che gli 
avevano servito cosf bene contro i Calbolesi, cioè il tradi- 
mento. E ricorse, questa volta, a Malatestino « dall'occhio » 
il quale «: aveva uno difetto solo, che voleva né udire uè ve- 
dere nessun ghibellino, e molto li perseguitava », Così la cro- 
nica riminese; ma veramente Dante ne ravvisò in lui dei peg- 
giori e Montagna di Parcitade e i mazzerati presso la Cattolica 
ne seppero qualcosa. 

Dunque Alberguccio ricorse a costui. Ed egli il (J di 
Agosto del 1307, ch'era domenica e festa di S. Sisto, in sulle 
prime ore del mattino, con le milizie del popolo di Rimini e 
con le milizie e il popolo di Cesena condotte da suo nipote 
Uberto di Ghiaggiuolo, podestà, cavalcò al castello di Berti- 
noro. E già s'erano rese .a lui tutte le case dei Mainar- 
deschi, quando an'ivò improvvisamente « il savio e tempe- 
rato » Scarpetta degli OrdelafR capitano di Forlì con Zapi- 
tino degli Ubertini e le milizie e il popolo forlivese. S'inco- 
minciò allora una tremenda battaglia nella quale caddero fé- 



'2(j2 R. deputazióne di storia patria per bA ROMAGNA. 

ri li a morte, nel primo scontro, venticinque e più fcrlivesi. 
Ma ben presto i Riminesi e i Cesenati dovettero piegare e 
chiudersi nel forte, dove restarono fino al martedì, nel quai 
giorno vedendo che ogni resistenza era vana e ch^ prima o 
poi avrebbero dovuto cedere per mancanza di viveri, si resero 
prigioni al Capitano e al popolo forlivese^ Erano più di mille 
e ottocento, e rimasero carcerati sino al 28 settembre del 1308, 
cioè fino a quando s' incominciarono ad attuare i patti della 
pace conchiusa a* 25 di agosto tra Bolognesi, Riminesi e Ce- 
senati di parte guelfa, e Forlivesi, Faentini e Bertinoresi di 
parte ghibellina. 

Di Alberguccio non più una parola nei documenti finora 
conosciuti, se ne togli uno che lo ricorda ancor vivo e come 
confinante di un fondo « Cassetule » o « Casetule » nel terri- 
torio ravennate e appartenente all'anno dopo, 1309 (^). La 
buona stella di lui era tramontata per V elezione di Ro- 
berto Re di Sicilia e di Gerusalemme a Rettore per^a 
Chiesa romana della Romagna e del contado di Bertinoro. 
Ciò fu il 18 Agosto del 1310, e con l'intendimento da 
parte di Clemente V che questi avesse a rimettere in sog- 
gezione di essa tutta la Romagna. Il 7 ottobre seguente giun- 
sero al Pontefice i regi ringraziamenti per Paltò ufficio e per 
la nuova dimostrazione di fiducia e di affetto. E ogni bra- 
mosia di potere dovè scomparire del tutto in lui quando 
i Conti e Vicari di Re Roberto scelsero per loro residenza, 
o perchè ivi si trovassero più sicuri in mezzo a gente di 
fede lungamente provata o per la natura e salubrità del 
luogo, proprio Bertinoro. Il che accadde con J)ecus, e Diego,- 
di Larat o dalla Ratta, giunto in Romagna dopo l'aprile 
del 131G, nel quale anno, essendo ricorsi a lui in Bertinoro 
i Cesenati che a\evano ricevuto danni da' Forlivesi, eglj si 
uni loro e assediò, con tutti i Bertinoresi, dal giugno al set- 
tembre, Forlf costringendola a capitolare e a porsi intera- 
mente a sua devozione. Era allora podestà di Cesena Ferran-" 

(*) Reg. Beraicoli « Arch. Cora. ant. n. 108 ». 



GUIDO DBL DUCA E LA FAMIGLIA MAINARDI. 263 

tino di Malatestino Malatesta. E che a Bertinoro egli ci si 
trovasse bene è provato anche da questo che, pregato V anno 
di poi, nel naaggio, di volere stabilirsi con la sua gente e 
la sua famiglia in Cesena (aveva moglie e figliuole), vi 
andò, ma di li a poco, il 21 Giugno, si trasferi con tutti 
i suoi nuovamente a Bertinoro dove, in sul finire dell'anno 
stesso, si trovava anche l'altro Conte di Romagna e socio 
suo, Alfonso de Vayllo. Cosf un documento prodotto dal Mit- 
tarelli « A. 1317 ind. V. die XV mensis novembris. In domo 
habitationis D. Alphonsi de Vailo regii vicarii generalis in 
dieta provincia locum tenentis posita in Brittonorio ». 
• Intanto, compiuto il tempo per il quale era stato eletto 
a vicario generale della Chiesa in Romagna Re Roberto, 
Papa Giovanni XXII nominò a Rettore della provincia Alme- 
rico di Chaluz, di Castel Lucio, come dissero i nostri vecchi, 
dottore di leggi e che più tardi, il 24 settembre 1322, fu 
anche eletto Arcivescovo di Ravenna, nel quale ufficio rimase 
fino al 1332, in che passò alla chiesa di Chartres. A lui Ber- 
tinoro deve il suo più antico e glorioso monumento tuttavia 
esistente, la Rocca. 

Poiché il Rettore di Romagna non era soltanto maestro 
nell'uno e nell'altro diritto ma, a giudizio degli Annali di 
Cesena, anche sagace e ingenioso, egli troppo bene vedeva 
che a dominare valgono si le buone parole, ma ancora più i 
buoni fatti. E fu per questo che riedificò la torre in Modi- 
gliana e una rocchetta a Roversano, che costruf un fortis- 
simo castello a Cesena ed eresse a Bertinoro la « mirabile 
e fortissima rocca (^) ». Si fa questione se anche prima non 
esistesse colassù una fortezza. Certo, per quanto e nel corso 
della presente memoria e, più ancora, in altra ho detto e 

(*) € Dominus Aymericua de Castro Luoii vir sagax et ingeniosus, 
et in atroqae jure magister, exiatena Ferrariae prò quibusdam Ecclesiae 
Romanae negotiis pertractandis, factus fuit Comes Romandiolae, quam 
postea intravit Hic mirabiìem et fortissimam Rocham in Bertinorio^ et 
fortiMÌmum Castram in Caesena conatruxit, Reversanum outn Roohetta 
reposait et tairim in Montigliana reaediilcavit (Annali Ces. sotto 
Ta. 1319). 



264 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

e provato, ebbe Bertinoro il suo castello co' suoi propu- 
gnacoli e con le sue munizioni sino dal principiare del 
secolo undecimo, ma soltanto per opera di Aimerico vi<]e 
sorgere il nuovo edificio che conserva ancora il suo vecchio 
nome (non certamente in tutto la sua vecchia apparenza, 
perchè una lunga serie di signorotti e di prelati vi arrecò 
ne* secoli di poi guasti e cambiamenti a seconda dei loro 
gusti e bisogni e perchè anche Giove Feretrio ebbe in ciò 
non piccola parte) e dal quale si domina ancora con lieta e 
indimenticabile visione la grande distesa della pianura roma- 
gnola il mare lontano, e donde si allarga lo sguardo su 
tanta parte del versante orientale dell* Appennino. Che per 
Aimerico non doveva la Rocca essere soltanto il luogo dove 
potesse ricoverarsi, fortificarsi e munirsi nei momenti del pe- 
ricolo, ma anche, e forse principalmente, la residenza ordi- 
naria di lui e della sua curia. Ciò si ricava da un regesto di 
una lettera pontificia datata da Avignone il 25 luglio 1321 ('). 
Eccone le parole: « Johannes Episcopus etc. Dilecto filio 
Aymerico de Castrolucio archidiacono Transingenensi in Ec- 
clesia Turonensi Capellano nostro, provinciae llomandiolae 
Rectori salutem etc. Cum tibi ex certis causis, sicut ex parte 
tua nobis extitit intimatum, expediat, quod aliquem locum in 
provincia Romandiole, cuius Rector existis,' haboas prò tua 
residentia cum tua curia facienda; volumus quod locum ad 
hoc aptum, te quo magis videris expedire, infra provinciam 
ipsam prò huiusmodi residentia recipere ac fortificare et 
munire valeas, sicut noveris oportunum. Datum Avinione Vili 
Kalendas Augusti, Pontificatus nostri anno quinto >. 

E dalla « Rocca > Aimerico poteva nel gennaio del 132t> 
trasmettere al Papa 1* appellazione de'Riminesi per le taglie 
da lui imposte col consenso del parlamento generale della 
provincia convocato in Bertinoro il 19 dello stesso mese e 
dello stesso anno. Cosf che è lecito credere che le prime 
fondamenta fossero gettate appena che il Rettore n' ebbe avuta 

(*) Agostino Theinbr. « Cedex diplomaticus Domiuìi temporali» 
Sanctae sedis ». V. I. Romae, 1862. 



OUIDO DBL DUCA E LA FAMIGLIA MAIKARDf. 265 

licenza, cioè pochi giorni avanti o immediatamente dopo la 
morte di Dante. 

Tali gli avvenimenti di storia bertinorese dal declinare 
della Contea (questa finf Tanno 1177) alla morte dei poeta, 
che cadde nella notte dal 13 al 14 settembre del 1321. 
E poiché è noto ch'egli, scrivendo il XIV* del Purgatorio, 
pensava a due generazioni d'illustri romagnoli, una delle 
quali fiorita tra la seconda metà del secolo XII e la prima 
del XIII e r altra a lui contemporanea, è lecito domandarci 
a che e a chi doveva egli pensare scrivendo la famosa 
terzina : 

« Brettinoro, che non foggi via 
Poi ohe gita se n* è la taa famiglia 
E molta gente per non esser ria? » 

(Purg. C. XIV, vv. 112, 14). 

Nella quale, sembra che ciò sia sfuggito a tutti i commen- 
tatori, sono evidentemente da distinguere due ordini di idee 
e di fatti; riferibile l'uno alla reità allora presente de' cittadini 
bertinoresi, e 1' altra alla famiglia e alla molta gente che 
se né gita. I chiosatori della Commedia hanno fermato la 
loro attenzione e limitate le indagini loro a questa seconda 
parte, e più particolarmente a quale < famiglia » sia ivi fatta 
allusione. Ma per la piena intelligenza dei versi era pur dove- 
roso il chiedersi anche le ragioni che indussero Dante a rivol- 
gere, dopo che la < famiglia » e la < molta gente » se n'era 
gita da tanti anni (quelli che credono che si accenni ai Conti e 
a Guido del Duca ne dovevano contare parecchi), la fiera do- 
manda ai Bertinoresi, la quale attesta la continuità di un vi- 
vere indegno cosf da desiderare eh' essi scomparissero dalla 
faccia della terra. Perchè pare evidente che se le cose erano 
cambiate. Dante o di Bertinoro non avrebbe fatto menzione, 
in modo ben diverso. Ma perchè rea s* era mostrata a' suoi 
tempi, e viva era la memoria di fatti recentissimi che dove- 
vano parergli iniqui, trae da vecchi e non dimenticabili ri- 
cordi l'addentellato per l'acerbità delle parole presenti. Cosf 
gridava contro Pistoia che « nel mal fare avanzava il suo 

17 






266 R. DBPUTAZIO^B DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

seme ♦ contro Genova, contro Pisa. È sempre lo sdegno con- 
tro il presente, prendo da A. Bartoli un' osservazione oppor- 
tuna (^), quello che fa amare il passato, dove tutto prende 
aspetto di virtù. La vecchia leggenda dell* età dell' oro si ri- 
pete nei cuori umani di continuo. E come Guido del Daca 
ricorda le antiche famiglie di Romagna per esaltarle, cosf 
delle famiglie della Lombardia e della Marca Trivigiana fa 

« 

Marco Lombardo. E lo stesso motivo che si ripete : una volta 
e* era valore e cortesia, oggi più nulla. 

E r iniquità dei fatti recenti, messi di contro alla bontà 
degli antichi, personificata in Arrigo Mainardi, è da trovare 
nelle vicende politiche alle quali andò Bertinoro incontro ai 
tempi e per opera di Alberguccìo Mainardi che ne fece la 
cittadella del guelfismo in Romagna. S* agitavano nella mente 
e nella coscienza ghibellina ed onesta del poeta i ricordi di 
due età e di due uomini: l'uno co' suoi cittadini devoto sem- 
pre, dal primo fiorire della sua giovinezza alla sua morie, al 
« sacrosanto segno > e ai più generosi seguaci di esso in Ro- 
magna, e l'altro, co' suoi, anima perfida di guelfo traditore e 
ambizioso che se la faceva tanto volentieri con quanti furono 
nella Commedia bollati del marchio eterno dell'infamia. 

Costui doveva essere presente alla fantasia del poeta in- 
tanto che scriveva, acceso d'ira, la fiera apostrofe, ma non 
ne ricorda il nome, perchè non quegli soltanto ma tutto il 
popolo suo era in peccato. E forse Alberguccio stesso e 
molti de' suoi concittadini furono personalmente conosciuti dal 
poeta, il quale dovette anche assistere agli ultimi fatti di 
lui che destarono cosf alto clamore in Romagna, se non erra 
la concorde e tradizionale testimonianza degli storici forliresi 
che Dante nel 1308 dimorasse in Forlì « dictator literarum > 
di Scarpetta Ordelaffì ('). 

(1) St della lett*. it* VI. P. IL 

(^ CCr. Isidoso del Lungo € Dino Compagni e la sua Cronlea » 
Voi. II, p.* 585. Non mi è ignoto ohe tale testimonianza ha ano fondu- 
mento in una notizia data da F. Biondo nella seconda decade delle soe 
Storie, e che, secondo uno stadio recente, dovrebbe riferirsi air a. 1303 
(Bull, della Soc. dant it N. S. II. 15). 



GUIDO DEL DUCA B LA FAMIGLIA MAlNARDI. 267 

Ciò quanto alla reità del presente, e credo possa bastare. 
Più largo ragionamento e più finezza e diligenza d' investigst- 
ziono invece abbisognano a rettamente interpretare le altre 
parti della terzina che si riferiscono « alla famiglia e alla 
molta gente che se n' è gita >. 

Gli antichi chiosarono cosi; « Brettinoro, poi che i tuoi 
buoni abitanti sono annichiliti, fuggi anche tu via > Laneo. 

« Bretinoro che non fuggi via? quasi dicat: cur non 

'recedis de centrata? Poi che gita se né la sua famiglia^ 

idest tam-nobilis et curialis defecit e molla gente quae erat 

bona, pei" non esser ria? idest recessit ne reservaretur ad 

isla tempora prava » Benvenuto. 

« Bertenorium (cosf il Serravalle chiarendo il pensiero 
del maestro) quare non fugis tu per viara, postquam recessit 
tua famìlia (idest postquam semen tuum antiquum et verum 
periit) et multa gens ut "non efficiatur prava? » 

« Brettinoro (è l'Ottimo che ripete le parole del Laneo) 
poiché li tuoi biK)ni abitanti sono venuti meno, fuggi anche tu >. 

A questo modo, sino al Buti, i commentatori non trova- 
rono (almeno che appaia chiaro) alcun accenno particolare 
ad una « famiglia » bertinorese, ma la parola fu resa nel 
suo significato generico di « schiera, brigata, drappello di 
persone del medesimo ceto, della medesima condizione, par- 
tecipi della medesima sorte, e simili, le quali sieno raccolte 
insieme ». 

Col Buti incomincia, per cosi diro, la seconda fase della 
versione, la quale è nel riferire il « famiglia » ad una par- 
ticolare casata del luogo e, per lui, a quella di Guido del 
Duca. « Quelli che furon nati di te e non furono avveniticci 
d'altro4ide: questa fu la famiglia di messer Guido del Duca, 
la 'quale pare che . si partisse quindi et andasse ad abitare 
altrove ». E dì questa opinione furono poi il Landino, 11 Vel- 
lutello, il Daniello, il Venturi, il Lombardi, il Biagioli, il 
Costa e moltissimi altri. 

L'Anonimo fiorentino, invece, vi riscontrò la famiglia dei 
Mainardi « I Mainardi » cosi egli « che furono costi signori, 
et quella famiglia de* Mainardi che tennono Bertinoro è spenta 



268 R. DBPUTAZIOKB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

et venuta meno ». E celesta versione fu dichiarata accetta- 
bile anche dal Conte Marco Fanluzzi, il quale però propen- 
deva verso altra: « Non sembra, cosf lasciò scritto, che con 
certezza (i versi di Dante) si possano applicare alla famiglia 
de' Conti di Berlinoro ». 

Cosf dal Laneo al Buti e dal Buti a noi. I chiosatori o 
non vi ravvisarono T accenno ad alcuna famiglia in partico- 
lare, 0, ravvisandolo, credettero doversi riferire a quella dei 
Conti, o di Guido del Duca, o dei Mainardi, o anche dei 
Bulgari. E che si riferiscano a una famiglia in -particolare 
è pure comune opinione dei pili illustri interpreti e studiosi 
odierni della Commedia, ma asseverano che non è possibile 
far il nome di essa. A questo modo lo Scartazzini dopo di 
aver affermato (e credo sia stato il primo) che « Dante al- 
lude qui senza dubbio allo sbandimento dei Ghibellini da 
Bortinoro nelT anno 1295 con cui ebbe inizio un triste 
periodo per i Bertinoresi », aggiunge « Ma se e di quale 
speciale famiglia egli intenda parlare, di quella di Guido, 
la principale del luogo e da esso denominata, o di quella 
dei Mainardi (che però non emigrarono che in parte) op- 
pure di quella dei Bulgari (della quale però il poeta non 
fa menzione) è appena possibile decidere con qualche cer- 
tezza ». 

E il Casini: « Dante allude alle gare che turbarono Ber- 
tinoro dal 1295 in poi, ma non è ben certo se nella fami- 
glia che n' è gita siano da riconoscere i Mainardi o altri 
che rimanessero sopraffatti in quelle lotte ». 

E, finalmente, il Torraca che più distesamente e con pro- 
fondità d'investigazione trattò dell'argomento: (') «De' primi 
tre versi (la nota terzina) non è facile cogliere il significato 
storico preciso ». Nega poi che si abbia ragione di supporre 
che all'espulsione do' ghibellini o ad assenza de' Mainardi da 
Bertinoro si riferisca il lamento di Guido del Duca. Ricono- 
sce essere attraente la supposizione che possano riferirsi ai 

(1) F. ToRRAOA « Le rimembranze di Guido del Duca ». Nnon 
Antologia. Serie III, Voi. 47. 1893. 



GUIDO DEL DUCA E LA FAMIGLIA MAIKARDI. 269 

Conti; ma come mai Guido nel 1300 direbbe: se n' è gita 
d*'Una stirpe spentasi un centotrent' anni prima? E mette 
avanti un'altra ipotesi ancora. « Che Guido del Duca fosse 
dei Mainardi, egli dice, non è punto certo: se fosse stato 
de' Bulgari ghibellini, avversi a' Mainardi, cacciati nel 1295, 
tornati a Bertinoro pel tradimento di Alberguccio, la sua 
apostrofe, l' allusione alla famiglia e alla gente gita via, si 
comprenderebbe meglio. Tutto è incerto. Fortunati i commen- 
tatori ( Di qualunque spiegazione si appagano e passan oltre 
spensierati ». 

Perchè tale peccato non si imputi giustamente anche a 
noi, procediamo ad un esame minuto delle singole interpre- 
tazioni finora date e vediamo come ciascuna d' esse resista a 
una critica razionale e oggettiva. 

E incominciamo, naturalmente, dagli antichi. S' è visto che 
sfuggono alla difficoltà, come il Laneo e l'Ottimo, perchè 
non si fermano a chiarire le diverse frasi del secondo e del 
terzo verso ai quali non appongono che la breve chiosa « i 
tuoi buoni abitanti » o, come Benvenuto e il frate da Ser- 
ravalle, che si accontentano l'uno di applicare a « famiglia » 
le parole « tam nobilis et curialis » e l' altro, con non mag- 
gior precisione, « semen tuum antiquum et verum ». 

Seguono i commentatori e gì' illustratori della Commedia, 
dal Buti al Torraca, che ravvisano in « famiglia » la desi- 
gnazione di una particolare casata bertinorese, e chi dice i 
Mainardi o i Bulgari, e chi i Conti e Guido del Duca. 

Contro la ipotesi che cotesta famiglia sia quella dei Mai- 
nardi, e può dirsi che sia la più comune, sorse primo il Torraca 
e addusse le seguenti ragioni (qualcuna l'ho accennata di 
sfuggita) le quali dovevano anche servire a dimostrare che 
nella terzina dantesca non si può alludere all'espulsione dei 
ghibellini, e Qualcuno, egli scrive, vi ha veduto la cacciata 
de* Mainardi ghibellini da Bertinoro, avvenuta nel 1295; ma 
io potrei assicurare che i Mainardi non furono ghibellini ». 
Ancora « a cacciare i ghibellini da Bertinoro nel 1295 i 
Mainardi, proprio essi, concorsero efficacemente, se dobbiamo 
credere agli Annali di Cesena ». E finalmente « Alberiguccio 



270 R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

• 

dimorava a Bertinoro nel 1306. Colà preponderavano allora 
i Calb^li el mala opera faciebant, ond'egli, stretta pace, di 
nascosto, con gli Ordelaffi, fatti tornare gli esuli^ dette, a 
tradimenio, il castello a' Forlivesi. Pentito, foi'se, 1* anno se- 
guente ordì nuovo tradimento per darlo a'Riminesi condotti 
da Malatestino da Verucchio e a'Cesenati; ma Scarpetta 
degli OrdelafR mandò a vuoto la trama. Non abbiamo, dunque, 
ragione di supporre che all'espulsione de' ghibellini, o ad^ 
assenza de'Mainardi da Bertinoro si riferisca il lamento, di 
Guido del Duca; forse anche perchè egli passa a rimpiangere 
l'estinzione e la degenerazione di famiglie effettivamente pa- 
drone d'uno d'altro luogo della Romagna e i Mainardi 
non furono signori effettivi della loro città > ('). • 

Naturalmente per lo cose che ho sopra narrate e per 
quanto dovrò ancora narrare io non posso convenire con l'il- 
lustre letterato in ogni parte delle sue affermazioni. Che quanto 
alla politica seguita dai Mainardi fu da prima, ossia per quasi 
tutto il tempo della vita di Arrigo, indubbiamente ghibellina, 
incerta poi o anche opposta in seno alla famìglia stessa, com'è 
dimostrato dagli avvenimenti dell'anno 1295, e guelfa, e sol- 
tanto guelfa, da ultimo con Alberiguccio. Né si può dire che 
i Mainardi non furono signori « effettivi » della loro città 
(se pure per « effettivi » non debba intendersi ricono- 
sciuti per tali dalle autorità competenti), perchè effettività 
di comando sembra assicurato ch'essi l'abbiano esercitata 
allo spegnersi dei Conti e con Alberguccio, come l' ebbero poi 
per degli anni e sicui*amente con BeHolaccio. Ma certo è per 
le altre ragioni addotte dal Torraca che Dante non può avere 
alluso con quel secondo verso della terzina ai Mainardi.' Al- 
beriguccio fu per i fatti che di lui conosciamo, e non soltanto 
posteriori al 1300 ma anche anteriori (non può essere di- 
menticato il lungo assedio che nel 1297 e 1298 egli sostenni 
contro i ghibellini di Romagna e le miserrime condizioni 
nelle quali ebbero per questo a dolorare i «uoi), tale uomo 
e particolarmente tale guelfo da far desiderare al poeta che 

{}) Kello scritto sa ricordato. 



GUIDO DBL DUCA E LA FAMIGLIA MAINARDI. 



271 



Berlinoro se ne fuggisse via per essersene gito egli o la fa- 
miglia sua. Ma. neppur questo avvenne o almeno non se ne 
ha memoria, e si hanno invece tutte le ragioni per credere 
che non avvenisse. Una parte, o molti dei Mainardi furono 
sf cacciati di patria nel 1295 e pare certo che non vi siano 
più rientrati che nel 1306; ma basta ciò per poter dire che 
la famiglia tutta se ne sia andata via (è inutile aggiungere 
che in questo caso il « girsene » non sarebbe stalo né anche 
proprio, trattandosi di esilio e di bando) specialmente quando 
a rappresentarla in paese restava 1' amico di Folcieri de* Cai- 
boli e di Malatestino di Malatesta? 

E verosimiglianza minore presenta V altra ipotesi che Dante 
pensasse ai Bulgari. Che non potrebbe per nessuna guisa la 
famiglia loro essere detta, per eccellenza, la famiglia di Ber- 
tinoro. A considerarla per tale sarebbe convenuto che nella 
storia del paese avesse ella avuto la parte principalissima o 
avesse sopravanzato le altre sotto altri aspetti, non importa 
se politici no. Ma T azione sua negli avvenimenti da noi 
coDosciuti non appare mai come da più di quella de' Mainardi 
ma, quasi costantemente, secondaria, né risulta che per ric- 
chezze per opere importanti l'abbia mai superata. S'ag- 
giunga ancora che fu sempre ne' tempi migliori di fazione 
guelfa, e se si mostrò ostile ad Alberguccio e n'ebbe perciò il 
bando, fu certo per sola gelosia di potere e per secolare an- 
tagonismo e non per alcuna altra idealità politica o civile. 
E poi del 1306, quando Dante non aveva, indubbiamente, 
scritto ancora il XIV del Purgatorio, non erano state dallo 
stesso Alberguccio riaperte a lei le porte della patria e non 
aveva essa, accolto, con piacere l'invito? < E fatta, nasco- 
stamente, pace con gli OrdelaflS e col comune di Forlì ch'era 
capitale nemico dei Calboli (cosf gli Annali di Cesena) tor- 
nati i Bulgari con gli amici loro e con tutti gii altri fuoru- 
sciti, Albei'guccio consegnò quel castello, cioè Bertinoro, agli 
OrdelaflS ». È vero che nel 1300 questo non era ancora avve- 
nuto e Baldinetto de' Mainardi co' suoi e i Bulgari e gli altri 
esuli bertinoresi andavano raminghi per le terre d'Italia, ma 
certamente Dante non avrebbe potuto con affettuoso ramraa- 



272 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PUR LA ROMAGNA. 

rico pensare alla loro partenza avvenuta per non esser rii 
una volta, eh* erano tornati di nuovo in patria, per invito di 
Alberguccio, e per dargli mano a un tradimento. 

No, per certo, non erano né anche questi i buoni abitanti 
che se n'erano giti. Erano, dunque, i Conti? 

II Fantuzzi, lo notammo, scrisse che non sembra potersi 
con certezza applicare i noti versi alla famiglia loro. Che 
Dante non parlò per il solito che di cose a lui più vicine, 
come le altre di Romagna delle quali è parola nel cauto. 
Di più, sono sue parole, il dire < poi che gita se n' è la tua 
famiglia > indica piuttosto partenza; e volendo descrivere li 
Traversari e li Anastagi estinti, disse « e Tuna genteeTal- 
è diredata > e de' Conti di Bagnacavallo « ben fa Bagnacaval 
che non riiiglia », e finalmente la partenza « di tua famiglia » 
unitamente < a molta gente per non esser ria » dimostrano 
comune il motivo della partenza, e trattarsi di partenza e 
non di estinzione. Alle quali buone ragioni addotte dal Fan- 
tuzzi altra ne aggiunge il Torraca scrivendo che Dante non 
ignorava forse (molto se uè parlò e so ne scrisse) l'aiuto re- 
cato dalla contessa Aldruda agli Anconitani assediati dalle 
milizie del Barbarossa, e Guido del Duca doveva ricordar bene 
la forte donna e Cavalcaconte da lui veduti, forse, quand'era 
ancora fanciullo; ma che a tale supposizione si oppone, oltre 
quanto fu osservato dal Fantuzzi, anche il verbo usato al pas- 
sato prossimo. Come mai Guido nel 1300 avrebbe detto e se 
n' è gita » d' una stirpe venuta meno circa un secolo e mezzo 
prima? 

Dovrei ora, da ultimo, raccogliere le prove in favore e 
contro r ipotesi che la famìglia sia quella di Guido del Duca, 
ma, disgraziatamente, non v' è niente di più che l'antico cenno 
fatto dal Buti e letteralmente ripetuto da altri. Tocca quindi 
a me, passi la frase cavalleresca, tutto l' onore e la fatica 
delle armi. 

Incominciamo, intanto, con l' esaminare un poco più lar- 
gamente il passo del canto dove si legge la molte volte ri- 
cordata terzina. 

Guido del Duca, dopo di avere parlato dei vizi delle to- 



GUIDO DEL DUCA B LA FAMIGLIA MAIXARDI. 273 

scane repubbliche, rammenta a Dante e a Virgilio il decli- 
nare delle nobili schiatte romagnole. E prima ricorda illustri 
nomi di trapassati, il buon Lizio e Arrigo Mainardi, Pier Tra- 
versara e Guido di Carpigna, Fabbro e Bernardin di Fosco, 
Guido da Prata, Ugolin d' Azzo e Federico Tignoso, per quindi 
allargarsi un pò* per volta e comprendere poi tutti gli estinti 
virtuosi dalla brigata di Federico Tignoso, alla casa Traver- 
sara, agli Anastagi, alle donne, ai cavalieri, agli affanni o agli 
agi a cui erano invogliati dall' amore e dalla cortesia. 

Le rimembranze di Guido del Duca dalla evocazione dei 
morti si rivolgono poi ai viventi e prima alle quattro illustri 
Contee romagnole di Berlinoro, di Bagnacavallo, di Castrocaro 
e di Conio e poi ai Pagani in particolare e a Maghinardo, 
fattosi signore d'Imola e di Faenza e, finalmente, a Ugolino 
de' Fantolini. Tra le Contee quella di Bertinoro, ricordata 
per prima perchè la più illustre, aveva cessato di esistere 
di fatto, ma non di nome, sino dal 1177; ma a nessuno che 
conosca la storia delia Romagna può passar per la mente che 
quei quattro nomi di terre che sole in Romagna ebbero quella 
particolar forma di governo per la quale vanno ancora, meno 
Conio che più non esiste, famose, e che qui si succedono se- 
condo l'ordine delia loro importanza politica e con un ri- 
chiamo, stilisticamente armonico, non siano anche virtualmente 
unite per qutiUo che fu carattere loro proprio e storia loro 
particolare segnata e determinata dalla famiglia dei loro conti. 
Il che pare anche che si rilevi dall'affinità ideologica della* 
parola « famiglia » nella terzina dove si parla di Berti- 
noro col € rìfiglia > della seconda per Bagnacavallo e del 
« figliar » per Castrocaro e per Conio e da quel « tai Conti » 
in fine dell'ultimo verso che solo in apparenza sembra rife- 
rirsi a Conio ma, in realtà, è da applicare anche a Castro 
caro e a Bagnacavallo. Non dico anche a Bertinoro, perchè 
là i Conti non erano più. 

Ma contro la possibilità che il poeta abbia voluto nel 
verso « poi che gita se n' è la tua famiglia » alludere ai 
Conti Bertinoresi, abbiamo veduto che vi sono delle diflficoltà 
troppo forti per ammetterlo e segnalate dall' autorità non di- 



274 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

scutibile del Fantuzzi e del Torraca. Né io credo all'ipotesi 
che chiameremo dei Conti anche per altre ragioni. Che oltre 
la troppa distanza dai tempi di Dante, e le altre prove da 
loro addotte, le stanno contro queste due considerazioni, e 
cioè che quei feudatari degli Arcivescovi di Ravenna o ebbero 
troppo povera ed umile vita perchè altri si rammaricasse della 
loro fine, od ebbero autorità e forza di ricchezze e di armi e 
furono rivolte contro l'impero, e l'ultimo di essi, morendo, 
lasciò tutto, a dispetto dell'imperatore, non soltanto il ca- 
stello, cioè, ma i beni suoi, alla Chiesa. E c'è anche di più 
notevole e di più persuasivo questo, che i tempi pili. belU 
della storia bertinorese e quindi più degni di ricordo e dei 
quali più si dovesse desiderare il ritorno, furono dopo lo spe- 
gnersi dei Conti. Dico quelli in cui Bertinoro fu nido dei più 
gentili uomini di Romagna e che s'impersonarono in Arrigo 
Mainardi. 

Non dunque ai Conti, o più propriamente soltanto ad essi 
ma ad essi e, in modo particolare, a Guido del Duca che fu 
loro congiunto con vincoli di sangue e mantenne vivi, dentro 
il castello, i ricordi aviti e fu esempio di costumi leggiadri 
e liberali io penso che abbia a riferirsi il vèrso di Dante. In 
altre parole è mia opinione che qui si alluda alla famiglia 
Onesti o dei Duchi. 

La quale veramente « o Brettinoro f> poteva dirsi per ec- 
cellenza « tua » non solo per la signoria che esercitò su te 
per circa due secoli e per fatti di gloria che ne perpetuano 
il ricordo e per gli esempi unici di liberalità che vanno uniti 
al nome di Guido, ma anche per quello che sono per dire. 

In altra mia memoria « Su le origini di Bertinoro »* letta 
alla R. Deputazione di Storia patria per le pi'ovincie di Ro- 
magna il 22 Aprile 1900, mi proposi, e credo di essere riu- 
scito nel mio intento, di dimostrare che tutte le ipotesi e 
le affermazioni più note intorno alle origini del castello 
e del nome di Bertinoro non hanno alcun fondamento di ve- 
rità, della quale invece ha tutti i caratteri il racconto, ri- 
masto finora ignorato, che intorno ad esse si legge nella cro- 
naca di frate Salimbene da Parma. Stando al quale la città 



GUIDO DEL DUCA B LA FAMIGLIA MAINARDI. « 275 

avrebbe avuto la ^sua origine da due « Britanni » i quali, 
tornando'da Roma dove erano* stati in pellegrinaggio, si fer- 
marono a' condurre vita da eremiti nel sito ove poi sorse il 
castello che da quei due Britanni tolse il nome di « Castrum 
Britannorum » da cui poi T antico Brettinoro e T odierno 
Bertinoro. Il quale nome peraltro, anche questo dimostrai, è 
di molto posteriore a quello di « Castrum Cesubium * (deri- 
vato daf monte sul quale sorsero le prime abitazioni) e che 
solamente fu assunto a dignità ufficiale quando furono del ca- 
stello investiti gli Onesti col titolo di Conti, cioè fra il 1000 
e il 1004. 

Dunque « tua » (non paia superflua la ripetizione) perchè 
da essa ebbe nome duraturo di battesimo il castello e inco- 
mincia la sua storia documentata, perchè da essa fu per circa 
duecento anni governato e condotto a notevolissimo stato e 
perchè n'ebbe lustro e decoro a cagione di fatti capitali di 
liberale e cavalleresca importanza. 

Ed è questa Tunica famiglia conosciuta della quale si 
possa con verità asserire eh* era gita via da Bertinoro. 
E il € girsene » è proprio se si riferisce ai Conti, nel senso 
cioè di € spegnersi » < finire » come da Dante stesso è ado- 
perato pochi versi più giù « Ben faranno i Pagan da che il 
Demonio* Lor sen gira », ma più proprio ancora se si inter- 
preta per € andarsene da un luogo ad un altro » nel qual 
senso è usato sempre da Dante, meno una volta sola ed è 
nel verso or ora prodotto. Ho detto più proprio ancora per 
quello che noi sappiamo degli avvenimenti del 4 Novembre 
1218, e cioè che, avendo Ubertino di Guido di Dusdeo oc- 
cupato Bertinoro, cacciati i fautori di Pietro Traversara e 
atterrate le torri e le case tutte dei Mainardi « in tale oc- 
casione Guido del Duca si parti con Salomone suo figlio e 
< la famiglia > di Brettinoro dove era andato a star col 
padre ». 

Per tal modo, riferendoci alla famiglia di Guido che com- 
prende anche quella dei Conti, si dileguano tutte le difficoltà 
poste avanti dal Fantuzzi e dal Torraca relative al fatto, che 
non è più troppo lontano ma fa parte di quegli avvenimenti 



276 R. DBPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

che sono oggetto, nel canto stesso, dei versi del poeta; al 
< girsene » che viene ad avere il suo senso primitivo e co- 
mune di « andarsene » e dà ragione del passato prossimo 
perchè più breve il tempo trascorso e perchè l'azione dura 
ne* suoi effetti, ed è in qualche modo presente a noi. Più 
erano ancor vivi se non i discendenti diretti di Guido, il che 
potrei provare, certo i parenti di lui (*) e viva la gente, al- 
meno ne' figliuoli e nei nipoti, che pure se n era gita per 
non esser ria, E « famiglia » avrebbe cosi valore di « schiatta, 
stirpe, prosapia e simili » come spiega la Crusca, dando per 
esempi questo stesso luogo di Dante, uno dell'Ariosto (Ori. 
Fur 3, 24) « Capo in Italia sia di tua famiglia Del seme di 
Ruggero in te concetto » e un altro del Celli (Vit. Alfons. 
volg. 10) < La famiglia di Monferrato ». 

Ora è da vedere alcun poco quando e perchè avve- 
nisse l'emigrazione della « molta gente per non esser ria ». 
E da riportare al 4 novembre 1218, all'occasione stessa, cioè, 
nella quale Guido parti d^i Bortinoro con la sua famiglia? Ma 
segui la pace del 12 Settembre 1220. Certo, ma può darsi 
che molti, come Guido, preferissero di restare là dove la 
fortuna li aveva sbalestrati. è da riportare, come vuole lo 
Scartazzini, al bando, del 3 .\gosto 1295? Ma anche questo 
(lasciando che il < girsene » non parrebbe proprio) fu se- 
guito dal richiamo della primavera del 1306. E vero che l'ac- 
cenno non può andare oltre il 1300, l'anno della visione, ma 
il poeta non poteva dar lode di bontà a chi, postergando ogoi 



{}) Cfr. C. Ricci « L'oltìmo rifugio di Dante » op. cit. p. 122; ed 
è noto che il Troja, il Martinetti e il Balbo mostrarono di credere che 
nel 1317 vivesse in Ravenna Giovanna sorella di Ugnccione della Fag- 
giada, moglie e vedova di Saladino degli Onesti, fondando la loro con- 
gettara su di un documento del 1298. Anzi il Balbo aggiunge: e Non 
improbabile si fa.... che Dante potesse essere, dopo la morte dì Uguc- 
clone, condotto a Ravenna dal trovarsi ivi raccolte la sorella di lui 
Giovanna della Faggiola, moglie e vedova di Saladino degli Onesti, 
con loro figliuole Catalina ed Agnesina ». 

Quanto al valore del documento e delle ipotesi che ne derivarono 
vedi ancora il Ricci op. cit. p. 110. 



GUIDO DBL DUCA E LA FAMIGLIA MA1NARDI. 277 

ideale politico e civile, era tornato in patria a dar mano ai 
tradimenti di Albergaccio, in un canto che certamente fu 
scritto dopo i tradimenti stessi « (Et ( Albergutius) facta pace 
Clara cum Ordelaffis et Communi Forlivii, qui eis erat capi- 
talis inimicus, reversis Bulgaris cum suis amicis et universis 
aliis extrinsecis, illud castrum tradidit Ordelaffis) ». E di 
altre partenze o di altri esilii in massa la storia non fa men- 
zione. 

È, dunque, probabile che la mente del poeta ricorresse sf 
agli usciti del 1218, ma anche a quei molti'altri che in tempi 
diversi e volontariamente, sottraendosi al sormontare lento di 
parte guelfa e subdolo o apertamente tirannico di Alberguc- 
cio, avevano abbandonata la patria per non essere o voler 
essere politicamente malvagi. Per essi soli i richiami erano 
vani, ed essi soli debbono essere considerali degni della lode 
di Dante. 

Per le quali osservazioni tutte è oramai lecito concludere 
che i tre versi vanno interpretati cosf: 

< Bertinoro, che non fuggi via, ossia ti dilegui dalla 
faccia della terra, poi che hai veduto andarsene la stirpe di 
Guido del Duca, alla quale dovevi la tua nobile fama, e, con 
essa, molti buoni abitanti per non voler diventare politica- 
mente malvagi, come tutti quelli che sono rimasti? > 



IV. 



Ad avere compiuta conoscenza di quanto a Dante potè 
esser noto e cagione de' suoi amori e delle sue ire, e a tìnire 
la storia della famiglia Mainardi nei rispetti del secolo di 
lui, restano a dare brevi notizie di un figliuolo di Alberi- 
guccio e suo specchio fedelissimo, cioè di Bertolaccio, che si 
levò su tutti i discendenti di Arrigo e per le vicende alle 
quali prese parte e per il potere che in modo assoluto lun- 
gamente esercitò in patria e fuori. 

Ne' documenti a me noti il nome di Bertolaccio appare 
per la prima volta il 30 Marzo dell'anno 1325 quale confi- 



278 



R. DBrUTAZIONB DI 8T0ÌIIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 



nante « prò uKore » (ch'era Adalasia, una delle figliuole di 
Alidosio degli Alidosii, nobile e ricco gentiluomo di Ravenn;i, 
dove il poeta era spirato quattr*anni prima) di un fondo a 
nome « pubblico » in pieve di S. Cassiano (*); e, in atti po- 
litici, il V luglio del 1329. 

Alla presenza di lui e di altri minori testimont e davanti 
a Ruggero di Dovadola Conte Palatino in Toscana, Vicario 
della Chiesa romana, e di Aimerico Rolando, maresciallo della 
provincia per la Chiesa stessa, convennero, in quel giorno, 
nella ròcca di Dovadola. Liuzio, Nanni, Nerio, Rigo e Ma- 
telda, figliuoli di Manfredi da Valbona, ch'erano rimasti ri- 
belli alla Chiesa e al Rettore della provincia e avevano occu- 
pato fortezze e portato guerra al vicariato di Galeata, destando 
incendi e commettendo omicidi e innumerevoli delitti, e fe- 
cero atto di omaggio e di sudditanza alla Chiesa. 

Dal quale monumento appare che, ridestatesi in Italia le 
fazioni dei guelfi e dei ghibellini per la discesa di Lodovico 
il Bavaro (fu nel 1327),'Bertolaccio, seguendo le orme paterne, 
la tenne dai guelfi e fu subito fra questi dei più operosi. 
Ma opera ancor più degna del padre fu quella da lui com- 
piuta nel settembre del 1334. 

Era nata tra' Bertinoresi fiera discordia per cui avevano 
combattuto sanguinosamente tra loro due o tre giorni. E la 
cagione fu, indubbiamente, politica, volendo gli uni sottrarsi 
alla Chiesa e gli altri no. Che, in quasi tutta Italia, fino dal 
1332 s'erano andate formando leghe segrete contro il Legato 
della Chiesa; anzi alcune città di Romagna avevano aperta- 
mente defezionato. Cosf che Bertrando del Poggetto aveva 
creduto di fare di necessità virtù, ricorrendo per aiuto a 
quelli che vedeva di non poter combattere con buon successoi 
Fra questi furono Ostasio da Polenta e Lamberto, figliuoli di 
Guido Novello, i quali ebbero da lui Ravenna col patto che 
sarebbero stati di essa acerrimi custodi e difensori contro 1 
nemici del Papa. Occasione migliore non poteva offrirsi loro 
a soddisfare la lunga brama della signoria e ricordarono op- 



(>) Reg. BernicoH < Claaae, Voi. XIV a e. 45 r^ >, 



GUIDO DEL DUCA B LA FAMIGLIA MAINARDI. 279 

portonamente il consiglio dato da Guido di Montefeltro a 
Bonifazio Vili: 

« Lnnga promessa uon Y attender corto 
Ti farà trionfar nell'alto seggio > 

(Inf. 27. 11041 ) 

e fedelmente Io seguirono. Perchè giunti in Ravenna e ac- 
collivi da padroni, si diedero subito a cacciare i magistrati 
del Legato, poi s'impadronirono di Cervia e cagionarono in 
Bertinoro quel tumulto cittadino che abbiamo su ricordato e 
per il quale i famigliari e gli ufficiali eh* ivi stavano per Ber- 
trando si rinchiusero nella ròcca, preparandosi efficacemente 
alla difesa. 

Le speranze dei Polentanì, sapienti eccitatori della discor- 
dia, non andarono, da principio, fallite. Perchè i Bertinoresi, 
stanchi della lotta fratricida e deliberati a non volerne saper 
più del Legato, dopo di essersi consigliati tra loro, chiama- 
rono per comune consenso a podestà e signore Ostasio da 
Polenta. Il quale, andatovi e assunto il reggimento e la si- 
gnoria del castello, incominciò, aiutato da' Bertinoresi, ad 
espugnare la ròcca con quanti strumenti di guerra parvero 
più adatti. Ma fu opera vana. Intanto quei di dentro erano 
venuti a lotta tra loro e, vincendola i più, consegnarono la 
fortezza a Bartolazzo Mainardi e al nipote materno di lui, 
Andrea Bulgari. Ciò fatto, Ostasio, cosf com'era padrone del 
castello volle, naturalmente, essere anche della ròcca, ma 
Uartolazzo e Andrea fieramente si opposero; di che, dopo es- 
sersi gridato tra loro ontoso metro, Ostasio, sdegnato, se ne 
andò via seguito anche da alcuni de' Mainardi, Riguccio, cioè, 
e Canzovino. E Bartolazzo e Andrea rimasero signori asso- 
luti di tutto il castello e della ròcca. 

Ma fu per breve tempo. Che Andrea, ancora giovane 
d'anni e con poca esperienza della vita, tentò, instigato da 
un tal Pieraccio, anch' egli Bertinorese, d^ rimanere solo 
al governo della patria. Ciò fu il penultimo giorno di Feb- 
braio del seguente anno 1333, intanto che Bartolazzo si tro- 
vava assente, a Forlf. Arrivato a lui 1' avviso della tentata 



280 R. DRPUTAZIO.NB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

usurpazione, accorse egli presto come baleno, prese l'uno e l'al- 
tro traditore e fo' loro mozzare il capo, e prima a Pieraccio 
il 2 Marzo e il 4 ad Andrea. 

Lacrimevole fine di una lotta secolare di ambizioni, di 
odf, di guerre intestine per la libidine del potere. Che con la 
morte di Andrea Bulgari tramonta ogni velleità di signoreg- 
giare nella sua famiglia, come con quella di Bartolazzo rimarrà 
definitivamente spenta ne* Mainardi. 

Bartolazzo restò, dunque, solo e temibile al governo della 
patria. Se non che, per quanto egli fosse guelfo e avesse saputo 
opporsi al polentano, nemico del papa, questi non poteva ricono- 
scere in lui alcuna legale autorità ma doveva considerarne la 
signoria come una usurpazione delle prerogative della Chiesa. 
E però con suo breve del 22 Novembre 1335 Benedetto XII 
lo invitava insieme a Galeotto Malatesta, Francesco Orde- 
laffì, Eustachio da Polenta, Francesco da Polenta, Riccardo 
Manfredi e Lippo degli Alidosii, a volere ubbidire al nuovo 
Rettore di Romagna, Guglielmo di Arnaldo de Querio e a 
restituire quant' era della Chiesa. Ma pare che fosse un par- 
lare a* sordi, almeno per i più; che quanto a Bertolaccio in 
particolare è da credere che, se non subito, di U a poco 
abbia ceduto perchè già nel 1337, 24 Ottobre, Giovanni di 
Amalnizio s'intitola Rettore nello spirituale e nel temporale 
per la Chiesa Romana della provincia di Romagna e del Co- 
mitato di Bertinoro, e perchè il 25 Agosto del 1339 il papa 
Benedetto da Avignone scriveva a Rambaldo Vescovo d'Imola 
Rettore, che prendesse le debite misure contro Francesco Or- 
delaffi e i seguaci di lui per le malversazioni di ogni genere 
perpetrate in Romagna e nel contado di Bertinoro. Le quali, 
a dir vero, non sono prove troppo convincenti per essere stali 
di questi tempi molti di que* Rettori e Legati e Conti tali 
soltanto di nome e per avere di fatto esercitata tale autorità 
i capi delle fazioni, ma concorrono a tenere per attendi- 
bile r esposta opinione perchè, intanto che gli altri signo- 
rotti dei quali sopra sono stati fatti i nomi, continuano a com- 
battere e ad essere combattuti dalla Chiesa, Bertolaccio, a 
dimostrazione della pontificia benevolenza e forse in premio 



GUIDO DSL DUCA E LA FAMIGLIA MAINARDT. 281 

in cambio della cessione di Bertinoro, il 17 Febbraio 1341 
ottenne da Clemente VII la signoria di Cotignola col peso 
medesimo con cui Giovanni XXII l'aveva data nel 1332 ad 
Ostasio da Polenta, cioè di un pallio del valore di 25 lire 
da pagarsi ogni anno alla camera apostolica di Bologna. 

E in tale qualità di feudatario ricco, potente e beneviso 
al Pontefice egli continua, fuori di patria, ad agitarsi nelle 
lotte politiche e prende parte principalissima ad imprese che 
interessano, come dicono, la storia d'Italia. Ricorderò le più 
note. 

Il 21 Gennaio del 1343 gli Scaligeri, fatto esercito con 
Ostasio da Polenta, col Pepoli e coi fuorusciti parmigiani 
avevano tentato invano di avere Parma della quale si era 
impadronito il 23 Maggio 1341 Azzo da Correggio, con l'aiuto 
dei Gonzaga, sottraendola a Mastino e ottenendo le grandi 
lodi del Petrarca nella canzone « Quel ch'ha nostra natura.. . ». 
E poiché colà doveva recarsi anche Obizzo d'Este, ad evitare 
che non gli capitasse la medesima sorte, Ostasio andatogli in- 
contro con Bartolazzo lo trasse all'Abbadia di Vangadicia, 
eh' è in su! Polesine di Rovigo, dove erano convenuti anche gli 
altri alleati. E quivi dopo di avere lungamente ragionato degli 
affari loro, il discorso cadde anche sulla « potenza inimicizia 
e pravi disegni > di Luchino Visconte, signore di Milano, e 
conclusero che, per liberarsi d'ogni sospetto, fosse opportuno 
di fare alleanza con lui. La quale alleanza fu poi pubblicata 
a' 25 di Marzo. 

Nel 1342 il bavarese Gualtieri duca d' Urslingen s' era 
messo a capo di un' accozzaglia di mercenari tedeschi licen- 
ziati dai pisani che li avevano presi al loro soldo nella guerra 
contro i fiorentini, e a questa altre poi ne aveva aggiunte di 
nostrane e straniere in modo da potere costituire quella che 
fu detta « la gran Compagnia ». Gualtieri, stando alla testa di 
questi uomini « pestiferi, absque rege et absque lege, viventes 
derapinis, nulli parcentes aetati, docti ad omne scelus » ( Annal. 
Medici, in Script, rer. it. XVI. 718) e portando scritto sulla 
sopravveste in lettere d' argento « Duca Guarnieri, signore 
della Compagnia, nemico di Dio, di pietà e di misericordia » 

18 



282 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

si gettò prima su quel di Siena, poi su quel di Perugia da 
dove, cacciato dalla milizie perugine, passò a' 7 di Ottobre 
del 1342 in Romagna. Da prima i signorotti rimasero come 
avviliti ed inerti sotto il pauroso uragano che sopra loro si 
scatenava, ma poi, riavutisi alquanto, nel mese di Febbraio 
del 1343 Bartolazzo con Taddeo Popoli e Giovanni suo fi- 
gliuolo, Ostasio da Polenta e Mastino della Scala (anche in 
Lombardia il Duca cominciava a depredare e a taglieggiare) 
andarono a Ferrara a parlamentare col Marchese Obizzo e 
ivi, tutto ben ponderato, stabilirono che a liberarsi dalla 
mala ventura il meglio fosse di venire a patti con V Urslingen, 
dandogli oro e spoglie. Cosf « la gran Compagnia » si sciolse, 
con indicibile allegrezza di tutti, nella vegnente settimana 
santa (*). 

Poco dopo Bartolazzo aveva nuova prova di affetto e di 
deferenza dal Pontefice Clemente il quale da Avignone, a 
df 7 Maggio del 1343, scrisse lettere agli abitanti di Teodo- 
rano, con le quali significava loro che per la fedeltà addimo- 
strata egli aveva dato ordine all' Arcivescovo Nicolò di Ra- 
venna di concedere il castello e la ròcca, a titolo di feudo, 
per tre anni, a Bartolazzo, col patto però che, trascorso il 
termine assegnato, questi li avrebbe liberamente restituiti, e 
che intanto dovesse esser permesso all'Arcivescovo, in nome 
del quale e della Chiesa ravennate si faceva la concessione, 
e ai famigliari di lui di potervi tranquillamente dimorare, 
quando l'avessero desiderato. 

E al Pontefice Bartolazzo si mostrò grato di questi fa- 
vori, aderendo ai Legati suoi in Romagna. Con uno dei quali, 
Almerico di Chaluz cardinale di S. Martino in Monte eletto 
il 23 Marzo 1343, si lega l'ultimo fatto politico di Bario- 
lazzo. Ed è che il 6 di Ottobre del 1344 questi col Legato, 
con Ostasio da Polenta, Giovanni Manfredi di Faenza e il 
Conte Nicolò Malatesta, andò a Modena a parlamentare col 
Marchese Obizzo d'Este e v'ebbe grandissimi onori. Alla 
quale notizia, lasciataci dal Carrari, è da aggiungere che 

{}) Carrari € St. ^i Rom. » sotto V a. 1343. 



GUIDO DEL DUCA E LA FAMIGLIA MAINARDI. 283 

Azzo da Correggio il 9 del novembre seguente vendeva ad 
Obizzo Parma per settantamila fiorini d*oro, e cominciava per 
cotesta cessione quella guerra del 1344.45 che diede argo- 
mento ad una delle canzoni polìticamente più importanti della 
letteratura italiana e delle più belle di Francesco Petrarca 
€ Italia mia.. .. ». 

Bartolazzo vi prese parte? Non potrei affermarlo in modo 
assoluto. Certo è però che quegli stessi che si erano trovati 
con Bartolazzo a Modena per parlamentare con Obizzo, meno 
forse il Legato Airaerico, furono del numero e che cavalca 
rono con una squadra di ottocento tedeschi, in compagnia 
del Marchese, a prender possesso di Parma. Ed è pur certo 
che, finita la guerra, Bartolazzo si trovava sempre in buona 
amicizia con quelli eh' erano stati amici ed alleati suoi, anzi 
in casa di uno di questi, Giovanni di Alberghetto dei Man- 
fredi, il 5 Maggio del 1347 comperava da Baldovino di Ra- 
niero Conte di Cunio, per tre mila ducati, iutti i beni mobili 
ed immobili di lui nelle pertinenze di Dugarfa, di Cunio, 
d'Imola e altrove (*). E a Faenza, stanco forse di guerra e 
del potere che gli ricordava il giovane nipote e il capo di 
lui mozzato in sulla pubblica piazza di Bertinoro, presso 
Gianpaolo di Guglielmo della Fontana che aveva tolto in 
moglie Rengarda, altra figliuola di Alidosio degli Alidosii, 
vicino ai ricchi possedimenti nuovamente acquistati, e ad altri 
che a lui e apparenti di lui dovevano pervenire od erano 
già pervenuti dall' eredità di Maghinardo da Sosenana, aspettò 
la sua fine la quale non si fece attendere di troppo perchè 
egli appare già come defunto in un documento del 24 Otto- 
bre 1352 {'). 

(*) Arcb. Com. di Bertinoro, Voi. I. 

(^) Intorno ai vincoli di parentela tra i Mainardi di Bertinoro e 
Maghinardo da Sosenana « il demonio > dei Pagani non è qui da fare 
longo ragionamento. Ma come notizia « preventiva » e che mette in 
dubbio tutto quello ohe ai è scritto finora augii eredi di lui, partecipo 
agli studiosi che nel Voi. Ili degli atti di € Lucius et Franciscus Me- 
dici » e di altri dal 1370 al 1450 esistenti nell'Arch. Not di Bertinoro, 
a pag. 75. A. 1372 si ricordano gli « heredes Maynardi Soseaane de 



284 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Sopravvìssero a lui di alcuni anni la mogHe Adalasia e, 
non oltre il 1373, il figliuolo Ugolino che anche lo rappre- 
sentò nel governo della patria (*) e che, come il padre, aveva 
tolto moglie in Ravenna, Principina di Ser Petruccio Bensai. 
E con Ugolino brevi e pallidi raggi di luce solcarono ancora 
r oscurità nella quale furono involti i discendenti di Arrigo, 
di Alberguccfo e di Bartolazzo, e ciò sino al 20 Febbraio 
del 1350, quando Ludovico OrdelaflR, figliuolo di Francesco, 
dopo un lungo e faticoso assedio, riuscf a togliere alla Chiesa 
e a ridurre sotto il suo dominio la ròcca e il castello di Ber» 
tinoro, e cacciò in esilio per le terre di Romagna Ugolino e 
quasi tutti gli altri della sua famiglia, i quali non ebbero né 
allora uè poi, nel paese nativo o fuori, stato alcuno degno 
di particolare considerazione ('). 

DoTT. Paolo Amaduccl 



Maynardis Breit, » e a pag. 76, 6 Aprile 1373 è nominato « D. May- 
nardinas natas nobìlis viri qdam Maghindi Sosenane de Maynardis de 
Brett nnnc habitator Favenciae ». Maghinardo mori nelP agosto del 1302. 

(1) Arch. Not. di Bertinoro — Voi. I a e. 3. 4 sotto la daU U 
Aprile 1343. 

(') Qnesta memoria fu presentata alla gara indetta dal Ministero 
della Pubblica Istruzione per commemorare la sesta ricorrenza cente- 
naria del Giubileo del 1300 a cui si rannoda il mistico viaggio di Dante, 
e fu dalla Commissione giudicatrice dichiarata degna di premio. 



LUCREZIA BORGIA 

NEtr UHIMNZi DUI! SII! PZZI CO» ilFOSSO D'ISI! 



Il Gregorovius (') nella sua Lucrezia Borgia, al Libro II 
racconta che il 4 febbraio 1503 il Duca condusse gli ospiti 
in giro per la città e a fare visita ad una santa donna 
Suor Lucia da Viterbo, veramente chiamavasi Suor Lucia 
da Marni, che Ercole I rigoroso credente s' era tirata a 
Ferrara, come una rarità preziosa. 

Quale vassallo della Chiesa e guelfo per tradizione di fa- 
miglia il Duca doveva essere credente, ma per muovere, in- 
teressare 1 suoi ospiti, venuti neir occasione delle nozze, prin- 
cipi, ambasciatoi-i, appena giunti, a visitare un'umile suora 
terziaria domenicana, poco più che ventenne, per considerarla 
una rarità preziosa non ha pensato il Gregoi'ovius, che vi 
potesse essere un altro motivo, da non merilare il senso 
quasi di ironia, che traspare dalle sue parole J Certamente 
non gli erano note le pratiche del Duca durate tre anni e 
nascite sempre vane, non ostante la formale promessa di co- 
struire un grande convento per questa suora, se avesse po- 
tuto lasciare Viterbo per trasferirsi a Ferrara. Né che inu- 
tilmente si fossero frammessi il Cardinale Ippolito d'Esto, il . 
Cardinale Colonna, il Cardinale Ascanio, il Generale del- 
l'Ordine di S. Domenico e a quanto pare il Duca di Milano. 

(') F. Greoobovius — Lncresia Borgia secondo doctunenti e car- 
l^gi del tempo. 



286 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Non parliamo poi delle reiterate istanze del Duca presso 
Alessandro VI, che favorevole da principio, dovè esso pure 
rinunciare ad accontentarlo, annoiato dalla feroce opposi- 
zione, dai tumulti del popolo di Viterbo e convinto che piut- 
tosto i Viterbesi avrebbero uccisa la suora anziché cederla 
al Duca di Ferrara. Ciò è provato da più di sessanta lettere 
da noi recentemente pubblicate sulla venuta <li Suor Lucia 
in Ferrara ('), documenti che danno agio a chiarire una pa- 
gina di storia di cui poco si sapeva e in modo confuso ed 
incerto. 

Alcune di queste lettere sono autografe di Suor Lucia» 
dalle quali si ha la prova che essa pure desiderava di ve- 
nire a Ferrara, il che è in opposizione a quanto trovasi in- 
serito nel libro della Segreteria antica di Viterbo, che cioè 
fosse stata < a mililum ade Ducis Ferrariae insidiose 

m 

agressa et sublata atque Ferrariam adducla >. 

Che se il desiderio del Duca venne finalmente appagato, 
fu solo per mezzo di un inganno ordito da un uomo astuto, 
incaricato di affari Estense e segretario del Papa, Monsignor 
Felino Sandei, che sedotto il Podestà di Viterbo, deludendo 
la sorveglianza dei Viterbesi, un bel mattino riuscì a farla 
tranquillamente uscire dalla città su di una mula, nascosta 
entro una cesta carica di ortaglie. 

Ora una ragione da giustificare questi maneggi, da giu- 
stificare il compiacimento del Duca per essere riuscito ad ot- 
tenere il suo intento devesi ricercare piuttosto nelle abitu- 
dini di quei tempi ancora medioevali, quando da tutto si vo- 
lea trarre partito a scopo politico, anche col miscere sacra 
profanis, volendo cercare in terra intermediari diretti col 
Cielo onde avere nei momenti scabrosi ispirazioni, consigli, 
profezie. 

A darne una prova, ricorderemo che a Mantova all'epoca 
stessa nel convento delle Domenicane viveva una monaca 



{}) Luigi Alberto Gandini. Sulla venuta in Ferrara della Betta 
Suor Lucia da Nami del terzo ordine di S. Domenico, sne lettere ed 
altri documenti inediti 1497-98-99. Modena Società Tipografica 1901. 



LUCREZIA BORGIA. 287 

Osanna in voce essa pure di santità. A lei ricorrevano da 
varie parti d'Italia, fra tanti Lodovico il Moro colla con- 
sorte Beatrice d'Este. E quando Guidubaldo da Montefeltro 
fuggito dallo stato la notte del 21 giugno 1502, scacciato dal 
Valentino, si ridusse in salvo presso il cognato Gonzaga, que- 
sti a confortarlo non trovò di meglio, dice la storia eccle- 
siastica di Mantova del Donesmondi, che condurlo da Suor 
Osanna, che pienamente lo tranquillizzò, predicendogli che il 
Borgia sarebbe stato a guisa di un fuoco di paglia ed esso 
Duca presto richiamato ('). 

Lucia era giunta a Ferrara il 7 maggio 1499 e il Duca, 
cui stava a cuore di mantenere la promessa di fondare per 
lei un sontuoso monastero dedicato a S. Caterina da Siena ('), 
volle il 2 giugno seguente con grande formalità posta la 
prima pietra. 

E fu il lavoro condotto con tanta prestezza che Suor Lu- 
cia il 5 agosto 1501 potè farvi il suo solenne ingresso quale 
superiora, accompagnata dai Padri Domenicani del vicino con- 
vento degli Angeli e dal Duca che le consegnò le chiavi in 
segno dell' autorità, che intendeva le fosse conferita. 

Ben lontani dal volere tessere la storia del Monastero in- 
torno al quale non mancano memorie manoscritte del tempo 
e varie opere a stampa, ci limiteremo ad accennare che Et- 
tore Bonacossi e Geminiano di Bongiovanni, a quanto riporta 
il Venturi (^, dipinsero nel convento di S. Caterina. La 
Chiesa pure era ornata di pitture di Santi e sotto un arco a 
festoni si vedeva l'Annunciazione, e un tondo con una Pietà. 
Nella loggetta di Suor Lucia il Bonacossi vi figurò 1* adora- 
zione neir orto QOgli apostoli dormienti, la Vergine con San 
Bernardo e San Girolamo. 



(^) Storia Ecclesiastica di Mantova del Padre Ippolito Dones- 
mondi Minore Osservante dedicata al Ser.mo Duca di Mantova e Mon- 
ferrato. Parte II pag. 90. 

(*) Documento I. 

(*) A. Venturi. Atti e memorie della R. Deputazione di Storia 
Patria per le Provincie di Romagna. Terza serie. Voi. VII fase. IlL 



i 



288 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

In altri documenti, da noi estratti dal Libro delle Par- 
tide 1502 (R. Archivio di Stato di Modena) e. 26 trovammo 
che il Duca aveva pagato il 22 febbraio 1502 Lire sei m. 
a Zohane Francesco de Mainieri de Parma depintore per 
uno quadro ciim la testa de S, Johane Baptista, dato a 
Suor Lucia e a e. 46 un pagamento fatto il 9 luglio a 
Bartolomeo da Modana intarsiadore per uno lexilio facto 
per Suor Lucia, Il Campori — Artisti Italiani e stranieri 
negli Stati Estensi — 1855 — parla di un Bartolomeo Bo- 
nasia pittore e dice che fu spesso scambiato con Giovanni 
Bonasia modenese faber lignarius. Nascerebbe il dubbio che 
qui fosse ripetuto V equivoco. Nello stesso giorno furono, pa- 
gati altri lavoreri per suor Lucia a Morelio depintore. 

Annesso al convento doveva esservi T orto, se nello stesso 
Registro 1502 a e. 55, 27 giugno, fu pagata d' ordine del Duca 
la spesa di piante di latuge et herbe hodorifere per pian- 
tare nell'orto di Suor Lucia (^), Troviamo pure notata nello 
stesso Registro la spesa di un grande orologio pel convento 
di S, Caterina, pagata a Mastro da le Balestre. 

Chiuso nel 1798, il monastero si aprì V anno dopo, ma poi, 
soppresso nel 1804 venne in parte distrutto, in parte ridotto 
a magazzeni, tanto che oggi non ne resta più traccia. Se ne 
può trarre però un' idea da una pianta generale di Ferrara 
del 1784 ove vedonsi due chiostri perfettamente uguali, colla 
chiesa annessa volta a mezzogiorno. 

Doveva essere vastissimo. Dice il Padre Granello, che ha 
scritto la vita della Beata Suor Lucia, traendo memorie dagli 
Annali del Convento e da altri manoscritti, come fosse nella 

{}) A dare un' idea delle erbe odorose di cai 8Ì facera uso a qael 
tempo, citeremo ud brano estratto dalle memorie storiche (Il vitto dei 
Veneziani) pubblicate dal Ceccbotti neìV Archivio Veneto Anno XV 
nuova serie (Fase. 59) pag. 71 e segg. « Si trovano nella Sezione No- 
4L tarile del Patrio Archivio di Stato in alcuni contratti di affitto dal 28 
€ settembre 1505 di Ser Benedetto Rebaldi fisico.... « ....fìerhe odorifere 
da marnar et odorar: come sono saìbie: matorane: « serpili: lavande: 
fenochi: presemoìo: levistego (Botan. : Ligusticum, Levistìcom): «lo- 
rubio (detto anche Ballota odorata): matricaì: « savoresa et assento: 
auruano (?): basegò, rosmarini,.., >. 



LUCREZIA BORGIA. 289 

mente del Duca che avesse ad albergare fino a centoventi 
religiose e che avendo smania di vedere in breve crescere il 
numero, pose in opera ogni mezzo per adunarne. 

Già fino dai primi giorni troviamo che vi entrarono alcune 
suore venute da Piacenza e da Brescia e poco dopo vesti- 
rono l'abito alcune giovani ferraresi, due delle quali sui tre- 
dici anni, e persino una di sette. Ciò non fa meraviglia, per- 
chè prima del Concilio di Trento, che impose molte riforme 
negli ordini religiosi, era facilmente permessa l'uscita dal 
convento e alle più giovani il vivere in famiglia. Da ciò la 
contrarietà in queste suore a trasferirsi a Monasteri lontani, 
e quando costrette dall' autorità, erano spesso causa di acerbe 
discordie e scambievoli persecuzioni, delle quali fu vittima la 
stessa Suor Lucia, troppo giovane, scrive il Padre Granello, 
per potere governare una comunità cosi numerosa composta 
di persone per usi, per carattere, per spirito cosi diverse fra 
loro. Infatti venutole a mancare l' unico suo protettore il 
Duca Ercole nel 1505, destituita dalla carica di priora ebbe 
a sopportare, finché visse, ogni sorta di oltraggi e di umi- 
liazioni. 

Ad aumentare il numero di queste suore, racconta il 
Frizzi che il Duca pensò di farne venire dal Convento di Vi- 
terbo, dove Suor Lucia doveva avere lasciato ricordi affet- 
tuosi e ne diede incarico a Bartolomeo Bresciani messo dei 
cancellieri ducali. Il fatto è vero, anzi due volte fu mandato 
in missione a questo scopo. Nel maggio 1501, e non senza 
pericolo di incontrarsi per la via di Spoleto con bande di 
malandrini, dovè recarsi a Narni per intendersi colla madre 
di Suor Lucia, Gentilina, che poi condusse a Ferrara, e per 
cercare due giovani suore, che gli erano state indicate, due 
cugino figlie di due fratelli de Luca che vivevano in fami- 
glia. Ricevuto con male parole conclusero col fargli promesse 
che poi non mantennero (^). E da Narni passò a Viterbo per 
cercare altre suore, delle quali Suor Lucia aveva dato il 
nome. Direttosi al Priore dei Domenicani n'ebbe un formale 

(') Documento 2. 



:^ 



290 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

rifiuto, facendo lo meraviglie che il Duca di Ferrara non 
contento di aver rubato Suor Lucia, volesse anche togliere 
dal Monastero le suore migliori, non restando che le giovani 
incapaci di tenere il governo (*). 

Non ostante l'infelice esito della prima spedizione il Duca, 
appena concluse le trattative pel matrimonio di Alfonso, il 
28 settembre, scrive da Comacchio al Bresciani una lunga 
lettera di cui ecco il sunto (*j: Tu sai il grande desiderio 
che abbiamo di avers a Ferrara quelle sei Suore il nome 
delle quali ti abbiamo dato nota e perchè vogliamo in que- 
sto usare del favore ed opera dell' III. Madonna Lucrezia 
nostra nuora e figlinola dilettissima, pare sia necessario 
prima che essa parta da Roma, che sarà più presto di 
quello che si crede, che tu vada a Roma senza pei-dere 
tempo per avere dette sei Suore et etiam due altre da 
Numi, delle quali ti farai dare il nome da Suor Lucia ('). 
Presenterai la lettera che te mandomo a la prefacta no- 
st7*a nuora e la pregherai quanto più efficacemente potrai, 
che faccia istantia alla Santità di nostro Signore che diete 
sore Steno comandate che debano venire a Ferrara et farai 
intendere a la prefacta madonna che noi te mandamo a 
posta per questa cosa e che hai da noi comissione di 
non partire sino a tanto che sia mandato ad execuiione 
quanto e dicto — 

Da questa lettera si può comprendere quale fosse il con- 
tenuto della missiva del Duca alla futura nuora quindi la 
possiamo tralasciare. La riporteremo in fine cogli altri do- 
cumenti {*). 

Ora le vicende, le difficoltà incontrate dal Bresciani nel- 
r eseguire l'incarico avuto, l'interessamento che spiegò Lu- 
crezia Borgia nei giorni prossimi alle sue nozze a preparare 
la spedizione di queste monache, onde accontentare Ercole I, 



{}) Docamento 3. 
(*) Docamento 4.' 
(>) Docamento 5. 
(*) Docamento 6. 



LUCREZIA BORGIA. 291 

particolare affatto sconosciuto, formano appunto l' argomento 
di questo nostro studio, che speriamo non privo d* interesse, 
avvertendo. che i documenti inediti che andremo esponendo 
furono da noi estratti nei R. Archivio di Stato in Modena — 
Minute Ducali — Carteggio dei Principi Estensi — Car\' 
teggio degli Ambasciatori. 



Il Bresciani giunse a Roma la sera undici di ottobre dopo 
molti fastidi e soste per essere la strada ingombra dall'ar- 
mata francese diretta alla conquista del Regno di Napoli ('). 
Il giorno dopo, ottenuta udienza da Lucrezia Borgia, scrive 
al Duca di avere trovato in lei una madonna molto gentile 
et da bene et a rasonare excelente (^). Essa V assicurò, che 
molto volentieri avrebbe preso impegno di contentare il Duca 
o Suor Lucia. Sellante avrebbe dovuto aspettare due o tre 
giorni essendo il Papa assente da Roma. Qui notiamo che Lu- 
crezia non poteva avere conosciuta Suor Lucia che per fama. 
Quando nel 1499 essa partiva da Viterbo, Lucrezia era ma- 
ritata al Duca di Bisceglie, che fu ucciso, come è noto, il 18 
agosto 1500. 

Ieri circa alle due di notte, scrive il Bresciani al Duca in 
data 18 ottobre (^) la sanctità del Papa retomò a Roma 
cum dupieri acesi, cum sonare de trombe et de campane 
et de castelo sancto anzolo in fina a palazo tanto durò 
il strepito. La causa del suo venire de nocte se è perché 
il no vole che nesuno gè vadi contra. Se sua Santità fosse 
ritornata de dì cardinali, vescovi, ambasciaturi gè seriano 
andati in contra, per essere tornato a quella hora sua 
Sanctità non vene a descunzare nesuno. — La stessa sera 
Lucrezia cenò col Papa. Il Bresciani ha di nuovo sollecitato 
madonna, perchè voglia expedire cum Sua Sanctità il facto 
de le suore. 



(*) Docamento 7. 
(*) Docamento 8. 
(*) Dooo mento 9. 



292 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Lo stesso giorno 18 ottobre (*) il Bresciani scrive che 
Madonna Lucrezia 1' ha fatto chiamare per avvisarlo che il 
Papa è molto ben disposto a contentare il Duca e che ordi- 
nerà a Messer Adriano un Breve per richiamare a Roma le 
suore, che sono slate chieste, perchè s'abbiano a presentare 
a Madonna Lucrezia, la quale se ne è consolata tanto da 
non dirsi. Questo messer Adriano era il Castelli segretario 
di Alessandro VI. Creato cardinale nel 1503 fu poi noto nella 
storia sotto il nome di Cardinale di Comete. 

Ma improvvisamente pare che l'orizzonte si oscuri. A Mes- 
ser Adriano nasce il dubbio, a quanto scrive il Bresciani il 
23 ottobre ('), che non tutte le suore richieste si possano 
avere. Anche il Papa è in pensiero per non potere conce- 
dere tante suore al monastero di Ferrara. Tutto al più po- 
trebbe lasciarne venire quattro da Viterbo e due da Narnl ('). 
Il Bresciani s'affretta a chiedere al Duca quali si avessero 
a preferire, aggiungendo in altra del 28 ottobre che Lucrezia 
tornerà dal Papa e farà il possibile che il Duca sia servito 
del luto. Fa però riflettere che anche il Re di Spagna che 
voleva alcune suore per riformare un convento per un gran 
pezo non fu compiaciuto (*). 

Ma Lucrezia Borgia tanto si adoperò col Papa, che il 
Bresciani potè annunciare al Duca, in data 31 ottobre, es- 
sere riuscita ad ottenere tutte le monache richieste, sette da 
Viterbo e due da Narni e di avere tosto spedito un corriere 
con lettere del Generale e Brevi del Papa ai Governatori 
delle due città, nei quali Brevi era minacciata la scomunica 
a queste suore se non si fossero recate a Roma entro sei 
giorni. Veramente, aggiunge il Bresciani, questa Madonna 
ha preso la cossa con tutte le forze, perché la Signoria 
Vostra sia compiaciuta, che non poteria di più et spiero 



(^) Documento 10. 
(*) Documento 11. 
(•) Documento 12. 
(*) Documento 13. 



LUCREZIA 60RUIA. 293 

che remagnerà saiisfacla de questa illustrissima madona 
per essere dotata di buoni costumi et boutade (*). 

II Duca risponde (6 novembre) (*) che è soddisfattissimo, 
ma raccomanda che il Papa non dia ascolto alle difficoltà 
che queste suore potessero opporre, giunte che sieno a Roma 
e gli sembra ottimo divi§amento farle rimanere a Roma, fin- 
ché abbiano a venire qua insieme cum la^ predicta llLma 
nostra figliola, per attere più certeza de la loro venuta ("*). 

Nello stesso giorno Lucrezia Borgia scriveva al Duca per 
comunicargli la risposta mandata dai Governatori di Viterbo 
e di Narni e perchè veda quanto si è fatto, onde ottenere 
le monache, che Bartolomeo Bresciani a suo nome aveva 
chiesto e con parole affettuose si offre a compiacere in tutto 
esso duca (*). 

Il 12 novembre (') vennero a Roma la Priora del convento 
di Viterbo per nome Suor Diambra, un'altra chiamata Suor 
Leonarda e un domenicano Frate Martino, che era stato un 
tempo il confessore di Suor Lucia. Queste suore si recarono 
tosto dal Generale dell'Ordine per fargli intendere che non 
volevano andare a Ferrara e che avrebbero ricorso al Papa, 
adducendo, come avevano scritto alcuni giorni prima, loro 
ragioni e per esserge de quelle zovene suore, che sono de 
bon parentado et per essere bete credeno che i suoi non 
vorano che le vengono cusì a la bandonata. Avendo poi 
inteso Suor Leonarda che il Bresciani, che aveva conosciuto 
all'epoca del suo primo viaggio, era ancora a Roma, desi- 
derò avere con lui un colloquio, dandogli appuntamento in 
S. Pietro, presente pure la Priora, che conservò sempre il 
silenzio. Suor Leonarda dopo avergli fatto grandi alegrezze 
e chiesto notizie di Suor Lucia e del Duca, prese a dire, 
come esso duca col prendersi le migliori suore avrebbe por- 



(^) Documento 14. 
(') Documento 15. 
(•) Documento 16. 
(*) Doco mento 17. 
(^) Documento 18. 



294 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

f 

tato la distruzione nel convento di Viterbo. Quanto all'invio 
delle giovani, questo pure era impossibile, perchè avevano i 
genitori che piuttosto che lasciarle partire, avrebbero loro 
tirato il collo. Mentre il Bresciani cercava persuaderla, che 
non doveva parlare a quel modo, essendo essa in dovere di 
conformarsi agli ordini del Papa e che pensasse che a Fer- 
rara una città così bella andrebbero in un monastero novo 
così grande et bello quanto sia in Italia, soppraggiunse un 
domenicano ad annunciare alle due suore che il Papa le vo- 
leva vedere. Suor Leonarda' mostrò subito di smarrirsi, mail 
Bresciani la confortò. 

Uscite dair appartamento papale furono chiamate da Lu- 
crezia che voleva sapere V esito del colloquio. Il Papa non 
aveva loro detto che tre parole: siete mandate a Ferrara^ 
poi congedate. Suor Leonarda, che sentiva ii bisogno di sfo- 
gare r animo suo, prese a lamentarsi con tanta insistenza, 
che Lucrezia comenzò (scrive il Bresciani) a darge in suso 
la vose per modo che la tasete, e Lucrezia riprese : Abbiate 
in mente che mandati subito per le altre sore che le vo- 
glio qui, prima che me parta e scriverò io al Gubematore 
di Viterbo che le mandi subito a Roìua. Ma Suor Leonarda 
tanto pregò che noi facesse, promettendo che sarebbero ve- 
nute entro otto giorni, che V ordine fu sospeso. 

Siamo al 18 novembre; la Priora e Suor Leonarda non 
avendo potuto parlare con Lucrezia, che da alcuni giorni era 
fuori di Roma, cercarono del Bresciani, che s' affrettò ad in- 
contrarle di nuovo in S. Pietro, persuaso che avessero fatto 
venire le suore da Viterbo. Ma fu sorpreso al vedere che le 
suore remasero sopra di se e che Suor Leonarda pareva 
non intendesse, sostenendo che non havino promesso a la 
IlUna madona e persistendo nel dire essere impossibile potere 
avere tutte le suore domandate, che già erano d' accordo col 
Generale di fare quello che se puote et che al più in/ina a 
tre qualro sore che se deseno, il saria quanto se potesse 
dare. Soggiunse il Bresciani; ebbene, quali sariano? Quanto 
sia per mi, rispose Suor Leonarda, non poteria vegnere 
perché ho mia madre vecchia et in/erma e mai non dban- 



LUCREZIA BORGIA. 295 

damavo mia madre, Sora Beatrice priora, dice, essere 
sciancata per modo che la va con due ferie. Sora Felicita 
mai la daresemo a Sore Lucia per la sua grave infermità 
de idropesia, la non saria da mescolare culle altre sore e 
Sora Apollonia mai li soi la lasaria vegniere. Irritato il 
Bresciani, sembrandogli che si prendessero giuoco di lui, ri- 
spose che se meraviava de facti soi, che una volta quello 
anno promesso a madona gel doveva attendere. Poi fini col 
confortarle a parlare con madona, dicendo: cum sua si- 
gnoria haveriti da remagnire da cordo (*). 

Ma le opposizioni invece crescevano, tanto che il Bresciani 
scriveva al Duca 24 novembre, che per certo lui gè deventa 
malo e non solo le cose andavano per le lunghe, non solo 
queste suore si rifiutavano di andare a Ferrara, ma si era 
avveduto che subornavano quelle de Narni et etiam quelle 
de Viterbo, che non abiano a vegniere. Di ciò ne aveva 
già dato avviso a Madonna Lucrezia perchè potesse farge 
qualche rabufo come glie no aveva fatto Frate Martino, che 
si mostrava favorevole a secondare il desiderio del Duca. E a 
discolpa del suo operato il Bresciani portava la testimonianza 
del magnifico messer Gerardo, che è qui et vede cum quanta 
diligentia uso con questa Ill.ma Madona Lucretia per ti- 
rare a fine questa pratica (*). 

Questo messer Gerardo era il Saraceni, ambasciatore du- 
cale presso Alessandro VI, che insieme a Gian Luca Pozzi 
aveva avviato le. pratiche pel matrimonio di Lucrezia, iniziate 
dal Cardinale Ferrari. 

Il Duca non prestando fede alle scuse portate in campo 
da Suor Leonarda né che una fosse sciancata, né che T altra 
fosse inferma d'idropisia, pregò la nuora a scrivere al Go- 
vernatore di Viterbo perché si recasse a vedere V una e V al- 
tra, se hanno o no quelle infermità et etiam domandi de 
la loro volontà circa al venire ('). 



(*) Doenmento 19. 
(*) Documento 20. 
(') Documento 21. 



jk. 



% 



296 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Per concludere, Lucrezia torna a far chiamare alla pre- 
senza del Bresciani Suor Diambra e Suor Leonarda tratte- 
nendole 7noUo humanamente^ ma esse continuavano a per- 
sistei'tì di non volere udire de vegnire a Fen^ara. Ma- 
donna allora vedendosi da le diete ingannata et che mai 
havevano facto ciò che havevano promesso^ prese a rim- 
proverarle; ma le suore negavano di essersi obbligata, cosi 
che Madonna, scrive il Bresciani, restò tuta conturbata che 
diete monache la facessero bugiarda e più gagliardamente 
riprese, imponendo loro di eseguire quanto aveva comandato 
il Papa. Ma esse soggiunsero, Sua Santità avere detto che 
provedendo per quatro eh' el stava contento. Ciò sentendo il 
Bresciani si fece innanzi per aiutare madona, ricordando 
a diete Sore che le non intendevano el facto suo, aggiun- 
gendo quanto di bene potè dire del duca, della bela cita de 
fer^i^ara et del bello monisterio, Tamen la lll.ina fnadona 
et mi siamo stati in bataia cum queste benedecte sore, usti- 
nate piti che il diavolo e finalmente vedendo non potere ot- 
tenere nulla, sua Signoria parlerà di nuovo col Papa, perchè 
facia intendere al generale luto quello vorà che se faxa 
et bisognara che habino pazienza et cum questo lo suore 
se ne andarono ricordando però che non era comparsa nes- 
suna de quelle de Xarni, ma rispose loro il Bresciani che 
attendessero a mettersi in ordine elle et non attendere al 
facto d* altri ('). 

Il 29 novembre venne occasione al Bresciani di parlare 
col Generale e col Procuratore dell'Ordine nella cappella 
papale e li pregò a non volere essere essi causa che queste 
suore fossero cosi dure et pertinage, mentre dovevano essere 
pronte al commando del Papa, che non poteva tardare. Il 
Generale rispose che se cusl sera bisognerà ubidire; poi 
entrando in un altro ragionamento chiese in che modo se 
menara diete sore, digando non volere che vadano cum 
soldati et zente d'armi in compagnia. Il Bresciani rispose 
che r Ill.ma Madona ne pigliara bona cura et diligentia 0* 

{*) Dosamento 22. 
(*) Documento 23. 



* 



LUCREZIA BORGIA. 297 

Pare che queste parole tranquillizzassero i superiorf do- 
menicani, perchè non consta abbiano fatto ulteriori opposi- 
zioni e poco dopo il Bresciani in compagnia di un Commis- 
sario Papale potè essere mandato a Viterbo per prender tutte 
le suore richieste. Ne dà avviso al Duca Lucrezia stessa con 
lettera 17 dicembre, aggiungendo che lo simile se usato cir- 
cha ad quelle sore de Namia, quale tute collo auxilio de 
Dio da fiora in hora le expectamo. Et così li havemo facto 
preparare el locho nel monisterio della medesima profes- 
sione che sonno, dove non selli manchara de cosa nessuna 
necessaria, tra tanto che venga el giorno de mia partita. 
V,ra Exc. non se ne prenda fastidio ne disturbo alcuno^ 
che luto succederà iuxta V intento et mandato de quella et 
maxime per desiderare io tanto de servirla et far cosa 
chelli aia grata. Et se in sin qua non selli e dato piti ce- 
lere fine, quello non lo imputi ad altro che alla difficultà 
della cosa (*). 

Sei giorni dopo che Lucrezia aveva diretto questa lettera 
al Duca, per condurla a Ferrara giungevano i Principi Estensi 
accolti con grande solennità e fitichè restarono a Roma furono 
continui festeggiamenti, cavalcate, carri trionfali, mascherate, 
tornei, caccio al toro, pranzi, serate di ballo, rappresentazioni 
di commedie, di moresche, di cui troviamo la descrizione nei 
tanti dispacci degli ambasciatori di Ferrara, di Mantova, di 
Venezia. Fa meraviglia che Lucrezia potesse in quei giorni 
trovare il tempo di occuparsi di queste povere monache. 

Tornato da Viterbo il Bresciani il 21 dicembre annuncia 
al Duca (*) che tute le sore desiderate sono già a Roma e 
non crede che gè manchi nesuna, sette da Viterbo e due di 
Narni et etiam due secolari che esso Duca aveva chiesto in 
una delle sue ultime lettere. E il Bresciani aggiunge di avere 
posto ordine per li muli che le haverano a condurle, avendo 
ordinato sopra a la ceste li sui manteliti de Iella incirata 
per de fesa de laqua et de la neve et etiam del fredo et si 

Q) Doc omento 24. 
(') Documenti 25, 26. 

19 



298 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



faranno tute te provisione per condurle a salvamento. Il 
Duca si mostra assai contento e dispone per le spese di 
viaggio cento ducati. 

Fino dal 20 dicembre aveva esso ordinato che non vo- 
leva che le suore venissero dietro la comitiva parendogli più 
honesto che vadano inanti. A questo modo non venivano in 
compagnia de cortisani et il loro venire sarà sicuro (*). 

Decisa la partenza di tutte queste suore il Bresciani av- 
verte il Duca come a fratelli e parenti di esse fosse venuta 
il desiderio di accompagnarle e il Duca si affrettò a rispon- 
dergli (') siamo molto ben contenti che tu lasci venire luti 
quelli che voleno venire accarezzandoli et usando verso 
loro ogni hwnanità, perché anche da nui serano 'ben rice- 
vuti. Vuole poi che partano un giorno innanzi, perchè siena 
più propinque alla comitiva della Duchessa et che habiano 
in ogni modo a far la via che farà la comitiva et venire 
per quelli lochi medesimi, precedendo sempre di uno giorno 
e la IlLma duchessa nostra nora provederà per la venuta de 
diete sore et compagnia che sieno alogiate et facte le spese 
per quello modo che se farà al resto de la comitiva. 

Questi provvedimenti, dei quali si sarebbe incaricala Lu- 
crezia, furono, a quanto pare, causa di qualche screzio col 
maggiordomo e con altri della corte, ai quali rincresceva 
prendersi tante cure per queste suore, che trovavano molto 
noiose, ma il buon Bresciani si rassegnava col dire: Sono 
tutti Spagnoli! E poi tutto già era pronto per la partenza. 

Infatti il 3 gennaio il Bresciani scriveva : domani me 
parto cum licentia de la Ill.ma madonna Lucrezia, la quale 
me ha dato dui balestrieri in compagnia, voglio operare de 
essere nanti la comitiva una zomata. La prefacta Ma- 
donna me ha comandato che a bologna 7ne fermi tanto che 
la gè zunzi perchè sua Signoria vote che le gè fazi com- 
pagnia a Ferrara (^). 



(') Documento 27. 

(«) Docaraenti 28, 29, 30, 81. 

(') Doca mento 32. 



LUCREZIA BORGIA. 21^9 

Un'altra lettera del Duca ordina che giunto che sia a 
Faenza dia avviso del giorno che havera ad giungere quiy 
acid che potiam venire incontro a diete sor e et ordinare 
la intrata ne la citade et fare quanto sera opportuno circa 
la venuta loro ('). 

Il 18 gennaio scrive Bresciani, che è arrivato a Cesena 
con tutte le sor e a salvamento ('). Il Duca racconianda ac- 
celeri il cammino acciò possano essere le suore a Ferrara 
tre o quatro di nanti la duchessa e ripete havendo pen- 
siero di honorarle vegnendoghe incontra. Bresciani risponde 
non potere tanto sollecitare in causa del fango e della piog- 
gia insistente. Per questa ragione consiglierebbe, per guada- 
gnare tempo di continuare il viaggio da Argenta a Ferrara 
per aqua con una nave grande fornita di vituarie vino 
pane ove formazo et qualche pesse cotto per queste sore e 
la S.ria V,ra poteria fare ordinare al bertoloia ho sto che 
aparechiase due camere con cinque leti et stala per quatro 
cavali computa dui balestrieiH che me fono dati a Roma 
che me han facto sempre optima compagnia. 

Se poi dovesse venire per terra il Duca dovrebbe man- 
dare oto de soi muli con le barelle perchè i mulattieri ve- 
nuti con lui non si cureriano di venire a Ferrara e tor- 
nano indietro. 

Neir ultima lettera da Faenza Q 20 gennaio, si accenna 
ad un altro ritardo per essere sopravvenuta a Suor Beatrice 
da Narni una grandissima ambascia, per modo chcl se du- 
bila grandemente del facto suo. Chiamato subito uno 'me- 
dico del Cesenato, gè dete per bocha certa cossa per modo 
che dopo tre ore deliberò se vegnisse a Furti, dove gè ari- 
vasemo a due hore de note. Alla mattina, giorno de San 
Sebastiano gè fìeci dire una messa et feci fare colazione 
alle sore. Prima di rimettersi in viaggio fece prendere a 
Suor Beatrice uno pocho de marzapane et uno pocho de 



(*) Docaraento 33. 
(*) Documento 34. 
(') Doca mento 35. 



300 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

pan bagnato nel brodo de polo e quatro coriandoli (') per 
modo che potè venire a Faenza. 

Per quello che posso comprendere, dice il Bresciani, il 
male suo he stato male de medrise ('). È contento che il 
resto de la brigata stia benissimo e non dubita punto di 
fare il viazo a tempo d' arrivare a Ferrara molto bene de 
quatro di nanti là duchessa, 

Ferrara era già in festa per V imminente arrivo di Lu- 
crezia. Navi di verdura di bossi e ginepri s' eran fatte venire 
dalla marina e se ne trovano notate le spese nel Registro 
delle Partide. Archi e festoni dovevano ornare le vie e cer- 
tamente le prime a passarvi sotto saranno state le nostre 
suore. Possiamo immaginare la contentezza del duca nell* in- 
contrarle, ma ciò che non potevamo immaginare si è, che 
negli Annali del Convento, a quanto dice il Padre Granello 
si trovi memoria come nel febbraio del 1502 ad istantia del 
Duca Hercules fossero venute quattordici monache da Narni 
e da Viterbo, ma che cinque di queste dopo pochi giorni 
erano tornate a casa. 

Luigi Alberto Gandini. 

(*) Galeno e Dioscorìde parlano del corion o coriandum. Il succo 
estratto dal seme di questa pianta ardentes summae cutis inflammationes 
emendabaU Oggi di questo seme aromatico fanno uso i confettieri. 

(') Medrise — forse da matrix sinonimo, qualche volta usato, della 
voce greca u^no* nel senso di colica, come dice lo Schlumberger nella 
sua pubblicazione — Amuìettes Bizantins anciens 1892. (Ernest Lerouz 
edit. ) Cosi si potrebbe dare alla voce medrise il significato di colica o 
almeno di una leggera infiammazione intestinale. 



DOCUMENTI 



i. 

Ercole I al Cardinale G. B, Ferrari vescovo di Modena, 

1501 aprile 7. Comacchio. 

Ad Rev.m d. Car.lem mutinen. Havendo nui in grande venera- 
tione la gloriosa sancta Chaterina senese quale fra li saneti et sancte 
tenimo per nra singulare advocata: havemo deliberato de dedicarli 
et intitularli ano monastero il quale facemo fare di novo in questa 
nra citade: non molto lungi dal monastero de Sta Maria da li An- 
geli de li frati predicatori de observantia et epso monastero cum 
alquanta dote, volemo consìgnare a le venerabili sore del terzo habito 
de sancto Domenico come a quelle che sono figliole et imitatrice de 
la p.ta Sancta catherina et perche secundo ni dicono li p.ti frati e 
circa ciò necessaria la auctorità de la santità del nro Signore et es- 
sendo Nui desiderosi de dìcto effetto ni e parso sicome etiam facemo 
in le altre cose che ni sono a cuore de scrivere a la S.a v.ra R.ma 
la quale summamente pregamo che la voglia bavere a se il R.do 
M.ro Vincentio da Castelnovo Vicario del ordine predicto al quale 
per la qui alligata se scrive oppurtunamente : et inteso da epso il 
parere suo per quanto se habia a fare circa ciò: La voglia per amor 
nostro essere cum la S.tà de nro Signore et operare tuta quella 
expeditione che bisognara sopra questa materia. 

Et queste sore del terzo habito che ìntrarano in dicto monastero: 
haverano ad essere obligate a li tri voti e altre cerimonie secundo 
che sono le altre sore claustrale del ordine di sancto Dominico: et 
che etiam habino li privilegij cha hanno epse Claustrale: Maisi la 
ven.le sore Lutìa da Narni, la quale ha da essere la guida et Gu- 



802 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

bertrice de diete sore e per causa de la quale Nui tanto più volen- 
tieri facemo fare dieta fabrica, desidera inseme cum le altre che 
hanno ad intrare et cussi nui siamo contenti che le possine a le 
volte uscire del claustro corno seria due on tre in compagnia per 
andare a la chiesia a la messa et offici j et cussi item per visitare 
qualche infermo on per altra causa pia cum licenzia pero del con- 
fessore, maisi che sempre in quelle che uscirano gè sia una provetta 
che sia de experientia et prudentia et questo loro desiderio e per 
ritenire in qualche parte il costume, et modo de la sua madre sancta 
Catherina da Siena quale fu de dicto ordine cum la liberta predicta: 
et in tute le altre cose veleno essere subiecte a la lege de le claustrale 
come havemo dicto. 

Ferr. 7 aprilis 1501. 

( Nota ). Gio. Battista figlio a Giovanni Ferrari e Verde Alberghetti 
nacque in Modena neir anno 1451 o poco avanti. Giovine ancora e gii 
vestito r abito clericale sì recò a Roma ed ottenne offici presso la oorìt 
pontificia ai tempi di Paolo II, Sisto IV, Innocenzo Vili e Alessandro VI. 
Quost* nldmo specialmente gli fa largo di protezione ; lo investi di molti 
benefizi ecclesiastici e gli affidò importantissime cariche, ionalzandolo 
poi al Vescovado di Modena e air Arcivescovado di Capoa e decoran- 
dolo finalmente nel settembre del 1500 del cappello cardinalizio. Fq 
chiamato comunemente il Cardinal di Modena e firmavasi Io. Bopt 
Cardinaìis Mutinensis, 

In Roma trattò moltissimi affari del Daca Ercole l e per citarne 
uno solo, fu il Cardinale di Modena T iniziatore delle trattative che 
condussero alla conclusione del matrimonio d' Alfonso d' Este con Lu- 
crezia Borgia, celebratosi per procura il 'àO dicembre 1501 in Roma. 
Ivi venne a morte il Ferrari nel giorno 20 luglio 1502 e la sua salmi 
fu trasportata a Modena e depositata in urna marmorea, che anche oggi 
sovrasta alla porta principale della Metropolitana Modenese. 

IL 

Bartolomeo Bresciani al Duca 

1501 maggio 25. Narni. 

Ill.me et Ex.me d.ne d.ne mi obser.me etc. Inseme cum m.ro 
zaneto son caualcato insina qui a Narni donde siamo stati in via 
dice zornj habiamo fato la via lunga et per la più segura andasemo 
in nancona Recanati amasarata a tolontino a sarauale a spoliti a 



t 






a 



• 



LUCREZIA BORGIA. 303 

terni et narni donde habiamo habuti de maltempi a dosso de pioze: 
ben che questa strada e la più segura che se posi fare segondo il 
*dicto deli homini del paese anche siamo uenuti cum grande paura 
per essere pnre sta fato certi latrucinij et asasinamenti a frati mar- 
chadanti prelati anbasaturi Ragusei habiamo caualcato tuta la uale 
de spina et uale de stretura che ancora e pezo de molti ladroni et 
asasini che praticaueno in dita ualata il ne fu prixi 3. quali uno gè 
erra che a confessato hauere asasinato et morto 22 homini sono stati 
apicati. il gobernadore de spoliti gè tene driecto et age la spia et 
quilli da terni fono il simile per netare dita ualata dali ribaldi tute 
quelle capane donde praticaueno sono state brusate tamen siamo 
uenuti a saluameuto. m.ro Zaneto prese il camino de qui per andare 
a Roma lontano de qui 40 mia. Segnore esendo capitato atolontino 
a cena andai nela giexia mazore hauedere vjia figura grande come 
vno homo che pare dalabastro relncente fata ala similitudine de una 
turcha segondo dicano quelli Jiomini dela terra la quale està trouata 
nel suo fiome che e centanara dannj che la erra sta soterata tanto 
a rosegato laqua quello leto del fiome che la se he descoperta mai 
fu uista la pìubella cossa. la vno mantello atorno cum lampio del 
mantello in suso latra spala laquale mostra il brazo drito nudo et 
a la faza sua beletissima cum vno retondo in testa che certamente 
la pare viua dal fiato in fuora altro non gè manca, quili citadini 
dicano che molti cardinali gè la uoluto pagargela et dare ala com- 
munita in Sina 400 ducati che non gè la uoluta dargele, sa la 
Ex.cia v.ra lauese son certo laueria a cara mili ducati per una fe- 
gura maj fu vista la più bella la quale fu fata cum grande mesterio 
et ragiona. 

Zunto che son stato qui a nami pare che Bartholamio et lusti- 
niano de Luca antonio presentete la mia uenuta, el me fu desubito 
referito che haueueno usato de male parole digando che uorano uedere 
chi gè uora tuore sue fiele per forza esendome fato intendere pensai 
de mandarge le lettere che gè screueua vrà Ex.cia le quale staueno 
in noti ma forma et gè mandaj adire che li pregaua che me uoleseno 
darme odientia peluche non gè deria sono cose che gè piaseria, la 
matina me mandono adire che fose il ben uenuto et che andase che 
me darla 6dientia et che me scoltaria uolontiera per essere messer 
lustiniano priore et segnore al presente dela terra, prima parlai cum 
Rartolamio suo fratello per sua fiola Tomasa la quale non latene in 
narnj ma lìe aterni soto costodi de una sua eia zintildona che na 
bona cura, parlato che io gè ebbi et fatoge intendere quanto vostra 



304 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Ex.cia haueria da caro essere compiaciuto de sore tomasa sua fiola 
da metere in compagnia cum la venerabile suore Lucia nel mone- 
stiero nouo che ha fato et anche se domanda ad messer lustinìano 
sore beatrice sua fiola. Lui me respose regratiando per mile uolte 
ura Ex.cia del bono animo haueua uerso loro et le fiele sue et eciam 
chel se sia di guato scriuerge si bone littore, et anche de quanto io 
gè haueua dicto abocha resoluendose cum mi che parlase cum lu- 
stiniano suo fratello che possa soriano inseme: Da poi parlai eom 
messer lustiniano certamente me dete tanta bona et grata audientia 
quanto dire se posa mosterando hauere habuto molto a caro il seri- 
nere gè ha fato ura Ex.cia quello chel non meritaua. lutraì nel par- 
lare in domandarge sua figliola sore biatrice da motoria in uno mo- 
nestiero nouo per compagnia de la uenerabile sore Lucia che gie 
tanta efecionata che non se potoria dire più oferendome cundurle 
epsa et sore tomasa senza ninna spesa loro, auisandoli che ogni zomo 
ne restarano molto contentisimi hauerlo feto, cercha a questo par- 
lare ficci asai per tirarlo a dire de si, Lui me respose chel uoleua 
esere cum il fratello Bartbolamio, ma chel uoleua che io parlase 
cum sore biatrice sua fiola ne restai molto contento che quello che 
uoleua domandarge lui prima me ne fece oferta, il prefato messer 
lustiniano me prese per la mano et conduseme a casa sua et a pre- 
sentome sore biatrice sua fiola digando parlati ìnseme quanto e uoliti. 
Io steti meglio de vna grosa bora inseme, et me domandete asai de 
vra Ex.cia mostrando esere informatissima sapendo quanto la S. V.ra 
e denota de questo abito del terzo ordine. Et quando la stese a lei 
la noria eserge uolata, ma per hauere /rateilo male volontiera la el 
lassarla et anche il padre che e male sano. Io gè reeordaj che 
udendo esere monica molto meglio seria rechiudersi in qualche bon 
monestiero come he questo de ferrara cha starsene in casa, perche 
il stare in casa e molto prigoloso, veramente questa dona mostm 
vna santarella et mostra amare cordialmente la venerabile sore Lucìa 
digandome che quello che la sa lei gelo insigne, et che sempermaj 
la cognosete sore lucia che il regnaua in lej vna purità et simplice 
et sol de lej, la me dise cose asai che quando lastaua qui a namj 
lauete in lej grandisimi signali miracolusi et che dio il sa quanto 
laseria contentisima esere apreso de lei. Io gè resposi che4,uto quello 
la uora epsa sera, perche me persuado che suo padre intendando la 
uolonta sua non gel negara. la me respose che tal cessa maj feria 
senza saputa de tuti li soi parenti et che la parlara come 11 padre 
et cum li parenti che posa vnaltra fiata me respondera. Io haueua 



LUCREZIA BOBOiA. 



305 



ineso fuora pratiche asaj de mezo a sulicitare questa cessa perchel 
sene facese qualche bona conculusione, tamen li loro padri B^rtho- 
lamio, et messer lustiniano me anno resposto et mostra quanto 
restano hubiligati ala Ex.cia v.ra hauerge recheduto le cose et fiele 
sue, ma quella gè perduni se al presente non danno quella resposta 
che la desidera vra S.ria digando che Bartholamio ha uno suo fiolo 
in nelamagna a posta del Car.le sanseuerino spierano che infra dui 
jnixi il sera di qua per esere homo che uale et molto exercitato per 
il Car.le il quale se chiama messer Francesco da narnj perche tale 
cossa non fariano senza sua saputa et che poteria essere chel faria 
capo a Ferrara per visitare il Car.le da est fiolo de vra Ex.cia che 
gaiardamente uegnandoge chel se gè ne dibia parlarge che tuto quello 
il fora luj sera iato quello se dice de sere tomasa se dice de sere 
biatrice. Questa he la resolutione anno fato cum mj. 

Tuti li parenti de la venerabile sore Lucia se recommandano ala 
Ex.cia v.ra et dicano battere inteso deli boni tratamenti che la fa 
uerso sore Lucia tutj restano hubiligati ala S. v.ra quali fanno oferta 
ale bisogne de quella de 50 homini cum le arme in mano atute le 
loro spese, Eciam certamente tuta questa terra se ne allegra et 
restano molti contenti che sore Lucìa sia ale mane de vra Ex.cia 
più cha niuuo altro signore del mondo per intendere loro quanto 
quanto vra S.a he tuta piena de deuotione che esendo cusì sore Lucia 
non miritaua andare in naltre mane cha in le mane de vra Ex.cia 
per questo ne restano molti contenti et sasti fatj. 

Io lieuo de narnj M. Gentelina madre de sore Lucia, et cauo de 
qui vna sera che e darieto de etade de trenta tri annj sanissima che 
e molti anni che e monica del terzo ordine la quale parichi mixi fa 
la fu conduta da Roma qui per insignare a certe moniche qui, 
hauendo presentuto che io son qui per leuame da menarne a ferrara 
la uoluto parlarme et examinatola asai mostra essere literada et sa 
lo officio grande amente et sa molto bene rezere lo officio et menarlo 
la quale sera me a diete che maj uitte (vide) sore non uolere qualche 
gouerno sono queste che la ale mane, la non uole butare uia la fa- 
tica et lanima ad vno traete certamente la me pare al proposito 
nostro. Ancora me dice che pure che la ueda cum lochio vna cosa 
che cum le mane gè basta lanimo de farlo. M.a Gentelina ne mena 
una de qui la quale dice essere eleue de sore Lucia nominata maria 
agnola. 

Sore Lucia me commese che menase Nicolo suo Cusino* fiolo de 
saa eia Silea che uogliando studiare chel menase cusi lo meno. 



306 



R. DEPUTAZIONE Di STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



Domane mene uado a Viterbo et li me sforzare hauere quelle 
suora de che ho in commesione da sere Lucia ala vra Ex.eia de con- 
tinuo me recommando. narnj die 25 maij 1501. 

111. et Ex. due. d. V. 

Seruitor Bartholameus Brixianvs. 

(fuori) Tlì.mo et Ex.mo dmo d,no meo — obser.mo d.no 
Hercuìi duci Ferrane eie. 

Ferrarie 



Cito. 



(Dal carteggio degli Ambasciatori, — Roma) 



(In foglio volante) meno Madona genti lina 

8ore Dianbra 
sore barbara darieto che e qnela che ne scrino 

ala S.a v.ra 
sore maria agnola 
poterla esere che asieme se hauera quel e dae 

perche frate christofalo gie. 



m. 



Bart, Bresciani al Duca, 



1501 maggio 27. Viterbo. 

Ill.me et Ex.me d.rie d.ne mi obser.me. Io non mi estenderò in 
lungo scriuere. Qui a Viterbo ho usato tuta la mia diligentia per 
hauere qualcuno de queste sore, finalmente al presente non gie or- 
dine perche il priore che ha la cura sua il gè pare che quando se 
cauase de quelle quatro sore che adimandaua sore Lucia chel mo- 
nesterio remaneria in zeuentude et non gè emendo gouerno staria 
male et che a v.ra Ex.eia gè pUole ben bastare che gè robasi sore 
Lucia che e stato a questa cita de Viterbo gran perdita. Io gè re- 
sposi se dio haueua ordinato che cusi fosse il bisogna hauer pa- 
cientia, Tutauia il prefacto priore intendando quanto v.ra Ex.eia he 
dinoto de questo ordine ne resta tanto satisfate che sore Lucia sia 
a Ferrara più dia in nesuno altro loco, oltra quello che ho inteso 
de sore Lucia a Narni anche questa Abbadesa sore Dianbra me ha 
dicto de molte bone opere de suore Lucia innefecto. Conculusione 



LUCREZIA BORGÌA. 307 

non se anno potuto fare. QiiestQ priore me dice che esendo morto il 
grenerale, che al presente se fa capitolo a Roma per farne vno, alora 
se poterla praticare che se ne haueria qualcuna. la visita ciò che ho 
fiato questa matina per parte de sore Lucia et insieme a quelle che 
la fece monege che sono cercha dece, se la Ex.cia v.ra hauese uisto 
quello ho uisto mi, cum quanti pianti laminti et suspiri se apresen- 
t4:)rono haueriano fato pianzere li sasi, che certAmente gè ne portaua 
grande corapasione, questa visitacione che io gio fato gè ha ronouato 
le piage si le sore uechie cum le zouene tute per questo mio essere 
uenuto qui se sento tute tribulate, recordandose il pasato. Io le ho 
confortate asai veramente se laudano asai dela Ex.cia v.ra per hauere 
haute darla Ex.cia v.ra qualche elimosena. Ma il me pare compren- 
dere che tute quante che sono in questo monostiero se poteseno vo- 
lariano a ferrara da sore Lucia per questa partita altro non ho che 
scriuere. sono che sempre ala Ex.cia v.ra me recomando Viterbi die 
'ZI maij 1501. Domane me parto per andare verso Siena per concu- 
ludere del fato de le due sore che gè sono, ben che frate christofolo 
e la suso et son certo hauera operato il tute perche ala zunta mia 
non se hauera cagione de perdere tempo. 
lU.me et Ex.me due. d. vestre. 

Seruitor Bartholameis Brixianus. 

{faori) Jllmo et Ex.mo d.no d,no meo — obser.mo d.no 
hercuìi duci ferrarie eie, 

Fbrearie 

Cito. 

(Dal carteggio degli ambasciatori — Roma) 

IV. 

Ercole I a Bari, Bresciani, 

1501 settembre 28. Comacchio. 

Ad Bartholomeo Brexiano. Tu sciai il desiderio grande che te- 
nerne de bavere a Ferrara quelle sei sore el nome de le quale te 
havemo dato in nota sopra una police et perche noi volendo in questo 
usare il favore et opera de la lUus. Madama Lucretia nra nera et 
figliola dil.ma mi pare che sia necessario de usare diligentia per 



308 R. OBPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

potere fare tuta questa opera inanti che. epsa m.a se parti da Roma 
per venire qua attento che potoria , accadere che la se parteria più 
presto de quello che prima si era figurato : Et perho ha verno delibe- 
rato che ora tu senza perdere tempo vadi a Roma per fare opera 
de ha vere diete sei sere et seressemo desiderosi ultra diete sei baverne 
etiam due altre de quelle da narni, li nomi de lequali due te farai 
dare a la ven. sor Lucia, la quale sia quale sono, et ad questo modo 
ne haveressemo sei da Viterbo et le due da narni che sciai. 

Tu adunque col nome de dio et cum lo adiuto de la Gloriosa 
sancta Catherina da Siena andarai a Roma et sotto la litera et cre- 
denza che te mandamo cum alligata in bona forma come vedenti, 
parlarai a la p.ta lU.m nra nora et factoli intendere il grande desi- 
derio che tenimo de bavere diete sere quale sono del terzo ordine 
de S.o Domenico per metterle in compagnia de la p.ta sera Lucia nel 
monastero novo che Nui la havemo facto fabricare. attento che epsa 
cosi de tute core desidera perche erano care compagne, pregarai 
quanto più efficacemente poterai sua Illu.a S.a che voglia col favore 
.suo operare che le habiamo et parmi che sua signoria habia ad te- 
nire questo modo. Zoe fare instantia a la S.ta di nro S.re che diete 
sere siano chiamate et facto venire lie a Roma et venute che le gè 
sieno, le sia per parte de sua Beat.ne commandato che debano ve- 
nire a ferrara a stare in compagnia de sere Lucia nel monastero pre- 
dicto et ne la venuta che farà sua S.ria a Ferrara fare che anche 
epse siano conducte ad ciò che la cosa habia ad sortire eflecto comò 
speremo che facilmente succederà se poi la optima dispositione che 
tene la p.ta lUu. nora nra de fare cosa che ne piacia. Si etiam per 
la auctorita de nro s.re la cui Beat.ne solo cum una parola pò fare 
cose de mazore momento cum fare intendere ad sua S.ria che Noi 
de tale efFecto riceveremo tanto piacere satisfactione et contenteza 
quanto de veruna altra cosa che de presenti per mogio suo potes- 
semo conseguire per li respecti antedicti. Et li subiungerai che fa- 
cendo Noi come havemo dicto, gran stima de questa cosa me parso 
de usare più presto il mogio et favore de sua Sig.ria che de altri 
sperando che la obtennira facilmente et farà volentieri lopera. Et 
poterai recordare quanto serano ben tractate diete sere a Ferrara et 
quanto serano accarezate da gor Lucia et ben vedute da Noi, et sera 
anche grande sublevatione del monastiero de Viterbo il quale perle 
controversie de quella terra se trova in tali termini che male hano 
da vivere le sere che vi stano. Et quando pur non se potesseno avere 
tute octo, farai iustantia che saltem se habiano le sei annotate in la 



LUCREZIA BORGIA. 309 

poliza. Ma per nostra compita satisfatione et perfecta conrenteza de 
sore Lutia desideramo de haverle tute octo. 

Et ferai intendere a la p.ta M.a che si come Noi te mandamo a 
Posta per questa cosa, cosi hai da Noi in commissione de non te 
partire, sino a tanto che sia mandato ad executione quanto e dicto 
et che tu venirai con epse quando venira sua S.ria et ne piglierai 
quella cura che bisognerà et cosi farai. 

Tu intendi il desiderio et animo nro: fa de usare ogni possibile 
diligentia ad ciò che siamo compiaciuti de quanto e dicto che più 
non te ne poteressemo caricare et stringere. 

Et quando sarai a Roma ne darai spesso adviso de quanto farai 
consegnando le letere tue a quelli nri che vi sono che le mandarano 
de volta in volta cum le sue per le poste. 

Farai intendere in tuto a la p.ta sor Lucia nauti a la partita tua 
da ferrara ad ciò che la sapia tuta questa provisione che se fa per 
sua satisfactione. Et li demanderai se per lor tu haverai ad fare più 
una cosa che un altra. In questa tua andata exeguirai tanto quanto 
le te ordinara. 

Et per la qui alligata litera li daremo adviso del tuto comò ve- 
derai la quale li darai. Per la qui alligata scrivemo a hieronimo 
Ziliolo che te prò veda de denari per questa tua andata et non ac- 
cade provvedere se non per te, attento che havendo diete sore a ve- 
nire cum la p.ta m.a non accadera fare altra spesa per epse et li 
commetemo che te faccia dare quindece ducati per dieta andata, 
figurando Noi che tu habij andare con dui cavalli et clie tu habij ad 
stare fora uno mese. 

Comachl XXVIII Septem. 1501. 

V. 

JtJrrolc I a suor Luria da Xm^ni. 

1501 settembre 28. Comacchio. 

Ad sororem Luciam — Venerabilis . . . . Per non perdere tempo 
in mandare ad tuore le sore che sapeti Noi scrivemo a Bartholomeo 
Bresciano nostro, che se tmnsferisca ad Roma per questa causa dan- 
doli Instructione de quanto Iha ad fare comò intendereti da epso.- 
11 tuto perche li havemo commesso che inanti chel se parta. Il con- 
ferista ogni cosa con voi et che ancho il uè domandi se voliti or- 



310 B. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

dinarli più una cosa che un altra ad quella parte et chel exeguistu 
quanto sia de vostro piacere. Et perche mandando noi al fare questa 
opera desideraressemo poi per vostra satisfactione de havere etiain 
quelle altre due sere che furono depennate da la scripta. Voi dareti 
li nomi de epse a dicto Bartholomeo perche lui ha li nomi de le 
altre et noi non se recordamo il nome de quelle due. Altro non 
havemo per questa se non che vi pregamo vogliati continuare le v.re 
orationi per Noi a nostro signore Dio et bene valete. 

Comaccbio 28 septem. 1501. 

VL 

// Duca Ercole I a Lucrezia Borgia, 

1501 settembre 28. Comacchio. 

Ad lUu. d. Lucretiam Dux Ferrane ecc. Illu. ecc. Operas- 

semo già comò credemo che sia noto a v.ra 111. S.a de avere qui a 
Ferrara la venerabile so^^e Lucia da Narnia la quale da poi che la 
gè è se e portata talmente et con tale sanctimonia devotione vita et 
costumi che ogni die più se gli siamo facti affectionati et havemoli 
facto construire uno Bello et ampio monastiero titulato a Sancta 
Catherina da Siena. Et perche Lei summamente desidera de havere 
alcune sore cum se in compagnia in dicto monastiero le quale sono 
a le parti de lae, et sono del terzo ordine dì S. Domenico attento 
che sono state compagne et sono persone da bene et de optima vita, 
Noi siamo tanto desiderosi de questo effecto quanto de cosa che mai 
havessimo a core, perche havendo facto fabricare dicto monastiero 
desideramo molto che se gli dia optimo principio cum le predicte 
sore, quale come havemo dicto sono piene de summa boutade et ca- 
rità, et per questo ni e parso de mandare a la S.ria v.ra Bartholomeo 
Brexiano nro familiare presente exibitore quale ad jplenutn li farà 
intendere lo animo nro et quello che ne pare che sia da fare circa 
ciò. Pregamo affectuosamente la Illu. Sig.ria vra che voglia prestarli 
quella fede che la faria ad Noi medesimi et voglia pronptamente 
abbrazare questo assumpto come sapemo la farà voluntiera. Perche 
a la S.ria v.ra sarà facile lo obtinere che habiamo nostro intento 
et ad Noi farà tanto piacere quanto la ci potesse fare de veruno 
altro effecto che da epsa prò presenti potessemo expectare et subito 
che habiano pensato de usare il mezo et favore de la S.ria v.ra circa 



! 



LUCREZIA BORGIA. 311 

ciò, ni pare de bavere conseguito lo intento nro et non pigli la 
S.ria v.ra admiratione de questa nra instantia, perche essendo noi 
nel stato che siamo attenderne più a le cose del anima come e questa 
che a le altre, le cose autem del anima se debono abbrazare con 
ogni possibile fervore et efficacia. 

Ut supra 

vn. 

Bari. Bresciani al Duca. 

1501 ottobre 11. Roma. 

111. S. — Questa sira son zunto a Roma per la gratia di Dio a 
salvamento non senza qualche fastidio et pericolo per le cosse che 
ho ritrovato per la strada et maxime li franzosi et fanti guasconi 
che sono venuti ale parti de lonbardia et ad uno trato se ritrovas- 
simo ab un convento dove me bisogno star uno di e mezo per fino 
che fossono passati, tutavia me son ritrovato a Roma in oto di cum 
ogni sulicitudine et ho potuto usare lo fato per essere presto qui ma 
il cavallo del famiglio non ha potuto riezere et le stato forza lasarlo 
a Ronzinone et tolrene uno altro a vetura che me son conduto a 
Roma a salvamento. Io ho posto bono ordine che scia ben curato 
perchè io intendo che domatina a bonora se spaza le cavalcate, il 
me a parso per questa mia farge intendere del mio arivare a Roma 
a salvamento. Domani bavero odienza da la IH. mad Lucretia et 
quanto bavero operato el tuto faro intendere ala ex. vra. una volta 
son zunto al tardi qui, per lo advenire quello farò et zorno per 
zomo la farò avisato et alla S. v.ra de continuo me racomando — Dat 
Romae di 11 ottobre 1501. 

IH. et Ex. due ecc. 

Fidrlissimus Bartholomeus Brixianij?. 

vm. 

Bart.^ Bresciani al Duca, 

1501 ottobre 12. Roma. 

Ill.mo S. mio — Questa sira la IH. madona Lucretia me ha dato 
udientia. Io ho atrovato una madona molto gentile et da bene et ha 



312 



R. DEPUTAZIONE Df STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



uno rasonare excelente. La sua S. ba inteso il desiderio grande che 
la de bavere quelle moniebe oltra che vostra excelentia gè la scripto. 
Ancora me gè bo dato il modo in cbe modo se de fare a cavarle 
Tanto desiderio cbe ha Sua S. circba a questa cossa de fare che 
siati servito che la vole aspetare che la sanctita del papa sia tor- 
nato, che sera in fra tri o 4 zorni perche la farà in uno tanto quelo 
se doveria fare in 15 zorni la tolto molto volentieri la sunte che 
v.ra E.cia sia satisfata in seme cum la venerabile suore Lucia .... 
111. et Ex. due. ecc. 

Roma, 12 ottobre 1501. 

fideh'ssimus servus Barth. Brixianus. 



Bart, Bresciani al Duca. 

1501 ottobre 18. Roma. 

111. s. mio — Erri ( ieri ) circba ale due bore de note la Sanctita 
del papa retrono a Roma cum dupieri asai acesi cum sonare de 
tix)nbe et de campane et da castole santo anzolo in fina a palazo 
tanto duro il strepito. La causa del suo venire de nocte se è perche 
il no vole cbe nesuno gè vadi centra. Se sua Sanctita fosse retro- 
nato de di cardinali, viscovi, anbasaturi gè soriano andato in contra 
per essere tornato a quella bora sua Sanctita non vene ad eseunzare 
nesuno: ho sulicitato la 111. madona Lucrecia ad expedire cum la 
Sanctita del papa il facto de le suore no gè mancara sulicitudine. 
Quanto socedera de di in di V. Ex. ne sera avisato. La 111. madona 
Lucretia andiete a cena cum la sanctita del papa altro non me acade 
da scrivere ala Ex. v.ra a la quale de continuo me racomando. 

IH. et Ex. due. 



Roma, 18 oct 1501. 



fidelissimus sptvks B. Brixianus. 
X. 



Bart, Bresciani al ìhfca. 

1501 ottobre 18. Roma. 

lU.mo s. mio — havendo scripto uno polieeto (piccola polizza) 
a IH. madona Lucretia solicitandola cbe essendo venuto il papa la 



LUCREZIA BORGIA. 



313 



se recordase de expedire cum la Sanctita Sua il facto de le sore per 
essere sua s.a al quanto hucupata me fece respondere che la me 
faria chiamare, ozi circha ale 23 bore me fece chiamare et diseme 
bavere parlato cum il papa circha ciò. Tanto piacere Sua Signoria 
a riceuto bavere atrovato il papa tanto ben disposto a questa cossa 
quanto mai al mondo se potesse dire : senza ninna contraditione del 
papa mostrando essere molto contentissimo. Et sua santità questa 
sira conmetera li brevi a messer Adriano deputato a ciò quali ne 
scriverà a Viterbo et a narni che diete sore debiano vegniere a 
Roma. Dandoge mi la nota nel nome de diete sore. Dicti brevi per 
cavalaro a posta serano mandati. Diete sore se baverano a presen- 
tarse ala IH. madona Lucretia la quale certamente a preso tanta 
consolatione vedendo bavere obtenuto dal papa quello che tanto he 
a cuore a la Ex.cia v.ra. La sig.ria de madama Lucretia he tanta 
aliegra de questa cossa che la non poteria esserne più. vedando ba- 
vere servito la Ex.cia v.ra et dice non gè mancare in cossa alcuna 
perche labia bono efecto. Cusi la prefacta madona Lucretia se re- 
comanda per mi le volte a la ex.tia v.ra et de quanto socedera ne 
tegnero avisata la Sig.ria v.ra a la quale de continuo me Recomando. 
111. et ex du. d. ecc. 



Romae, 18 oct. 150L 



Fidelissimo servo Barth. Brixianvs. 



Bart, Bresciani al Duca. 



1501 ottobre 23. Roma. 



Per la mia ultima del venti, la S.ria v.ra intese quanto hera 
ordinato cum messer Adriano circha lo expedire di brevi da man- 
dare a Viterbo et a Narni perche il prefacto mess. Adriano havendo 
parlato con la 111. Madona Lucretia stava in qualche dubitatìone 
che diete sore non se poteseno bavere. Et per questo dìse mess. 
Adriano de volerne parlare 

Et oltre chel sia stato scripto a sore 

Beatrice et a sore Tomasa il generale a scripto a li loro padri liar- 

20 




314 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

tholomio et lustinìano che ancora loro debìano vegnire o mandare 
in compagnia sua perche se intenderano la causa la quale non ne 
sono bona et onoreuele per la religione, facendo questo a cautela 
perche se intendeseno la causa forsi trafugariane per modo che 
non se poterla haverle: el me pare chel sia preso bon modo a 
fare che le vegnano a Roma. Venute che siano la III. madona Lu- 
cretia alora adoperara il suo inzegno et forse che la Signoria vostra 
et la venerabile matre Sore lucia habia il suo desiderio. Messer 
Adriano facto che fu diete litere del generale le volse vedere, le 
quale gè piaque asai da poi porto li brevi al papa per farli se- 
guarii. Sua santità per quelle sei de Viterbo stete alquanto sopra 
de se et non volse segnarli, digando che erano tropo sore che se 
cavaveno da dicto monestiero. Tutavia messe Adriano lo fece inten- 
derlo ala 111. madona Lucretia la quale ha preso questo pensiero di 
farli segnarli et hame promesso ala presentia de messer Girardo 
che stia de bonavoglia che la li farà spazare al papa. Io sto in 
questo pensiero che questa cessa sia pratichata per il papa per dare 
questo honore a la prefacta 111. madona Lucretia et per mezo suo 
si guarii. Tutavia m.a Lucretia se ha tolto questo sento de fare chel 
jiapa li signi: che possa Sua Signoria ne piara bona cura de jnan- 
darli per soi misi ()?iessi) a posta. Io la vedo sua Signoria tanto calda 
a questa cessa che non ne so pensare altramente. Solo che la Ex. 
vostra sia servita et dice de farlo ozi o domane. Infalantemente io 
non gè mancare de solecitudine perche la se compisà. Signore mio 
manche tempo non gè voleva considerando che mai se mette fine 
alle cosse de questa corte et ala ex. vostra sempre me recomando. 
111. et Ex. due. d. v. 

23 octob. 1501. 

Fidelissimus seì^itor Bartholomeus Brixianus. 

Bart, Bresciani al Duca, 

1501 ottobre 26. Berna. 

Ill.mo s. mio — Acio che per questa cavalcata la S.ria v.ra In- 
tenda a che termini me trovo parlando cum la 111. madona Lucretia 



\ 



LUCREZIA BORGIA. 315 

et sulicitanJo la expeditione. Sua Signoria me fece uno parlare al- 
quanto dubioso in mostrare che la santità del papa stava in suso 
quella hoponione de non potere servire la Ex.cia v.ra solo de sei 

sore 4 de Viterbo et le due da narni che sono in tuto sei perche i 

il primo Recordo che ebbi dala Ex.cia v.ra parlava de cinque sore 
da Viterbo. El prefacto pontefice he contento de compiacerne de 
quatro v.ra S. Le remetto a la Ex.tia v.ra la copia de dicto Re- 
cordo, che havendone a cavare de cinque una la Ex.tia v.ra poterà 
essere con la Vener. sore Lucia et vedere quela som che gè pare 
levare via, de le altre due che me haveva cresuto la prefacta sore 
Lucia oltra la inclusa copia che me dete v.ra S.ria perche non gè 
vedo ordene ninno de haverle se la III. madona non sbatese il papa 
chel se obtegnese il tuto. ma sua S.ria mostra volerge parlarge un 
altra fiata per vedere de ultimare il tuto o la mazore parte. Ma 
pure quando non se potesse obteniere solo le sei priego ora v.ra Ex.tia 
me voglia subito chiarirme quelle che se anno a domandare a ciò 
sapi come me ho a governare de quelle quatro tutavia non staro de 
batere et sulicitare chel se habia quelle più se poterà bavere non 
gè mancaro de niente a fare tuto quello se poterà fare perche la 
s.ria v.ra habia il suo intento in seme, cum la venerabile sore Lucia. 
Questa expedetione de Roma mai se livera et non gè vedo fine. 

Sore Lanarda / queste 4 se diman- 

Sore Beatrice \ dino principalmen- 

Sore Felicita \ te oltra quelle da 

Sore Apollonia [ namj. 

Sore Magdaleoa / se altre se ne pò bavere 

Sore Tbomasa < se piglij secondo questo 

Sore Barbara \ ordine. 

Ill.me principe. Dimanda la madre suor Lucia de debia scrivere a 
Roma per bavere quelle due zoyene seculare de le quale laltro giorno 
parlasserao insieme. 

La prima se dimanda Sebastiana, di Misaer Paolo Scoto Vito babi- 
tante in Otriculi sorella che fu de suor Ursula che mori nella casa 
biancba e cnsioa de ess^ madre Suor Lucia. 

La seconda se chiama Angiola sorella di Paulo de mazelai babi- 
tante presso la Rocha de Viterbo de la quale altre volte ne fo infor- 
mato Bartbolomeo Bressano quando andò a narni per condure M. Zen- 
tìlina. 





316 K. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

XTTT. 

Bari, Bresciani al Duca. 

1501 ottobre 28. Roma. 

111. me s. mio. La signoria v.ra intenderà per la mia de 26 quanto 
la Santità del iK)ntefice sta in pensiero de non volere compiacere 
la S.ria v.ra solo de sei sore secondo che la 111. madona Lucretia 
me ha referito, facendo io instantia con sua E. che almaneho se faci 
venire le diete nove sore a Roma perche il poterla a cadere che 
qualcuna da epse per qualche ragione non se poteriano havere. Sua 
IH. S.ria me respose quam primum la vadi da la sanctita del papa : 
la farà un altra fiata il possibile perche sia servito del tuto. Et eliel 
serenissimo Re de spagna ha voluto reformare alcuni monestieri in 
spagna ben chel papa gè habia compìasuto de qualche sore da me- 
tere da uno loco a un altro, non e stato compiasuto a uno gran 
pezo come he stato il signore duca de ferrara perclie sua sanctita 
a voluto piarne bona informatione che compiasendone de sei il fa 
oltra il dovere. Tamen sua 111. S.ria me ha promeso di livermela. 
Come la va dal papa acio che li brevi se posano mandare. Non ha- 
vendone haverne sono sei sore dui da narnj et quatro da Viterbo. La 
Ex.tia v.ra subito me avisara quale sei bavero a liezere e del tut*) 
ne aspeto resposta prima che diete sore vegnono a Roma, Se più se 
ne poterà havere, se farà il posibile perche gè vedo molto bene di- 
sposta la IH. madona Lucretia. Per ora non acade altro che scrivere 
solo che ala Ex.tia vra ce racomando. 

IH. et ex. ducalis dominati vestre. 

Rome, die 28 oct. 1501. 

Fideiissimus servits Barth. Brixiams. 

XIV. 

Bart, Bresciani al Buca, 

1501 ottobre 31. Roma. 

Ill.mo 8. mio. la IH. madona Lucretia me ha facto intendere 
havere hotenuto dala sanctita del papa che la segnoria v.ra sia com- 



LUCREZIA BORGIA. 317 

piasuta de bavere quelle nove sore sete da Viterbo et duo da narni 
segondo che se domanda et sua s.ria per il contento che la sa che 
vostra excel, pigliara, ancora sua s.ria mesterà haverne consolatione 
grande et ha facto sua s.ria expedire li brevi al papa. Io no me 
voglio za darme questo honore se bene ho usato diligentia et sulici- 
tudine cercba a questa cessa cum sua Signoria Ma bene dico che 
sua 111. Sìg.rìa essendo andato dal papa la quale boterà il tute acio 
che la excel, vra sia servita cum la venerabile sera Lucia. Et io 
ancom ne ho tanto contento quanto dire se possa che veda essere 
questa cossa resolta segondo che he il desiderio v.ro la prefacta III. 
s. sua oggi ha spazate il ca vaiare et mandato li brevi inseme cum 
le litere del generale et adrizatoli per sua S. ali gobernaturi de Vi- 
terbo et de Narni che apresentano dicti brevi cum le litere, acio che 
le no habiano cagione de calciterare Spiero che no haverano cagione 
de scusarse perchè la sanctita del papa gè scrive che soto pena de 
scumonega tiene debiano retrovarse a Roma in termine de sei zomi 
ala receuta di brevi no dubito che vegnerano. Zunto che lo siano a 
Roma poteria essere chel se senteria qualche contraditione de diete 
sore bastase che questa 111. madona. he gaiardissima a questa cossa 
et no dubito che cusi conio la sua 8.ria la vista come il some pon- 
tifice la vora che diete sore et li sei restano contente de vegniere a 
ferrara. Cusi vivo cum questo bone animo che sua segnoria le me- 
nara cum siego a Ferrara per farne uno presente desiderato ala 
excel, vra et alla venerabile sora Lucia: et io no abandonaro la 
impresa cusi come ebbe comesione dalla s.ria v.ra stando de continuo 
apreso ala prefacta IH. madona per fina che se siamo conduti a Fer- 
rara. Veramente questa madona a preso questa cossa cum le forze 
sue a fare che la segnoria v.ra sia compiasuta e la trovo sua s.ria 
tanta inclinata verso la s.ria vra che la no poteria essere più. Spiero 
che la excel, v.ra remagnera molto bene sastifacto da questa ili ma- 
dona per essere dotada de tanti custumi et buntade che la no altro 
pensiero sono de contìnuo de servire la excel, vra. Et spiero etiam 
dio che ogni persona da lei remagnirano molto sastifacti per retro- 
varse ben condetionata et de quanto socedera ala zornata la segnoria 
v.ra ne sera avisata cusi la prefacta madona Lucretia se recomanda 
per mile volte in gratia de la excel. S.ria ala quale de continuo me 
racomando. 
111. et excel. 

Romef nltimo ottobre 1501. 

fideltssimtis famulus Bartholomevs Brixianu^ 



318 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



Il Duca a Bari, Bresciani. 

1501 novembre 6. Ferrara. 

Dilectìssime noster. Havendo ricevuta la tua lettera de ultimo del 
passato per la quale ne dai adviso come la III. m.a Lucretia nra nora 
et figliola dilectissima ha facto opera cum la s.ta de X. S. che se- 
remo compiaciuti de le septe sore da Viterbo et de le due de Narni 
et che li brevi et litere sono stati mandati in bona forma per questo 
effecto, havenio sentito de ciò summo piacere et contento vedendo 
che pienamente gè bavera ad essere la satisfactione nostra et cussi 
della venerabile sora Lucia. Volimo che da parte nostm ringrazii la 
prefata ili. m.na pregando sua s.ria che giunte che sieno a Roma 

diete sore la faci opere che non contradicano et che non sia 

acceptata alcuna loro contradictione ma che la S.tà di X. S. comandi 
pure che le habiano a venire qua insieme cum la predicta III. nra 
figliuola, prevedendo che le stieno lie a Roma insino che sua S. ve- 
nira acioche se habia più certeza de la loro venuta. Et farai inten- 
dere a sua S.a che veramente la non potoria operare cosa che più ne 
fosse grata de questa: et col favore suo farai etiam opera che se 
habiano quelle altre due giovene seculare delle quale te scrivemo 
per un altra nostra lettera, acioche compitamente receviamo questa 
contentezza insieme colla prefata sore Lucia: dandoni spesso adviso 
de quanto succede. 

Ferrariae, 6 novembre 1501. 



Bari, Bresciani al Duca. 

1501 novembre 6. Roma. 

lU.mo 8. mio. La diligentia de la 111. madona Lucrezia per ba- 
vere tuto facto quanto la potuto. Come la sanctita del pontefice, et 
donde he stato necesario per mandare li brevi expediti a Nami et 
a Viterbo per cavalaro a posta, come ne scripsi per la mia de ul- 
timo del passato et de quatro del presente, la Ex.a vra. de acogne- 



LUCREZIA BORGIA. 319 

sere molto bene che la prefacta IH. madona Lucretia per satisfare 
al desiderio grande che ha la Signoria v.ra in volere quelle sore da 
inetere cum la venerabile sore Lucia nel suo monastiero: oltra li 
brevi del papa et le litere del generale ancora sua S.ria haveva 
scripto a quelli gubernatori. litere molto bone et favorevole che ve- 
gnava in proposito de la cossa. El cavalaro andete. Et questa sera 
he retronato cum le qui alligate litore et bone. Chel gè ne sia due 
dereti ve al sanctissimo padre. Sua S.ria le aperse et inteso il tuto 
quanto vegneva scripto, perche sua s.ria desidera che v.ra Ex.tia in- 
tenda il tuto de quanto he facto in sina a hora. Benché in quelle 
de Viterbo il gè sia qualche dificulta de haverle, adugando quelle 
raxone de la mazore parte de diete sore sono zovene et non de go- 
verno. Cume vedrà per il scrivere che fano tuttavìa sore Lunarda 
cum la priora dice de vegnire a Roma a parlare al papa et al suo 
generale per eserge de quelle zovene che sono de bon parentado et 
per essere bele credeno che non vorano che le vengano cusi a la 
bandonata. Prima vorano intendere dove le haverano andare moste- 
rando bavere ìntentione che se domandano per metterle cum sore 
Lucia a ferrara quella che ha le Estimate. Et mostrano che quella 
sere madalena sera suficientissima et vegnera volentiera. vegnendo 

gore Lunarda et la priora qua come vegnerano Quanto sia per 

quelle de Narni sore Tomasa et sore beatrice Bartholamio et lusti- 
niano padre delle diete havendo scripto al papa per modo che scri- 
veno mostrano volere fare tuto quello comanda la sua sanctita. mo-' 
sterando pero la scusa de epse per non atrovarse ne la terra et che 
manderiano per epse a le quale serano a cadauna a presentato il 
suo breve . . . , 

6 novem. 1501. 



Lucrezia Borgia al Duca Ercole /. 

1501 novembre 6. Roma. 

lU.mo et Ex.mo mio S.or et p.re observan.mo. Per le resposte 
qui alligate che fanno hora li gouernatori de narni e de Viterbo alli 
breui della S.ta de n.ro S.re et anche alle mie lettere vedera V.ra 
Ill.ma S.ria quanto se sia insinqua operato per la satisfatione del 
desiderio suo circha lo auer in ferrara quel numero de relligiose che 



320 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

per suo nome bartolomeo brexano me referi sotto lettere de V.ra 
Ex.tia credentiale in sua persona el che azo che inteso per v.ra IlLma 
S.ria el processo della cosa possa meglio quella agiunger o dimi- 
nuire ad quanto in questo negotio desidera e comandara sa faza. Me 
pai*so per lo presente cauallaro notificarcelo: quella aduncha se de- 
gniara fanne intender la total sua resolutione afìnche corno certifi- 
cata dessa possa exequire el suo mandato corno e unicho mio desi 
derio e parte de satisfatione del debito e immortale obligatione che 
quella con tante cordiale e paterne demostratione ogni di più me 
agiunge corno per sue benignissime lettere e rellatione de questi soi 
oratori qui continuo intendo. 

de roma vj de nouembre (1501) 

Omissis 

De V.ra Ill.ma S.ria 

ohediente figliola e seruitrice 

LUCRETIA ESTEN. DE BORGIA 

(fuori) Allo lìhmo et Ex.mo mio Su)r e pre obseruan,mo 
lo S.or ducha de Ferrara eie. 



Bari, Bresciani al Duca. 

« 

1501 novembre 12. Roma. 

Ill.mo s. mio. Le tri giorni che la priora de Viterbo et sere Lu- 
narda sono venute a Roma et anno facto capo al Reverendo padre 
Generale et molto se sono butate via de non volere intendere de 
vegnire a ferrara mostrando volere parlarne cum il papa. Cosi da 
basso sapendo sore Lunarda che me atrovava qui a Roma ognimodo 
la me volse parlare perche el mazo passato quando fui a Viterbo la 
me cognose et se reduseno in S. Pietro. Intendendo questo, subito lo 
fieci a sapere ala III. madona Lucretia persuadendome che possa ve- 
gnariano a parlare a la Sig.ria sua la disse che le vole^sse oldirle 
quello le volevono dire. Alhora terminata andai in S. Pietro apunto 



LUCREZIA BORGIA. - 321 

che le atrovai alo Altare de la Veronica grande alegreza et feste 
me feceno per una bora grossa rasonasimo desiderando volenti era 
intendere come staseva bene la venerabile sore Lucia et la sig.ria 
v.ra et de molte altre parole asai. Pure sore Lunarda erra quella 
che parlava perche la priora me pare de poche parole, facendome 
gran coscientia che volesse essere causa de desfare il monastiero de 
Viterbo, et chel se domanda tute le zovene che anno li padri in Vi- 
terbo, quasi per quello che dice sore Lunarda che più presto che le 
lasano vegniere a ferrara, le scolongarave. Io gè risposi digando sore 
Lunarda non la piare questa cossa cosi grave, il bisogna che faciati 
voi et le altre tuto quello ve comandara il sancto padre ha veri ti ad 
obedire et fariti tuto quello ve sera comandato et andanti a Fer- 
rara in una cita cusi bella et in uno monistiero novo cusì grande 

e bello quanto sia in Italia 

stando in questo razonamento soprazunse uno frate di santo Dome- 
nico meso del papa. Comandandoci che le dovesseno andare suso che 
el gè veleva parlare parse che sore Lunarda tuta se smarisse. Io la 
confortai che la gè andasse gaiardamente e che la facesse bono animo 
et che la guardasse a non descompiacere la S.ta sua. Andatene suso 
accompagnate da certo suo parente dal papa. Da posta le remese da 
la 111. madona Lucretia da noi sua S.ria volse sapere in quello che 
ereno remase. Come il pontefice le non disè altro solo che erano 
mandate a sua S.ria. Volendo sore Lunarda commenzare a lamentarsi 
la prefacta 111. madona Lucretia commenzò a darge nel trato et in 
suso la vose per modo che la tasete. Nel piare de la licentia che 
volse fare sore Lunarda, madona Lucretia gè dise habiati a mente 
che mnndati subito per quelle altre sore. che sono dimandate, perche 
le voglio qui prima che me parta dandoge sua S.ria intentione de 
partirsi in fra quindese dj. Lo che la scriverà al Governatore de Vi- 
terbo che le mandara incontinenti a Roma. Sore Lunarda pregò ma- 
dona che non il facesse perche Lei se lasaria vegnire in fra oto dì. 
Le se parti da sua S.ria segondo che me dice madona asai bene sa- 
tisfate et non tropo de mala vola 



Rome 12 nov. 1501. 



fidelisstmtts servus Barth. Brixiams. 




322 R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 



Bari. Bresciani al Duca, 

1501 novembre 18. Roma 

Ill.me s.re mio. Da poi che ebbi aprensentata la IH. madona Lii- 
cretia la sua 1 itera che gè scriveva vra. Ex.tia et fatoli tuto il ra- 
sonamento da poi sua S.ria cavalco fuora per spacio de uno groso 
mio (miglio) a certo loco de Monastiero de monache donde za sua 
seg.ria stete molti zorni. La vener le priora et sere Lunarda erano 
venute a parlare con sua S.ria et essendo in S.to pietro le mandono 
per mi et io gè andaj on speranza che le avessero facto vegnire le 
suore da Viterbo che le doveveno fare vegniere. Et li andai. Le igno- 
rava et pareva che non me intendesse repili gandosi non havino pro- 
messo a la 111. madona Lucretia che voleva mandare per le suore 
che la non manda e che mandaristi voi le rimaseno tute sopra de se. 
voltandome verso a sore lunarda. Chel me pare le habiano facto un 
gran male a prometere cusi. Liberamento a la prefacta 111. ma- 
dona.... digandoge che la vedera quello che gè intravegnera et che 
credeva che la gè ne farla pocho honore. Le me volse commenzare 
ad intraromperme digando chel non era possibile chel se potesse 
bavere tute le sete sore che se domanda, mostrando che haveveno 
molto bene parlato cum el suo generale et come il procuratore de 

lordine, le quali le conforta veno a fare quello che le puole et 

che al più infìna a tre o quatro sore che le deseno il jsaria quanto 
le potese dare, per intendere tuto quello le volesse fare gè doraandaj 
quali seriano: sore Lunarda respose quanto sia per mi non poterla 
vegnere perche ho mia madre vechia et inferma se pure mio fra- 
telo fosse vivo potoria dire de vegniere. mai non abandonaro mia 
madre. Risposi a sore Lunarda che credo il bisognara ubedìre li co- 
mandamenti del papa. Se sore Biatrice la priora dice essere siancata 
per modo che la va con due ferie perche altramente la non poteria 
andare de sore felicita mai la daresemo a sore Lucia per la sua 
grave infermità de idropesia perche la non seria da mescolare cura 
le altre sore. De sore Appolonia mai li soi la lasaria vegniere a Fer- 
rara. Digandeme lasatine andare a casa che faremo elecione de quatro 
suficiente e bone che la vener. sore Lucia remagnera contenta et ben 
satisfacta. A questo gè resposi che me mareviave di facti soi che una 
volta quello lo anno promeso a madama le gel doveva atendere et 



LUCREZIA BORGIA. 323 

non guardare a parole de frati. Io ho confortate a parlare con ma- 
dona Lucretia et cum sua S.ria baveri ti a remagnire da cordo fa- 
cendoge intendere che la farla bene a fare tuto quello vora la s.ria 
se partine da mi tute rubufate et contaminate 



Bari. Bresciani al Duca, 

1501 novembre 24. Roma. 

Ill.mo S. mio — Per certo come ho scripto altre fiate ala Ex.tia 
v.ra io gè dovento mate atante expedetione lungo che sono in questa 
Roma, pure il mag.co messer Girardo e qui et vede ciim quanta 
diligentia uso cum questa IH. madona Lucrecia per tirare a fine 
questa pratica: Erri sira esendo venuto quelle sere da Viterbo per 
parlare cum la prefacta madona Lucrecia, la quale non gè potete 
dare odientia per essere sua S. cum la mogliera del Duca de gravina 
la quale gè stete sina a note. Da poi erri sira de note parlai cum 
sua S. digandoge che liera stato diete sore per volerge parlare la 
quale stava ocupata cum quella zentildona. sua signoria me respose 
che non curase percliè la erra stata la sira avanti dal santo padre 
Cam il quale la parlo de queste sore: et prego sua sanctità che vo- 
lese fare farro lì brevi perchè lei voleva mandare uno suo comissario 
a posta per questa cagione a Viterbo et ha narni per fare vegniere 
diete sore rengraciai sua S. per mi le volte de quanto lo haveva 
facto, tutavìa la me comese che facese che domane diete sore gè ve- 
gneseno a parlare per intendere quello le voleva dire: frate Martino 
che e quello che le haveva cumdute et se medete a cognosere. Io lo 
acarezai asai et vistolo volontiera perche nebe comessione da la ve- 
nerabile sore Lucia. Che quando il vedese et lo havesse avisitarlo da 
parte sua et recomandargela per mile volte. Intendando la sua Re- 
verentia che io erra qui per tal cagione, semetesemo a rasonare in- 
serae il quale mosterava volere gaiardamente aiutare la materia acio 
che la S.ria v.ra et la venerabile sore Lucia habiano tuto lo suo in- 
tento. Perche scrivo una letera ala prefacta venerabile sore Lucia de 
la desputa habuta cum frate Martino, ma la resoluctione habuta cum 
lui solum la scrivo a la exc.tia v.ra per essere venuto frate Martino 
novamente a Roma, molto gè rencrese chel no sia stato al prencipio 
de questa cessa a Roma, che la seria za ultimata ma che tutavia no 



324 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

gè mancara a fare il posibile suo perche vengano tute quelle che 
adomandano. Ma el me certifica frate martino che quella sore bia- 
trice mai poteria vegniere per essere intermini che la non va solo 
cum le ferie. Io ho parlato cum lui de condure sore diambra et sore 
Agata a Ferrara perche le fazano compagnia adicte sore per conso- 
lazione de loro parenti. Frate Martino me ha resposo non gè vedei^re 
ordine perche sono done greve et mai non se parteriano da Viterbo. 
Io fieci intendere a frate Martino chel praticase la cossa che so che 
vegnando quelle che le sono guadagnarla da la Exc. v.ra perche la 
Signoria vostra ha gran desidero de parlarge per esserse retrovata 
ale cosse secreto de sore Lucia quando la stava a Viterbo. Frate 
Martino me ha promeso de fare il posibile ma dubita chel non so- 
cedera. Molto me rencrese bavere inteso de quello a facto queste sore 
da Viterbo che son qui sore diambra et sore Lunarda, che oltre che 
le dicano che epse no volono vegniere a Ferrara che ancora sono 
andate suburnando quele che sono in sina a Xarni et etiam quelle 
da Viterbo che non habiano a vegniere. il tuto lo subito facto inten- 
dere ala IH. madona Lucrecia acio che vegnando epse sore a par- 
large la gè possi farge qualche rubufo. Interim non mancaro de la 
solita diligentia perche il sene cavi una volta le mane per questo 
non acade altro seno che sempre la ili. madona Lucrecia me ha eo- 
meso che scriva ala exc. v.ra et etiam -ancora mi aquella de continuo 
me racomando. 
IH. et ecc. 

Roma, 24 novembre 1501. 

fidelissimus fam iilits 
Bartholomaeus Brixianus. 

carta volante unita alla lettera del Bresciani 24 novembre 

Le sore che se domanda in Vi- Et non potendo havere qaeste o per 

terbo. non potere ho per infermitade 

videlicet. 
saor Lunarda 

sore Beatrice Sore Diambra 

sore Felicita sore Aggata 

flore Magdalena sore Lunarda 

sore Tomasa sore Beatrice 

sore Barbara sore Felicita 

sore Apollonia sore Apollonia 



LUCREZIA BORGIA. 825 

facendo p«ro dal canto mio tuto Ad compimento delle Hte qoale 

quello sera possibile a fare oom aore havera a essere. 

qaesla III. madona che) se liabia 

tutte queste sore ón in cambio de 

le amalate Bore Diarnbra et aore 

Aggata 

XXI. 

Il Duca II, Bari. Bresciani. 

IMI novemb; 

Dilect.nie nr. Havemo havuto tre tue lettere de 
presente. Kt quanto sia per le due prime restavara 
sracti de la cnntinentia de epse. Ma la continentia 
la qnale intendemo il discorso che feceno ciim le so 
et sere Lnnarda, et la renitentìa che pare usino m 
compiacerne de poche sore et non de quelle che r 
portato dispiacere vedendo dm opse sore se porton 
et che etiam il generale et il procuratore del ordì 
via de compiapormi. Et essendo nui desiderosi de 
tento nro, te dicemo che usando ogni possibile dil 
tuo debi in nome n.ro pregare quanto più strectj 
lU.nia nra nora et figliola dilect.ina svolere procui 
che tute le sore che haveino ricerchate se faciano 
subsequen(emente qua a ferrerà senza acceptare e 
ne de epse sore ne de li frati. Cum reeordare a su 
che la S.ta de X. S. una volta lia assentito et et 
faci dicfo elTecfe) per conipiacenne sarà facile cos 
volontà de sua Beat.ne et che le predlcte sore al 
tenie perche non vorano correre in exconiunicatior 
se ha a provedere che la s.tA de nro S. non levi 
comunicatione accio che costrete da questo timore 
Et quando pure aore Lunarda non volesse o no 
siamo contenti che la resti, ma die in loco suo ve 
priora, si ohe adopera tute le forze de lo ingegno 
tegramente slamo compiacciuti. Et habij mente ci 
altre sore se non quelle die liavemo richieste e\ 
contenti tuore sore Diambra priora in loco de i 
caso die havemo dicto, et se anche sore Diambra 



326 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

con se quella sore Agatha sua compagna seremo contenti. Intendemo 
pero che per questo non se diminuisca il numero de quelle che ha- 
vemo rechieste. Et quando pure facto tuto il posibile non se potes- 
sero havere tute quelle septe da Viterbo. Tu sciai, quali sono quelle 
che vanno inanti et che ce hanno ad essere più care per una nostra 
che ti scrivessemo a di passati de la quale te ne mandamo qui in- 
clusa la copia attento che il pare che per il scrivere tuo non te ne 
ricordi bene. Tutavia siamo certi che mediante il favore de la pre- 
facta nostra Nora et figliola saremo compiaciuti de tute. Et non te 
scoiniare de le due da Narni et cussi de quelle altre due giovene 
seculare per modo che sia satisfacto il mio desiderio. Et per la qui 
alligata scrivemo alla prefacta Ill.ma nra Nora in bona forma pre- 
gando sua signoria che voglia talmente continuare che succeda lo 
oiRcio predicto 

Et perche pare che quella sore Lunarda habia dicto che sore bea- 
trice et sora filicita non si poteranno havere luna per essere sfian- 
cata, l'altra per essere infirma per idropisia et nui comprenderne 
che questo no sia vero, tu pregarai la p.ta ili. nra figliola che voglia 
fare scrivere una bona letera al governatore di Viterbo et veda luna 
e l'altra de diete sore e intenda chiaramente se le hano quelle in- 
fermitìi o no et che etiam gli dimandi e interrogi de la loro volunta 
circa il venire et del tuto dia ad viso a sua s. acio che perfettamente 
si intenda el certo e che sua s. et nui no siamo dilusi. 

Hogi havemo anche havuto unaltra tua de 20 del presente et 
altro no te diciamo si no che te comandamo de la diligenza tua et 
staremo expectanti intendere che tu h»bii operato tuto quello che 
desideramo. 

Ferrariae, 24 novcmb. 1501. 



Bart. Bresciani al Duca, 

1501 novembre 25. Rema. 

IH. s. mio — Ozi ale 22 bore sore Diambra et sore Loinarda vene 
a parlare cum la IH. madona Lucrecia la quale molto humanamente 
gè dete Audientia per niente no volevano oldire de vegniere a Fer- 
rara. Albera la prefacta ili. madama come quella che da le diete se 



'« 

* 



LUCREZIA B0B6IA. 327 

retrova molto inganata digandoge che gè havevano promeso una 
cussa che mai lano facta in dire che mandariano per quelle sore 
da Viterbo et fariano che vegneriano et niuna cosa he facto. Ne- 
jrando diete sore che mai lo promese Madona tuta contrubata che 
diete monege la facese busiara et presela molto gaiardamente et de- 
sputola come bisognava, digandoge la prefacta IH. madona Lucrecia 
che una volta le se disponese a fare quello che una fiata gè ha co- 
mandato il papa. Respondendo diete sore che se vole tuore quello 
che se puolo bavere come Amore et no volere per forza ninno. Et 
che le parlo molto bene al papa et che la sua Sanctita fu contento 
che provedendo per quatro chel stava contento. Sentando io questo 
me feci innanzi per aiutare madama et al conspecto de sua ili. 
segn.ria recordai a diete suore che le no intendeveno il facto suo, 
perche quando le fosseno conducte a Ferrara mai se viteno contente 
quanto lo seria a lora la Segnerà ancora lei rebateva gaiarda- 
mente che una volta le se desponi ad ubedire li comandamenti. Epse 
se atachaveno de volere fare de quanto remasi no in compositione 
come il papa de le quatro sore il gie sta dicto et recordato tuto 
quelo se puole dire et de la vra Excel, et de la bella citade de Fer- 
rara et del bello monistiero et del vivere suo et quanto bene se spe- 
raria bavere il monastiero de Viterbo da la Exc. v.ra per loro re- 
speto tamen la III. madama et mi siamo stati in bataia cum queste 
benedicte sore, ustinate più che il diavolo. Questa madona graciosa 
cum tanta humanita la gie andata che no se poterla dire più, possa 
gie andata cum rubufi, cum piasevoleze per poterle voltarle, final- 
mente vedendo no potere sua S.ria se resolse che la parlara come 
il santo padre il quale farà intendere al generale tuto quello vora 
che se faza et de quanto se delfberara bisognerà che le habia pa- 
eientia et cura questo se ne sono partite mal contente: recordando 
diete sore che per ancora non era comparso nesuna de quelle da 
narni. Io gè respusi che atendesero pure a metersi in ordine elle: et 
no atendere al facto daltri. Perchè frate Martino se retrovato ancora 
lui a queste battaie mai parlo. Io gè ho afilato driecto, perche il se 
voleva partire domani per andare a ti voli con lo priore. Io lo 
pregato che nose parti per domani per vedere se le potesseno vol- 
tarle per il bene et utile loro, cusi me ha promeso de servirme et 
farà tuto il posibile suo per farlo star contento. Questa ili. madona 

se he deportata in questa hodientia cum tanta destreza et pni- 

dentia et onm tanto bel modo che la no ha lasato cessa a fare per 
disponerle acio che la s.ria v.ra ha vesso il suo intento. Et il me pare 




328 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

comprendere che la sua S. la voglia vinzere se la poterà. Sia 

certa la Ex.tia v.ra che la ve serve sua Ex. da fiola 



• • 



omissis 



Bart. Bresciani al Duca, 

1501 novembre 29. Roma. 

Ill.mo s. mio — El me intravene che parlai comò il Generale 

et il procuratore in capella del papa domeneg:a che fu messa papale 
digandome quello che voglio fare de queste sore tanto tempo, qui 
alora pregai la sua R.da patrinita chel non volesse lui et il procu- 
ratore essere causa che queste sore stiano cusi dure et pertenaze 
perche V hopera de la carità seria ad confermarse cum la volontà del 
pontefice et de la Ex.tia del duca de ferrara et cum questa 111. raa- 
dona. Me resposeno essere servitori de la Ex.tia v.ra et che vorano 
fare ogni cossa che stese bene, a questo gè risposi che a fare bene 
seria ha comandare a tute quelle sore che haveseno ad ubidire li 
brevi del papa, perche altramente serano chascate in scumonicatione. 
Et gè fieci intendere al padre Generale chel se aspetase il comanda- 
mento del S.to padre che gè comandara come superiore di diete Bio- 
niche che le habiano a vegniere a Ferrara. Lui me respose se cusi 
sera il bisognava ubedire il papa. Da poi dicto generale et procura- 
tore comenzono ad intrai^e in suso uno altro rasoniamento digandome 
a che modo se menara diete sore. Io gè respusi che la nostra III. 
madona ne pigliara bona cura et diligentia per condurle bene. Co- 
menzono habatere lì pedi digando non volere andare con soldati et 
zente darme in compagnia et che ala S.ria v.ra seria pocho perche 
la non extimaria spesa nesuna acio che diete sore haveseno andare 
ho in nanzi ho da poi er non le menare a tal partito, digandome il 
general^ et il procuratore inseme che ne scrivesi a la Ex.tia v.ra 
parse che per queste parole foseno alquanto disponiti a le voglie 
nostre. 



lAicrezia Borgia al Duca Ercole /. 

1501 dicembre 17. Roma. 

Ill.mo et Ex.mo mio S.or et p.re observan.mo 

Quantuncha sappia essere V.ra Ex.tia ad pieno certificata per 



LUCREZIA BORGIA. 329 

lettere de Bartholameo Bressano de quel tanto chelle stato oprato 
I>er la conducta de quelle relligiose da Viterbo qui in Roma et della 
venuta desse puro me parso per mia satìsfactìone non omettere lof- 
iìcio della presente mia V.ra 111. ma S.ria deue sapere che sonno 
iiogie quattro zorni chel dicto Bartholameo parti per viterbio vna 
con messer Aluisio Daza Commissario dt^lla S.ta de N. S.re per hauer 
ad condur le diete sensa alcuna exceptione et lo simile se vsato cercha 
ad quelle sore de Narnia, quale tutte collo auxilio de Dio da bora 
in bora le expectamo. Et così li hauemo facto preparare el locho 
nel monisterio della medesima professione che sonno, doue non selli 
mancbara de cosa nesuna necessaria, Tra tanto che venga el giorno 
de mia partita. 

V.ra Ex.tia non se ne prenda fastidio ne disturbo alcuno che 
tutto succederà votiuamento iuxta lintento et mandato de quella et 
maxime per desiderare io tanto de seruirla et far cosa cbelli sia 
Idrata. Et che in sin qua non selli è dato più celere fine, quella nollo 
imputi ad altro che alla difficulta della cosa: puro assai presto la 
Ex.tia V. si potrà persuadere in questo satisfacta quando pero la or- 
dìnatione sua et mandato diete sore omninamente una con mecho 
vengano alla obedientia de quella in la bona gratia della quale de 
continuo deuotamente mi ricommando. 

Rome die XVII Deccmbris 1501. 

De v.ra lU.ma S.ria 

Ohedientis,ma figliola esevvitrùc 

lucretia estex. de borgia 

Christophorus piccinini s 

(fuori) Allo IH mo et Exceìl.mo mio S,or — et p.re 
obserua lo S.or — Ducha de Ferrara 

(Dal rartcf/f/io dei Principi Estetisi), 



Ihivt, lìresciani al Dura, 

1501 dicembre 21. Roma. 

Il Lino s. mio hore due de note sono zunto in Roma retornato da 
Viterbo et ho conduto sore et quella agnoUa seculare. Perclie niessei- 

21 



330 H. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER L.A ROMAGNA. 

Girardo a sera la volzette ho voluto dire queste poche parole acio 
che la Ex.tia v.ra habìa questa bona nova . . . Ancora non ho potuto 
parlare con la IH. ma madona Lucretia per intendere del facto de 
quelle de narnj. per un altro cavalcante avisero la Ex.tia v.ra del 
tuto et a quella me recomando. 
111. et ex due. d. v. 



Roma 21 dicem. 1501. 



fideltss, serv, Barth. Brixian'us. 



Barf. Bresciani al Duca. 

1501 dicembre 26. Roma. 

lU.mo s. mio — ho habuto la letera che me scrive la Exc. v.ra 
eum quella de la ili. madona Lucrecia et quella del generale et del 
procuratore. Tute le ho apresentate, ben son certo che quando la S. 
v.ra havese habuto prima la mia del 22 la non se haveria affaticato 
de scriverli ali sopra dicti frati. Veramente la IH. madona Lucrecia 
in questa cossa de le sore no se poterla haverse portato meglio 
quanto la facto et no gè ha lasato cossa alcuna a fare per che la 
exc. v.ra adempisca tuto il desiderio suo come figliuola ubidientis- 
sima che la he. Et vedo che sua s.ria non se tira indietro a spese 
che se faci. Si per le suore come per li parenti loro che vene cuni 
siego. Come scripsi ala Ex.cia v.ra tute le sore desiderate et doman- 
date sono qui in Roma et etiam quelle due seculare, che me fece 
instantia la signoria v.ra che menase et etiam sore agnìese la eia de 
la venerabile sore Lucia. Tute sono preparate a veginere Excepto che 
pure sore biatrice fiola de mess.re lustiniano che vene da narni cuni 
fatica asai se va inclinando a vegniere. La non se haveria voluto 
partirse da casa sua et non se curarla vegniere a ferrara, tutta volta 
il padre he qui con il quale ho parlato restase molto contento dela 

venuta sua 

bora sua s.ria ha posto ordine de li muli che le haverano a con- 
durle. Et ho ordinato de fare sopra ale ceste li soi manteliti de Iella 
incirata per defesa de laqua et de la neve et etiam del fredo. Aviso 
la Ex.tia v.ra che tute le pi*ovesione bone che se pude fare se fano 



LUCREZIA BORGIA. 331 

per condurle a salvamento et ancora me raccomando a li piedi 

de v.ra Ex.tia. 

Roma, 26 dicembre 1501. 



Il Duca a Bari, Bresciani, 

1501, 20 dicembre. Ferrara. 

Dilectissime noster — Per la ultima cavalcata bavemo ricevuto 
la tua letera del LS et 14 del presente per la quale prima ne hai 
i*ignifìcato li ragionamenti havuti cum li frati et deinde ne hai facto 
intendere la bona opera facta per la ili. duchessa n.ra nora cum la 
S.ta de N. S. circa il mandare quello messer Alovse a Viterbo per 
fare condurre quelle sore a Roma .... La quale provisione m' è pia- 
ciuta assai et ci da speranza grande che debiamo conseguire lo in- 
tento nostro, et laudamo anche lo andare tuo a Viterbo cum il pre- 
facto Messer Alovse per potere meglio instare a dicto efiecto: cussi 
volemo che da parte nostra tu ringratii grandemente la p.ta Duches- 
sa cum dirli che tutti siamo restati bene consolati di questa provi- 
sione facta et de la firma intenzione de la S.ta di n. s. che siamo 
compiaciuti, et preganti sua S. che per quello che credara voglia 
continuare talmente cum la opera sua che in tuto conseguiamo lo 
intento nostro. Cussi de le 7 de Viterbo come de quelle due da Narni 
et de quelle aitile due seculari perche non dubitiamo che mediante 
il favore et diligentia sua saremo compiaciuti di ogni cosa et per la 
qui alligata litera ringraziamo sua s. di quello che a facto pregan- 
dola di continuare. 

Et quanto sia per quello che ricordavano li frati che diete sore 
non volessero venire in compagnia de la p.ta Duchessa si poterà pi- 
gliare questo partito che faciano in ogni modo la via et giornata 
che farà epsa duchessa: maise ipse sore poterano la matina partirsi 
una bora o due inanti la partita de V altra comitiva, et a questo 
modo non venirano in compagnia di cortisani et tamen il suo venire 
sera sicuro et honorevole et haverano tute le comoditate necessarie. 
Ma tu hai advertire, che non ne piacerla per modo alcuno, che diete 
sore volessero venire drieto ala comitiva. Imperoche non volendo 
epse venire in la comitiva, ne pare più honesto che vadano inanti 
che che restino de drieto. Et cussi respondemo opportunamente ali 



332 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Rev.di patri generali et procuratore per le due qui alligate liiere» 
et gli persuadeuìo ad stare bene contenti de quello che ne concede 
la S.ta de N. S. senza andare tanto suttigliando le cose perche loro 
se hano scripto et cussi tu farai che habiano le 1 itero nostre. 

Piacene che la p.ta Duchessa habia facto provisione de quelle due 
Matrone fiorentine che habiano a fare compagnia a diete sore sino 
qua a Ferrara, sicome tu scrivi, et saremo contenti per amore de 
sua S. che sia tolta nel monastero novo che havemo facto fare la 
figliola de una de diete Matrone. Et quanto più la sua S. farà 
commoditate a diete sore per il venire loro, tanto più ne sera grato. 

La sorella de sore Anna fa de trovarla in ogni modo et de con- 
durla cum le altre. Et se non sapesti dove ritrovarla tu cercharai 
molto bene in certe habitatione che hano le sore da Viterbo in Roma 
et in epse tu le haverai fa mo tu de usare ogni possibile diligentia 
circa tuto quello che hai a fare per modo che le cose passano bene 
et secondo il desiderio n.ro. 

Ferr. XX dicem. 1501. 



Il Duca a Bart, Bresciani, 

1501 dicembre 28. Ferrara, 

Dilect.me nr. Havemo avuto la ultima tua litera et per epsa ha- 
vemo inteso tuto quello ui scrivi. E per risposta te dicemo che si 
come Nui de tuto core desideramo bavere qua le sore che havevamo 
richieste cussi recevemo singular piacere et contento : che iute diete 
sore se troveno He a Roma: cum proposito de essere conducte in 
qua: e del tuto te comendiamo assai: e cussi userai mo diligentia 
circa el condure de epse sore: non mancando de cosa alcuna. Et 
perche tu mi scrivi che gli sono più parenti de epse sore che pare 
vogliano venire in qua in compagnia de epse, te dicemo che siaoK» 
multo ben contenti che tu lassi venire tuti quelli che voleno venire 
accarezandoli et usando verso loro ogni humanita, perche anche da 
Nui serano ben ricevuti e accarezati. 

Et circa a li condure diete sore ni pare che la dove si e dicto 
. che se habiano a partire de dui die nauti la comitiva chel basti a 
partirse uno giorno inanti acio che per ogni caso siano più pro- 
pinque ad epsa comitiva e parmi che le habiano in ogni modo a far 



LUCEKZIA BORGIA. 33B 

la via che farà e[»sa comitiva et venire per quelli lcK»hi medesimi 
precedendo de uno friorno come havemo dicto. 

Se bene se pereuademo cbe la 111. Duchessa n.ra nora provedera op- 
|K)rtunamente per la venuta de diete sore e compagnia e ordinara 
che sieno allogiate et facte le siìese per quello modo che se farà al 
resto della comitiva. Non dimeno acio che per ogni bisogno che ac- 
cadesse tu habii denari in mano da potere provedere in quello che 
mancasse per diete sore et eoi jiarenti: scrivemo per le qui alligate 
a Baptista da la Farina et a Zoane da Ziliolo che te diano ducati 
100. Li quali torai et cum i|)si per quello che bisognasse supplirai 
come havemo dicto et ad epse sore ne a dicti sòi parenti no darai* 
cosa alcuna de dicti dinari li quali te facemo dare per caso di 
necessità. 

Maisi vedi di provvedere in ogni modo: che la p.ta duchessa 
mandi uno de li soi cum diete sore ultra te el quale habia a farle 
compagnia nel viagio et farle allogiare et provvederle secundo che 
bisognara perchè per questo modo le cose passarano meglio et cum 
più secureza et favore. Si che tu intendi mo quello che hai a fare: 
fa de no mancare, cum la solita tua diligentia cerca ogni parte per 
modo che vediamo qua conducte a salvamento diete soi^e. 

Et per una nostra ringratiamo la p.ta Duchessa de quanto la 
s. sua ha operato fin qui, pregandola a fare che epse sore sieno con- 
ducte qua a salvamento. 

Ferraria, 28 dicembre 1501. 

XXIX. 

Bari. Bresciani al Duca, 

1501 dicembre 29. Roma. 

lU.mo 8. mio. Erri sera la 111. madona Lucretia ha desiderato 
che sabato prossimo me habia a partire et aviare le sore a camino. 
Io fazo instantia de bavere de oto cavali et pereone da bene in com- 
pagnia. Quelle done fiorentine che haveva a veniere in seme la pre- 
facta 111. madona Lucretia me ha dicto che la crede che non vegne- 
rano più et chel se farà bene senza epse perche la darà tale com- 
pagnia che bastala, tutavia el gie una seculai'e quale vene cum epse 
che he sorella de diario da la sasino la quale fu maritata a Viterbo 
la se ne vepe per visitare li parenti et per compagnia de quelle 



334 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

sere da Viterbo et he persona molto da bene, la compagnia de epsa 

he optima. Altro non me accade de scrivere solo me recomando 

III. et ex due. d. V. 

Rome die 29 decembre 1501. 

Sero, Barth. Brixianus. 



Bart, Bresciani al Duca. 

1501, 31 dicembre. Eoma. 

Ill.mo s. mio. Questa matina ho receuto una litara da la Ex.tìa 
v.ra de 25 che he stata resposta de la mia de la retronata de Vi- 
terbo. Et ho visto quanto quella me recorda che nauti me parti 
abia a redure in seme tute le sore etiam quelle seculare, et sore 

Agniese sorella de la madre de sore Lucia notifico ala Ex. v.ra 

bavere reduto ognuna qui come la potete bavere inteso per la mia 
lunga descripta a quelle, et etiam tute nominate et non credo che gè 

manchi nesuna de quante ne ebbe comesione da la Ex. vra tutte 

se retrovano in Roma, credeva parti rme domane che he sabato, credo 
landara a domenega per respecto de le patente del papa et de lo 
Ill.mo S. duca de Romagna perche questi spazi non se fano cuin 
cusi deligentia come se fa da casa n.ra. Questa partita el piaque 
molto a madona per torse di piedi a questa comitiva et anche per 
comoditade de le sore. Io me sforzo ogni zorno de redure sore Bia- 
trice da narni ad vegniére volontiere a ferrara come fa sore To- 
masa. per bavere spirto et inzegno gè fazo intendere che la bavera 

ad essere de quelle che governara quello monastiero Signore mio 

mai sapi che cossa sia faticha che he stata questa ad redure tanti 
cervelli insieme. Ringratio messer domenedio che me na dato ho- 
nore ma za fu tempo che ne dubitaj. Signore pensi la Ex.tia vra. 
che queste done patirano gran sinistro sei non forse solo per il fredo 
che soportérano. Io gè duraro ogni faticha che poterò per vegniére 
meglio che se possa, la sig.ria vra vede che dico la veritade. gè 
usaro ogni diligentia che poterò et ala 111. ma S.a vra sempre me 
racomando. 

IH. et ex due d. v. 

Rome ultimo decem. 1501. 

fidelissimus Sere, Bartholomèus Brixianus. 



LCCBBZtA B'>BCIA. 335 

XXXL 

1502, 1 gennaio. Bomm. 

IlLmo 8- mio — Erri sira re-'eve'i una libera de V.ra Ex.tia et 

intese il piacere et consolaTiMiie che la rioevuT*^ pemiiero mio era 

di partirme dui zonii iuauzi La ec»mitiva p^en-be partendome ano dj 
basteria per essere sempre pr»:'piiiqb'i<j a la cc^rni^iva. Per '^gm re- 
speeto tuto quello me wrive La Ei.Tia vra quello faro. La S.ria vra 
lia scripto a bapùsra da la Farina che me dia ceu'o ducati per f^gni 
caso che potesse in tra venire da Fpeiidt-rv in qualche i^^'^ straordi- 
naria perche il n-jn n,e a*-ad**s?ie qvj.'-Le scne^To. Sii^niore mai Tei-» 
voluto scrivere che havi*ri a mau-iare dir^ari i»er tale cagione. Ben 
«•he madooa g[>enda vvIeiiTiera, ma li minl-r.ri q 'laiche voha me auij«» 
usato parole D«>n al pr'jKisi'M. Io f*^ l^^nc «ome h*> refcri^^* al m-<-<» 
mess. lachomo Lu'-a- Crvio haveiv ^\i^^^ \^r t-i,t<^ ptraordiuarie dii 
tri ducati per non andarli a d'Hiaiiitire- j»*-r«.ì^c qualche volta des«^ 
veno. Queste siure sr^no ùi.?rid; n^e. m >r^j j»iu che questo uiaior d^mo 
de la duchessa sajiCDdo che vcdìt-j ala via d*^ la cijmiTÌva me ha 
dicto meglio et più ch«'Lv*re ^ria ra'o al d'j^-a de ferra ra che lo 
havesse mandato duxen'^j du<-a:i e» menarle i»^r ìa via de t'^yi-ana. 
Io gè respctsi che la Ex-TÌa vra n >n erra P'-hiavo de 2*Xj du<.-aTÌ, ma 
che ha vendo remeso la c\^^ in ma uè d^^la IlL ma dona Lu^-rexia <x*uì** 
tìola. se bene sua s.ria si»end*'<ie qua! «he c-^^^a che vra ExJia era 
molto bene ata a 6a!i*fan:»^li- Et cLel me p^ireva che mad^na Lu- 
cretia il sj^endere che la faceva, Ìl n^n ze j*"se dìi-e ahramt^me *!*^ 
non che la mostra farìo m^l'o voi^uv^^ri. R'-*;^«ndend<ane di'tn niai*r 
domo «apere bene che la ^e^-uora ii fa voÌ*-nT:era. Tuta q'ie*-^a zen^e 
sono spagnoli. La ei^ijoria vra a fa''**^ h-.oì*o b*:'ije a fan:* q"t>-^a 
ppovisi<»ne, jier-'l^e n^n aveva im »^Mo. Ijà S.iia vra nie comuieTe 
che dibia hac-arezare qMe*ri pareu'i de di^-^e K*.tre et fartre l»"!ia ci^'ra 
io non ùirìa mai altramente. Anzi gè fazo j'.^.a i^ i"uc de '-a^ali 7 a 
vetura in sina a B-.-lo^Tia quali venf^no m «ho V(»jonTÌera et C'*ijd'j- 
seno le parente, maxime il fratello de f^'re Lunarda e* il fraT*-llv d- 
«ore barbara eriam qu»-llo de M.»re A;K'!onia. Sajà la S.a vra eli** 
usaro nel sj»end<^re o^rni dJlÌ:^'^!J^:a '*he me R*^i*a [H'^p.-jle a fai^* nian**<» 
spesa che poterò et tjejmen.'ne b ^n <-r»nn.. Veder».» f>fcrni ni' «do avere 
una compagnia da madama zohe uuo L',*njo <-:.e ve^-^ia da 1«.h*v» a 



^36 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

loco et non mancaro de la solita mia diligentia a specto per la 
speditione mia de una patente del duca de Romagne : la mia partita 
va a Inni matina: a la ex.tia vra me racomando. 
111. et exc. due. dominationis vestre. 

Rome p.° lanua 1502. 

fidelissimus Serv. Barthol. Brixianus. 



Bart, Bresciani al Duca, 

1502 gennaio 3. Roma. 

Ill.mo s. mio. Domatina che he marti me parto cum licentia 
dela Ill.a madona Lucretia la quale me ha dato dui balestrieri in 
compagnia. Una zornata voglio operare de essere nanti la commi- 
tiva. La prefacta m.a Lucretia me ha comandato che a bològna me 
fermi tanto che la gè zunzi perche sua S.ria vole che le gè fazi 
compagnia a ferrara et ala S.ria vra me raccomandò. 

Rome, 3 lan. 1502. 

xxxm. 

// Duca a Bart. Bresciani, 

1502 gennaio 4*. Ferrara. 

Dilec ti esime noster — Havemo havuto tre tue lettere de 26, 27 
e 28 del passato et per resposta te dicemo, che sumamente ne è 
piaciuto intendere che tutte quelle sore che havemo richieste cussi 
da Viterbo, come da narni siano venute a Roma cum proposito di 
fare la obedientia et che ne succeda el simile de quelle due secu- 
lare et de Suora Agnese Cia de la ven. suor Lucia et che la 111. 
Duchessa nra Nuora attendesse cum diligentia ad fare ogni bona 
provisione et preparatione per il fare condurre in qua diete sore et 
li parenti loro comodamente et se ben sora Beatrice pareva che 
fusse renitente ad venire, nondimeno se persuaderne che anche epsa 
se sia disposta al venire et se riti*ovi in via cum le altre. Attento 



LUCREZIA BORGIA. 337 

che la ppefatA Duchessa non havera acceptato alcuna sua excusatione, 
anzi le havera imposto che pur la deba obedire come fano le altre, 
et tanto più quanto che tu scrivi che messer lustiniano suo patre 
i^estava multo ben contento de la venuta sua, et cussi nui et Sor 
Lucia le ex potiamo tute cum gran desiderio. 

Et acio che tanto più presto tu possi giunger qua a Ferrara cuni 
diete soi-e et comi>aguia, volemo che quando tu serai giunto a Faenza 
tu vengi da Faenza a Lugo et da Lugo ad Argenta et qua cum 
diete sore senza che tu vadi a la via de Imola et de Bologna per 
dove andara la p.ta Duchessa et laltra comitiva perche da Faenza in 
qua ni pare che tu et diete sore habìate ad fare questa via più curta 
et expedicta, et quando serai a Lugo ci darai adviso de la giunta et 
del giorno che haverai ad giongere qui, acio che potiamo venire in- 
i'ontra a diete soi^ et ordinare la intrata sua ne la citade et fare 
quanto seni opportuno circa la venuta loro. 

omissis 

Il ni è piaciuto assai intendere quanto accadete a sor Tho- 
masa volendo luore il Corpus D.ni et ne siamo restati cum gran 
satisfactione et letitia, et de questo adviso et de li altri che tu ne 
hai dato, te comendemo: et cussi de la diligentia che tu usi circa 
questa impresa. 

Et nel ritomo de questo cavallaro ne darai adviso dove te ritro- 
vami cum diete sore et le griornate che restarano ad fare sino a 
qua, et il simile farai etiam quando haverai de li altri cavallari 
che vengano in qua, per modo che spesso intendiamo il progresso 
del viagio. 

Ferrane 4 lan. 1502. 



, B<iì*t. Brt*srìuni al Duca, 

1502 geoDaio IH. Cesena. 

lU.mo s. mio — Questa sira ale 'Z^^ hore sono arivato a Oneua 
<'<>n iute le sore a salvaiaeritu. qui gio atn>vato liartolomio (avalarti 



:id8 R. DUPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA RO^IAGNA. 

il quale me apresento litere de vra Ex.tia de 15 mosterando la pre- 
facta S.a vra che ogni modo habìa a fare la via de faenza a Lugo 
segondo che per due altre litere me haveva scripto la Ex.tia vra 
quale me sono a presentate erri sìra per Bergamino Cavalaro a le 
quali fìeci subito la resposta et gè ordinai che in tri zorni il fosse 
a ferrara: il dise de fare tuto quello il poterà fare. Havendo visto 
per la presente quanto la me carga a volere celerare il caminoacio 
potesse essere a ferrara de tri on quatro di nauti la duchessa. Ha- 
vendo pensiero de honorarle vegnandoge incontra. La Ex.tia vra. de 
molto ben pensare che mai facesse altramente solo de quanto per 
sue litere la me commetesse son qui a cesena. Domani che he mer- 
cori non posso andare sino a Fo.rli per eserge mala strata con fangi 
asai et la pioza ne comenza a compagnare. quello che mai ha facto 
in Sina a Rimino da la partita da Roma in qua. Voria vedere se 
zobia me potese spinzere in nanzi in sino a lugo. donde la matina 
a vegneri vedero de pregare tanto quisti mulatieri che me gè spen- 
zera zobia per guadagnare una zornata. Zunto che sarò a Lugo su- 
bito spazaro la cavalcata ala S.ria vra del mio arivare. se zobia an- 
daro a Lugo. adoncha vegneri sera ad argenta. Ma perche il pen- 
siero mio seria che daragenta a ferrara queste done andeseno in 
nave perche questi mulatieri che sono in oto muli non se curariano 
venire a ferrara. Perche voriano andare da Argenta a Bologna donde 
gè anno certi prochazi per Roma. Io haveva scripto a la S.ria \Ta 
per le litere che a portato il Bergamino copiosamente de ogni cosa 
se ala hauta de questa il bergamino non fosse arivato. La poterà 
ordinare che subito volando sia mandato una nave grande ad argenta 
fornita di vituarie vino pane ove formazo et qualche pesse cotto per 
queste sore. Et quando il parese a la Ex.tia vra che le venise in 
suso li muli diete sore la poteria mandare oto di soi muli cum le 
barelle per condurle a ferrara cum più presteza. La Sig.ria vra me 
avisara incontinente del modo bavero a tegniere che prima de azun- 
zere a Regenta ne sia avisato del tuto. Io haveva avisato per le li- 
tere che a portato il Bergamino che la S.ria vra poteria fare ordi- 
nare al bertoloia hosto che aparechiase due camare con cinque leti 
et stala per quatro cavali computa dui balestrieri che me fono dati 
a Roma che me ha facto sempre optima compagnia per li soi ali> 
zamenti. ma perche la S.ria vra me toche in la sua ultima che g*» 
avisi distinquamente il tuto. za lo haveva facto ma per questo gè 
ne faro più chiaro aviso perche quando la S.ria vra havese più uno 
pensiero che uno altro la possi fare il pensiero suo per questo 



LUCREZIA BORGIA. 339 

non me acade scrivere altro solo che sempre me raccomando ala 
Ex.tìa vra. 

Cesena 18 a hora 3 de note 1502. 



Bari. Bresciani al Duca, 

1502 gennaio 20. Faenza. 

Ill.mo s. mio — Ale 23 bore ozi sono arivato a faenza. Io 
haveva designato de andare a Lugo come scripsi ala Ex.tia vra per 
le litere che porto Bartolomeo Cavalaro. il tuto seria suceso se non 
fosse intravenuto che nel cargare che se doveva fare a Cesena le 
sore in suso lì muli, a sore biatriee da narnj se gè mose una gran- 
dissima Ambastia per modo chel se dubitò grandemente del fato 
suo. subito chiamai uno medico del Cesanato. et gè dete per boclia 
certa cossa per modo che in fra tre bore delibero chel se vegnese 
a Furli. Etiam per lei non voleva chel se stese de fere la zornata. 
Cusi eri sera gè arivasemo a due bore de note, questa matina che 
he il di di S. Sebastiano gè fieci dire una messa et fieci fare cola- 
rione a le sore perche vedeva che sore biatriee reposava, possa prima 
che montaseno gè dieti uno pocho de marzapane et uno pocho de 
pan bagnato nel brodo del i)olo et quatro coriandoli driecto. per 
modo che la ho conduta qui a faenza, per quello che posso com- 
prendere il male suo he stato male de medrise. Io non gè fo man- 
care cossa alcuna non sueedando piezo domani me conduro a Lu^o 
che he vegneri et se possibile sera voria sabato essere Aragenta. Il 
resto de la brigata ognone sta benissimo. La Ex.tia vra bavera visto 
pur le mie due litere quanto gio scripto ad Argenta aspeto resi»osta 
per vezino coriero ho habuto una litera de vra S.ria a mezavia da 
forli a feenza et visto quanto la me solecita al vegniere mio et me 
ricorda che non fazi altra strata che da Lugo. Recordo la Ex.tia 
vra. che quando bene non arivase a ferrara solo marti prr>s.siiÉi«>. 
ari varie molto bene de quatro di nauti la duchessa, tutavia non snr- 
cedando altro a sore biatriee vegnero gaiardamente a tem{>o. pure 
ho nave ho muli che vegna aregenta non dubito che fan> il viazo a 
tempo, questa cavalcata la ho spazata, qui i>er Lugo et seri prò ri.*» 



340 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

la mandano di e note. Zunto che sarò domane a Lugo scriverò 
ala Ex.tia vra de la zunta et come ha vera facto sore biatrice et ala 
S.ria vra me raccomando. 

a di 20 a due hore de note scripta e mandata a Lngo. 

Seri\ Bartholobi. Brixianus. 



GLI ANTICHI YICARIATI 

DELL' APPENNINO BOLOGNESE 
E L\ COSTITI'ZIONE AMMINISTRATIVA MODKKXA 



I. 



Dalla Podesteria al Vicariato. 



N, 



Iella storia politico-amministrativa dell'Appennino bolo- 
gnese un capitolo importantissimo è quello relativo alla origine 
e svolgimento dei vicariati. L'Istituzione di questi coincide in 
gran parte col periodo storico della Signoria, come lo svi- 
luppo delle antecedenti podesterie di montagna aveva seguito 
nel suo massimo fiorire il governo comunale. Non è a cre- 
dere però che il vicariato fosse un istituzione completamente 
staccata ed indipendente dall'antica podesteria. Questa non 
fu altro che l'antecedente naturale della nuova istituzione, 
la quale sorse in forza delle nuove condizioni politico-ammi- 
nistrative, in cui si trovava l'Appennino bolognese. 

Il Podestà della Montagna, come già osservammo cercando 
di dimostrarlo con documenti in altro studio ('), aveva avuto 
origine dalle guerre, che il Comune di Bologna dovè soste- 
nere contro i comuni limitrofi,e specialmente quello di Pi- 
stoia, nonché dalla necessità di reprimere i moti sovversivi, 

0) Degli antichi comuni rurali e in ispccie di quelli delV Appennino 
Bolognese: (Atti della R. Depataz. di Stor. patria per la Uomagna, 
voi. 16 (terza serie) pag. 2H8). 



:U2 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

che gli avanzi ancora potenti del feudalesimo promovevano 
in particolar modo in quelle alpestri regioni. Fu quindi es- 
senzialmente una istituzione d'indole militare, la quale sol- 
tanto in progresso di tempo e per forza stessa delle cose, 
assunse l'aspetto di magistratura civile. Anche nei primi anni 
della sua esistenza il Podestà della Montagna aveva nel suo 
ufficio un giudice ed un notaio, i quali dovevano occuparsi 
dell'amministrazione civile e specialmente del ramo giudi- 
ziario, ma il Podestà era più che altro un capo politico e 
militare. Senonchè nella seconda metà del secolo XIII le at- 
tribuzioni, che un tempo spettarono a lui, furono assunte da 
un altro funzionario, che il Comune di Bologna mandò a go- 
vernare la nostra Montagna, e che ebbe il titolo militare di 
Capitano della Montagna. Dunque il Podestà fin da questo 
momento non avrebbe più avuta ragione d'essere, perchè il 
suo ufficio, che si era ridotto a quello di amministrare pu- 
ramente e semplicemente la giustizia civile e fino ad un li- 
mite minimo la penale, oltre a poche altre attribuzioni ri- 
ierentisi più specialmente alla pubblica sicurezza ed alla polizia 
giudiziaria, era, come per l' addietro interamente affidato al 
giudice, che teneva con se ed al notaio. L'essere rimasto il 
Podestà ancora per molti anni va attribuito a quel principio 
d'inerzia che non è soltanto una legge fisica ma anche so- 
ciale, per cui un istituto politico od amministrativo il più 
delle volte permane anche dopo cessate le cause, che lo 
avevano reso necessario e soltanto una manifesta inutilità e 
sperimentato svantaggio giungono a troncarlo. Cosi avvenne 
che l'istituto del podestà della Montagna rimanesse in vigore 
dal 1265, epoca della istituzione del capitanato, fino al 1352: 
e per tutto questo tratto di tempo la sua esistenza non può 
esser giustificata se non dalla perplessità e dalla ignavia, che 
ogni governo dimostra nell' abolire un ufficio, la cui vita è 
divenuta inutile. Furono necessari quasi 90 anni per convin- 
cersi che nelle podesterie vi era un funzionario, e precisa- 
mente il capo di esse, che importava un frustraneo aggravio 
all'erario publico. Si pensò quindi solo allora a toglierlo di 
mezzo ed a lasciarvi semplicemente il giudice ed il notaio. 



OLI ANTICHI VICARIATI NBLL* APPENNINO BOLOONBSU. 343 

Al primo dei due funzionari rimasti si diede il nome di vi- 
cario, che eragli già stato attribuito durante la permanenza 
del podestà, ad indicare che il giudice sostituiva il podestà 
medesimo. 

È certo però che a questa trasformazione giudiziaria con- 
tribuì molto anche la nuova costituzione ed il nuovo reggi- 
mento politico, a cui andò soggetta Bologna nella metà del 
XIV secolo; Tassoggettamento, cioè, alla Signoria di Giovanni 
Visconti. Invero V azione spiegata da lui sulla vita politica 
della città nei rapporti interni ed esterni, si manifestò an- 
che ed anzi in ispecial modo, nella parte relativa alla pub- 
blica amministrazione. E molti dei provvedimenti emanati 
sotto il suo dominio furono diretti al riordinamento di quegli 
uflSci, che erano preposti al governo della città e del con- 
tado. Ma se questa fu la causa esteriore ed occasionale del 
mutamento verificatosi nella divisione giudiziaria del contado, 
non può giustificare da sola l'intima evoluzione subita dagli 
istituti. In questi, come abbiamo accennato fìix sopra, eransi 
già maturati per forza stessa delle cose, quei caratteri, che 
presto o tardi, dovevano provocare da parte di una forza 
esteriore un'azione diretta a toglier loro T involucro, già 
vecchio e cadente, che tradiva la fisonomia vera dell'istitu- 
zione ormai trasformata. 

Quindi i savi, che dal governo del Visconti furono inca- 
ricati di studiare la nuova costituzione giudiziaria del con- 
tado, non fecero che riconoscere ufficialmente e sanzionare 
questo stato di cose. Il podestà, che di fatto non aveva più 
alcuna ragione di esistere perchè rimasto gradatamente spo- 
gliato delle funzioni sue proprie, fu abolito anche ufficial- 
mente; il giudice solo, nel quale erano veramente concentrate 
tutte le funzioni della podesteria, rimase insieme al notaio, 
il cui ufficio era pur sempre necessario, perchè doveva redi- 
gere gli atti ed imprimervi colla propria sottoscrizione l'au- 
torità di pubblici documenti. 




mÀ 



344 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 



II. 



La Signoria di Giovanni Visconti 
ed i Vicariati dell' Appennino Bolognese. 

Per quanto riguarda la costituzione esteriore dei vica- 
riati, per dir meglio, la divisione territoriale, non furono 
conservate le limitazioni assegnate alle antiche podesterie ed 
anzi il numero dei vicariati fu molto ristretto. Il Prof. Sor- 
belli nel suo bellissimo studio intorno al governo di Giovanni 
Visconti, lodando la nuova costituzione giudiziaria, osserva 
come questa ponesse fine alla disuguaglianza di territorio e 
di importanza causata dalla esistenza delle precedenti pode- 
sterie (*). 

Però questa osservazione, che potrà esser giusta in riguardo 
a tutte le podesterie del contado, è troppo ottimista se si 
dovesse restringere a quelle di Montagna. E veramente le 
antiche podesterie dell' Appennino bolognese, se erano disu- 
gualmente estese non si può dire che fossero diversamente 
importanti. 

È certo che al momento, in cui furono create le pode- 
sterie di Castel Leone e di Monghidoro ed aggiunte alla più 
estesa di Casio, questa conservò, per un indeterminato periodo 
di tempo, una certa preponderanza sulle altre due. Ma ciò 
era avvenuto sul 1250, ed in un secolo questa supremazia 
certamente venne meno, perchè il Capitano della Montagna 
aveva assorbito tutte le funzioni dell'antico podestà di Casio, 
togliendo ogni ragione di disparità fra questo ed i colleghi 
suoi. 

« 

Il numero delle podesterie erasi inoltre aumentato in sul 
finire del secolo XIII ed in principio del XIV, e questo 
aumento contribuì a togliere la disparità che ancora potesse 
esistere fra le prime podesterie. Le nuove furono quelle di 

(^) La Signoria di Giovanni Visconti a Bologna, pag. 237-2.19. 



OLI ANTICHI VICARIATI DELL* APPENNINO BOLOQNBSB. 345 

Caprara sopra Panico e di Serravalle. Quella di Castel Leone 
si trasportò poi a Rocca Pitiliana. 

Quanto al territorio è indubitato che non fu egualmente 
distribuito fra i diversi podestà. Infatti mentre quelli di Casio 
e di Rocca Pitiliana si trovavano a pochi passi Tuno dall'altro 
quelli di Monghidoro, di Caprara e di Serravalle erano lon- 
tanissimi. Ma anche da questo lato non è ben certo se la 
nuova divisione adottata per l* istituzione dei vicariati ap- 
portasse una grande utilità alT amministrazione della giu- 
stizia. Secondo il Sorbelli essa fu informata a quel concetto 
unico di governo, che è fonte precipua di uguaglianza e 
rettitudine. E questa fu certamente una delle cause della ri- 
forma giudiziaria, di cui parliamo. Peraltro bisogna conve- 
nire che anche il desiderio, giustissimo quando non è sfre- 
nato, di fare delle economie, non fu estraneo alla riforma 
medesima; ed è logico altresì ritenere che nello stabilire la 
circoscrizione territoriale dei primi vicariati il desiderio, per 
vero un po' troppo spinto, di economizzare non fosse accom- 
pagnato da sani criteri per la distribuzione delle varie terre 
sotto i singoli vicari. Infatti furono scelti a residenze di que- 
sti Savigno da una parte e Monzuno dall'altra; e come linea 
di divisione fu scelta quella, troppo naturale, tracciata dal 
corso del fiume Reno. Al vicario di Savigno furono aggre- 
gate tutte le terre soggette a Bologna, situate sulla sinistra 
del corso del fiume fino al confine Modenese; a Monzuno, 
quelle poste sulla destra fino al confine Imolese, eccetto po- 
che terre della bassa Montagna, che furono assoggettate al 
vicariato di Castel S. Pietro. Di modo che gli abitanti di 
Granagliene e di Capugnano dal limite estremo dell'Appen- 
nino bolognese, dovevano recarsi per i negozi riferentisi alla 
giurisdizione del vicario, fino a Savigno, ossia quasi al limite 
superiore della pianura; mentre gli altri prossimi di Badi e 
di Cascia dovevano portarsi ad un estremo opposto, cioè a 
Monzuno. Tanto la parrocchia di Sabbiuno, che è quasi alle 
porte di Bologna, quanto 1* altra di Pietramala, che ora fa 
parte della provincia di Firenze, erano compresi nel vica- 
riato di Monzuno, come dall' altro canto Rocca Cometa posta 

22 




\H^ R. DBrUTAZlONR DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

sull'alto crinale dell'Appennino era sottoposta allo stesso 
vicariato di Savigno, di cui faceva parte la terra di Pragatto 
prossima alla strada, che conduce da Bologna a Vignola. Da 
ciò si comprende subito che se era stato un provvedimento 
assennato quello di abolire la podesteria di Rocca Pitiliana, 
troppo vicina a quella di Casio, era stato un errore limitare 
a due soli i centri giudiziari dell'Appennino Bolognese. Non 
sarebbe forse stato gran danno togliere di mezzo anche la 
podesteria di Caprara sopra Panico, ma un magistrato nel- 
l'alto Appennino era necessario, ed il castello di Casio, per 
le sue tradizioni e per la sua centralità, si prestava meglio 
d'ogni altro a residenza di quello. In ogni modo poi anche 
se si solevano ridurre al numero di due i funzionari giudi- 
ziari per la Montagna, era più giusto dividere il territorio 
a loro soggetto con una linea trasversale e non longitudinale; 
stabilire cioè una residenza nell'alto Appennino ed una più 
prossima a Bologna, cercando che tali sedi fossero nel centr» 
delle nuove circoscrizioni e non al limite di queste, come 
era avvenuto per il vicariato di Savigno. 

È ben vero che, secondo l'ordinamento giudiziario d'al- 
lora, non erano sempre le parti, che si recavano dal giudice 
per aver giustizia, perchè in determinati momenti, come me- 
glio vedremo in seguito, era il giudice che si accostava alle 
parti, ma il maggior numero delle funzioni amministrative 
erano dal vicario compiute nella residenza, e l' eccessiva 
lontananza di questa dalle varie terre soggette doveva ren- 
dere oltremodo malagevole il compimento di tali funzioni. 

Concludendo pertanto, possiamo affermare che la riforma 
giudiziaria compiutasi sotto il governo del Visconti, la quale 
fu causa non efficiente della trasformazione della podesteria 
in vicariato, se portò un beneficio al pubblico erario perchè 
ridusse di molto il numero dei magistrati destinati a render 
giustizia nel contado, togliendo pure di mezzo l' antico po- 
destà divenuto inutile peso alla pubblica amministrazione, ca- 
gionò non lieve danno ad una retta amministrazione della 
giustizia nell'Appennino bolognese, limitando eccessivamente 
il numero dei funzionari amministrativi e distribuendo troppo 



GLI ANTICHI VICARIATI DELL'APPENNINO B0L00NB8B. 347 

irregolarmente il territorio alla loro giurisdizione. Inconve- 
niente questo reso anche più sensibile dalle gravi difficoltà 
di comunicazione fra i vari castelli popolanti quelle alpestri 
regioni. 

III. 

Istitazìone di nuovi Vicariati e Podesterie. 

E fu appunto per il bisogno di porre un riparo alle defi- 
cienze di quella riforma che il governo popolare del 1376 
abolì la costituzione amministrativa esistente, rimettendo in 
vigore nella massima parte le circoscrizioni delle antiche po- 
desterie. 

La costituzione amministrativa risultante dagli statuti di 
quell'anno formò la base delle divisioni territoriali dell'Ap- 
pennino bolognese nei secoli posteriori. I vicariati andarono 
aumentando, ma quelli creati nell* anno suddetto rimasero 
intatti. E furono quelli di Monzuno, Savigno, Caprara sopra 
Panico, Scaricalasino, Casio, Rocca Pitiliana, Serravalle, Mon- 
teveglio, Capugnano, Castel S. Pietro e Varignana (*). 

In un libro dei vicariati ed estimi del 1390 (') troviamo 
aggiunti a quelli nominati, i vicariati di Liane, Montecalde- 
raro, Sassonegro, Bruscolo, e S. Lorenzo in Collina. Gli sta- 
tuti del 1454 ne ricordano altri due: Vlgianum (Ozzano) e 
Frassineta Nel 1462 troviamo anche un vicario a Loiano f), 
ma questo non fu una istituzione nuova, bensì la continua- 
zione del vicariato di Scaricalasino con semplice traslazione 
di residenza, fatto questo comunissimo negli organismi, di 
cui parliamo e nell* epoca, in cui sorsero {*), 

Oltre queste istituzioni d' indole amministrativa, che die- 
dero origine alle circoscrizioni territoriali conosciute sotto il 

(') Statuii dei 1376-78 (Archivio di Stato di Bologna e. 100 e seg.) 
(«) V. Documento in appendice N. II, III, IV, XIII. 
(') AscHivio DI Stato di Bologna Busta: U/Jìcio dei vicariati: 
fascici Elezione dei vicari. 

(*) V. il mio citato stadio sui comuni rurali riv. cit pag. 295. 





348 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

nome tipico di vicariati, troviamo altre istituzioni, in cui 
l'elemento politico prevale, le quali diedero origine a circo- 
scrizioni territoriali simili a quelle dei vicariati, ma che sodo 
per la fisonomia dell* istituto tanto da questi dissimili da me- 
ritare uno studio a parte. \e parleremo quindi nello studio 
sui capitanati, che speriamo di compiere fra non molto 
tempo, e solo per ciò, che riguarda la circoscrizione ammi- 
nistrativa, che, come abbiamo detto, si accostava molto a quella 
dei vicariati ne parleremo ora. Sono queste le podesterie di 
Casalfìu manose e di Monzuno, creata la prima dagli statati 
del 1454, ma costituita legalmente soltanto pnrecchi anni 
dopo, perchè nel 1454 la troviamo semplicemente indicata 
senza nessuna disposizione che ne regoli il funzionamento, 
forse perchè non era ben sicuro il dominio sul territorio a 
quella soggetto, mentre gli atti, che ne comprovano in modo 
certo r esistenza giuridica sono del 1484 (') ; quella di Mod- 
zuno ebbe origine da un provvedimento del senato bolognese 
del 7 Novembre 1575, il quale trasformava il vicariato in 
podesteria (*). 

Queste podesterie, che ufficialmente sono veramente no- 
minate preture, si distinguevano dai vicariati perchè 1* uffico 
ad esse riservato era rivestito di un' autorità molto maniere 
di quella dei vicari. Erano in sostanza le disposizioni dei più 
antichi statuti di Bologna, che venivano richiamate in vigore 
dagli atti di costituzione di queste podesterie, per la i*Hgioni 
stesse, che avevano un tempo provocate le disposizioni me- 
desime ; il bisogno, cioè, in certe regioni di ufficiali dotati di 
autorità tale da rendere più garantita la sicurezza pubblica. 
Certo anche 1* importanza e la situazione del luogo, in cai 
quelle venivano erette, influivano sulla loro costituzione, come 
risulta appunto dall'atto relativo a quelle di Monzuno O- 
Oltre le podesterie vi erano poi nella Montagna bolognese i 



(') Archivio di Stato di Bologna: Ufficio del contado: Atti 
della podesteria di Casalfiumanese 1484, 
(^) V. in fine docamento nltimo. 
(') V. docomento citato. 



GLI ANTICHI VJCABIATI DELL' APPENNINO BOLOONESB. 349 

capitanati. Questi sono istituti, che hanno veramente una na- 
tura molto diversa da quella dei vicariati e meritano perciò 
uno studio a parte. 

Intanto possiamo affermare che i centri amministrativi e 
giudiziari fin qui ricordati si conservarono (') fino alla metk 
dei secolo XVIII, perdendo perù {gradatamente la loro im- 
portanza e trasformandosi successivamente in modo da dar 
vita ad altri organismi, come vedremo in seguito. 

Uno solo non compare più nelle provisioni del secolo XVI, 
e fu quello di Monte Calderaro. 

Ora dobbiamo esaminare brevemente la storia amministra- 
tiva dei singoli vicariati cominciando dai più antichi e più 
importanti. 



IV 



Storia amministratÌTa dei Vicariati. 

>Ionzu.no: È come abbiamo visto, uno dei vicariati 
più antichi perchè istituito dal governo del Visconti nelia metà 
del secolo XIV. La sede del vicario era nel. a terra di Mon- 
zano, situata suiio spartiacque tra il Savena ed il Setta, quasi 
di fronte al caste. Io di Loiano nell'alto A^rier.nino boIo;mese. 
Nella vecchia co>ii-.nzione ammÌLÌstra;iva faceva parte della 
podesteria di ScancaIa*;no. La ciJri^iiz;or,e *aa «tecievaM 
allora dal confine toscano r.r, pres-o Boi- -T.a avendo per li- 
miti iateraii di una parte il c^r^o d^\ C^me keno. di..' al- 
tra il territorio im'>Iese, trir.:,e cLe r.eV.^ co !;'a e r,e..i p^ne 
bas:ia della iii::.:a^na, dove e-'.e:.:eva Ia ir .orii ::,zrl-. zì/^e 
il vicariato d. Ca^stel S. P.-Ertro. c:x* -se :.'-:;;> fra 'creve. 
Nel 1370 qaar.iv «^^rsero al*ri v—ir.i'L .. *.err;-.:'l> i. -i:e.l> 



C^UfUimTiryni e /^^rf/'"*«i --?»'* ■'^^f* %:Ci tt^.-t 0;f»»« '« i» .B*— 

Aule: B«»Ji * P»-»^ jTtf^i ^««1, ;::'»-*7; • - 



350 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Scaricalasino e Casio furono i principali usurpatori delle terre 
a lui soggette. I comuni sottoposti in questo secondo periodo a 
Monzuno furono quelli di Monzuno, Montorio, Ripoli, Valle, 
Gonfiente, Sivizano, Carapiano, S. Andrea, Quatto, Cedrecchia, 
Poggio Rosso, Monteferdente, Monterumici, Bibulano, Stiolo, 
Trasassa, Scascoli, Casadio e Barbarolo ('). E tali restarono, 
forse con qualche leggera modificazione, lino alla trasforma- 
zione del vicariato in podesteria, il che avvenne, come ab- 
biamo detto, nel 1575. L* atto stesso, che sanzionava questa 
trasformazione ci dice le causo, che la provocarono. Esse furono 
la vicinanza di Monzuno al confine toscano, e la natura e 
situazione del luogo, che richiedevano la presenza di un uf- 
ficiale fornito di straordinaria giurisdizione. Eranvi altresì 
motivi speciali, che il documento non specifica ma che consi- 
stevano forse in inconvenienti verificatisi durante la presenza 
del vicario, dipendenti molto probabilmente sempre dalla po- 
sizione del luogo. 

Il podestà, più esattamente, il pretore era rivestito di 
un'autorità molto noiaggiore del vicario e quindi poteva con 
più energia servire il governo negli atti di pubblica ammini- 
strazione riferentisi a quelle regioni. Il documento relativo 
alla podesteria di Monzuno non dice veramente quale fosse 
la natura dell* autorità concessa al podestà di Monzuno e si 
limita a dire che questi doveva avere la stessa giurisdizione 
concessa agli altri ufficiali di tal natura dagli statuti e prov- 
visioni. 

Ora gli statuti qui richiamati non possono già essere 
quelli del 1454 né gli altri anteriori fino a quelli del 1289 
perchè nei primi non è fatto cenno alcuno dell' autorità e 
giurisdizione dei podestà del contado, e degli altri anteriori 
solo quelli del 1335 e 1289 parlano dei podestà (') detti de 
banderia. Ma questi non avevano certo più l'autorità degli 
antichi podestà del contado, dei quali parlano gli statuti 



(*) V. in fine documento N. V. 

(*) V. citato mio studio sui comuni rurali dell' Appennino Bolo- 
gnese : Documenti. 



GLI ANTICHI VICARIATI DELL* APPENNINO BOLOGNESE. 'òhi 

del 1250 (*). Quindi a questi statati deve riferirsi la delibe- 
razione del Senato bolognese contenuta nel citato documento. 
I podestà de banderia, avevano, come abbiamo detto più so- 
pra, pressapoco le stesse attribuzioni dei posteriori vicari e 
soltanto nella costituzione interna dell'ufficio vi era divei^sità 
fra runa istituzione e l'altra. Invece i primi podestà del 
contado avevano realmente una competenza tanto in materia 
civile quanto più specialmente in quella penale molto vasta 
e perciò le attribuzioni loro erano profondamente diverse da 
quelle, che ebbero poi in seguito i vicari. Quei podestà erano 
stati creati per ragioni più politiche che amministrative, prima 
fra le quali, la necessità di assicurare la pubblica tranquillità 
nel territorio soggetto ed è naturale quindi che fosse lasciata 
molta libertà alle loro azioni. Dunque, siccome le ragioni, 
per cui fu trasformato in po«iesteria il vicariato di Monzuno, 
si avvicinano molto a quelle, per cui erano state i>tituite le 
podesterie più antiche, è naturale che agli statuti, che quelie 
avevano governato si riferisca V atto di sua costituzione ed 
alle provisioni, da cui in progresso di tempo gli statuti erano 
stati modificati. 

Perchè è certo che le disposizioni di detti statati per ciò 
che riguardava le podesterie rimasero modificati in senso ri- 
strettivo, essendo troppo illimitata l'autorità conco'^a ai po- 
destà specialmente in materia penale, i quali avevano persino 
la facoltà di condannare alla pena capitale. Ora tale fa- 
coltà fu in seguito concessa soltanto ai Capitani della Mon- 
tagna (*), e nessun' altro ufficiale del contado ebbe que-jto 
alto diritto. Lo stes-^o atto «lei senato bolo;,^ne>e relativo alla 
podesteria di Monzuno esclude nel podestà questa competenza 
perchè indicando con enumerazione dimo-itiativa le ma^'j^iori 
funzioni a lui destinate, ^'li attribuisce quelle di n-primere 
(compescere) le sollevazioni, i d^*litti ed i *k»!in^ju*-jiU, ma 
non l'altra di giudicare qu^f-l' ultimi e tanto meno ^ii con- 
dannarli alla pena capitale, perciò è logico credere che tale 

(>) Frati: Statuii di Bologna, voi, IH pag. 4^j1 « •♦•g. 
(') Fbati: Statuti di Bologna, voi. Ili p«g. 613 A •«g. 



352 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

facoltà non fosse stata accordata. In sostanza noi riteniamo 
che i podestà creati a Casalfiu manose ed a Monzuno ed in 
altre terre della pianura nel periodo posteriore al goveroo 
comunale, avessero maggiore autorità dei vicari ma non rag- 
giungessero il grado dei capitani. Certo si accostavano molto 
più a questi ultimi e ciò è dimostrato anche dal fatto che la 
deliberazione del Senato bolognese più volte citata contiene 
una disposizione diretta a compensar la Prefettura di Ron- 
castaldo, che era poi uno dei capitanati della Montagna, per 
le terre, che veniva a perdere causa Tassogettamento di esse 
air eretta Pretura di Monzuno ; segno questo che la compe- 
tenza del podestà si accostava molto a quella del capitano 
perchè veniva esercitata su determinate terre ad esclusione 
di questa. 

Le terre seggette alla podesteria furono Monzuno, Scascoli, 
Anconella, Vado e Brigadello, Gugliara e Polverara, Ripoli, 
Confìente, Camugnano, Brigola, Monterumici, Montorio, Casola 
sopra Sirano, Brento, Monteacuto vallese, Campiano, Valle, 
Poggio dei Rossi e S. Andrea. 

La podesteria di Monzuno rimase in vigore fino al termine 
del secolo XVIL Gli atti, che rimangono vanno fino al 1674, 
ma è certo che rimase ancora per molti anni subendo tra- 
sformazioni dovute allo sviluppo, che andavano perdendo gli 
organismi amministrativi locali, ed al mutamento graduale, che 
si verificava nelle condizioni politiche e sociali, che non ren- 
devano più necessari certi uffici, la cui istituzione era dovuta 
a bisogni di tempi passati. Ma anziché provvedere all' abolizione 
improvvisa dei medesimi si lasciava che la forza stessa delle cose 
li sopprimesse gradatamente finché una trasformazione gene- 
rale della società ne sanzionasse ufficialmente la scomparsa e 
li sostituisse con organismi, che per quanto diversi, dovevano 
però sempre rivelare certe traccio di continuità. Successe 
ora ciò, che era avvenuto al momento dell'istituzione dei vi- 
cariati. La rivoluzione francese, come ovunque, portò anche 
qui la trasformazione ufficiale della divisione amministrativa. 
Nel piano di costituzione presentato dalla giunta costituzio* 
naie al Senato di Bologna nel 1796, la provincia Bolognese 



GLI AHTICHI TlCARIATl DBLL* APrESXISO BOLOG^tESB. ST*:) 

è dirisa io tanti cantoni, ano dei quali fa capo a Loiano e 
di questo fa appunto parte Monzano C). Nell'altro piano di 
costitnzione approvato con decreto del presidente delia Re- 
pubblica italiana 5 M^rzo 180:5, il territorio bolognese e di- 
viso in distretti. Monzuno è pure parte del distretto di Loiano 
ed è riconosciuto capoluogo di comune colle %ille, ojzi >'ì di- 
rebbe frazioni, di Ce*lrecchia e Trasassso ri. L'organismo 
intemo del comune quale fu approvato con Istruzione del 
l Marzo 1804 in esito all'approvazione del p; j:;o suddetto i'j. 
costituì il fondamento e la base essenziale deli* amministra- 
zioni successive tino ad **'^si- Soltanto la parte esteriore del- 
r organismo stesso os-ia la circoscrizione terriroriale si tra- 
sformò estendeniosi, e molti dei piccali comuni d ^iiora faror>*j 
insieme aii^lomerati, iÌ<ilìo origine ai comuni oi.emi, Mon- 
zuno risulta ora compo-to «ii quelle terre, che nel ci'ato piano, 
formavano i ii^'.inù comuni <:; Monza r>o. Vado. Brìj-j a e Val 

la' 

di Sambro. Abbiamo sia vi>to come fosse comco^to Monzuno: 
perù nella nuova forma/ione Ceirecchia pass-^ al cornane di 
Pian del Voglio. Vaio era composto di Va-io Brizadelio e 
Brento: Bngola, di Bri^^li e Gagliara: Val di dimoro, di 
Gabbiano e Fo^-rio dei kos^i 

Per quaito r.zuaria la CDs'i'.uzione interna iel vicariato e 
della poie*:eria *;i Mj::zul> osserveremo qn^/.e c^r-i'teri-^i- 
che, che :o-*ono in cer'o m -io d:s'ir.-riero qie>*ase:e iaile 
altre, per: :;:he i caraverl coxuci a :u::i ques*: i*t:*u*i i: esa- 
mineremo :-: altro Cì:.*. j. I. '.irarodi MjZ.i'^:.j i'.*.eva avere 
un notaio e iae **fr-. ; e 1> <'.:^'.ì:o ter tutta ^le^'a fjrr.^l.a 
era di «5 !»re t.-j!:'.:Le*:, Il i.^ro -ie; ^icarii': e: e^t.::::; del 
ri9^i con'.rr:;e i'e:.u::c-rri7l::.e ielle son^m-i-. c:,« ;1 i::<ir.o 
di Mofiz^'o ioreva n^ciy^re ixì t:.:niT.i v jjrtti e dal z>- 
verno dì Bjlv^-.a *. *^zx'."j al p:>ie**a ZjT. -.xy^.xz^j ] 



'*■ Asch:t:o di Stato di h^fU>^%A, BmstA: Lt^^ vtiZfT II, b»- 

W 

^^ AacHmo di Stato di Bol/>^3ca- Suim^ys J>. .: r;mj XXVII 

•*i Abchitso d: Stato di b-vl <ì>a. L^^r-- *^r> IT. Bi.«Ci I. N. II- 



354 R. DEPrTAZIONE DI STORIA PÀTRIA P£R LA ROMAGNA. 



• 



cisamente quale fosse il suo stipendio. L'atto di costitu- 
zione non lo specifica, mentre invece accenna al personale, 
di cui doveva essere composto il suo uflBcio, che era costi- 
tuito dal podestà, da un notaio o luogotenente, da ministri 
ed esecutori materiali della giustizia ('). 

I vicari come il podestà dovevano poi a mezzo del notaio 
redigere in iscritto gli atti compiuti nell'esercizio delle loro 
funzioni. Degli atti del vicariato di Monzuno non ci è con- 
servato che un volume del 1359 al tempo del Visconti, da 
cui appare il nome del vicario, certo Giovanello dei Con- 
nelli Milanese. Della podesteria si conservano interrottamente 
gli atti dal 1578 al 1674. 

Savignos Fu, come abbiamo visto, uno dei due vicariati 
creati dal governo del Visconti per V amministrazione delle 
terre dell'alto Appennino. Come Monzuno non era stato mai 
centro di alcuna circoscrizione amministrativa ed aveva ap- 
partenuto alla cessata podesteria di Serravalle {*). La nuova 
sede del vicariato non era certo al centro della circoscrizione 
perchè, situata sul fiume Samoggia molto prossima alla collina 
bolognese, si trovava a grande distanza dalle terre finitime al 
confine toscano comprese nella sua giurisdizione. Infatti i con- 
fini del vicariato si estendevano dal territorio toscano e mo- 
denese al corso del fiume Reno ed alle terre di S. Lorenzo 
in collina e Pragatto, nella collina bolognese. Comprendeva 
insomma tutta la parte della montagna bolognese a sinistra 
del corso del fiume Reno. Solo due terre situate sulla riva 
destra di detto corso erano sottratte al vicariato di Monzuno 
e queste furono Savignano Longareno e Panico. Nel 1376 colla 
nuova divisione amministrativa fu ristretto anche il territorio 
soggetto a questo vicariato, il quale venne limitato alle terre 
di Savigno, Rudiano, Prunarolo, Vedegheto, S. Ilario, Montepolo, 
Monsevero, Savignano di Scoltenna, Montepastore, Ripamaglia- 
ria, Vignola dei conti, Tolè, Montasico, Lagune e Samoggia. Tale 

(M V. in appendice Doc. ultimo. 

C) Archivio di Stato di Bologna: Atti delle podesterie di Casio 
Castel Leone^ Seravalle e Caprara (1314). 



GLI ANTICHI VICARIATI DtLl/ Al TENNIKO BOLOGNESE. 355 

rimase anche nell'estimo del 139G (*) e negli statuti del 1454, 
nonché nei secoli successivi fino al XVIII, nei primi anni del 
quale il vicario esisteva ancora come ne fanno fede gli alti di 
questo vicariato che arrivano fino al 1710. 

Per altro negli ultimi tempi anche questi atti non conten- 
gono altro che l'enumerazione dei debitori dei vari comuni per 
debito d'imposta ed i nomi dei massari e saltari. Come si 
vede il vicariato aveva perduto molto dell'antica importanza 
amministrativa e giudiziaria perchè non rispondente più alle 
nuove esigenze della pubblica amministrazione. Nei tempi 
nuovi dopo la rivoluzione francese Savigno non è più centro 
amministrativo a se, ma è compreso, secondo il piano di co- 
stituzione del 1796, nel cantone dì Samoggia (*) e nel piano 
approvato dal vice presidente della Repubblica italiana il 5 
Marzo 1803 è compreso insieme alle sue antiche ville ed a 
Samoggia nel distretto di Vergato (^). Non era più sede di 
un vicariato ma era sede di un comune, del quale facevano 
parte Samoggia e le antiche ville, le quali erano certamente 
le diverse parecchie chiamate S. Croce e S. Prospero di Savi- 
gno, che compongono l'attuale comune, il quale fu poi ac- 
cresciuto degli altri piccoli comuni riconosciuti come enti auto- 
nomi dalla repubblica italiana ed oggi aggregatisi al comune 
maggiore di Savigno appartenente al mandamento di Bazzane. 
Il vicario di Savigno, aveva seco un notaio due servi ed un 
cavallo e per stipendio lire venti bolognesi, come attestano 
gli statuti del 1376 l'estimo del 1396 e gli statuti del 1454. 
Ma negli ultimi tempi l'ufficio erasi molto semplificato come 
risulta anche dagli atti. Di questi ne rimangono molti e vanno 
interrottamente dal 1395 al 1710. di cui otto volumi fanno 
parte dell'Archivio del comune di Bologna dal 1395 al 1444 (*) 
ed i rimanenti dell'Archivio pontificio (*). 

(*) V. in fine Doc. N. XI; i comuni di Vignola dei conti e Monte- 
pastore furono aggregati insieme, come risulta dal documento medesimo. 

C) Archivin i>i Stato di Bologna, ìoc. ciU 

(») Archivio di Stato di Bologna, loc. cit. 

(*) Archivio di Stato di Bologna : Inventario: Atti dei vicariati, 

(*) Archivio di Stato di Bologna: Inventario: Ufficio dei Vica- 
riati, 



.*i56 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Castel S. I^ietros Fu uno dei vicariati, che nel- 
l'epoca del Visconti comprese una parte delle terre della mon- 
tagna bassa prospicente la Romagna e concorse a rendere meno 
disagevole l'amministrazione del Vicario di Monzuno, col quale 
confinava. Situato sulla strada, che da Bologna conduce ad 
Imola segna il punto di divisione fra la pianura e la collina; 
quindi la sua giurisdizione esteudevasi per poco nell'Appen- 
nino. I comuni della collina e montagna, che nella divisione 
fatta sotto il governo del Visconti, furono compresi nella giu- 
risdizione sua erano quelli di Casalecchio dei Conti, Vari- 
gnana, Liane, Monte armato, Montecalderaro, Sassuno, riz- 
zano, Stifonte, Frassineto e Vedriano. Ma nel 1376 fu subito 
ristretto questo territorio dall'istituzione del vicariato di Va- 
rignana e nel 1396 dai vicariati di Liane e Montecalde- 
raro (*), che rimasero intatti negli statuti del 145 L Quindi 
nel vicariato di Castel San Pietro dei comuni montani rima- 
sero soltanto Sassuno, Vedriano, Frassineto, Casalecchio dei 
Conti, a cui venne aggiunto il nuovo di Monterenzo, staccato 
dall'antico vicariato* di Monzuno. Di più il comune di Liano 
fu diviso secondo l'estimo del 1396 in due; Cometa di Liano 
e Liano di Borgonuovo. Quest' ultimo fu creato vicariato a 
se, mentre Cometa rimase sottoposta a Castel S. Pietro, 
meno che per breve tratto, come risulta dagli estimi del 
1396, dai quali Cometa appare aggregata a Bologna ('). Il 
vicariato di Castel S. Pietro è ricordato nella provvisione 
del 1632 (^) ed esiste ancora nel 1750, come ne fanno fede 
gli atti di ufficio esistenti nell'Archivio di Stato di Bo- 
logna, che arrivavano appunto a detto anno. Ma anche 
questo, come gli altri vicariati, si era ridotto ad un puro 
ufficio per la distribuzione delle imposte e per il controllo 
degli ufficiali inferiori; perciò negli ultimi anni esiste più di 
diritto che di fatto. 



(1) V. in fine Doc. N. II. 
(') V. Doc. N. XIV. 

(^) Costituzioni e provisioni degli uffici utili ecc. Archivio di Stato 
DI Bologna: Busta 1559-1779: Bandi e provisioni. 



GLI ANTICHI VICARIATI DELI/ APPENNINO BOLOGNESE. 357 

Il citafo piano di costituzione del 1796 fece della sede 
dell'antico vicariato il centro di un cantone e la costitu- 
zione pure citata del 1803 lo fece centro di un distretto, 
del quale facevano parte vari comuni della Montagna. Ora 
è capoluogo di mandamento e di comune, il quale ultimo 
è rimasto composto di più comuni già riconosciuti come 
autonomi nella costituzione del 1803 ed aggregatisi insieme 
più tardi. Fra essi vi sono i comuni di Vedriano, che com- 
prendeva Montecalderaro e Frassineto e di Castel S. Pietro, 
che comprendeva Poggio. Le altre frazioni ora componenti 
il comune furono staccate da altri aggruppamenti minori. 

11 vicario di Castel S. Pietro teneva con se gli ufficiali, che 
avevano gli altri vicari maggiori e percipiva lo stipendio di 
lire venti bolognesi ogni mese. Doveva curare la conserva- 
zione del castello per speciale disposizione contenuta negli 
estimi del 1396 C), 

Gli atti di questo vicariato cominciano dal 1377 e vanno, 
come abbiamo detto, al 1750. Naturalmente non tutti ci sono 
conservati, anzi moltissimi sono quelli, che mancano, come 
del resto anche .negli altri vicariati. 

Oasio : Questo castello situato sullo spartiacque tra il 
Limentra ed il Reno non molto distante da Porretta, il quale fu 
sede del primo podestà della Montagna e fu centro di uno dei 
primi capitanati, si prestava per la sua posizione sull'antica 
strada, che conduceva in Toscana e per la vicinanza a questa, 
meglio di ogni altra terra, alla residenza di un funzionario 
amministrativo e giudiziario; ma la costituzione del Visconti 
non lo comprese fra i vicariati istituiti nell'Appennino bolo- 
gnese. E la ragiono sta nel fatto che, prevalsa l'idea di 
dividere longitudinalmente e non trasversalmente il terri- 
torio di Montagna, Casio non poteva essere un centro ad- 
datto alla nuova divisione. Fu costituito in vicariato solo nel 
1376, come risulta dagli statuti di detto anno. Rimase quindi 
dal momento dell'abolizione delle podesterie, ossia dalla metà 
del secolo XIV al 1376 senza podestà e senza vicario e fu 

(>) V. Doc. N. IL 



358 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

* 

sottoposto al vicariato di Monzuno. I comuni, che nel 1376 
furono soggetti a Casio furono Casio, Bargi, S. Martino di 
Camugnano, Vimignano, Monteacutoragazza, Stagno, S. Da- 
miano, Creda, Prada, Rocca di Mogne, Montione, Verzuno, 
Traserra, Sivigliana, Camugnano e Carpineta, Stanco, Griz- 
zana, Custoza, Vigo, Burzanella (*). Nell'estimo del 1396 
questi comuni rimangono invariati, meno quello di Grizzana, 
che pas^ò al vicariato di Caprara; furono però aggiunti il 
comune di Castiglione e Sparvo, che non viene tassato in 
forza di immunità concessa dal comune di Bologna (*), ed i co- 
muni di Casola e di Moscaccia, che facevano prima parte del 
vicariato di Capugnano. Il territorio cosi composto, salve lievis- 
sime modificazioni consistenti nella soppressione di qualche co- 
mune, resta invariato fino al secolo XVIII, in cui anche il 
vicariato di Casio venne meno per la graduale estinzione 
delle sue funzioni. Negli atti di questo vicariato del 1543 e 
successivi fino alTuiiimo volume, che è del 1716, non tro- 
viamo più neir elenco dei comuni, quello di Castiglione e 
Sparvo, perchè infeudato ai Pepoli e quindi sottratto alle 
imposizioni stabilite neir interesse pubblico, come avvenne 
anche per Porretta rispetto al vicariato di Capugnano ('). 

Nella costituzione amministrativa moderna Casio fu fatto 
centro di un cantone col piano amministrativo del 1796 già 
citato, ed in esso era compresa la maggior parte delle anti- 
che comunità soggette al vicariato. Invece nella divisione ap- 
provata dal vice-presidente della repubblica italiana nel 1803, 
Casio insieme a Casola costituì un'unica comunità nel di- 
stretio delle Terme. Oggi fa parte del mandamento di Por- 
retta ed è capoluogo di comune composto di Casio castello. 
Casio pieve e Casola, che costituivano la comunità or ora 
ricordata, più Badi e Suviana, che costituivano altra comu- 
nità facente parte del distretto delle Terme e già ricono- 



(>) Archivio di Stato di Bologna: Statuii 1376-78. 
(') V. Doc. N. VII. 

(3) G. B. CoMBLLi. Xicola Sannuti primo eonte della Porretta. Bo- 
logna, Tip. Fava-Garrignani 1899^ pag. 8. 



OLI ANTICHI VICARIATI DBLL' APPENNINO BOLOGNESE. 359 

^ciuta fin dair estimo del 1396, come componente il vicariato 
di Casio. 

Nel 1443 Badi era stato diviso dal comune di Suviana e 
Moscaccia per deliberazione degli Anziani (*). Rimasero di- 
sgiunti fino alla nuova costituzione del 1803, anno in cui fu- 
rono nuovamente riunite in nuova comunità, come si è detto, 
per passare poi insieme a far parte dell'attuale comune di 
Casio. E che rimanessero disunite ed indipendenti 1* una dal- 
r altra fino al 1803 Io dimostra il fatto che negli atti del 
vicariato di Casio tanto Suviana che Badi hanno massaro e 
saltaro ed il massaro non si trova che nelle comunità (*), 
come vedremo meglio in seguito. Dunque queste terre costi- 
tuirono due comunità distinte. 

Il vicario di Casio aveva seco il notaio e due servi e per- 
cepiva lire bolognesi 15 ogni mese. Gli atti di questo vicariato 
arrivano, come abbiamo detto, fino al 1716, lasciando però 
profonde lacune. 

Capixgnano: Questo comune fu uno dei primi e dei 
più importanti dell' Appennino bolognese ma non fu scelto a 
sede di un funzionario governativo prima del 1376. All' epoca 
delle podesterie Capugnano fu aggregato a quella di Castel 
Leone C). Però la sua posizione e vicinanza al confine to- 
scano, nonché l'importanza, che aveva avuto nell'epoca co- 
munale fecero si che nella divisione amministrativa succes- 
siva a quella del Visconti fosse creato centro di un vicariato 
il quale riuscì composto dei comuni di Capugnano, Succida, 
Casola, Porretta, Moscaccia, Lizzano matto, Monteacuto delle 
Alpi, Rocca di Gaggio e Belvedere (^). Nel 1396 perdette Ca- 
sola e Moscaccia e nei secoli posteriori anche Badi, che furono 
aggregati al vicariato di Casio. Nemmeno Porretta, che è 



(1) V. Doc. N. VIL 

(«) Archivio di Stato di Bologna: Atti del vicariato di Casio. 
Anni 1543, 1556, 1641, 1716. 

(5) Palmibri. Degli antichi comuni rurali; (Atti della Deputazione 
di Storia Patria per la Romagna serie terza voi. 16 pag, 31:2), 

(<) Statuti di Bologna del 1376-78. 



360 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

vicinissima a CapugDano figura più compresa in questo vica- 
riato (*). Ma siccome il libro, da cui appare questa mancanza 
è il solito estimo, nel quale i vicariati sono descritti quasi 
esclusivamente come divisioni amministrative per la distriba- 
zione delle imposte, cosi può darsi che Torretta non risulti 
tassata e quindi non sia notata, ma che seguitasse egual- 
mente a far parte del vicariato di Capugnano. Ed una prova 
di ciò si avrebbe indirettamente anche da un documento del 
29 Ottobre 1394 contenente le norme deliberate dal consi- 
glio dei cinquecento per il riordinamento dei Bagni. Dal quale 
risulta appunto 1' esenzione degli abitanti del luogo da qua- 
lunque imposta personale e prediale (*). Certo è che Por- 
retta fu poi staccata completamente dal vicariato di Ca- 
pugnano, quando, come abbiamo detto più sopra, venne 
costituita in contea. Rimase quindi sottratta alla giuri- 
sdizione comune e sottoposta alla speciale di una determi- 
nata famiglia, che fu quella Sanuti. Il territorio compreso 
nella contea ebbe 1* estensione di un miglio intorno ai Bagni 
della Por retta (^. 

Ma oltre questa terra il vicariato di Capugnano non ne per- 
dette altra nei secoli posteriori, anzi ne acquistò perchè negli 
atti di questo vicariato del 1627, in cui sono descritte le 
terre soggette, ne troviamo di quelle non comprese nei do- 
cumenti citati (M. E siccome la costituzione amministrativa di 
tale anno è importante perchè segna la base della costituzione 
amministrativa posteriore, è necessario conoscerla bene. 

Abbiamo già in questo momento la divisione prettamente 
giuridica di comuni e ville. A capo dei primi, come diremo 
meglio in seguito, vi è il massaro ed il saltare, a capo di 
queste il saltare soltanto. I comuni del vicariato in discorso 
erano Gaggio, Lizzano, Capugnano e Capanne. Le ville erano 



(1) V. Documento N. Vili. 
(^) CoMBLLi. Op. cit. pag. 5. 
(>) CoMBLLi. Ivi pag. 6. 

(<) Archivio di Stato di Bologna: Atti del vicariato di Capu- 
gnano: Anno 1627. 



GLI AKT1CH1 VICARIATI DKLL* APPKSSISO BOIXM3XSSB. 361 

Gabba, Crecchia, Sasso, Vidiziatico, Maranzano, Monteacato 
delle Alpi, Castellacelo, Lustrola. Granaglione, Boschi, Rocca 
Cometa. Nataralmente ciascan cornane comprendeva an de- 
terminato Damerò di ville. Ma la distinzione si accentua me- 
glio nel secolo seguente. Nej ITiT* la terra di Lizzano, che, 
come abbiamo visto era castitoita in cornane fin nel Uì27. e 
già sede comunale con tatti gii organi ammini^traiivi, che m 
possono trovare nei comuni odierni. Infatti an documento di 
detto anno 1729 ( ) contiene l'elezione di due coc^igiieri f»er 
ogni villa o frazione. componeMi il comune di Lizzano ed il 
verbale ne è autenticato dal cancelliere delia comuLita per 
ordine del massaro. l'unque nel comune esi>teva già ii c*:l- 
siglio, il massaro, ed un ca^celiere, che era il segregar. x 
E le ville, che componevano li detto comune erano qael.e 
di Monteacato ceHWlpi. Vidic»at:co, Sa.s<o, Gabba e M^ran- 
zano. Orecchia. Nel piano ammm; strati vo approvato di! 
presidente della Rejabbiica italiana nel iNJIi il comune ii 
Belvedere fu conservato in'afo con queste sue v;,;e, ei 
ora ha la stessa circoscrizione co;ra:rLnanta di Rocca C«-.r- 
oeta, che fa per un momento comune a se. 

Lo stesso organiamo e ia circoscrizione ammini-Tat.va 
corrispondente a.Ia oiieriia tro'uamo a Graud^'.ione. Nei 
1730 per l'elezione del ma^^saro di Grana;:! ione %enne sce.t> 
un numero di uomini per ognuna de!*e tre distinte \ù,e i. 
Capanne, Boschi e Granagaon^. componenti appunto la cdc:::- 
oità di Granaglione. che ri-iedeva in que^'a -j.^.^^a ter:*a ei 
aveva an cancelliere o segretario i*;. La comunna fu con- 
servata tale anche nel piano di costituzione del IV'.J ei era 
è stata estesa, ma la ba«e fondamentale é rimasta in'at^a. 

Finalmente i! centro del viciriato os^ia Ja coxnn,:a ci 
Capugnano ebbe capitoli e di*^/0*izione speciali rerclanii .e 
sue funzioni fin dal IT->3 ''», Questi capitoli s.no vam^a:: e 

(') V. DoeuDMnsto N. XVITIL 

i'^) Archivio vi .Stato di Bolo^^va: Ea*ta r;ut«, Ar.ao 17^:-. 

(^) Aechivio di .Stato di B'fLO^rNA: Burla: CapitoU e fo^vti'Ht 
ééUe Comunità e ruU dei contado: Catplt/4i *nl pò remo òell» coil-- 
nità dì Capa^r&^rjo. 

-2r, 



362 R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAONA. 

contengono tutte le regole da seguirsi nell'amministrazione 
della comunità, che è retta da un massaro assistito da quattro 
compagni, che formano una specie di giunta, e da un con- 
siglio di 27 uomini, uno per famiglia del luogo. Vi sono pure 
un notaio o cancelliere, un tesoriere, i revisori dei conti, gli 
ufficiali addetti alle strade ed acque, i saltari, gli stimatori 
dei danni ecc. Sono contribuenti del comune tutti coloro, 
che sono compresi nel territorio composto dalie due frazioni 
di Capugnano e Castelluccio. È esclusa Porretta perchè è 
sempre eretta in contea ed ha una giurisdizione speciale. 
Però anche gli abitanti della contea ossia quelli compresi 
nel miglio dei Bagni, debbono sottostare agli oneri del comune 
di Capugnano se in qualche modo .partecipano alle rendite. 

Nel 1780 i capitoli vennero riformati con alcune dispo- 
sizioni pure pubblicate a stampa (^), le quali diminuivano il 
numero dei consiglieri, perchè V esperienza aveva dimostrato 
che non era possibile trovare nella comunità ventisette uo- 
mini atti ad assumere tale ufficio. Da 27 fu ristretto il nu- 
mero a 21, dei quali 11 dovevansi eleggere nella villa di 
Capugnano e 10 in quella di Castelluccio. Fu pure abolito il 
massaro, al quale venne sostituito il console, che aveva in 
fondo le stesse funzioni del massaro ed era pure assistito da 
un consiglio speciale oltre che dal generale. Soltanto gli venne 
tolta una funzione odiosa, che aveva appartenuto al massaro, 
quella di procedere a pignoramenti a sequestri ed a tutto ciò 
che riguardava l'amministrazione della giustizia. Per tali at- 
tribuzioni fu eletto un ufficio speciale, quello del massarolo. 

Come si vede il comune di Capugnano aveva già un orga- 
nismo complesso fin dagli ultimi anni anteriori alla rivolu- 
zione francese. Nel piano del 1803 fu conservato intatto per 
quanto riguarda la circoscrizione esterna. Solo fu aggiunta 
Porretta, tolta alla giurisdizione del conte, che venne abo- 
lita; e tale è rimasto fino ad oggi colla sola diflferenza che la 
sede comunale da Capugnano fu trasportata a Porretta. La 

(^) Archivio di Stato di Bologna: Leggi, Opuscoli^ Serie 1, 
Busta III, N. 12. 



GLI ANTICHI TICARIATl DKLL* APPBKNIKO BOLOGKS8B. 36S 

costitQzione interna fo cambiata con disposizioni generali, 
che compresero tatti i comoni, ma anche qui più di nome 
che di fatto. 

Gaggio rimase pare comune a se con Bombiana, anche 
nella costituzione del 1803. Più tardi ebbe aggiunte altre 
ville, che un tempo furono comprese nel distretto di Vergato. 

Cosi abbiamo dimostrato come si scompose il vicariato di 
Capagnano. È evidente che lo sviluppo preso da queste ammi- 
nistrazioni minori rese inutile e tolse ogni diritto all'esi- 
stenza del vicario, perchè le funzioni, a cui quello era de- 
stinato, furono assorbite dagli organi delle varie comunità. 
Abbiamo già visto come in quella di Capugnano vi fosse appunto 
un funzionario speciale per T amministrazione della giustizia; 
altri ve ne eran certamente nelle altre comunità model- 
late sullo stesso stampo. Per le funzioni maggiori eravi il 
Capitano della Montagna e quindi il vicario era inutile com- 
pletamente e perciò venne a mancare più per forza stessa 
(ielle cose, per desuetudine, che per una disposizione speciale 
di leggi. Gli atti ultimi che del vicariato di Capugnano ci 
rimangono sono del 1627, ma è certo che fu conservato an- 
cora per molli anni. 

La sede di questo vicario non fu sempre Capugnano, anzi 
per molto tempo fu Castelluccio, come risulta dalle intesta- 
zioni di vari atti del vicariato stesso (*). Gli atti di questo vi- 
cariato, che ci rimangano cominciano dal 1377 e sono una 
quarantina di volumi o mazzi. Dall'inventario delT Ai'chivio 
di Stato di Bologna risulterebbero cominciati nel 1370, ma 
sono compresi in esso erroneamente alcuni atti, che appar- 
tengono invece al Capitanato di Casio. Ed invero nel 1370 il 
vicariato di Capugnano non esisteva ancora. 

Questo vicario aveva seco un notaio e due sei'vi e per- 
cepiva lo stipendio di 15 lire boIoj.mesi ogni mese. 

RoeoA B^itilianas A differenza di Capugnano, que- 
sta terra che è situata sul versante sinistro del corso del 



(^) Archivio di Stato di Bologna: Atti del vicariato di Cajm^ 
gnano, anni 1386, 1405, 1420 ecc. 



364 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

fiume Reno a settentrione di Capugnano e di Porretta quasi 
al confine modenese, fu centro amministrativo anche prima 
dell'istituzione dei vicariati. Infatti ebbero in quella rocca 
loro sede i podestà, perchè Castel Leone o Bombiana fu 
abbandonata gradatamente e restando la circoscrizione di 
questa podesteria pur sempre la stessa, la sede fu spostata 
a Rocca Pitiliana ('), che era veramente residenza più ad- 
datta per la centralità e per la fortezza naturale del castello. 
Però al momento dell* abolizione delle podesterie fu anche 
questa sede soppressa e soltanto nel 1376, quando furono 
istituiti nuovi vicariati, si ebbe anche quello di Rocca Piti- 
liana, nella cui giurisdizione furono compresi i comuni di 
Rocca Pitiliana, Rodiano, Cereglio, Musiolo, Sasso Molare, 
Susano, Pietra Colora, Rocca Cometa, Labante, Lissano, 
Aiano di Frignano, Montecavaloro, Prunarolo, Pieve di Rof- 
feno, Castelnuovo, Africo e Volpara, Savignano. Confinava 
quindi coi vicariati di Casio, Capugnano, Caprara sopra 
Panico e Savigno, nonché col territorio modenese. Tale 
rimane la giurisdizione del detto vicario nell* estimo del 
1396 e negli statuti del 1453 colla sola difi'erenza che Rocca 
Cometa passa sotto il vicariato di Capugnano ('). Nello pro- 
vigioni del 1560 e del 1632, figura ancora il vicariato di 
Rocca Pitiliana (^), ma di questo periodo non ci rimangono 
più gli atti. Ed anche in questo vicariato lo sviluppo preso 
dagli organismi locali, ossia dall* amministrazione delle singole 
comunità, tolse un po' per volta la neccessità della presenza 
del vicario. Infatti il comune di Rocca Pitiliana aveva uffi- 
ciali propri, e ciò risulta dall' elezione del massaro del 17IÌ5, 
la quale è autenticata dallo scrivano o cancelliere della co- 
munità a differenza di altri comuni, per i quali T autentica- 
zione veniva eseguita dal parroco non. avendo essi un tale 

(') V. citato studio sui comiiDi rurali {Aiti della Deputar, citati 
pag. 295). 

(*) Statuti del 1453. 

(') Archivio di Stato di Bologna: Con$titution% degli uffici utili 
14 Giugno 1560^ Busta 1559-1777; Costituzioni medesime^ 14 Giugno 
1632, Busta: Bandi e Provisìoni 1559-1779. 



GLI ANTICHI VICARIATI DELL'APPENNINO UOLOGNESE. 365 

impiegato ('). Cosi pure i comuni di Castelnuovo e Lissano, 
corapresi in questo vicariato, hanno sindaci, massaro e scri- 
vano fin dal 1735 e Labante era nelle stesse condizioni ('). 

Nel piano del 1803 questi comuni furono conservati intatti. 
Soltanto a Rocca Pitiliana furono a«^giunti Africo e sue antiche 
ville, ossia Pietracolora, Villiana e Volpara, e fecero parte del 
distretto di Vergato. Più tardi questi comuni furono uniti a 
Gaggio e Bombiana e diedero origine all' odierno comune di 
Gaggio, che fa parte del mandamento di Porretta. Nel detto 
piano del 1803 furono altresì costituiti in comune a se Casigno 
con Roffeno, Castel d'Aiano con Villa d'Aiano, che uniti poi 
a Labante formarono più tardi il comune di Castel d'Aiano. 
Cereglio colle sue antiche ville e con Liserna e Sanguoneda 
fu unito a Vergato, Tolè a Rudiano. Più tardi tutti insieme 
questi comuni formarono il comune di Vergato. Ma questa 
trasformazione non si effettuò nei limiti del vicariato di Rocca 
Pitiliana, perchè alcune terre componenti oggi il comune di 
Vergato furono comprese in quello di Caprara sopra Panico. 

Il vicario di Rocca Pitiliana aveva un notaio e due servi 
e 15 lire bolognesi mensili. Negli statuti del 1453 i servi sono 
ridotti ad uno. 

Gli atti di questo vicario che ci rimangono sono soli cinque 
volumi, che vanno con interruzióni dal 1382 al 1409. 

Caprara sopra DPanicos Come Rocca Pitiliana 
anche Caprara sopra Panico fu podesteria prima dell* istitu- 
zione dei vicariati. Per la sua posizione quasi esattamente 
centrale nelT Appennino bolognese si prestava molto a sede 
di un funzionario amministrativo. Ed anche per la fama e la 
fortezza del suo castello, che dipendeva appunto dai Caprara, i 
quali l'avevano costrutto e ne erano stali i Signori, acquistava 
maggior pregio. Era situato quasi sul crinale dell' altipiano 
che divide il Reno dal Setta, sul versante di quest'ultimo 
fiume, non molto distante dall' odierna stazione di Marzabotto. 

(>) Archivio di Stato di Bologna: Atti delie imborsazioni dei 
massari anno 1735. 

n Ivi. 



366 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Fu, come gli altri vicariati, di cui abbiamo parlato or ora, 
costituito soltanto nel 1376 e gli furono assoggettate le terre 
di Caprara, Carviano, Sirano e Parlano, Canovella, Batti- 
di^zo, Badalo, Malfolle, Venola, Capriglia, Montelungo e Fa- 
vaie, Fagnano, Elle e Polverara, Veggio, Folisano, Valle di 
Ronco e Praduro, Liserna, Lurainasio, Bergadello, Salvaro e 
Sasso Pertuso, Panigo, Sanguineta, Vado. Nel 1396 a queste 
terre furono aggiunte quelle di Grizzana e Rocca di Setta 
tolte dal vicariato di Casio (*). Non figurano invece nel- 
r estimo di detto anno le terre di Badalo e Battidizzo, che 
ricompaiono invece come appartenenti a questo vicariato, 
negli statuti del 1453-54. Nell'estimo del 1396 Badalo e Bat- 
tidizzo sono sottratti alla giurisdizione di qualunque vicariato 
e dipendono direttamente da Bologna ('). Ma, come si vede, 
per poco tempo. La circoscrizione di questo vicariato si 
mantiene sempre la stessa fino ai primi anni del se- 
colo XVI. Ma nel 1539 sono nuovamente sottratti i comuni 
di Badalo e Battidizzo, e mancano altresì quelli di Vado e 
Brigadello che passarono a Monzuno, mentre i primi sotto- 
starono a Bologna (^). I comuni, che compongono questo vi- 
cariato in detto anno rimangono sotto la stessa giurisdizione 
per tutta la durata del vicariato, che si conservò almeno 
di nome fine al secolo XVIII, quantunque gli ultimi atti siano 
del 1600. 

Negli atti del 1557 i comuni sono distinti ed aggruppati 
colle ville, che li compongono e da tale ripartizione risultano 
i seguenti gruppi. Caprara è capoluogo del comune, di cui fa 
parte la villa di Sperticano. Salvaro è comune a se. Veggio, 
Grizzana e Carviano formano un comune solo con capoluogo 
in Veggio; Vergato, Sanguineta, Malfolle, Venola e Panico sono 
comuni a se; Luminasio forma comune con Medelana (*); Sasso 
forma comune con Praduro; Canovella con Folesano ; Cascia 



(») V. Doc. N. VI. 

O V. Doc. N. XJV. 

(') Atti del vicariato di Caprara sopra Panico: Anno 1539. 

{*) Atti del vicariato di Caprara^ Anno 1554. 



OLI AXTICH1 TiCAKIATI DELX* APFfiXKIKO BOLOGXBSK. 367 

con Ignaoo, Staozano e Sirano. Con poche Tarlanti questi 
comuni si trovano neila costituzione dei lSo3 sottoposti a 
diversi distretti. Caprara sopra Panico è sempre anita a Ca- 
naglia e a Sperticano con !e antiche ville, e fa parte del 
distretto del Sasso. Casola sopra Strano coiìe sulle ville sopra 
citate forma sempre un comune solo nel distretto del Sasso, 
cosi pure Luminasio con Medeiana. Panico è unito a Veccia 
e MalfoUe e forma comune con questo terre sempre sono- 
posto al distretto del Sasso: Grizzana è sempre turila con 
Veggio, ma è stato tolto Carviano ed aggiunto a Salvaro. 
Tanto i primi due quanio gli altri formano due comuci di> 
stinti nel distretto di Venraio. Quest' ultima terra fu unita a 
Lisema Cereglio e Sarraiceta e formò pure un comune a se. 
Come si veie, i comuni de.l' acTicD vicariata di Caprara pas>a- 
rono quasi intaiti nei òisTreui iel Sasso e di Vergato, il quale 
ultimo comprese pare :erre dei vicariati di Rocca P;::l;jLi:a e 
di Casio. Questi rìcco.i comuni, quando nel«a co^T.tuzione 
contemporanea furane a^rroj rati per dare oriri-e a: t:u vasi; 
comuni odierni, passarono in quattro £rluriSÌ;i;or.i d;5::i.:e. 
Quello di Grizzaiia con Vezf:o e i; Salvaro co:; Cirvian:- fer- 
marono l'attuale comune di «irizr^na. al quale fu re lo p ri in- 
giunti i comuni dì Taver::;!* S'acco e Pniia, i; M:r.:ei*::'o 
Ragazza, e di Vimi^naco e Sa** Izz^co «:à -iir-en Ìcl;; :ì1 x:ca:";i:o 
di Casio e nel IS'Ji assor^eitaii al iisTren:. :: VerrìK', i-l: 
antichi comuni d* Panico con M-tlf. l.e e V*rn:.jL. 5; L::L:.'jts: • 
con Medr liana, di ra;.rarà con Casi-rl.a e S:»t:::;*i.::o enTr^r r ^ 
a comporre ro:;en:o coman-?^ •:; Marrib:r.o. i^l :':*vlr ^Arro 
pur parte Canove. -a ei Ijimo stucc**:; dal lecLo C-m-:.^ 
di Casol^i sclera S:ra::o. e Mon'.^>.co. a c-: fu s:àr*^:: Wic^ 
gheto e so;:ójo>:o a Sa-^l.-no. Le rubane::;: Terre d: ::-r>": 
vicariato cntrarc-no ne; cj^juni ci Vergilo e d. Ttì^.^t: ^ 
SassA. 

II vicaria di Carrara aveva un r.o:aio e d-e ser-; e itr- 
cepiva lo 5iipen:io ò: lo lii-e boi gitesi ogni n^ese. Il I>V. 
in poi ebSe un servo sol-anto. 

Una panicolanTa spècole è d^rna d; r.::a ptr r,., c'f- 
riguario la residenza ci questo \ìcar:o. A'tl.anr.o rv:j.:v"^ ;:a 



368 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

fatto simile per Capugnano, ma si verifica più marcatamente 
in quello di Caprara. Vediamo cioè che il vicario risiedeva 
alcune volte a Caprara, altre a Sperticano e lo troviamo 
spessissimo a render giustizia in tempo di mercato a Rioveggio, 
località appartenente ali* antico comune di Elle, e nella terra 
di Liserna in luogo detto il mercato di Vergato (*). In al- 
cuni atti figura a render giustizia in Panico nella casa di 
sua abitazione {*). Ciò dimostra che il vicario non aveva 
r obbligo della residenza fissa e stava alcune volte in una 
terra del suo vicariato, altre volte in altra, fermandosi poi per 
vario tempo anche nei luoghi di mercato, come prescrivevano 
gli statuti. Dal non obbligo della residenza stabile ne venne 
che gradatamente e senza disposizioni speciali si spostò la sede 
del vicariato, come a Scaricalasino ed a Capugnano. 

Gli atti del vicariato di Caprara vanno dal 1377 al 1600, 
con molte lacune in mezzo. 

Se rra valle s. Era anche questa terra già eretta in po- 
desteria fin dal 1314, ma fu compresa all'epoca del Visconti 
fra i centri giudiziari aboliti e fu poi ricostituita in vica- 
riato nel 137G. La sua vicinanza a Savigno, vicariato più 
antico e più esteso, le tolsero importanza e solo la prossi- 
mità al confine modenese potè giustificare in questa terra la 
presenza di un ufficiale del governo centrale. I comuni e 
ville soggette nel 1376 furono Serravalle, Montepolo, Zappo- 
lino e Cantagallo, Tiola e Montemario, Mongiorgio, Monte 
S. Pietro, Rocca Rodulphorum, Monte S. Giovanni, Monte mag- 
giore- Nel 1396 (') furono tolte molte di queste terre in 
causa deir istituzione del nuovo vicariato di S. Lorenzo in 
collina, al quale furono sottoposte, come vedremo in seguito. 
Nelle citate provvisioni del 1560 e del 1632 il vicariato di 
Serravalle è ancora riconosciuto, e soltanto nel secolo se- 
guente per la solita ragione accennata nella storia degli altri 
vicariati, venne meno. Nella costituzione del 1803 Serravalle 



(^) Atti del vicariato di Caprara: Anni 1582, 1409. 
(«) Idem: 1394. 
(») V. Doc. N. X. 



OLI ANTICHI VICARIATI DBLL* APPENNINO BOLOGNESE. 369 

formò comune con Monteveglio, Zappolino con Tiola, Mon- 
giorgio con Monte S. Giovanni, Merlano con Monte S. Pietro 
tutti compresi nel distretto di Bazzane. Ora Seravalle è co- 
mune composto delle terre dell' antico vicariato, meno Mon- 
giorgio che fa parte del comune di Monte S. Pietro. 

Il vicario di Serravalle, quantunque avesse lo stesso per- 
sonale degli altri vicariati percepiva uno stipendio di 20 lire 
bolognesi, forse perchè era nel confine del territorio di Bo- 
logna, aveva quindi maggiori responsabilità. Cogli statuti del 
1453 lo stipendio fu ridotto a lire 18 ogni mese. Di questo 
vicariato ci rimangono solo gli atti del 1572. 

;Mon te veglio: Fu uno dei più forti castelli del- 
l' epoca feudale, e quando sorsero i comuni, fu tra i primi. 
Anzi dei comuni rurali fu uno dei pochissimi, che giunsero 
ad ottenere V indipendenza assoluta (^). Ma fu eretto in 
vicariato soltanto nel 1376 e gli furono sottoposti i comuni 
di Monteveglio, Montebudello, Savignano di Scoltenna, Pra- 
gatto, S. Lorenzo in Collina, Pradalbino, Olivete, S. Martino 
in Casola, Crespellano. Coli' estimo del 1396 gli rimangono 
soltanto i comuni di Monteveglio, Montebudello, Olivete e 
Crespellano (*) e tale resta pure questo vicariato nel 1453. 
Gli altri comuni orano passati, come vedremo, al vicariato 
di S. Lorenzo in collina che trovasi già descritto nell'estimo 
del 1396. Nella provisione del 1560 e del 1612 è ancora 
ricordato il vicariato di Monteveglio, ma nel secolo XVIII 
anche questo venne a mancare per le stesse ragioni già 
esposte a proposito degli altri vicariati, lo quali svilupperemo 
meglio in seguito. Nella costituzione del 1803 Monteveglio è unito 
ai comuni di Olivóto e Montebudello, che evidentemente erano 
aggregati a Monteveglio nell'epoca anteriore e formarono 
con esso comune. Oggi Monteveglio è comune a se colle due 
frazioni or ora ricordate. 

Il vicario di Monteveglio aveva un notaio, due servi 



(*) V. mio stadio sol comuoi rurali rivista cit pag. 277. 
O V. Doc. N. XII. 



370 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

ed un cavallo e 20 lire bolognesi mensili nel 1376. Nel 
1453 fu ridotto lo stipendio a lire 18. Anche questo era vi- 
cariato di confine e perciò ebbe speciale importanza. Gli 
atti che ci rimangono sono tre volumi del 1397, 1436 e 1559. 
Il vicario secondo gli statuti del 1376 poteva risiedere tanto 
a Montevegtio che a Moutebudello. 

So£ir*ie£il£ieii]:io : È uno dei vicariati istituiti nel 137G. 
Però il castello era stato uno dei più importanti dell* Ap- 
pennino bolognese nel secolo Xlll e fu destinato a sede di 
un podestà e più tardi di un capitano della Montagna. La 
sua posizione sull'antica strada nazionale, che da Bologna 
metteva in Toscana quasi al confine delle due regioni, lo 
rendeva un centro amministrativo importantissimo. 

La giurisdizione di questo vicario comprese le terre di 
Monghidoro colle sue ville. Scandio, Lognola, Campeggio, 
Casadio, Cassano, S. Cristoforo di Pianoro S. Giorgio di Mon- 
tagna, Borgo Abadia, Bisano, Sasso, Barbarolo, Roncastaldo, 
Pietramala, Capreno, Anconella, Loiano, Valgatara, Vezzano. 
Nel 1396 alcune di queste terre vennero sottratte al vicariata 
di Scaricalasino e furono S. Cristoforo di Pianoro e Borgoab- 
badia, ossia Pian di macina, le quali vennero sottoposte di- 
rettamente alla giurisdizione di Bologna; Casadio e Barba- 
rolo, che furono sottomesse a Monzuno (^). Ma negli statuti 
del 1453 Barbarolo lo troviamo nuovamente unito a Scari- 
calasino. E questa circoscrizione del vicariato rimase inva- 
riata nei secoli successivi. Soltanto il centro fu spostato 
perchè nel 1462 è ricordato il vicario di Loiano {*) e non più 
quello di Scaricalasino, segno evidente che la sede fu tra- 
sportata da questa terra in quella. Anche gli atti di questa 
vicario appaiono tutti redatti a Loiano, e nelle provisioni 
più volte ricordate del 1560 e del 1632 si trova notato il 
solo vicario di Loiano senza che vi sia cenno dell* altro di 
Scaricalasino. 



(1) V. Doc. N. Ili, V. 

(*) Archivio di Stato di Bologna: Busta^ Ufficio dei vicariati^ 
Elezione dei vicari 



GU AKTICHI VICUtlATI DKLL^ APFSXX1KO BOLOGXESK. STI 

Nel secolo XVIII molte delle comanità sunnominate hunno 
un organismo interno abbastanza sviluppato e perciò rntficio 
del vicario si restringe contìnaamente finché vien meno atfatio. 

Nella costituzione del 1803 Loiano divenne centro di 
un distretto, del quale fecero parte anche le comunità dcK 
r antico vicariato raggruppate in modo da formare circo* 
scrizioni maggiori. Loiano con Bibolano e Scannilo formarono 
un unico comune e cosi pure Barbarolo con Castelnuovo di 
Bisano, Bisano con Querzeto, Roncastaldo con Lognola ecc 
Oggi le terre dell' antico vicariato sono state comprese in 
tre comuni distinti, quelli di Monterenzo, Loiano e Monghi- 
doro, appartenenti al mandamento di Loiano. Solo Pietramala 
e Capreno sono passati alla provincia di Firenze, Il vicario 
di Scaricalasino aveva con se un notaio e due servi e per* 
cepiva lire quindici di Bologna ogni mese. Cogli statuti del 
1453 la stipendio fu ridotto a lire 13 mensili. 

Gli atti di questo vicariato, che ci rimangono, sono, come 
abbiamo detto, stati redatti a Loiano ed appartengono agli 
anni 1482 1483 e 1610. 

'VAiri^na.ii A : È vicariato istituito nel 1370. Kra 
prossimo molto a quello di Castel S. Pietro e la sua co- 
stituzione in località tanto vicina ad un vicariato già esi- 
stente è dovuto alla sua posizione prospiciente il contine del 
territorio bolognese verso la Romagna. La terre soggette fu- 
rono quelle di Varignana, Montearmato, Casola Oanina, Pi^- 
zocalvo, Montecalderaro, Stifonte, Pizano, Rocca Malapasqua, 
Zena, Ulgiano (Ozzano). Nel 1396 è già staccato Montecalde- 
raro, che forma vicariato (*) a se e negli statuti del 14r)3 
troviamo che anche Ozzano è eretto in vicariato. Nelle prov- 
vigióni del 1560 e del 1032 Varignana figura ancora fra i centri 
amministrativi del territorio bolognese. Non ci rimane nessun 
atto di questo vicariato e quindi non possiamo affermare nem- 
meno approssimativamente quando cessasse il funzionamento 
attivo del vicario. Certo che come gli altri vicariati perdette 
ogni importanza amministrativa nel secolo XVIII. 

(0 V. Doc. N. II. 



372 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Col piano di costituzione del 1803 Varignana formò co- 
mune con Ozzano, Settefonti con Montearmato, Pizzano fu unito 
a Cassano, ii quale ultimo appartenne al vicariato di Loiano ; 
Pizzo calvo venne aggregato a S. Cristoforo, Casola Canina a 
Castel de' Dritti e tutti fecero parte del distretto di Castel 
S. Pietro. Ora appartengono alcuni al comune di Castel 
S. Pietro, altri a quello di Ozzano e di S. Lazzaro di Savena. 
. Il vicario di Varignana aveva seco un notaio e due servi 
e percepiva 15 lire bolognesi. Di questo vicariato non ci è 
conservato, come dicemmo, nessun atto. 

Corvaras E l'ultimo dei vicariati istituiti nel 1376, 
ed estendeva la sua giuridizione nella collina bolognese. Si- 
tuato non molto lungi dalla città di Bologna a lato della 
strada, che mette in Romagna, ebbe sottoposte le comunità 
di Corvara, Farneto, Vezola, S. Ruffillo, Rastignano, Otto, 
Montecalvo, Clagnano, Castel de' Britti, Russi, Borgo ma- 
rino. Sesto, Musigliano, Miserazano, Ariosto, Gargognano. 
Ma questo vicariato rimase per poco tempo costituito perchè 
neir estimo del 1396 troviamo già che i comuni compresi nel 
vicariato di Corvara sottostanno direttamente a Bologna e 
nei documenti dei secoli successivi questo vicario più non ri- 
compare (^). Oggi le terre ricordate fann9 parte dei comuni 
di S. Lazzaro, Pianoro e Bologna. 

Il vicario di Corvara aveva un notaio, un servo e per- 
cepiva 15 lire bolognesi di stipendio mensile. Non rimane 
nessun atto. 

S« X^oi^enzo iu Oollina.: È uno dei vicariati 
istituiti dopo gli statuti del 1376-78. Lo troviamo descritto 
nell'estimo del 1396 (*). Il capoluogo è situato sulla collina 
bolognese non molto distante da Casalecchio di Reno e dagli 
antecedenti vicariati di Serravalle e Monteveglio. Risultò 
composto di varie terre già appartenenti ai vicariati stessi, 
più alcune tolte a quello di /Savigno. I comuni sottoposti a 
8. Lorenzo furono S. Lovento in collina, S. Martino in Cascia, 

« 

C) V. Doc. N. XIV. 
(«) V. Doc. N. XIJI. 



OLI ANTICHI VICARIATI DELL* APPENNIKO BOLOGNESE. 373 

Pradalbino, Lamola ed Ozzaiio tolte dal vicariato di Monte- 
veglio; Montesanpietro, Montesangiovanni, Montemaggiore e 
Rocca Rodalphorum tolti a Seravalle; Scopeto e Rasiglio tolti 
a Savigno. Negli statuti del 1453 il territorio rimane inva- 
riato. 

Nelle provigioni del 1560 o del 1632 questo vicariato è 
ancora designato fra quelli, nei quali dovevasi eleggere il 
vicario, ma nel secolo seguente venne certamente a mancare. 
Nella costituzione del 1803 S. Lorenzo in collina fu unito a 
Lamola ed Ozzano e costituì un comune sottoposto al distretto 
di Bazzano; un altro comune pure in questo distretto forma- 
rono Monte S. Giovanni con Merlano, Mongiorgio e Monte 
S. Pietro. Invece Scopeto e Rasiglio unite ad altre terre del 
vicariato di Savigno formarono un altro comune sottoposto al 
distretto del Sasso. Più tardi queste due terre furono aggre- 
gate alle altre, che compongono l'attuale comune del Sasso. 
Tutte le altre comunità del vicariato di S. Lorenzo in collina 
fanno parte dell'attuale comune di Monte S. Pietro. 

Il vicario di S. Lorenzo aveva seco un notaio un servo e 
percepiva lo stipendio di 15 lire mensili. Non ci rimangono 
atti di questo vicariato. 

T^iftuoz Lo troviamo costituito in vicariato nell'estimo 
del 1396 (*). Prima era comune, che faceva parte del vicariato 
di Castel S. Pietro. Il vicario in esso residente non ebbe altra 
giurisdizione che sul comune di Liane di Borgonuovo dal quale 
venne staccato Cometa di Liane e sottoposta a Castel S. 
Pietro (*). 

Negli statuti del 1453 è sempre ricordato come pure nelle 
provisioni del 1560 e del 1632. È quindi da ritenere che la 
fine di questo vicariato sia contemporanea a quella degli altri 
già descritti. Nella costituzione del 1803 Liane formò comune 
con Casalecchio dei Conti ed ora fa parte del comune di Ca- 
stel S. Pietro. 

Ebbe con se in ufficio un notaio soltanto e di salario percepì 

(1) V. Doc. N. II. 
O Ivi. 



374 R. DEPUTAZIONE DÌ STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



• 



lire quindici ridotte a dodici dagli statuti d^l 1453. Non ci ri- 
mangono atti dell* uflRcio del vicario. 

IMontecalcieraro: Fu aggregato cogli statuti del 
1376 al vicariato di Varignana e solo nel 1396 lo troviamo 
eretto in vicariato indipendente (*). Negli statuti del 1453 lo 
troviamo ancora costituito ma nelle provisioni del 1560 nou 
figura più. È certo che venne sottoposto nuovamente al vi- 
cariato di Varignana. Nella costituzione del 1803 formò co- 
mune insieme a Frassineto e Vedriano, ed oggi appartiene al 
comune di Castel S. Pietro. 

Aveva questo vicario in ufficio il solo notaio e percepiva 
nel 1396 lire 15 bolognesi di salario» ridotte poi nel 1453 
a dieci soltanto. Non ci rimangono atti di sorta. 

HAssonei^o: Dopo gli statuti del 1376 fu sottoposto 
al vicariato di Scaricalasino e nel 1396 lo troviamo anch'esso 
eretto in vicariato a se, con giurisdizione sul solo comune di 
Sassonero. Negli statuti del 1453, come pure nelle provisioni 
del 1560 e del 1632 lo troviamo ancora ricordato. Ebbe 
quindi la stessa vita dei vicariati maggiori. Nella costituzione 
del 1803 fece parte del comune composto di Monterenzo e 
Cassano, nel distretto di Loiano, ed oggi fa parte del comune 
di Monterenzo, che si è maggiormente steso colla aggregazione 
di altre comunità, come a suo luogo abbiamo osservato. 

Il vicario ebbe con se il notaio e percepì lire 15 bolognesi 
secondo V estimo del 1396, la quale somma fu ridotta a lire 
dieci cogli statuti del 1453. 

Nel 139-5 il vicario di Sassonero era anche capitano del 
castello (*). Non ci rimangono nemmeno di questo vicariato 
atti d* ufficio. 

Brixscolo: È vicariato, che appare solo negli estimi 
del 1396 (^). Non lo troviamo soggetto a nessun vicariato 
anteriore perchè apparteneva al territorio toscano. Aveva 
soggetti i comuni di Baragazza e Pigliano, ora Pian del Xo- 



(») V. Doc. N. II. 

C) V. Doc. N. Ili in fine. 

(3) V. Doc. N. IV. 



OLI ANTICHI VICARIATI DBLL* APPKNKIKO BOLOGNBSB. 375 

glio. Nel 1453 il vicariato esiste ancora ma pochi anni dopo 
Piano del Voglio fa eretto in contea e data a Bartolameo 
de Bianchi ; Baragazza fu sottoposta alla contea di Castiglione 
concessa ai Pepoli; quindi il vicariato fu abolito perchè poi 
anche Bruscolo ripassò ai Fiorentini. Nella costituzione del 
1803, Bruscolo figura soggetto alla provincia di Firenze, Ba- 
ragazza forma comune con Castiglione e Piano con Monte- 
ferdente. 

Il vicario risiedeva a Bruscolo con un notaio e percepiva 
lire 10 al mese di stipendio aumentato cogli statuti del 1453 
fino a 12. Non ci rimangono atti di sorta. 

Olg'ia.no: (Ozzano dell* Emilia). Apparteneva al vi- 
cariato di Varignana e fu eretto in magistratura indipendente 
cogli statuti del 1453. 

Il vicariato fu composto della sola comunità di Ozzano. 
Nelle provisioni del 1560 e del 1632 è ancora ricordato, 
perciò è lecito ritenere che seguisse la stessa sorte dei vica- 
riati maggiori. Nel piano di costituzione del 1796 fu capoluogo 
di un cantone e nella costituzione del 1803 lo troviamo unito 
con Varignana, con cui forma comune. Oggi è capoluogo di 
comune compreso nel mandamento di Castel S. Pietro. 

Il vicario ebbe con se soltanto il notaio e percepì Io sti- 
pendio di lire dieci mensili. 

Ci rimangono di questo vicariato gli atti del 1462. 

Frassineto: Faceva parte del vicariato di Castel 
S. Pietro e fu eretto in magistratura a se come Ozzano, solo 
cogli statuti del 1453. Non ebbe soggetta altra comunità. 
È ricordato nelle provigioni del lc60 e del 1632 e come i 
vicariati maggiori vien meno solo nei secolo XVIII. 

Nel piano di costituzioni del 1796 fu aggregato al cantone 
di Montecalderaro e nella costituzione del 1803 con Vedriano 
e Montecalderaro formò un' unica comunità, compresa nel di- 
stretto di Castel S. Pietro ed oggi fa parte del comune di 
Castel S. Pietro. 

Aveva con se il notaio, ma gli statuti del 1453 non dicono 
quale stipendio percepisse. 

Ci rimangono alcuni atii di questo vicariato, ma non tutti 



376 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

quelli indicati nelT inventario dell* Archivio di Stato di Bo- 
logna, secondo il quale, essi comincerebbero dal 1382, men- 
tre né gli statuti del 1376 né l'estimo del 1396 parlano di 
questo vicariato, anzi il comune appare compreso in quello di 
Castel S. Pietro (*). Sarà probabilmente un errore di nome avve- 
nuto nella enumerazione e nell'elenco degli atti di qualche altro 
vicariato. 

Ofi'Sa.lliiimAnese: Fu podesteria e perciò della 
sua costituzione interna e dell' organismo ne parleremo 
quando in uno studio a parte tratteremo dei capitani della 
Montagna. Ora accenniamo brevemente alla sua storia dal 
punto di vista della circoscrizione amministrativa, che si ac- 
costa molto a quella dei vicariati. È ricordata solo negli 
statuti del 1453 e nemmeno in questi è delineata la costituì 
ziooe interna e la delimitazione esterna del territorio. Segno 
che il comune di Bologna non aveva ancora la certezza 
assoluta del dominio su quella parte di montagna bolo- 
gnese prospicente la romagna e quasi a confine di questa, 
dove appunto si trova Casalfiumanese. Però dal 1484 abbiamo 
gli atti e nelle previsioni del 1560 e del 1632 appare questa 
podesteria fra gli uffici utili regolata dalle norme relative agli 
altri uffici del contado. 

A differenze di altri pubblici uffici, ci rimane in stampa 
l'atto col quale venivano riunite in una comunità unica retta 
da un determinato numero di consiglieri e da norme spe- 
ciali (*) le varie terre componenti la podesteria. 

Questo avvenne nel 1780 e l'opuscolo contenente le norme 
relative ci dà notizia del numero delle comunilà, che sono 
Casale, Bastia, Sassoleone, Sassatello, Piagnano, Bello o Croara. 
11 nuovo comune creato colla riunione della comunità della 
podesteria ebbe un consiglio di 14 consiglieri due per comu- 
nità. Il capo del comune fu il console, assistito da un procon- 



(1) V. Doc. N. II. 

(') Archivio di Stato di Bologna: Busta: Bandi e provigioni spt-- 
ciali della comunità e ville del contado. 



GLI AXnCHI VICARIATI DEXL APPENNINO BOLOGNESE. oTT 

sole e dal caDcelliere o segretario. Restarono anche il inassaix), 
che era il tesoriere, ed un messo od usciere. 

Nella costituzione del 1803 il comune è diviso e le co- 
munità componenti V antica podesteria sono unite in due co- 
muni: l'uno composto di Bello, Croara, Piagnano e Casalfiu- 
manese, che ne era il capoluogo; l'altro composto di Bastia 
Sassatello e Sassoleone con capoluogo in questo. 

Oggi Casalfiumanese è comune con estensione maggiore 
dell'antica podesteria. Gli atti, che ci rimangono vanno dal 
1484 al 1607 con interruzioni. 

Caeitel de* Kritti s Fece parte delP antico vicariato 
di Corvara, che ebbe vita tanto breve e di cui abbiamo parlato 
già. Lo troviamo regolato negli statuti del 1453 ma dovè essere 
stato eretto molto prima perchè ci restano atti di questo vicariato 
del 1426, (*) e siccome l'estimo del 1396 non ne parla, anzi 
io pone fra i comuni dipendenti direttamente da Bologna (*), 
cosi è giusto ritenere che l'istituzione di questo vicariato sia 
avvenuta fra il 1396 ed il 1426. Nelle provisioni del 1560 e 
del 1632 è ancora ricordato e perciò si deve ammettere che 
seguisse la sorte di tutti gli altri vicainati. 

Nella costituzione del 1803 fu capoluogo di un comune 
composto di Castel de'Brìtti, Casola Canina e Cianano. Oggi 
fa parte del comune di S. Lazzaro di Savena. 

Ebbe in ufficio un notaio e percepì uno stipendio di dieci 
lire bolognesi ogni mese. 

Ci rimangono di questo vicariato tre volumi di atti com- 
presi fra il 1426 ed il 1464. 

V. 

Gostitusione interna dell'ufficio 
ed attribuzioni dei vicari. 

Il vicariato fu, come abbiamo detto, una trasformazione 
della podesteria; ed i caratteri di questa si riscontrano anche 
nella costituzione interna dell' ufficio. 

(1) V. Dog. N. XIV. 

(*) Archivio di stato di Bologna: Inventario delV archivio co^ 
munaU: Ufficio dei vicari. 

24 



378 R. DEPUTAZIONE DI STOUIA PATRIA PER LA ROMAOKA. 

L* ufficio del vicariato era composto del vicario, del notaio 
di quattro famuli eodem panno vestiti e di due soldati a ca- 
vallo. Cosi gli statuti del 1352; ma in quelli del 1376 i famuli 
sono già ridotti a due e per alcuni vicariati, come abbiamo 
visto, ad uno solo, senza contare che qualche vicario aveva il 
solo notaio. Coir andar del tempo queste condizione di cose, 
ossia la mancanza di servi, si fece generale per tutti i vica- 
riati perchè le citate provisioni del 1560 e 1632 non ne 
parlano più, come vedremo. 

Il vfcario era capo dell' ufficio ed il vero funzionario, che 
rendeva giustizia. Egli, come già affermammo, era il giudice 
deir antica podesteria, che divenne anche capo amministrativo 
di essa dopo la soppressione dell'ufficio del podestà. Quindi 
la denominazione à'\ vicario gli derivò certamente dalla sua 
qualità di sostituto dell'antico podestà, nel cui nome ammi- 
nistrava la giustizia. Infatti nelle carte giudiziarie del tempo lo 
troviamo ricordato col nome di index et vicarius domini 
potestatis Caxi, Castri Leonis, Caprarie ecc. Questo nome gli 
rimase anche dopo che il podestà fu soppresso perchè l' uso 
continuo che di quell'appellativo si era fatto nei documenti o 
nella consuetudine, lo trasformò in un nome proprio atto a 
designare quel determinato funzionario pubblico. 

Il vicario doveva essere giurisperito. Veramente gli sta- 
tuti posteriori al 1335 non accennano a questo requisito; 
ciò nondimeno è da ritenere che si continuasse ad esigerlo. 
Ed invero la principale funzione di cui era investito con- 
sisteva nell'amministrazione della giustizia civile e, quan- 
tunque in piccola misura, di quella penale. Ora è evidente 
la neccessità di cognizioni giuridiche abbastanza profonde 
nella persona, a cui erano affidate funzioni giudiziarie di 
una certa entità. Secondo gli statuti del 1376 e 78 il 
vicario doveva essere cittadino bolognese ed aver compiuti i 
trenta anni. Ma questa ultima disposizione fu mitigata tanto 
che nelle costituzioni e provisioni del 1632 al parag. 19 è 
stabilito che per avere 1' ufficio di vicario bastasse 1' età di 
18 anni compiuti. 

11 notaio del vicariato era il cancelliere giudiziario, che 



OLI ANTICHI VICARIATI DELL'APPANNINO BOLOGNESE. 379 

redigeva in iscritto gli atti, ne rilasciava copia, ed assisteva 
il vicario nelle funzioni proprie dell'ufficio, a cui era pre- 
posto, attribuendo col suo intervento publica fede alle scrit- 
ture. Doveva essere, almeno secondo gli statuti del 1352, cit- 
tadino bolognese ed aver compiuta 1' età di anni 25. Tanto il 
vicario che il notaio restavano in ufficio per sei mesi e gli 
atti giudiziali, che in questo tempo venivano da loro compiuti 
erano fatti risultare per iscritto in un libro, che al termine 
dell'ufficio passava nella camera degli atti del comune di 
Bologna. Gli statuti del 1352 prescrivevano che ogni vicario 
dovesse tenere due volumi di atti, uno per le cause civili, 
r altro per le penali. Ma nei secoli posteriori quello delle 
cause penali fini col divenire inutile per la graduale elimi- 
nazione della giurisdizione penale del vicario. Di questi libri 
conosciuti sotto il nome di atti dei vicari del contado riman- 
gono ancora, come abbiamo visto, una buona parte e sono molto 
interessanti ppr lo studio della pratica giudiziaria del tempo e 
per l'esame delle formule, usate nei diversi atti del giudizio. 
Sono pure molto utili per la storia dei singoli vicari specialmente 
nella parte, che si riannoda alla complessiva evoluzione del- 
l' istituto, la quale viene meglio dimostrata dalle minute no- 
tizie offerte dagli atti succitati relativamente alle funzioni 
compiute noi vari anni e nei diversi vicariati, che dalle ri- 
formagioni e dagli statuti. Queste infatti ci danno soltanto 
un' idea della trasformazione, direi quasi, teorica delle varie 
istituzioni giudiziarie, mentre quelli seguono le traccio più 
minute, per stabilire come l'evoluzione si sia verificata di 
fatto e quali cause abbiano concorso a farla riconoscere di 
diritto. Perocché è certo che anche allora, come in ogni 
tempo, le leggi non hanno fatto che sanzionare norme, le 
quali nella mente del popolo e spesso anche nella pratica 
erano già riconosciute, come rispondenti ai nuovi bisogni, che 
le condizioni amministrative e politiche insensibilmente tra- 
sformatesi, avevano provocati. 

Oltre il notaio, che era ufficiale giudiziario, accanto al vi- 
cario vi erano, come abbiamo deiìo, qu-àiivo /linvili eode^n panno 
vestiti e due soldati a cavallo. Peraltro negli statuti del 1376 



380 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

troviamo già diminuito il numero dei componenti il seguito del 
vicario. Infatti i famuli sono ridotti a due ed i cavalli sono ri- 
masti soppressi, eccetto per pochi vicariati, che abbiamo esami- 
nati nella parte storica, i quali ne conservarono uno. Nell'epoca 
posteriore è certo che anche i due servi rimasti vengono tolti 
perchè nessun ricortlo troviamo di essi nei documenti, ed anzi 
le provigioni del 1632, che trattano di tutti gli ufficiali del vi- 
cariato non ne parlano affatto. È inutile rilevare come anche 
i quattro servi ricordati negli statuti del 1352 costituissero 
insieme ai due equiles la forza militai*e, di cui poteva disporre 
il vicario e quantunque siano i primi designati col solo nome 
di famuli^ fossero veri e propri soldati, come è anche provato 
dal fatto che dovevano essere vestiti dello stesso panno, os- 
sia, come diremmo noi, in divisa. Il vicario veniva quindi, 
in certa guisa, ad avere anche autorità militare. Fatto questo 
comunissimo per i publici ufficiali nel Medio-Evo, e special- 
mente nei periodi barbarico e comunale. Difficilmente troviamo 
come ora, le due podestà civile e militare separate; quasi 
sempre sono unite nella medesima persona specialmente quando 
queste persone erano preposte all' amministrazione del con- 
tado. E ciò è spiegato dal fatto che in quei periodi storici in 
cause delle lotte accanite e continue dei feudatari fi*a loro e 
coi comune la guerra era la regola, la concordia l'eccezzione. 
Quindi i funzionari, che dovevano amministrare la cosa 
publica, dovevano anzitutto aver il potere di reprimere le 
continue sommosse, quasi mai incruente, che erano l'avveni- 
mento di ogni giorno. Pertanto era necessario che il governo 
centrale inviasse a reggere il territorio soggetto, persone 
investite dell'autorità militare, le quali poi si occupavano 
anche degli affari civili. Ma l'amministrazione di questi co- 
stituiva la funzione accessoria. Coli' andar del tempo quando 
fu in certo modo assicurata la pace interna il funzionario 
publico rimase gradatamente spogliato delle attrbuizioni mi- 
litari e presero sopravento in lui quelle civili, perchè vi 
era più occasione di esercitare queste che quelle. Però con- 
servò per lungo tratto di tempo certi caratteri, che rivelano la 
sua origine militare. Il vicario, come abbiamo visto, nel 1352 



OLI AKTICUI VICARIATI. DELL* APPENNINO BOLOGNESE. 381 

aveva al suo servizio sei militari, nel 1376 rimase con due 
€ nei secoli successivi, quando la formazione degli stati ter- 
ritoriali, allargò il concetto delle lotte e tolse ogni ragione 
di contesa fra castello e castello, anche quelli vennero meno. 
Vedremo in seguito quali fossero le funzioni militari, che il 
vicario doveva esercitare servendosi dell' aiuto dei militi, che 
aveva al suo servizio. 

Lo stipendio per il vicario ed il seguito era di lire bolo- 
gnesi 140 per tutti i sei mesi del suo ufficio, secondo gli 
statuti del K^52, e di lire bolognesi quindici ogni mese se- 
condo quelli del 1376, salve le poche eccezzioni, che abbiamo 
vedute nei singoli luoghi ; ed era pagato parte dai comuni sog- 
getti parte dal governo di Bologna con denari di altri comuni. 
Lo stipendio fu in seguito, come abbiamo visto, diminuito ai vi- 
cari perchè venne diminuito anche il numero dei loro famigliari 
e perchè Tistituto andava continuamente perdendo d*importanza. 

Vi erano poi nel vicarialo altri ufficiali, la cui opera era 
necessaria air amministrazione della giustizia. Questi erano 
i nunzi, che avevano pressapoco le stesse attribuzioni degli 
odierni uscieri di pretura. Dovevano, cioè, chiamare le parti 
in giudizio, procedere all'esecuzione contro i debitori inadem- 
pienti, notificare ai funzionari dipendenti dal vicario gli 
ordini, che questi loro ingiungevano relativamente all' ammini- 
strazione delle terre soggette e far risultare insomma publi- 
camente gli atti di procedura dalle leggi richiesti per T eser- 
cizio delle azioni, che ai privati ed al comune spettavano a 
tutela dei proprii diritti. Ma questi ufficiali, quantunque for- 
massero parte integrante dell* ufficio del vicariato, non erano 
al seguito del vicario Venivano invece eletti fra gli abitanti 
delle terre soggette, dietro indicazione dei massari di quei 
comuni, in cui i nunzi risiedevano. Dalla dizione degli statuti 
del 1352 sembrerebbe anzi che questi ufficiali non avessero 
una funzione permanente, ma venissero scelli volta per volta 
quando oravi bisogno di compiere uno degli atti, ricordati 
più sopra. Dicono iufaiti questi statuti che i vicari potevano 
far citare le persone in giudizio, pignorare i contumaci ed 
eseguire simili atti giudiziari mediante i nunzi eisdem vica- 



382 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA l'ER LA ROMAGNA. 

riis deputandos dai massari delle terre, in cui abitavano. 
E forse in origine la scelta avveniva molto probabilmente 
dietro indicazione del massaro richiesto al momento oppur- 
tuno. Ma gl'inconvenienti, a cui questo sistema doveva cer- 
tamente dar luogo, consigliarono nella pratica un nuovo pro- 
cedimento, che consisteva nell'elezione fatta dà ogni vicario 
al principio del suo ufficio dei nunzi, che durante il semestre 
dovevano prestare l'opera loro. Infatti nei libri dei vicari 
troviamo spesso nella prima facciata i nomi dei nunzi, che 
erano stati eletti e che dovevano prestare servizio durante 
l'ufficio del vicario medesimo. Sono di solito in numero 
uguale a quello delle comunità, soggette. Negli atti del vica- 
riato di Capugnano del 1386 ne troviamo nove, come pure 
in quelli del 1387. Ogni nunzio compieva il suo ufficio limi- 
tatamente alla terra, in cui era stata eletto. Non crediamo 
però che fosse richiesto, come si direbbe oggi, sotto pena di 
nullità, l'elezione di un nunzio in ciascuno dei comuni' com- 
ponenti il vicariato. Per esempio negli atti del vicariato di 
Caprara dell'anno 1383 troviamo ricordati due soli di questi 
ufficiali, i quali certamente prestavano l'opera loro per tutto 
il territorio soggetto al vicario, formato di più di due comuni. 

I nunzi una volta eletti dovevano prestare cauzione e 
giuramento come garanzia dell' esatto adempimento delle fun- 
zioni loro attribuite, le quali, erano abbastanza delicate e 
potevano cagionare gravi danni, qualora fossere compiute 
illegalmente. Ed anche questa formalità del giuramento e 
della fideiussone risulta dai libri dei vicari. Il loro stipendio 
non era pagato dal comune di Bologna, ma essi percepivano 
gli onorari dalle parti, nel cui interesse prestavano T opera 
richiesta. 

Quelli fin qui ricordati erano gli ufficiali addetti al vica- 
riato e necessari al vicario per gli atti d'amministrazione, a 
cui era preposto. Altri funzionari eranvi nel vicariato, che 
integravano in certo modo la personalità publica del vicario 
e lo aiutavano nel disbrigo degli affari, ma questi erano più 
che altro impiegati locali, che non dipendevano dal vicario 
se non negli atti concernenti un interesse generale. Erano 



GLI ANTirui VICAEIATI DELL' APPENNINO BOLOGNESE. 383 

i massari, i sindaci delle comunità ed i saltari. Di questi 
ve ne era uno per villa; di quelli uno per comunità e le 
funzioni dei massari andarono poi man mano estendendosi in 
senso inverso di quelle del vicario, di modo che questo ne 
rimase spogliato a vantaggio di quelli, come abbiamo visto a 
Capugnano, a Rocca Pitiliana e come diremo meglio in se- 
guito. I massari e saltari venivano eletti dalle singole terre 
e quindi erano organi dell'amministrazione locale, che in 
certi casi però esercitavano funzioni proprie dell'ammini- 
strazione centrale e costituivano 1* anello di congiunzione 
fra il vicario rappresentante il governo di Bologna e le co- 
munità. Sarebbero stati come i nostri sindaci di fronte al 
sottoprefetto ed al pretore. Ma di questi altri magistrati, 
che pure hanno una grande importanza storica anche perchè 
rappresentano la continuazione di istituti veramente locali 
conservatisi forse fin dal periodo feudale, parleremo nella 
costituzione esterna del vicarialo. 

La principale funzione del vicario era, come abbiamo già 
accennato, quella giudiziaria. La competenza sua era però 
limitata nelle cause civili e più ancora in quelle penali. 

Le controversie civili, che il vicario poteva decidere erano 
quelle, il cui valore non superava cento soldi bolognesi, se- 
condo gli statuti del 1352, e di lire dieci bolognesi secondo 
quelli del 1376, limite conservato anche dalle provigioni del 
1632 al capitolo 116. La competenza oltreché dal valore della* 
causa poteva esser modificata dalle qualità delle persone. 
Infatti le questioni vertenti fra nobili di Bologna o nelle 
quali fosse interessato un cittadino o nobile di Bologna non 
erano soggette alla competenza del vicario se non fino aliar 
somma di soldi quaranta bolognesi. È ciò è sancito da quei 
medesimi statuti del 1352, i quali determinano nella somma 
di cento soldi bolognesi ii valore delle questioni sulle quali 
era competente a decidere per regola generale il vicario. 
Dunque uua classe speciale di persone non poteva esser 
giudicata se non per una causa di valore molto inferiore a 
quello, per cui potevano comunemente essere giudicati gli 
altri abitanti del contado. Il maggior valore delle persone 



384 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

controbilanciava il minor valore della causa. Questa disposi- 
zione degli statuti, che a prima vista, sembrerebbe costituire 
un privilegio per i nobili è invece, secondo noi, diretta ad 
impedire che i potenti con mezzi illeciti ottenessero contro i 
deboli il riconoscimento di pretesi diritti non esistenti. Infatti 
il vicario era un magistrato di poca importanza e le persone 
le quali coprivano quella carica, quantunque dotate spesso di 
buone qualità morali ed intellettuali, non potevano aver tanto 
prestigio da resistere alle pressioni, che in mille modi avreb- 
bero potuto j nobili esercitare sopra di loro. Era quindi fa- 
cile che costoro potessero illecitamente ottenere molte volte 
ragione, mentre avevano torto. Perciò i legislatori di quel 
tempo vollero limitare la competenza dei vicari nelle cause, 
in cui erano interessate simili persone, e restringerla a casi 
di piccolissima entità, in modo, che T esito delle medesime 
potesse poco o nulla preoccupare i contendenti, massime se 
questi erano persone facoltose. Le cause di una certa entità 
venivano invece riserbate a magistrati superiori molto più 
resistenti alle inframmetenze degl'interessati. Tali disposizione 
non restò però sempre in vigore. Nelle disposizioni del 1632 
non appare affatto. 

Dalle sentenze dei vicari si poteva appellare qualora la 
sentenza fosse stata pronunciata sopra una causa di valore 
superiore ai quaranta soldi bolognesi. La ragione, per cui le 
cause di valore inferiore non erano soggette ad appello sta 
nella minima entità dell' oggetto della contestazione, che non 
meritava certamente un indagine giudiziaria tanta lunga, ca- 
gionando spese non lievi. 
, In materia penale la competenza del vicario era pressoché 
limitata ai reati di daneggiamento, e più specialmente a quelli, 
che consistevano nella trasgressione delle norme corcernenti 
la conservazione dei boschi e della proprietà rurale. Ma non 
tutti questi reati di danneggiamento erano di competenza del 
vicario; solo quelli, che avevano prodotto un danno di 20 
soldi bolognesi. Tali fatti erano di regola denunciati dai sal- 
tari che dovevano sorvegliare i boschi e le selve, ma pote- 
vano essere denunciati anche dagl'interessati. Il vicario do- 



GLI ANTICHI VICARIATI DBLL* APPENNINO BOLOGNESE. 3SÓ 

Teva attendere un mese dal giorno della denunzia prima di 
pronunciare sentenza e l'accusatore poteva recedere dal 
giudizio iniziato colla denunzia medesima purché ciò facesse 
prima della sentenza. 

In questi giudizi penali il vicario seguiva il procedimento 
sommario, e giudicava, come dicono gli statuti, siue strepiti', 
et figura ludici anche nei giorni feriati, meno i pasquali. 
.\nche la semplicità della procedura dimostra quanta poca 
importanza si attribuisse alle cause penali sottoposte all'esame 
dei vicari. 

Il procedimento sommario era seguito anche in materia 
civile. Ma le cause civili potevano decidersi soltanto nei 
giorni stabiliti dagli statuti per i giudizi. 

Ogni vicario nuovo doveva risolvore entro un mese dal 
suo ingresso in ufficio le cause rimaste pendenti presso il 
vicario uscito di carica. 

Una disposizione si trova in tutti gli statuti contenenti le 
norme relative air ufficio dei podestà e dei vicari del contado 
la quale è molto interessante sia perchè osservata sempre 
nella pratica fu causa efficiente della graduale trasformazione 
dei centri giudiziari, sia perchè conservatasi negli statuti é 
poi in parte passata nelle leggi moderne. Tale disposizione è 
quella, che obligava i vicari a recarsi col loro seguito a 
rendere giustizia nei vari castelli del loro territorio, nei 
giorni, in cui vi era mercato. 

Nel codice di commercio italiano ora in vigore, che per la 
sua stessa natura ha dovuto conservare molto delle norme che 
la pratica mercantile medio-evale era andata formando, vi è, 
nell'articolo 871, un accenno a queste antecedenti disposizioni. 
Questo articolo dà facoltà ai pretori e conciliatori dei luoghi 
in cui vi è fiera o mercato di dare i provvedimenti oppor- 
tuni circa ogni contestazione commerciale sorta in occasione 
della fiera rimettendo la decisione definitiva ali* autorità com- 
petente. Naturalmente non si è conservata anche l'altra di- 
sposizione, che obligava i magistrati a recarsi personalmente 
nei luoghi di fiera e mercati perchè ora coli' istituzione dei 
giudici conciliatori, è stata tolta la possibilità di una grande 



386 R. DEPUTAZIONE Di STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

lontananza dal luogo del mercato alla residenza dell' ufficiale 
giudiziario; mentre all'epoca dei vicariati i magistrati del 
contado non erano in gran numero e le difficollà di comuni- 
cazioni erano maggiori. Oltre questa ragione un altra vi era 
per spiegare la neccessità della presenza dei vicari nei luo- 
ghi di fiera e consisteva nella maggior durata della fiera 
medesima. Non aveva mai una durata inferiore ai tre giorni 
ed alle volte si prolungava molto di più. È quindi naturale 
che un funzionario dell'ordine giudiziario avente anche attri- 
budoni di publica sicurezza dovesse rimanervi per dare le 
disposizioni neccessarie ad impedire possibili disordini. 

Troviamo infatti ricordato nei libri dei vicari molti atti 
di procedura compiuti nelle località, in cui si teneva perio- 
dicamente fiera o mercato. Gli atti dei vicari di Caprara 
sopra Panico, che sono quelli conservatici in maggior numero 
contengono molto relazioni di udienze tenute nei mercati di 
Vergato e di Rioveggio. 

Una conseguenza di questa mobilità di sede dei vicari fu 
la lenta trasformazione del centro giudiziario. Infatti i boi^hi, 
in cui vi erano le fiere avevano più forti mezzi di sviluppo 
commerciale e l'importanza loro doveva aumentare gradata- 
mente. E siccome ogni centro amministrativo sorge sempre 
dopo la formazione e lo sviluppo di quello naturale, cosi 
la sede del vicariato, centro amministrativo e giudiziario, 
cambiò col variare dell'importanza dei castelli, in cui era 
stata fissata. Il vicario di Caprara già nel 1394 risiedeva 
la maggior parte di tempo a Vergato, pur seguitandosi ad 
intitolare vicario di Caprara. Nella stessa guisa quello di Ca- 
pugnano passò a Castelluccio. In questo vicariato ciascun vicario 
abitava a suo piacimento V un paese o l'altro finché la maggior 
parte cominciarono a preferire Castelluccio, che divenne in 
questo modo la sede definitiva. Però negli statuti lo troviamo 
sempre ricordato col nome di vicariato di Capugnano; e la 
circoscrizione era veramente sempre la stessa. Soltanto il centro 
era cambiato. 

Prima di terminare queste brevi osservazioni sopra un si- 
stema tanto interessante di amministrazione della giustizia, in 



GLI ANTICHI VICAUIATI DELL* APPENNINO BOLOGNESE. Ji87 

« 

cui, come abbiamo visto, è il giudice che si accosta alle parti, 
anziché queste a quello, vogliamo notare come tale fenomeno 
non fosso molto raro nel Medio-evo. Vn esempio noto è quello 
dei 7nissi dominici, i quali percorrevano appunto 1* impero 
carolingio per molte funzioni amministrative, fra cui quella 
importantissima della giustizia, che veniva compiuta mediante 
l'intervento ai placiti. 

Il sistema è spiegato dal fatto più sopra notato, e cioè 
dalle gravi difficoltà dei mezzi di comunicazione. 

Il vicario olti*echè la giurisdizione contenziosa aveva anche 
la volontaria. Doveva cioè intervenire colla sua autorità per 
assistere agl'inventari, in cui fossero interessate persone in- 
capaci, e poteva nominare i tutori e curatori agl'interdetti ed 
inabilitati. Doveva insomma compiere tutti gli atti necessari 
ad integrare l'incapacità giuridica delle persone. 

Aveva inoltre funzioni, che noi chiameremmo di polizia 
giudiziaria. Doveva impedire che nei fortilizi si costruissero 
case di paglia e che nei territon soggetti si fermassero 
banditi o ribelli del comune di Bologna, In caso che avesse 
avuto notizie di ciò doveva insieme ai suoi famigliari inse- 
guire e scacciare detti ribelli, o prenderli e consegnarli al 
governo bolognese. Queste sono appunto le funzioni, che, come 
accennammo più sopra, rivelano l'origine militare dell'istituto 
e giustificano la necessità di un corpo, per quanto piccolo, di 
soldati al suo servizio. 

Tutte le accennate disposizioni si trovano peraltro sol- 
tanto negli statuti del 1352 e, molto più mitigate, in quelle 
del 1376 e del 1453. Nei secoli posteriori le attribuzioni del 
vicario vanno sempre più restringendosi. Le provigioni del 1632 
trattano di questo ufficio, come di quelli di minima importanza 
tanto è vero che pottn'a venire affidato a persona che avesse 
compiuto solo IS unni. Anche la disposizione che riguarda 
l'amministrazione della giustizia in tempo di mercato è quasi 
limitata ai soli capitani e podestà, che dovevano anzi recarsi 
nelle sedi dei vicariati per decidere le cause ai medesimi per- 
tinenti. Ma più che dalle leggi la trasformazione avvenuta 
nell'istituto appare dagli atti dei vicari stessi. 



388 R. DEPUTAKIONE DI STORIA PATIIIA PER LA ROMAGNA. 

VI. 

Gostitnzione esterna dei vicariati e trasformazione dogli or- 
gani amministrativi locali. 

Nei primi tempi della sua istituzione il vicariato com- 
prendeva un determinato numero di comuni, nei quali però non 
era ancora ben definito l'organismo amministrativo né la di- 
stribuzione loro sotto il vicariato. 

Come abbiamo visto, la linea di divisione addottata per i 
vicariati di Monzuno e Savigno, fu assolutamente ed esclusi- 
vamente naturale. Non fu tenuto conto dello speciale legame, 
che potesse unire più comunità per sottoporlo tutte piuttosto 
ad un vicariato che ad un altro. E ciò è spiegato dal fatto 
che neir interno delle comunità non vi era ancora in quel 
tempo un organismo tale da rendere necessaria la prevalenza 
di una comunità sulle altre circostanti, né l'ingerenza di 
questa su quelle, da estendersi e consolidarsi tanto in pro- 
gresso di tempo da formare poi un unica comunità più com- 
plessa. È certo che fin dal 1358 abbiamo delle disposizioni 
statutarie (*), che contengono in germe quei principi, che do- 
vranno poi essere svolti nell'amministrazione pubblica poste- 
riore e dar vita ad organismi più complessi, ma una costitu- 
zione amministrativa con caratteri invariabili e precostituiti per 
le comunità, non esiste. Infatti le disposizioni dei citati sta- 
tuti dicono che ogni comune, il quale avesse più di dieci fu- 
manti od estimati, potesse eleggere il massaro, saltario od 
altro ufficiale della sua terra. Ora da ciò si capisce subito che 
il comune non aveva già di per se stesso un ufficiale dalle 
leggi prestabilito. 

Perché potesse avere un capo proprio era necessario fosse 
composto almeno di dieci fumanti; in caso contrario era co- 
mune egualmente ma non v' ei*a nessun impiegato e forse 
l'unico meccaninismo amministrativo interno consisteva nel 



(1) Argii, di stato di Bologna: Statuti del 1356-58: Elezione 

DEI MASSARI. 



GLI AXTICHI TICARIATI DELL* APPENNINO BOLOGNESB. cbl> 

tenere ogni tanto qualche adunanza per l' erogazione delle pò* 
cbissime entrate della cooiuniià. 

Però la disposizione dei citati statuti, limitando il numero 
dei fumanti, che poterà dar diritto all' elezione del massaro 
e degli altri ufficiali, fece si che il comune si estendesse e 
varcasse i confini della parocchia, e più ancora della sem- 
plice borgata, in cui tante volte era stato ristretto. Infatti molti 
comuni, che forse da soli non potevano eleggere detti ufficiali 
si aggregarono ad altri, che avevano il numero stabilito e for- 
marono con essi un sol tutto con capoluogo nel comune 
maggiore. La dimostrazione più genuina di questo processo 
di formazione vera di comunità con oi*ganismo internp abba- 
stanza progredito l'abbiamo nell'estimo del 1396. In questo 
i comuni non sono più distribuiti sotto i diversi vicariati 
esclusivamente in base alla loro posizione topografica, ma anche 
a seconda dell'affinità loro, ed anche in base ai tributi, che 
i comuni dovevano pagare pel mantenimento del vicario. Dal- 
l'estimo, che in fine pubblichiamo vediamo appunto che i 
comuni pagano una determinata tassa segnata a destra del 
comune stesso, mentre a sinistra è segnata la parte di quella 
tassa, che doveva essere impiegata pel mantenimento del vi- 
cario ('). Il residuo veniva incassato direttamente dal governo 
di Bologna. È naturale che in tal guisa il comune cessasse di es- 
sere un unità ideale e soltanto possibile e diventasse un ente 
reale e praticamente costituito con norme speciali. Il pagamento 
delle imposte e la distribuzione di esse richiedeva già un orga- 
nismo interno abbastanza sviluppato; di più, come abbiamo detto 
più sopra, il comune si era andato estendendo raggruppando 
sieme più terre prima separate. 

Per esempio nella enumerazione dei comuni fatta dagli 
statuti (') del 1352 troviamo i comuni di Vimignano, Vigo e Sa- 
vignano Longareno, separati, invece nell' estimo del 1396 li 
troviamo tutti uniti (^) formanti un unica comunità, a cui sono 



(*) V. Doc. N. II e seguenti. 

(') SoRBBLLi: op. cit. pag. 501, 504. 

(») V. Doc. N. VII. 



390 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

stati aggregati anche i comuni di Montione e Verzuno tassati 
in tutto lire 12 bolognesi. E queste stesse terre formanti 
sempre una sola comunità sono aggregate anche nel 1544, come 
risulta dagli atti del vicario di Casio (*). 

Lo stesso dicasi di Monteacuto Ragazza e Burzanella, 
che sono divisi negli statuti del 1352, uniti nelT estimo 
del 1390 e uniti ancora nei secoli posteriori. Altri comuni 
furono aggregati dopo il 139). A mo' d'esempio i comuni di 
Veggio Grizzana e Carviano, che sono sottoposti al vicariato 
di Monzuno e separati l'uno dall'altro nel 1352, restano an- 
cora separati nel 1396, dove appaiono soggetti al vicariato di 
Caprara, ma sono poi uniti nel 1557, come risulta dagli atti di 
detto anno (*). Dunque una costituzione amministrativa locale 
veramente regolata da norme positive e prestabilite, comincia 
soltanto coir estimo del 1396, quantunque, come abbiamo detto, 
un idea informe e troppo variabile si avesse anche prima. Nei 
secoli posteriori si andò certamente sempre più consolidando 
l'organismo della comunità ed i caratteri divennero sempre 
meglio delineati, assumendo, quel che è più importante, la co- 
munità stessa un'estensione gradatamente maggiore. 

Siamo al tempo, in cui vanno formandosi le grandi si- 
gnorie, che serviranno di base alle estese sovranità territo- 
riali dell' età moderna. 1 comuni urbani, che avevano divisa 
l'Italia in tanti piccoli stati, quante erano le città e, direi 
quasi, i borghi, erano ormai stati assorbiti da nuove costitu- 
zioni politiche più estese e generali; e nella stessa guisa che 
i comuni rurali erano stati incorporati in quei comuni urbani 
prossimi a loro, che avevano potuto esercitare questa forza 
d'attrazione sul territorio circostante, imponendosi agli altri 
comuni urbani limitrofi ed ai signori feudali, cosi più tardi 
un dato numeio di questi comuni urbani vennero assorbiti da 
quello di essi, che ebbe forza di estendere la supremazia al 
di là del contado, nel territorio degli altri comuni. In tal 
modo la disgregazione feudale, che dalle persone fisiche era 

(•) V. Doc. N. XVIII. 

(') Arch. di Stato di Bologna: Atti del vicariato di Caprara: 
Anno J5:>7. Intestazione, 



GLI ANTICHI VICARIATI DELL'APPENNINO BOLOGNESE. 391 

passata alle università ed alle corporazioni, andava sparendo, 
lasciando il posto a vaste concentrazioni politiche e sociali. 
Era in parte lo spirito d'associazione romana, che prendeva 
il sopravento sull'individualismo germanico. 

È naturale quindi che questo movimento generale eserci- 
tasse la sua benefica influenza anche sulle divisioni ammini- 
strative del contado. 

Il comune, che non è altro, che la cellula di quell'orga- 
nismo più complesso che è lo stato, segue Jo sviluppo di questo 
e s'ingrandisce coli' estendersi dello stato stesso, come ap- 
punto succede nell' organismo animale. 

Ora è naturale che quando lo stato per la provincia bo- 
lognese era il comune di Bologna, e la sovranità pubblica si 
limitava ai confini di questo territorio, i comuni fossero più 
piccoli e più numerosi. Ma quando dal comune si passò alla 
Signoria ed il concetto di stato si andò tanto in teoria che 
in pratica estendendo, si allargò pure il concetto di comune, 
ed il numero delle piccole comunità fu molto diminuito a 
vantaggio dell'estensione delle comunità stesse. È naturale 
quindi che nei secoli XV e XVI, coli' incorporazione di Bo- 
logna nello stato pontificio molto più vasto del semplice ter- 
ritorio della provincia, anche i comuni del contado si rag- 
gruppassero e dessero origine a circoscrizioni comunali più 
comprensive, le quali si andarono poi sempre più allargando 
fino a dar vita al comune odierno. 

E siccome appunto è in questi secoli che troviamo quasi 
completamente formate queste nuove circoscrizioni, che si con- 
servano poi con poche modificazioni fino alla repubblica fran- 
cese, cosi è ora il momento di accennare brevemente alla 
distribuzione di questi comuni nel vicariato ed alla loro co- 
stituzione. 

Il comune era composto di ville a capo delle quali oravi 
il saltare; a capo poi dell'intero comune eravi il massaro. 
Naturalmente quella villa del comune, che era il capoluogo 
aveva tanto il massaro che il saltare, e se solo una villa 
componeva quel dato comune, questo non aveva naturalmente 
che un massaro ed un sallai'o. Ciò risulta, più che dalle 



392 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

leggi, dagli atti dei vicari, i quali ci dimostrano altresì quale- 
fosse nella pratica la costituzione. 

Ed a tale proposito abbiamo pubblicato in fine di questo 
studio un estratto di libri dei vicari di Casio, i quali conten- 
gono appunto la distribuzione amministrativa delle terre sotto 
il vicariato colla distinzione fra ville e comuni e l'enumera- 
zione degli ufficiali (*). 

Come si vede la costituzione amministrativa è già fissata 
e non è più lasciato all'arbitrio delle comunità di eleggersi 
gli ufficiali, a seconda che abbiano un numero maggiore o 
minore di fumanti. 

Il massaro veniva eletto dalla comunità, a cui era pre- 
posto, doveva prestare idonea sigurtà di compiere bene le 
sue funzioni, e restava in carica sei mesi. Secondo gli statuti 
del 1352 aveva funzioni moltéplici d'indole affatto diverse le 
une dalle altre. Mentre doveva incaricarsi della riscossione 
delle imposte, aveva obbligo di perseguitare i banditi e non 
lasciarli dimorare nel comune sottoposto alla sua giurisdi- 
zione. Doveva invigilare perchè la sovranità del comune di 
Bologna fosse da tutti riconosciuta e nessuno rendesse giu- 
stizia se non fosse legittimamente investito di tale autorità 
dal governo di Bologna proibendo alle parti di chiedere giu- 
stizia ad altre persone. Doveva altresì curare che non si riaf- 
fermassero gli antichi rapporti di vassallaggio e di schiavitù, 
che potevano dare origine alle condizioni giuridiche chia- 
mate homantium o manentilia. Doveva poi aver cura dei 
beni comunali ed impedire che fossero venduti. Come si 
vede le sue attribuzioni erano d' indole finanziaria e di altra 
natura. Ma quelle prevalevano su tutte E ciò non già 
perchè vi fossero altri ufficiali nella comunità, che atten- 
dessero a funzioni diverse, eccettuato sempre il sai taro, 
ma perchè di fatto nel comune la principale funzione era 
quella di riscuotere le imposte, trasmettere il denaro alla 
tesoreria del comune di Bologna, salvo a disporre della 



(') V. Doc. N. XVII e XVIII. 



OLI ANTICHI VICARIATI DBLL* APPBMNINO BOLOGNESE. 393 

somma necessaria per i bisogni della comunità, previa sempre 
l'autorizzazione dell* autorità superiore. Naturalmente anche 
agli altri bisogni del comune provvedeva il massaro, ma, come 
abbiamo detto, le funzioni principali erano quelle relative alla 
riscossione delle imposte, che non erano di lieve entità, perchè 
bisognava formare gli elenchi dei debitori in apposito libro, 
distribuire i medesimi a seconda della loro condizione e della 
natura dell* obligo, procedere alle esecuzioni contro i debi- 
tòri morosi, e compiere insomma tutte le funzioni, che la 
riscossione del pubblico denaro e 1* impiego di esso poteva 
richiedere. A queste funzioni era preposto generalmente il 
massaro, ma in alcune comunità eranvi invece sindaci o con- 
soli, ufficiali diversi dal massaro più di nome che di fatto, 
essendo le funzioni lora quasi le stesse. 

Più tardi il massaro andò acquistando un importanza mag- 
giore neir amministrazione locale e ciò è dimostrato da 
provigioni speciali dei 1694 (*), le quali regolano appunto 
l'istituzione del massaro. Abbiamo già visto come in prin- 
cipio del secolo seguente a Capugnano il massaro avesse as- 
sunta la direzione della comunità con tutte le funzioni, che 
non erano poche, e come poi vi si sostituisse un altro ufficiale, 
che aveva il nome diverso di console, ma che in sostanza 
aveva le stesse funzioni dell'antecedente massaro. 

Ciò successe a Belvedere, a Granaglione ed in molte 
altre comunità. Nel 1750 abbiamo poi disposizioni dirette a 
sottrarre al massaro le funzioni finanziarie, che vennero affi- 
date a collettori speciali (') e cosi il massaro dovette esplicare 
la sua ingerenza nelle altre funzioni, infondendovi sempre 
più forte sviluppo. 

Il saltare aveva il solo incarico di vigilare sulla proprietà 
rurale, ma anch' egli veniva in certo modo integrando le fun- 
zioni del massaro e l' amministrazione locale assumeva cosi 
maggiore importanza. 

Al vicario quindi veniva meno ogni ragione di esistenza, 

• 

(0 Arch. DI STATO DI BuLOGNA: Ufpcio del contado, 
(*) Arch. di stato di Bologna: Ufficio del contado, 

25 



394 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

perchè le funzioni sue erano man mano assorbite dagli ufficiali 
locali. Un po' per volta il vicariato era divenuto unicamente ud 
ufficio per la nota dei debitori per debiti d' imposte come ri- 
sulta anche dagli atti del vicariato di Casio del 1543 e meglio 
da quelli del 1716, che contengono la designazione del libro 
degli atti, come di un elenco di debitori. Quando poi nel 1750 
ai massari si sostituirono i collettori, furono distribuiti i co- 
muni a seconda dei quartieri, i quali non corrisposero più ai 
vicariati, ma a divisioni territoriali diverse con centri in gran 
parte nuovi. Dei vicariati in questa costituzione del 1750 non 
si parla nemmeno e ciò dimostra che non funzionavano piii 
affatto. Ma la estinzione dell' ufficio dei vicari non crediamo 
avvenisse in un sol momento e per disposizione di legge, 
ma, come abbiamo detto, gradatamente e per forza stessa 
delle cose. L'ufficio era divenuto un titolo, una carica, di cui 
alcuno veniva investito senza recarsi in luogo e senza adem- 
pierla. Le provigioni più volte citate del 1560 e del 1632 
sono appunto un tentativo ripetuto per ottenere l'osservanza 
delle norme statutarie perchè infatti insistono nel vietare 
che l'ufficio si potesse esercitare per mezzo di sostituto, senza 
dispensa dei governatori di Bologna. Ora è evidente che tale 
disposizione veniva provocata dal fatto che molti accetta- 
vano l'ufficio e si facevano bene o male rappresentare da 
sostituti. Ma anche queste disposizioni ottennero poco effetto, 
perchè le licenze dei superiori furono certamente continue. 
In ogni modo il semplice fatto che 1' eletto aveva 8 ed anche 15 
giorni di tempo per decidere sull'accettazione dell'ufficio, e 
se rifiutava dovevasi eleggere un altro, e l' ufficio si rin- 
novava ogni sei mesi, dimostra come dovesse sempre es- 
sere vacante e come un po' per volta l'elezione cadesse 
in disuetudine. Tanto più poi che i vicari non avevano 
più alcuna funzione da compiere, eccetto la decisione delle 
cause da lire dieci in giù. Ma anche per queste eranvi 
ormai i capitani ed i podestà, i quali anzi per espressa 
disposizione delle costituzioni del 1632, dovevano recarsi 
nei vicariati a render giustizia, in giorno di mercato. La 
divisione del 1750 in quartieri non corrispondenti ai vi- 



OLI AamCHI V ICARI ATI DELL* APrEKSIXO BOLOGNESE. 39r> 

cariati diede an altro colpo all' istitazione di questi, i quali 
poi furono officialmente aboliti nel ITOT» con le nuove divi- 
sioni anuninistrative, prima in cantoni, poi in distretti, che 
furono gli antecedenti naturali delle nostre preture. 

Per quanto riguarda 1* amministrazione locale abbiamo 
visto come la costituzione del 1803 riconoscesse in generale 
lo stato di cose, che si era andato formando nei secoli ante- 
cedenti, in cui, come abbiamo detto, i comuni si ei^no andati 
allattando e prendendo maggior estensione e conducesse altresì 
a termine questo movimento verso l'aggruppamento delle co- 
munità, costituendone delle nuove mediante la riunione delle 
minori. Era sempre l'attuazione pratica di quel principio più 
sopra esposto e cioè che coli' estendersi delio stato si ingran- 
diva la cellula, di cui è composto, ossia il comune. 

Infatti le comunità riconosciute come enti a sé dalla repub- 
blica italiana andarono ancora raggrupandosi per dar luogo a 
centri amministrativi maggiori quando il concetto di stato si 
allargò di più, e diede origine alla unione politica italiana. 

Per quanto riguarda l' organismo interno dal comune, si 
può dire che fu regolarmente costituito con norme generali 
fin dalla repubblica italiana colle istruzioni del l** Marzo 1804, 
le quali dividono già le comunità in tre classi, a seconda degli 
abitanti, e stabiliscono le norme circa il funzionamento del 
consiglio e di corpi speciali intemi, che sono gli antecedenti 
naturali dell'organismo amministrativo odierno. 

L'estinzione del vicariato è dovuta, come abbiamo visto, 
ad un complesso di circostanze varie e dipendenti però in 
generale dalle trasformazioni politiche e sociali, a cui l'Italia 
in genere e la nostra regione in ispecie, andarono soggette. 
L'amministrazione locale si sviluppava dando origine ad or- 
ganismi più complessi, i quali assorbivano le funzioni dei vi- 
cari resi inaddatti agli scopi, per cui erano stati istituiti, in 
causa della sproporzione verificataci fra il potere centrale e 
gli organi, con cui veniva esercitato il controllo sulla am- 
ministrazione locale. 

Questo inalzarsi dell'ufficiale della comunità in corri- 



396 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PSR LA ROMAGNA. 

spondenza al graduale avvillimento del vicario, che era or- 
gano del potere centrale, fece si che le funzioni venissero 
a confondersi e quello assorbisse in se la figura giuridica 
di questo, di modo che in alcuni posti, come a Monteveglio, 
a S. Lorenzo in collina, a Serravalle a Casalfiumanese, ne nacque 
datale confusione l'organismo comunale odierno. In altri, come 
a Capugnano ed a Casio, il vicariato contribuì alla formazione 
di distinti aggregati amministrativi nel centro di esso. In ge- 
nerale la costituzione amministrativa locale odierna, se in 
verità non è che una conseguenza dello sviluppo preso dalle 
comunità antiche, è però sempre anche un prodotto del vica- 
riato per r impulso, che il meccanismo interno di questo ha 
dato alle amministrazioni stesse. 

L' esistenza dei comuni odierni non può attribuirsi a di- 
sposizioni di leggi, che li abbiano creati repentinamente, ma 
sono stati prodotti dal lavorio incessante, avvenuto negli or- 
ganismi antichi, gradamente trasformati dalla forza stessa 
delle cose. 

Le leggi non hanno fatto che riconoscere, dandovi vita 
giuridica, istituzioni ed organismi, che si erano andati lenta- 
mente formando attraverso i secoli, trasformandosi successi- 
vamente e gradatamente a seconda delle condizioni dei tempi 
e dell'ambiente esteriore. Gli istituti giuridici, come ha bene 
dimostrato il Savigny, non si creano ne si distruggono mai 
repentinamente, ma vanno soggetti alla legge dell* evoluzione, 
che continuamente li modifica seguendo il lento svolgersi della 
vita politica e sociale. 

Avv. Arturo Palmieri. 



DOCUMENTI 



N. B. Il libro delle tasse e dei vicariati, quantunque costituisca un documento 
unico, ho creduto dividerlo in varie partì contradlstinte da numeri successivi per fa* 
cintare le citazioni nel testo^ tanto più che non ho ritenuto utile copiare integral- 
mente il libro, del quale ho invece riprodotti i soli brani riguardanti 1* ar« 
gomento. 

L 

Libro dei vicariati e tasse del 1390, 

Arch. di Stato di Bologna. 

Ad laudem et reverentiam omnipotentis Dei patris Unigenitique 
filii sui sancii quoque spiritus necnon gloriose virginis Marie Beatorum 
Appostolorum Petri et Pauli sanctorum martirum et confessorum Pe- 
tronii Ambrosii Franeisci Dominici et totius celestìs curie amen. 
Infrascripti sunt vicariatus comitatus Bononie particulariter divisi et 
descripti cum comunibus, terris et villis cuilibet ipsorum vicariatuum 
suppositis, ut infra per ordinem describuntur, necnon tasationes ter- 
rarum et comitatuum ac villarum et capellarum totius dicti comi- 
tatus et guardie civitatis bononie. necnon provisiones ordinationes 
facte super ordinatione et reformatione totius dicti comitatus et 
guardie civitatis Bononie. Quequidem vicariatus tasationes, ordina- 
tiones, prov\'isiones et reformationes facte, compilate et ordinate fue- 
runt et sunt per prudentes viros Ser Nicolaum de Vanezano, lohan- 
nem de oretis, lacobum de Griffon ibus, Nicolaum de Zambeccariis 
campsorem et Paxinum de Fantutiis. offitiales ad hoc ellectos et depu- 
tatos per magnificos et potentes dominos dominos Antianos. Consules 
et Vexiliferum lustitie populi et comunis civitatis bononie; necnon 
honorabiles dominos dominos Confalonerios populi et Massarios artium 



398 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

diete civitatis, vigore, auctoritate arbitrii et bailie eisdem dominis 
AntiaDis et collegiis concesse et atribute in generali conscilio sexcen- 
torum populi et comunis Bononìe, de qua patet publica scriptura 
scripta manu notarii tunc offitio reformationum dicti Comunis et scripte 
et publicate per me lohannem Francischini de Malvasia alias de 
Montepoli notarium et nunc notarium ad hoc per antedictos oflSciales 
specialiter deputatum necnon subscripte manu Georgii condam Bar- 
tolomei de Ursellis notarium. Sub annis Nativitatis domini Nostri 
Jesu Christi Millesimo trecentesimo Nonagesimo quinto. Indictione 
tercia. dio penultimo mensis octubris pontificatus dmnini Bonifatii 
pape noni, videlicet: 

In primis providerunt, declaraverunt, fìrmaverunt et ordinaverunt 
suprascripti offitiales et reformatores comitatus bononie vicariatu^ 
totius comitatus Bononie esse debere infrascriptos et infrascripta co- 
munia dicti comitatus ipsis vicariatibus esse supposita et ipsa com- 
munia esse tassata et obligata ad solutionem salarli in omnibus et 
per omnia prout inferius per ordinem describetur. 

n. 

Vicariatus Castri Sancii Petri habeat supposita infrascripta 
comimia, 

L. octo L. Vili. Comune Castri Sancti Petri lib. 

septuaginta septem sol. decem bon. Lib. LXXVII Sol. X 

L. sol. quatordecim L. sol. XIIIL Comune 

Podii Sancti Blaxii est tassatum lib. sex. 

sol. decem bon. » X Sol. X 

L. duas sol. quatuor L. II sol. IIII. Comune 

Sassuni tassatum libr. vigintiduas bon. » VI 

L. Duas sol duos L. II sol. II. Comune Mon- 

tìsrenzoli est tassatum libr. sexdecim » XVI 

L. sol. quatordecim L. sol. XIIII. Comune 

Calegate est tasvsatum libr. septem bon. » VII 

L. duas sol. duos L. II sol. IL Comune Frase- 

nete est tassatum libr. viginti > XX 

L. unam sol. decem et novem L. I sol. XVIIII. 

Comune Casalicli comitum est tassatum libr. 

decem et novem > XVIIII 

L. duas sol. quinque L. II sol. V. Comune Vi- 

driani est tassatum libr. viginti duas bon. » XXII 



GLI ANTICHI VICARIATI DELL' APPRNNINO BOLOGNESE. 399 

Comune Comete de Ligliano cum suis villis est tassatum 

lib. undecim » XI 

Viearius autem dicti vicariatus habere debeat mense quolibet prò 
suo salario a suprascriptis comunibus sui vicariatus excepto dicto 
comuni Comete lib. viginti bon. videlicet a quolibet supraseriptorum 
comunium excepto dicto comuni Cernete quantitatem et ratam de- 
scriptam supra in margine a parte anteriori cuiuslibet dictorum co- 
munium. 

Castrum vero diete terre Castri Sancti Petri et Monitiones Ro- 
carum dicti Castri reparari et renovari debeant et reparata manu- 
teneri de ceptero per dictum comune Castri Sancti Petri quotiens 
fuerit opportunum et in auxilium diete reparationis fìende habeat et 
habere debeat a suprascriptis comitatlbus sui vicariatus, excepto dicto 
comuni Comete, anno quolibet libr. quadraginta bon. ad quas sol- 
vendas in tribus terminis anno quolibet videlicet singulis quattuor 
mensibus prò rata compelli possint et debeant per vicari um diete 
terre qui prò tempore fuerit prò rata suarum tassationum; facere tamen 
et curare teneatur et debeat quilibet viearius diete terre ita et taliter 
quod dictum castrum sit continue bene reparatum alias suum salarium 
a dictis comitatibus exigere non possit. 

Millesimo Quadnngentesimo octavo. Q) Indictione prima. Die vige- 
simo tertio mensis Februarii. Ego Bonfìgliolus quondam Ser Thome 
de Lanceis civis bononie publicus imperiali et comunis Bononie 
auctoritate notarius et nunc notarius ad camara actorum populi et 
comunis Bononie cautelavi tassam dicti comunis Montisrin^oli, que 
erat libr. viginti Bon. et eam reduxi ad quantitatem libr. sexdecim 
bon. exequendo formam decreti emanati a domino Cardinale Le- 
gato die vigesìmo dicti mensis Februarii supradicti Millesimi, quod 
decretum est registratum in camara actorum manu mei Bonfiglioli 
in quaterno decretorum. 

Vicariatus Varit/nanc habeat stfpposifa infraacripta comunia 
ridèlicct: 



0) Questa aUestazione, come risuUa daUa data, è posteriore al testo originale ed 
è di mano diversa. Molte altre simili dichiarazioni vi sono relativamente al vicariato 
di Castel S. Pietro ed agli altri, ma io ne pubblico pochissime perchè non hanno 
che un Importanza speciale per le singolo terre, a cui si riferiscono. 



400 R. DBPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

L. septem sol. decem Lib. VII sol. X. Comune 

Varignane est taxatum libr. sexagìnta septem 

bon. sol. sex Lib. LXVII Sol. VI 

L. quatuor sol. sex L. IIII sol. VI. Comune Ul- 

giani est taxatum libr. triginta sex. bon. » XXXVI 
L. sol. sexdecim L. sol. XVI. Comune Sti- 

funti est tassatum libr. oeto » Vili 

L. unam sol. L. 1 sol. 0. Comune Montisar- 

mati est tassatum libr. octo sol. decem » Vili Sol. X 

L. unam sol. octo L. I sol. Vili. Comune Pigani 

et Rochemalepasque libr. undecim > XI 

Vicariattis Ligliani haheat suppositiim. 

Comune diete terre Ligliani de Castro Burginovi divisum a comune 
terre Comete de Ligliano et villis suis quod comune Ligliani 
de castro burginovi est tassatum libr. viginti sex. sol. decem 
bon. Lib. XXVI Sol. X 

Dictum vero comune Comete cum suis villis sicut alias fuit di- 
visum per duos ofl5tiales de pace et sit suppositum vicariatui Castri 
Sancti Petri in omnibus sicut cetera comunia ipsius vicarialus salvo 
quod ad fortifìcationem et reparationem dicti Castri Sancti Petri aut 
renovationem munitionum rocharum eiusdem vel ad solutionem sa- 
larli vicari i diete terre Castri sancti Petri aut alicuius eorum partis 
minime teneatur. 

Vicarius autem diete terre habeat et habere debeat prò suo sa- 
lario mense quolibet quindecim libr. bon. hoc modo videlicet: libr. 
quatuor bon. a dicto comuni terre Ligliani de Castro et residuum a 
comuni bononie seu defensoribus dicti comunis de pecuniis per ipsos? 
exigendis ut supra. 

Vicari atus Monttschaldararii haheat suppositum infrascriptu/ìt 
comune: 

L. tres sol. quinque L. Ili sol. V. Comune terre Montischaldararii est 
tassatum libr. viginti unam sol.decem bon. Lib. XXI, sol. X 

Vicariatus autem diete terre liabeat et habere debeat prò suo sa- 
lario mense quolibet libr. quindecim bon. hoc modo, videlicet libr, 
tres et sol. quinque bon. a comum predicto Montischalderarii et r^ 



GLI ANTICHI VICARIATI DELL'APPENNINO BOLOQNBSB. 401 

siduum a comuni bononie sive a defensoribus averis dicti comunis 
de pecuniis per ipsos exigendis ut supra. Castrum vero diete terre 
reparari et manuteneri debeat per liomines dicti comunis Montischal- 
dararii quotiens fuerit opportunum. 

m. 

Vicariatus Scaryalasini haheat sup};osita 
infrascripta comtim'a videlicet : 

L. duas sol. tredecim. L. II Sol. XIII. Comune 

Mongodorii et Scargalaxini est tassatum 

libr. vigintiquinque bon. Lib. XXV 

lui. duas sol. duos. L. II Sol. IL Comune Pre- 

tamale est tassatum lib. decem et octo. » XVIII 

lui, unam sol. quattuor. L. I Sol. IIII. Comune 

Capreni est taxatum lib, decem » X 

L. unam sol. duos. L. I Sol. II. Comune Vir- 

glani, Valgatarie et Frasanico taxatum libr. 

decem bon. » X 

Comune Virglani reductum fuit ad libr. novem et sold. octo vi- 
gore decreti concessi Gnudi de dieta terra prout campione novo acto- 
rum in fol. 229 per me Filippum de Brunis notarium dominorum 

deffensorum die sexto Octubris MCCCCXLI. 
Ij. sol. tredecim Sol. XIII. Comune Lo- 

gnole est tassatum libr. sex. bon. L. VI 

L. sol. tredecim L. Sol. XIII. Comune 

Roncastaldi est tassatum libr. sex bon. » VI 
L. sol. octo L. sol. Vili. Comune Lo- 

gliani est tassatum libr. tres sol. sex 

den. octo » III Sol. VI Den. Vili 

Ij. unam sol. tres bon. L. I sol. III. Comune 

Campegii est tassatum lib. quatuorde- 

cim bon. » XIIII 

Comune predictum Campegii reductum fuit ad libr. decem bon. 
vigore decreti eisdem comuni et Iiominibus concessi per dominum 
Ludovicum de Lamandi presbiterum cardinalem tituli Sanete Ce- 
cilie olim in civitate Bononie legatum Appostolice sedis et vicarium 



402 R. DBPOTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

generalem per me Nicolaum de Me^aninis notariura tunc dìctonini 
dominorum defensorum. Et sic. debet solvere singulo mense sol. vi- 
gintitres bon. et hoc de mandato dictorum dominorum defensorum. 

L. duas sol. octo L. II sol. Vili. Comune Bixani est ta- 

xatum lib. vigintiduas bon. L. XXII 

L. sol. duodeeim L. sol. XII. Comune Cassani est ta- 

xatum libr. quinque bon. » V 

L. unam sol. septem L. I sol. VII. Comune Schanelli est 

taxatum libr. duodeeim bon. » XII 

Comune Scanelli predietum reduetum fuit ad tassam libr. octo bon. 
vigore decreti emanati a domino legato infra registrati. 

Vicari US autem diete terre debeat habere prò suo salario mense 
qUolibet a suprascriptis comitatibus sui vicariatus libr. quindecim bon. 
hoc modo videlicet, a quolibet comuni dicti sui vicariatus ratam et 
quantitatem supra descriptam in margine a parte anteriori cuiuslibet 
dictorum comunium. 

Millesimo trecentesimo nonagesimo nono die XV Julii. Ego Ja- 
cobus quondam Mathei de Bianchitis notarius et custos superstes 
eamare actorum cautelari superscriptam tassam comunis Predamale 
que erat libr. decem et octo et eam reduxi ad libr. decem exequendo 
formam precepti facti per officiales pacis coni issar ios dominorum 
Antianorum scripti manu Guasparri de Malvitiis de anno presenti 
et mense Mali et manu propria scripsi subscripsi. 

Millesimo quadringentesimo indictione octava die tercio mensis 
Augusti. P]go Jacobus de Bianchitis superstes et custos camare 
actorum Comunis et populi bononie reduxi dictam tassam Comunis 
et hominum Predamale ad libras decem et octo bon. que alias re- 
ducta fuerat ad decem libr. exequendo formam mandati facti per 
domiiios deffensores averis commissarios magnificorum dominorum 
Antianorum populi bononie scripti dieta die manu Philippi de Mar- 
siliis notarli ipsoriim deffensorum. 

Vicariatus Sassi nigri haheat suppositum, 

L. tres. L. III. Comune diete terre Sassi nigri quod est ta- 
xatum libr. quindecim bon. L. XV 

Vicarius autem diete terre, qui hodie "est capitaneus habere de- 
beat de ceptero in ipsa tantum terra iurisdictionem illam et eandem 



GLI ANTICHI VICABIATI DKLL' APPENNINO BOLOQNBSB. 403 

quam babent aliì vìcarìi comitatus Bononie io terris suis vicarìa- 
tìbus suppositìs et habere debeat prò suo salario mense quolìbet 
libr. quindecim bon. hoc modo videlicet libr. tres bon. a dicto co- 
muni Sassinigrì et residuum a comuni bononie sive a defensoribus 
averis dicti comunis de pecuniis supradictis. 

IV. 

Vtcarìatus Bruscoli haheat supposita 
infrnscripta comunia videlicet. 

Comune Bruscoli / que comunia sint et esse 
L. decem bon. L. X. Comune Piglìani et < debeant unita et tassata 

Comune Bargatie ( libr. vigìntiquinque bon. 

L. XXV sol. — 

Vicarius autem dicti vicariatus habere debeat mense quolibet ab 

ipsis comunibus prò parte sui salarii libr. decem bon. Residuum 

vero sui salarii sive stipendi i recipere debeat a comuni Bononie se- 

cundum quod actenus conservit habere. 

Castrum vero et Roche dictarum terrarum et Munitiones ipsarum 
de ceptero reparari et renovari ac manuteneri debeant per dictum 
comune quotiens fuerit opportunum. 

V. 

Vicariatus Monzuni haheat supposita 
infrascripta comunia videlicet. 

L. Unam sol. septem L. 1 sol. VII. Comune Mon- 
zuni est tassatum libr. octo bon. L. Vili 

L. Unam sol. 0. L. 1 sol. — Comune Montoni La- 

gugliarie Eli et Brigole taxatum libr. sex » VI 

L. sol. decem L. sol. X. Comune Ripoli est tas- 
satum libr. tres » III 

L. sol. sex L. sol. VI. Comune Valli s tassatum 

libr. una sol. decem > I Sol. X 

L. sol. sex L. sol. VI. Comune Conflenti tassa- 
tum libr. duas » II 

L. sol. duodecim L. sol. XII. Comune Sivizani 

tassatum libr. quattuor > II li 



404 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

L. sol. duodecim L. sol. XII. Comune Campiani 
et Sancti Andree in treviglio est tassatum libr. 

^ quattuor L. IHI 

L. Unam sol. duos L. I sol. IL Comune Aqualti taxatum 

Libr. septem » VII 

L. sol. decem L. sol. X. Comune Cedrechie. 
Castri Alpis et Cazanesche est tassatum libr. quat- 
tuor sol. decem > IIII Sol. X 

L. — sol. undeeim L. sol. XI. Comune Podii Russi 

tassatum libr. tres sol. decem » III Sol. X 

L. — sol. undeeim L. sol. XI. Comune Montis Fre- 

dentis libr. tres sol. decem taxatum est » III Sol. X 

— sol. octo. sol Vili Comune Montisrumixi Drenti et 

Sancti Ossani » II Sol. X 

L. Unam L. I sol. 0. Comune Bibolani taxatum 

libr. sex > VI 

L. — sol. duodecim L. sol. XII. Comune Stioli est 

taxatum libr. quattuor » IIII 

L. sol. tredecim den. quattuor. Comune Trasasse 

est tassatum libr. quattuor sol. decem > IIII Sol. X 

L. Unam sol. quattuor L. 1 sol. IIII. Comune Sassi 

Casculi taxatum libr. septem sol decem » VII Sol. X 

L. 1 sol. 6 den. 8. Comune Caxadii, Poricli et Bar- 
baroli tassatum libr. quatordecim sol. decem. . » XIIII Sol. X 

Dictum comune Caxadii, Poricli et Barbaroli reductum fuit ad 
sol. octo Vili, vigore decreti prout in campione apparet registrato 
in folio 155. 

Cumune Vallìs reductum fuit ad lib. unam quod erat tassatum 
lib. unam sol. decem per me Bonaiutum notarium dominorum defen- 
sorum averis ad ordinaria vigore decreti concessi per dominos sex- 
decim reformatores statutorum Lipo Venturini de Valle ut in cam- 
pione pactorum in folio 229 ad finem de super contentis .... 

In die X lannuarii MCCCCXLIIII. 

AICCCCXLII. Indictione quinta die sexto Octobris: Comune Ce- 
drecchie quod erat tassatum L. IIII sol. X fuit reductum per me 
Filippum de Brunis notarium dominorum defensorum ad ordinaria 
ad libr. tres bon. vigore decreti concessi per dominos sexdecim re- 
formatores statutorum Marchetto Migliorini, Remino lacomini, Cano 
Pauli de Cedrechia prout campione pactorum in folio 229. 



GLI ANTICHI VICARIATI DELL'APPENNINO BOLOGNESE. 405 

MCCCCXIII. Indictione quinta, die sexto Octubris. Comune Tra- 
sasse quod erdt tassatum lib. IIII sol. X fuit reductum per me Fi- 
lippum de Brunis notarium dominorum defensorum ad libras 
quattuor vigore decreti concessi per dominos sedecim reformatores 
Cacho Martini de Trasassa prout in campione pactorum novo fol. 229. 

Vicarius autem dictarum terrarum habere debeat mense quolibet 
prò suo salario libr. quindecim bon. hoc modo videlicet: a supra- 
scriptis comunìtatìbus sui vicariatus libr. quatuordecim bon videlicet 
a quolibet dictorum comuniuum quantitatem et ratam descriptàm 
supra in margine a parte anteriori cuiuslibet dictorum comunium. 
Residuum vero dicti sui salarli recipere debeat a comuni Bononie 
sive a defensoribus averis dicti comunis de pecuniis supradictis. 
Can^elatum fuit Comune Luvignani de supradicto vicariatu de 
mandato dominorum oflStialium vigore declarationis per ipsos offitiales 
hodie facte per me lohannem notarium infrascriptum ecc. 

VL 

Vicariatus Caprarie supra panicum haheat 
supposita infrascripta comunia videlicet, 

la, Unam sol. quindecim L. 1 sol. XV. Comune Ca- 
prarie supra panicum taxatum libr. undecim L. XI 

L. sol. dacem et novem L. sol. XVIIII. Comune 

Vegii taxatum libr. sex » VI 

L. Unam sol. septem L. 1 sol. VII. Comune Lumi- 
nasi i taxatum libr. octo sol. decem » Vili Sol, X 

L. sol. sexdecim L. sol. XVI. Comune Sai vari 

taxatum libr. quinque > V 

L. sol. decem L. sol X. Comune Canovelle tas- 
satum libr. tres > III 

L. sol. XI L. sol XI. Comune Fulixani tassatum 

libr. quatuor > IIII 

L. sol. quindecim L. sol. XV\ Comune Caxole 
Sirani et Pariani taxatum libr. quatuor sol., 
decem > IIII Sol. X 

L. sol. undecim L. sol. XI. Comune Vadi ta- 
xatum libr. tres sol. decem » III Sol. X 

L. sol. quindecim L. sol. XV. Comune Ignani 

taxatum libr. quatuor sol. decem > IIII Sol. X 



406 H. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

L. sol. octo L. sol. Vili. Comune Bergadelli ta- 

xatum libr. duas sol. decem L. II Sol. X 

L. sol. quindecim L. sol. XV. Comune Carvi- 

gliani taxatum libr. quattuor sol. decem » IIII Sol. X 

L. unam sol. L. 1 sol. 0. Comune Panici taxatum 

libr. sex bon. > VI 

li. sol. sexdecim L. sol. XVI. Comune Bimani et 

Demalfollis taxatum libr. tres » III 

MCCCCXLVII die XXV Februarii reducta fuerunt dieta co- 
munia Bizani et Demalfollis ad quantitatem libr. trium bon. man- 
dato ecc. 

L. sol. sexdecim L. sol. XVI. Comune Liserne et Ver- 
gati taxatum libr. quinque L. V 
L. sol. decem et novem L. sol. XVIIII. Comune Grizane 

et Roche Sete taxatum libr. sex » VI 

L. sol. tredecim L. sol. XIII. Comune Sanguinete et Ca- 

vriglie taxatum libr. quattuor > IIII 

Vicarius autem dictarum terrarum habere debeat mense quolibet 
prò suo salario libr. quindecim bon. a suprascriptis comitatibus suo 
vicariatui supposi tis videlicet a quolibet dietorum comunium quanti- 
tatem et ratam supra descriptam in margine a parte anteriori cuius- 
libet dietorum comunium. 

vn. 

Vicariattis Casi haheai sitpposita 
infrascripia cnmunia vid'licef. 

L. quattuor sol. L. IIII sol. Comune Caxi et Ca- 

xole de casi est taxatum libr. triginta unam L. XXXI 
L. sol. decem et octo L. sol. XVIII. Comune 

Sivigliane et Moschachie taxatum libr. septem » VII 
L. Unam sol. quatuordecim L. 1 sol. XIIII. Comune 

Camugnani Sancti Martini, Carpenete, Guzani 

et Monzonis libr. tredecim sol. decem > XIII Sol. X 

L. Unam sol. quatuor L. 1 sol. IIII. Comune Sancti 

Damiani et de Mognis taxatum libr. novem sol. 

decem » Villi Sol. X 

L. Unam sol. decem L. 1 sol. X. Comune Vi mi- 



GLI ANTICHI VICARIATI DELL'APPENNINO BOLOGNESE. 407 

gnani, Montionis. Verzuni, Vighi et Savignani 

(le Lungareno taxatum libr. duodecim bon. L. XII 

L. Unam sol. quiuque L. 1 sol. V. Comune Crede 

taxatum libr. decem bon. » X 

L. sol. quattuop L. sol. IIII. Comune Stagni 

taxatum libr. unam sol. decem » I Sol. X 

L. Unam sol. decem et octo L. 1 sol. XVIII. Co- 
mune Bangi taxatum libr. quindecim » XV 

L. sol. decem et novem L. sol. XVIIII. Co- 
mune Montisaguti aragatie et brizanelle taxatum 
libr. octo » Vili 

L. sol. sexdecim L. sol. XVI. Comune Taver- 
nole, Stanchi et Prade taxatum libr. sex sol. 
decem » VI Sol. X 

L. sol. duodecim L. sol. XII. Comune Traserre 

taxatum libr. quinque > V 

L. sol. duodecim L. sol. XII. Comune Casti- 

glionis de gatis et Sparvi taxatum libr. octo. » Vili 

Xota quod comune Badi a comitatibus Sivigliane et Moscachie 
divisum fuit per Magniflcos dominos Antianos populi et comunis 
l^nonia tempore domini Magnifici Anibalis de Bentivoglis, quo tem- 
pore erdt Vexilifer iustitie de anno 1443 de mense decembris et ad 
supplicationem Universitatis et hominum terre Badi. Et ideo de 
voluntate dictorum Magnificorum dominorum Antìanorum cancella- 
tum fuit dietum comune Badi de comunione dicti comuni Sivigliane 
et Moschachie et sic solum dietum comune Badi remansit ad tassam 
primam antequam fuisset in dieta comunione. Et sic ego laoobus de 
Muglio de mandato Magnifici Anibalis condam vexiliferi scripsi et 
cancellavi ut supm et de mandato dicti Anibalis vexiliferi et aliorum 
dominorum antianorum etc. 

Vicarius autem dictarum terrarum habere debeat mense quolibet 
prò suo salario libr. quindecim Bon. a siiprascriptis comunibus sui 
vicariatus, videlicet a quolibet suprascriptorum comunium quantitatem 
et ratam supradescriptam in margine a parte anteriori cuiuslibet 
dictorum comunium excepto dicto comuni Castiglioni et Sparvi quam- 
diu duraverit immunitas dicto comuni concessa per Regimina co- 
munis bononie: finita vero dieta immunitate solvere teneatur ipsum 
comune una cum aliis comitatibus suprascriptis salarium dicti vicari! 
prò rata tangente. 



408 R. DEPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

vm. 

Vicariatus Capugnani haheat supposita 
infrascripta comunia videlicet, 

L. quatnor sol. duos L. IIII sol. IL Comune Capu- 
gnani quod est taxatum libr. vigìnti unam. L. XXI 

L. quattuor sol. tres L. IIII sol. III. Comune Su- 

cide et Garnaglionis est taxatum libr. vigintiunam » XXI 

L. duas sol. decem L. II sol X. Comune Belvederis 

et Lizani matti taxatum libr. duedecim » XII 

L. sol. quinque L. sol. V. Comune Montisaguti 

alpium libr. duas > II 

L. tres sol. quinque L. Ili sol. V. Comune Gagii ta- 
xatum libr. quindecim ^ol. decem > XV Sol. X 

Nota quod de anno MCCCCXIIII die XI Septembris cancellatum 
totaliter fuit comune Roche Comete de presenti libro de mandato 
Bonifacii de Fantuciis deffensoris averis comunis bononie ecc. 

Vicarius autem dictarum terrarum habeat mense quolibet prò 
suo salario libr. quindecim bon. a suprascriptis comìtatibus suo 
vicariatui suppositis videlicet a quolibet ipsorum ratam supra- 
descriptam in margine a parte anteriori cuìuslibet dictorum co- 
munium. 



Vicariatus Roche Pridigliani habeat supposita 
infrascripta comunia videlicet, 

L. Unam sol. tredecim L. 1 sol. XIII. Comune La- 
banti Sancte Marie. Sancti Stephani et Sancti 
Cristoforii taxatum libr. quinque et sol. decem L. V Sol. X 

L. sol. sex L. sol. VI. Comune Sassimolarii taxa- 
tum libr. unam » I 

L. duas sol. undecim L. II sol. XI. Comune Plebis 
Rofeni Casigni et Musiglioli taxatum libr. novem 
sol. decem » IX Sol. X 

L. sol. decem et octo L. sol. XVIII. Comune Ce- 
rigli taxatum libr. tres bon. » III 



GLI ANTICHI VICARIATI DBLL.' APPENNINO BOLOGNESE. 409 

L. sol. decem et octo L. sol. XVIII. Comune 

Lissani et Mentisca valori i taxatum libr. tres L. Ili 

L. Unam sol. septem L. 1 sol. VII. Comune Susani 

tassatum libr. quattuor sol. decem » IIII Sol. X 

L. sol. duodecim L. sol. XII. Comune Castri Novi 

taxatum libr. duas > II 

L. sol. duodecim L. sol. XII. Comune Castri 

Agliani taxatum libr. duas > II 

li. sol. sex L. sol. VI. Comune Villarum Castri 

Agliani tassatum L. unam > I 

Vicarius autem dictarum tenarum habere debeat mense quolibet 
prò suo salario libr. quindecim bon. a suprascriptis comitatibua vi- 
delicet a quolibet ipsarum quantitatem et ratam supradescriptam in 
margine a parte anteriori cuiuslibet dictorum comunium. 

L. tres sol. sex den. octo L. Ili sol. VI den. Vili. 

Comune Roche Pridigliani taxatum libr. un- 

decim sol. XIIII L. XI Sol. XIIII 

L. Unam sol. duos den. duos L. 1 sol. II den. II. 

Comune Afrighì libr. tres sol. decem octo > III Sol. XVIII 
L. Unam sol. duos den. duos L. 1 sol. II den. II. 

Comune Predacolorie libr. tres sol. decem 

octo > III Sol. XVIII 

Millesimo trecentesimo nonagesimo octavo die vigesimo mense 
Augusti. Ego lacobus quondam Mathei de Blancbitis notarius su- 
perstes ad camaram actorum cancelavi suprascripta comunia Roche 
Pidigliani. Afrighi et Predocolorie et ea de novo particulariter 
scripsi exequendo formam mandati facti per sexdecim reiForma- 
tores status scripti manu Bartolomei Nicolai Carnei varii scripti 
sub Anno domini MCCCLXXXXVIII die vigesimo secundo lulii VI 
Indictione. 

Ex forma provisionis facte per dominos Antianos mensium octu- 
bris et Septembris MCCCC scripte manu Niculai de Malpiglis co- 
mune Roche Pidigliani reductum fuit ad libr. XIIII sol. XII den. VI. 
Et dictum rescriptum est registratum in libro provisionum a fol. 
LXVII manu mei Guillielmi notarli infrascripti. 

Comitas Afrighi ad libr. II sol. XIII den. III 

Comitas Predecolarie ad libr. II sol. IIII den. Ili 

26 



410 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Ego Guilielmus fìlius quondam ser Petri olim ser Giulli de Va- 
rìgnana notarius et mine notarius ad camara actorum predicta 
raanu propria addidi et scripsi sub anno Domini MCCCCI die sexto 
mensis lulii. 



Vicariatus Sarai- allis haheat 
supposita infrascripta comunia, 

li. quatuor sol. quatordecim L. IIII sol. XIIII Co- 
mune Seravallis et Montalogni L. vigintitres 
sol. X L. XXm Sol. X 

L. Unam sol. octo L. 1 sol. Vili. Comune Zapolini . 

et Cantagali taxatum libr. septem » VII 

L. Unjim sol. sex L. 1 sol. VI. Comune Tiole et 

Montismarii L. sex sol. decem > VI Sol. X 

L. quinque sol. quatuor L. V sol. UH. Comune Mon- 

georgii tassa tum libr. viginti sex > XX\7 

Vicariatus autem dictarum terrarum habere debeat mense quo- 
libet prò suo salario libr. viginti bon. boc modo videlieet: libr. duo- 
decim sol. duodeeim bon. a suprascriptis comitatibus dicto suo vica- 
riatui suppositis prò rata, scilicet a quolibet suppositorum comunium 
quanti tatem et ratam supra in margine a parte anteriori descriptauìr 
cuiuslibet dictorum comunium et residuum a comuni Bononie sire 
defensoribus dicti comunis de pecuniis supradictis. 



Vicariatus Savignì haheat supposita infrascripta comunia, 

L. duas sol. octo L. II sol. Vili. Comune Savigni 

taxatum libr. quatuordecim L. XIIII 

li. sol. duodeeim L. sol. XII. Comune Rudi- 

gliani taxatum libr. tres sol. decem » III Sol. X 

L. sol. septem L. sol. VII. Comune Prunaroli 

taxatum libr. duas bon. » II 

L. Unam sol. septem L. 1 sol. VII. Comune Vede- 

gbeti taxatum libr. tres sol. decem » III Sol. X 

L. sol. undecim L. sol. XI. Comune Sancti 

lUarvs taxatum libr. tres bon*. > III 



GLI ANTICHI VICARIATI DELL'APPENNINO BOLOGNESE. 411 

L. sol. decem et novem L. sol. XVIIII. Co- 
mune Montispoli taxatum libr. quinque L. V 

L. Unam sei. sex L. 1 sol. VI. Comune Roche 

Montisseveri . taxatum libr. septem » VII 

L. Unam sol. tres L. 1 sol. III. Comune Ripema- 

gliarie, Gavignani et Montispasturi libr. sex » VI 

L. sol. decemnovem L. sol. XVIIII Comune Vi- 

gnole comitnm taxatum libr. quinque » V 

Nota quod dictum Comune Vignole unitum fuit cum comune 
Montispasturi vigore sententie late per dominum potestateìn Bononie 
de anno presenti de mense Martii rogate per Dominicum de Amo- 
mis notarium et procuratorem prout in quoddam mandato regi- 
strato campione a foleo 201 continetur, per me Milanum de Mo^a- 
minis notarium. 

L. Unam sol. quinque L. 1 sol. V. Comune Tauleti taxatum 

libr. sex sol. decem L. VI Sol. X 

L duos sol. quinque L. II sol. V. Comune Montaxighi taxa- 
tum libr. duodecim L. XII 

L. Unam sol. decemocto L. 1 sol. XVIII. Comune Lavgune 

taxatum libr. decem > X 

L. duas sol. L. II sol. Comune Samodie taxatum 

libr. undecim > XI 

Vicarius autem dictarum terrarum habere debeat mense quolibet 
prò suo salario libras viginti bon. hoc modo videlicet: libr. decem 
et septem bon. a suprascriptis comitatibus dicto suo vicariatui sup- 
positis scilicet a quolibet suppositorum comunium quantitatem et 
ratani supradescriptam in margine a parte anteriori cuiuslibet di- 
ctorum comunium Resiti uum vero dicti salarii recipere debeat a 
comuni bononie sive defensoribus averis dicti comunis de pecuniis 
predi ctis. 



Vicarius Montishcllii haheat supponila 
infrascripta comunia videlicet, 

L. quatuor sol. undecim L. IIII sol. XI. Comune 

Montisbellii taxatum libr. viginti sex bon. L. XXVI 



412 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



L. Unam sol. quinque L. 1 sol. V. Comune Mon- 
tisbudelli taxatum libr. sex sol. decem 

L. quatuor sol. decem octo L. II II sol. XVIII. 
Comune Oliveti taxatum libr. vigìnti octo. 

L. quattuor sol. XV den. X. Comune Crespelani 
taxatum triginta unam 



L. Vi 



Sol. X 



XXVIII 



> XXXI 



MCCCCXXXVI die XXI Junii propter decre*um civilitatis con- 
cessum Maximo Condini de et Antonio euis filio de Cre- 

spellano quorum extimum erat libr. 37 sol. 9 diminuta fuit supra- 
scripta tassa comunis Crespellani que erat libr. 29 den. 8 ad libras 
viginti septem et denarium unum bon. debet solvere singulo mense 
libr. quatuor sol. quindecim et den. decem bon. quod. primo sol- 
vebat lib. 9, sol. 2 den. II per dominos defensores etc. 

Vicarius autem dictarum terrarum habere debeat prò suo salario 
mense quolibet libr. viginti bon. hoc modo videlicet: libr. sexdecim 
sol. quatuor bon. a suprascriptis comitatibus dicto suo vìcariatui snp- 
posUis, scilicet, à quolibet suprascriptorum comuni um quantitatem 
et ratam supradescriptam in margine a parte anteriori cuiuslibet 
dictorum comunium. Residum vero dicti sui salarii percipere debeat 
a comuni bon. sive diffensoribus averis de pecunìis predictis. 



Vicariatus Sanati Laurentii in colina haheat supposiia 
infrascriptd comiinia videlicet. 



L. quattuor sol. duos L. IIII sol. II. Comune Sancti 

Laurentii in colina cum vìllis suis et terra 

Sancti Martini in caxola taxatum libr. viginti 

septem 
L. sol. quatordecim L. sol. XIIII. Comune 

Pradalbinì taxatum libr. quatuor sol. decem 
L. sol. decem septem L. sol. XVII. Comune 

Roche Rodulphorum taxatum libr. quinque sol. 

decem. 
Comune Lamole et Oyani. 
L. Unam sol. septem L. 1 sol. VII. Comune Montis 

Sancti lohannis taxatum libr. novem 
L. sol. duodecim L. sol. XII. Comune Montis 

Sancti Petri taxatum libr. quatuor 



L. XXVII 



» mi Sol. X 



Sol. X 



villi 



mi 



OLI ANl'ICHI VICARIATI DELL' APPENNINO BOLOONESB. 



413 



L. Unam sol. sex L. 1 sol. VI. Comune Montis- 

maioris taxatum libr. octo sol. decem L. Vili Sol. X 

Ij. Unam sol. duos L. 1 sol. II. Comune Scoveti 

et Raxigli taxatum libr. septem > VII 

Vicarius autem dictarum terrarum habere debeat mense quolibet 
prò suo salario libr. quindecim bon. hoc modo videlicet libr. unde- 
cim et sol. decem bon. a supraseriptis comitatibus sui vicàriatui sup- 
. positis, scilicet, a quolibet suprascriptorum comuni quantitatem et 
ratam in margine a parte anteriori cuiuslibet dictorum comunium 
descriptam. R^sìduum vero dicti sui salarli recipere debeat a comuni 
bononie si ve a defensoribus averis de pecuniis prcdictis. 

Anno quadringentesiino quarto. Indictione duodecima die decimo 
mensis Novembri s. Notum fatio universis inspecturis quod comune 
limole est exemptum a gravaminibus et solutionibus per eum so- 
Jitis fieri singiilo mense vicario et vicàriatui Sancti Laurentii in 
Colina et a salario dicti vicarii, vigore certi decreti facti per do- 
minum Cardinalem vicarium et legatum scripti sub die ultimo Julii' 
anni presentis in camera actorum registrati. Ego lacobus de Blanchitis 
superstes predicte raanu propria scripsi signavi hic in presenti libro. 

Comune Ijàmole et Ozani taxatum libr. sex sol decem bon. 
L.. VI Sol: X. 

Millesimo quadringentesimo decimo. Indictione tercia die quarto 
mensis Aprilis. Ego Matheus de Griffonibus notarius et superstes ad 
camaram actorum cancélavi dictum Comune Lamole et Ozani et eius 
tassam et ipsam tassam reduxi ad dictam summam sex libr. et decem 
sol. vigore mandati nobis facti per dominos deffensores averis co- 
munis Bon. scripti manu Pasii de Fantutiis notarli, die primo mensis 
Alartii 'proximi preteriti. 



Item quod infrascripta comunia comìtatus Bononie non sint sup- 
posita alicui vicàriatui comitatus Bononie set teneantur et debe^nt 
respondere singulis mensibus defensoribus averis dicti comunis de 
infrascriptis quantitatibus pecunie cuiuslibet ipsorum comunium 
Infra in margine a parte anteriori descriptis prò satisfacendo vi- 
■cariis comitatus bononie de residuo eorum et quod ipse comitates 
sint et esse debeant tassate in quantitatibus infrascriptis videlicet. 

(Il lesto contiene tutti i comuni anche della pianura ma si tra- 
scrivono solo quelli della collina e montagna. Si ommeitono pure 
le relazioni delle cancellature e variazioni di tasse dei comuni). 



414 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

L. Unam sol. decem octo L. 1 sol. XVIII. Comune 

Casalicli de Reno et Fagnanelli libr. duodecim 

sol. decem L. XII Sol. X 

sunt unita sìmul 

vigore dee la ratio- 

nis facto per do- 

Iminos Antianos 

Vie mense Martii 

T TT 1 >v ««. T 1 ^1 1-TTTr Comuno Ceretulijanni presentis 

L. Unam sol. novem L. 1 sol. \ IIII ^ - . Ujfnnni v a- v \- 

Comune Lauri )M<-^<^LXXav 

jscripte manu no- 

ftarii et sunt tas- 

[sata libr. septem 

et sol. octo 

1 L. VII Sol. Vili 

L. Unam sol. quindecim. Comune Vezole et Far- 

neti L. V Sol. XVII 

L. sex sol. tres L. VI isol. III. Comune Castri Bri- 

tonum taxatum » XLI 

L. sol. sexdecim. Comune leule taxatum libr.' 

quinque sol. decem bon. > V Sol. X 

Comune Corvarie et Farneti (cancellato) 
L. sol. decem L. sol. X. Comune Sexti tassa- 

tum libr. tres sol. decem > III Sol. X 

L. Unam sol. unum L. 1 sol. I. Comune Gargo- 

gnani taxatum libr. septem > VII 

L. Unam sol. decem L. 1 sol. X. Comune Gene 

taxatum libr. quinque » V 

L. Unam sol. quattuor L. 1 sol. IV. pomune Riosti 

et Sivizani taxatum libr. octo > Vili 

L. sol. decem L. sol X. Comune Rastìgnani 

taxatum libr. tres sol. decem > III Sol. X 

L. sol. duodecim L. sol. XII. Comune Mon- 

^tiscalvi taxatum libr. quatuor > IIII 

L. sol. decem L. sol. X. Comune Caxole ca- 
nine taxatum libr. tres > III 
L. Unam sol. duodecim L. 1 sol. XII. Comune 

Sancti Rophilli taxatum libr. decem sol. decem > X Sol. X 

L. Unam sol. duos L. 1 sol. IL Comune Camurate 

et Villole taxatum libr. septem » VII 

L. sol. decem L. sol. X. Comune Roveretuli 

et Pescharole taxatum libr. tres > III 



GLI ANTICHI VICARIATI DBLL' APPENNINO BOLOQNESB. 415 

L. duas sol. sex L. II sol. VI. Comune Clagnani 

taxatum libr. quindecim L. XV 

L. sol. decemseptem L. sol. XVII. Comune 

Sancti Cristophori de Planorio taxatum > VI 

L. sol. quatordeeim L. sol. XIIII. Comune 

Planis Macine et Burgiabatie taxatum libr. qua- 

tuor sol. decem » IIII Sol. X 

L. sol. octo L. sol. Vili. Comune Muxigliani 

taxatum libr. duas sol. decem » II Sol. X 

L. sol. quindecim L. sol. XV. Comune Sancti 

Georgi i de Montaneis taxatum libr. quinque > V 
L. sol. quindecim L. sol. XV. Comune Sancti 

Laurentii de Aguzano taxatum libr. quinque > V 
L. duas sol. quatordeeim L. II sol. XIIII. Comune 

Castri episcopi taxatum libr. decem et octo bon. > XVIII 
L. Unam sol. sexdecim L. 1 sol. XVI. Comune 

Ponticli taxatum libr. duodecim sol. > XII Sol. — 

L. Unam sol. tredecim L. 1 sol. XIII. Comune 

Comete de Ligliano taxatum libr. undecim > XI 
L. Unam sol. septem L. 1 sol. VII. Comune Mon- 

tislarii taxatum libr. novem bon. > Villi 

L. Unam sol. quatuor L. 1 sol. IIII. Comune Mugli 

taxatum libr. quatuor bon. > IIII 

L. tres sol. quinque L. Ili sol. V. Comune Ceule 

et Predoxie taxatum libr. vigintiunam sol. 

decem > XXI Sol. X 

L. sol. octo L. sol. Vili. Comune Roncorei 

taxatum libr. duas sol. decem {caìicellató) > II Sol. X 

L. sol. quatuor L. sol. IV. Comune Mazani 

taxatum libr. unam sol. decem > I Sol. X 

L. sol. VI den. VII. Comune Paderni taxatum 

libr. quinque sol. decem. > V Sol. X 

L. sol. decem L. sol. X. Comune Octo taxatum 

libr. tres bon. » III 

L. sol. decem L. sol. X. Comune Mongardini 

tassatum libr. tres bon. > III 

L. sol. quindecim L. sol. XV. Comune Mon- 

tisfrasinis et Sassi taxatum libr. quinque bon. » V 
L. sol. decem L. sol. X. Comune Gissi taxa- 
tum libr. sex bon. > VI 



416 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

L. sol. octo L. sol. Vili. Comune Sancii lo- 

hannis in tizano taxatum libr. duas sol. decem L. II Sol. X 

L. sol. quatordecim L. sol. XIIII. Comune Nu- 

gareti taxatum libr. quatuor sol. decem > IIII Sol. X 

L. Unam sol. unum L. 1 sol. 1. Comune Tignani 

taxatum libr. septem » VII 

L. sol. decem L. sol. X. Comune Pini et Mu- 

gnani taxatum libr. tres. » III 

L. sol. octo L. sol. Vili. Comune Montis- 

longhi et favalis taxatum libr. duas sol. 

decem » li Sol. X 

L. sol. octo L. sol. Vili. Comune Ancognani ta- 
xatum libr. duas sol. decem bon. » II Sol. X 
L. sol. tres L. sol. III. Comune Sabbioni de 

Montaneis taxatum libr. unam bon. » I 

L. sol. sex L. sol. VI. Comune Badali taxatum 

libr. duas > II 

L. sol. octo L. sol. Vili. Comune Batiditii ta- 
xatum libr. duas sol. decem > II Sol. X 
L. 1 sol. novem L. 1 sol Villi. Comune Runchi- 

marini et contrata Sancti Lazari taxatum libr. 

novem sol. decem » Villi Sol. X 

L. sol. sex L. sol. VI. Comune Caxaglie et Di- 

mazole taxatum libr. duas » II 

L. duas sol. sex L. II sol. VI. Comune Sancti 

Marini est taxatum libr. quindecim et sol. 

decem > XV Sol. X 

Item quod infrascripte capelle quantum sunt et protenduntur extra 
muros civitatis bononie sìnt et esse debeant guardia civitatis prc- 
dicte et quod ipso capelle sint et esse debeant taxate in infrascrìptis 
quant itati bus pecuniarum et obligat« ad solvendum mense quolìbet 
deffensoribus averis dicti comunis quantitates pecunie infrascriptas 
ad postam cuiuslibet capelle prò satisfeciendo vicari is antedictis et 
sint unite et congregate simul prout infra. 

L. quatuor sol. octo L. IIII sol. VIU. Capella 

Sancti Egidii et Sane te Marie de Mascha- 

rella taxate libr. viginti novem et sol. de- 
cem bon. L. XXVIIII Sol. X 



eaj. AXTtcmi ticakìatt x>cu.' APrsacxun> hmjimìxbsBi. 4IT 



X,. sjL ttxiiircji L- •) »L XL Captila Saccfiì 

Alberù *t Cap^ìji Sjaod Leoiirdi ^aa: uitiu 

et tAxase Lbr. tres so^ decem 1^ IH S^v, \ 

Lu qaan»r «oL sepcem L EHI soL VIL Capelia 

Sancù Antod tiia;a ll&r. vi^rininoTem » XXVI 111 

L sijL sexda.'im L. »J sl-L XVL Capella SanvHi 

Homobofii ec Sine^e Marie de tempio laxace 

libr. qoioqce soL decem > V SoL X 

1^ Unani sol. tre«ieeim L. l sol. XII L Capella 

Sancte Marie de Alamanis inier Pontem Ma- 

iorem taxata libr. ondecim » XI 

Lu qaatoor soL sep^em L. II II soL MI. Capei la 

Sancti laliaoi ^axara libr. vi^ntinovem > XX Villi 

L. Unam Si>l. septem L. 1 soL VII. Capella Sancte 

Lucie tarara libr. novem > Villi 

L. sol- octo L. sol. Vili. Comune Ronct>rei tas- 

satum libr. doas sol. quatuor > li SoL UH 

L. duas sol. undecim L. Il soL XI. Capella Sancii 

Marne et Gavbolle taxata libr. decem septem » XV U 
L. Unam sol. L. 1 sol. 0. Capella Sancte Cri- 
stine portesterii taxata libr. sex sol. decem > VI SoL X 
L. sol. tres L. sol. III. Capella Sancti Isave 

taxata libr. Unam » 1 

L. sol. sex L. sol. VI. Capella Sancti Xicolav 

Burgi Sancti Felicis taxata libr. duas » II 

L. Unam sol. tres L. 1 sol. III. Capella Sancti Fe- 
licis et contrata Bertalie taxata libr. septem sol. 

decem » VII Sol. X 

L. Unam sol. unum L. 1 sol. 1. Capella Sancte 

Marie Maioriset contrata Beverarie taxata libr. 

septem. > VII 

L. duas sol. duos L. II sol. II. Capella Sancti 

loseph taxata libr. quatordecìm > XII II 

L. Unam sol. L. 1 sol. 0. Capella Sancte Cate- 
rine de Saragotia et Caxaglie taxata libr. sex 

sol. decem > VI SoL X 

L. Unam sol. tredecim L. 1 soL XIII. Capella Sancte 

Marie de Caselli s taxata libr. undecim > XI 

L. sol. sexdecim L. sol. XVI. Capella Sancte 

Silvestri de Ronchaglis libr. quinque sol. decem > V Sol. X 



418 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



Item providerunt et ordina veruni suprascripti offitiales quod mas- 
sarii seu Ministrales suprascriptorum comunium et capellarum prò 
quolibet mense teneantur et debeant expensis hominum suorum co- 
munium et capellarum dare et solvere defensoribus averis comunis 
bononie, qui prò tempore fuerint quantitates pecunie supra in mar- 
gine a parte anteriori cuiuslibet dictorum comunium et capellarum 
parti cular iter descriptas prò solvendo et satisfaciendo vicari is dicti 
comitatus, quibus per comunia suis vicariatibus suposita non debet 
fìeri* mense quolibet intep:ra solutio et satisfatto eorum salarii ipsas 
quantitates solvendo de duobus mensibus in duos menses. Et quod 
dicti defensores averis qui prò tempore fuerint teneantur et debeant 
ex debito sui offitii et absque aliqua alia buleta vel mandato regi- 
minis civitatis Bononie vel atterius officialis dicti comunis bononie 
dare et solvere cuilibet ex vicariis comitatus bononie, qui prò tem- 
pore fuerint illis videlicet quibus non est supra provisum integra- 
liter satisfìeri debere per comunia suis vicariatibus suposita de suo 
salario, residuum sui salarii, ut supra fìt mentio. solvendo et satisfa- 
tiendo eisdem vicariis et cuilibet eorum de dicto residuo de tribus 
mensibus in tres menses. Ita tamen quod ipsi defensores nullo modp 
cogi possint et debeant ad solvendum antedictum salarium alieni ex 
dictis vicariis residentiam facientibus in aliquo ex castris comi- 
tatus bononie, qui non fecerit et curaverit ita et taliter quod ipsuni 
castrum continue sit bene reparatum secundum quod superius pro- 
visum et ordinatum est. Nomina vero vicariatuum quorum vicariis 
fieri debet solutio residui sui salarii per defensores predictos et quan- 
titates quas babere deberint ipsi vicarii mense quolibet a defensoribus 
predictis sunt hec videlicet. 

Vicariatus Crevalcorii libr. quatuor bon. L. IIII 

Vicariatus Sancte Agate libr. sex » VI 

Vicariatus Castri Franchi libr. quatuor sol. quinque » IIII Sol. V 

Vicariatus Argelis libr. Unam bon. » I 
Vicariatus Sancti Georgii de plano libr. septem sol. 

sex bon. > VII Sol. VI 

Vicariatus Minor vi sol. sex bon. > VI 

Vicariatus Medicine libr. novem sol. duodecim bon. > Villi Sol. XII 

Vicariatus Ligliani libr. undecim bon. » XI 



GLI ANTICHI VICARIATI DELL'APPANNINO BOLOGNBSB. 



419 



Vicariatus Montiscaldararii libr. undecim sol. quin- 

decim bon. 
'Xricariatus Sassinigri Lib. dudecim bon. 
Vicariatus Munzuni libr. unam 
Vi caria tus Sera va 11 is libr. septem sol. octo bon. 
Vicariatus Sa vigni libr. tres 
Vicariatus Montisbelli libr. tres sol. sexdecim 
Vitariatus Sancti Laurentii in colina libr. tres sol. 

decem 



» XI Sol. XV 

» XII 

> I 

» VII Sol. VIII 

> III 

> III Sol. XVI 

> III Sol. X 



Item providerunt ordina verunt et reforma verunt prefatì offieiaies 
quod vicariì suprascriptorum vicariatuum deceptero iurisdictionem 
suam exercere possint et debeant solumodo in illis terris et villis et 
comunìbus que sunt descripte sub suo \icariatu ut supra patet et 
non in aliquibus aliis villis terris vel comunibus dicti comitatus non 
obstante quod hodie et bine retro ipsi vicariatus alias terras et co- 
munia supposita babeant et babuerint. 

Et quod preter vel centra facerent non valeant ipso iure; sed 
penam incidant libr. quinque bon. prò quolibet vicario et vice qua- 
libet qua contrafacerint comuni Bononie applicanda. Et quod ipsa 
comunia dictis vicariatibus supposita teneantur et debeant de ceptero 
obedire vicariatibus predictis et eorum vicariis qui prò tempore fue- 
rint et salarium ipsorum vieariorum solvere secundum quod supra 
continetur et tassatum est (^). 



Archivio di Stato di Bologna 
Atti del vicariato di Casio, anno 1543 

In Cristi nomine amen. 

Liber fumantium et actoruni vicariatus terre Casii prò secundis 
1543, tempore domini lulii de Gregolis vicarii dignissimi. 



(') Qui termina la parte dei dorumenti tolta dal libro dei vicariati e tns<(e, il 
quale, come si e detto, contiene molte altre disposizioni importanti<«.sime per Y ammi- 
nistrazione del contado, ma che riguardano solo indirettamente il presente tema. 



420 



R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



Tabula comunium subiectorum. 



Comune Casiì 


fol/ 




Comune Crede 


fol. 


119 


Villa Bagnane 


> 


9 


Comune Montisaeuti 


> 


129 


Cullina Casii 


> 


11 


Villa Burzanelle 


» 


139 


Villa Casulle 


» 


39 


Comune Stanchi 


» 


143 


Comune Badi 


» 


46 


Villa Tavernolle 


> 


150 


Comune Suviane 


» 


59 


Villa Prade 


» 


ITA 


Comune Bargii 


» 


04 


Comune Vighi 


> 


158 


Villa Stagni 


» 


75 


Villa Vimignani 


» 


lt>5 


Villa Baigni 


> 


79 


Villa Verzonis 


» 


171 


Villa Custozie 


» 


92 


Villa Montionis 


» 


170 


Comune Mognarum 


> 


97 


Villa Savignani 


» 


179 


Comune S. Damiani 


» 


103 


Accusationes 


> 


184 


Comune Traserre 


» 


110 


Comunia 







Comunis terre Cassi 



Villa Bagnane 
Villa Cui ine 



Villa Casule 
Comunis Badi 
Comunis Suviane 
Comunis Bargii 
Villa Stagni 
Villa Baigni 
Villa Custozie 
Comunis Mognarmn 
Comunis Sancii Damiani 
Comunis Traserre 
Comunis Crede 
Comunis Montisaeuti 
Villa Burzanelle 
(^omunis Stanchi 



Massarius et homines 

Saltuarius de Castro Casi 

Saltuarius de Culina 

Xè massaro né saltaro 

Vi sono gli uomini. 11 saltaro è 

perù nominato sotto il comune 

di Casio. 
Saltaro 

Massarius et homines Saltuarius 
Massarius et homines Saltuarius 
Massarius et homines Saltuariifs 
Saltuarius 

9 

Saltuarius 

Saltuarius 

Massarius et homines Saltuarius 

Massarius et homines Saltuarius 

Massarius et homines Saltuarius 

Massarius et homines Saltuarius 

Massarius et homines Saltuarius 

Sai tari US 

Massarius et homines Saituarius 



OLI ANTICHI VICARIATI DB LL' APPENNINO BOLOGNESE. 421 

Villa Tavernulle Saltuarius 

Villa Prode Saltuarius 

Comunis Vighi Massarius et homines Saltuarius 

Villa Vimignani Saltuarius 

Villa Verzonis Saltuarius 

Villa Montionis Vi sono elencati solo gli uo- 
mini 

Viltà Savignanis Saltar ius 

M. I). XXXXIII 

Accusationes et quèrellas damnonim datorum instituendas et 
formandas contra quoscumque saltuarios et personas sive homines 
per verba prò presentibus secundis semestribus agtifandas et descri- 
bendas per me Vincentium de Pazaglis notarium Bononie et dieto 
tempore domini vicarii Castri Casii prout in presenti libro ecc. 

Die 7 Julii 1543. 

Comparuit personaliter Johannes Baptista Marei de Bertatiis et 
in querella exposuit eidem fuisse dammum datum in una eius petia 
terre prative posìta in villa Burzanelle comunis Montiacuti in loco 
dicto al Pra dal Farnedo iuxta Albertinum Sanini et Bonacossanl et 
alios confines in pascendo et pasculando herbas de mense presenti et 
elapso cum bestiis bovìnis et alis et instetit de refectione damno- 
rum centenariorum et acusat saltarium. 

xvm. 

Atti del 1544, 

Casi US — e. 2 \ 

Culina — e. 7 > Accusationes cartarum 36 

Casula — e. 30 ] 

Suviana — e. 47 Accus. e. 36 

Badi — e. 60 Accus, e, 70 




422 R. DBPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



Bargius — 


e. 


mi 




Staguus — 


e. 


^^ ) Accus. 


e. 100 


Baignium — 


e. 


85 ( 




Custozia — 


e. 


96 ) 




Mogne — 


e. 


110 Accus. e. 


117 


Sancti Damiani 


— e. 


120 Accus. e. 


127 


Traserm — 


e. 


130 Accus. e. 


137 


Creda — 


e. 


140 Accus. e. 


147 


Mons Agutus — 


e. 


150 Accus. e. 


160 


Burzanella — 


e. 


156 Accus. e. 


160 


Staiicus — 


e. 


165 Accus. e. 


180 


Tavernula — 


e. 


170 




Prada — 


e. 


176 




Viguis — 


e. 


185 \ 




Verzonus — 


e. 


192 j 




Vimignanus — 


e. 


197 / 




Savignanus — 


e. 


202 > Accus. 


e. 220 


Montionus — 


e. 


210 l 




Oreia — 


e. 


215 ' 




Mandatorum — 


e. 


230 ; 





Belvedere (Atti delle hnborsazìoni dei massari. 
Archivio di Stato di Bologna fascicolo 1^}. 

Il presente foglio contiene li nomi e cognomi dei Consiglieri del 
Comune di Belvedere di questo contado di Bologna estratti respetti- 
vamente dalle infrascritte ville, che compongono detto. comune nelle 
loro publiche congregazioni secondo il costume respettivo delle me- 
desime, come abbasso, quali si pi*esentano al tribunale della IlLma 
Assunteria dal medesimo Massaro Nerio Bernardini per la nuova im- 
bossolazione ; e prima la villa di Lizzano in piena e publica Con- 
gregazione premesso il suono della sua Campana et altro secondo il 
costume sotto il d'i 28 Novembre prossimo passato avendo fatto una 
scielta de' più abili uomini della medesima e posto il partito per 
iscbedule a sorte furono estratti li seguenti due cioè: Alessandro del 
fu Giacomo Biagi, Domenico del fu Guglielmo Fioresi, ma poi per 
consenso di tutta la suddetta villa sotto il dì 27 Dicembre per ro- 
gito dèi Signor Bernardo Gasparini notaio fu subrogato in cambio 



GLI ANTICHI VICARIATI DBLL* APPENNINO BOLOONKSB. 423 

del detto Fioresi, Innocenzo del fu Giovanni Filippi si che i consi- 
glieri della villa di Lizzano sono li suddetti: 

Alessandro del fu Giacomo Biagì e 

Inocenzo del fu Giovanni Filippi. 
1.* La villa di Monteacuto delle Alpi ha eletti per di lei consiglieri: 

Ippolito del fu Angelo Nanni, Florio di Giacomo Biagi. 
2.** La villa di Viticiatico ha eletto per di lei consiglieri : Domenico 

del fu Filippo Gherardi, Pietro del fu Giacomo Alberti. 
S,*^ La villa di Sasso ha eletti per di lei consiglieri : Giacomo del fu 

Marco Baldi, Mamolo del fu Simeone Martini. 
4.® La villa di Gabba e Maienzano ha eletti per di lei consiglieri, 

rispetto a Gabba Giacomo del fu Gerolamo Tamburini, rispetto 

a Maienzano: Sebastiano del fu Antonio Cheli. 
5.® La villa di Grecchia in piena e publica congregatione premesso 

il suono della Campana sotto il dì 30 Gennaio corrente fatta una 

scielta dei più abili della medesima e posto il partito per ische- 

dule a sorte furono estratti: Francesco del fu Domenico Borgo- 
gnoni e Giovan Battista del fu Sebastiano Bernardini. 

Adì 30 di Gennaio 1729. 

Si fa piena ed indubitata fede a chiunque s'aspetta per il mo- 
derno Massaro Nerio Bernardini del comune di Belvedere essere la 
verità qualmente il dì sudetto 30 Genaro convocato publicho aringo 
di detta comunità nel locho solito preceduto il suono della Campana 
et altra formalità solita et ivi per bocha di me canceliere infrascrito 
con chiara et intelligibile voce è stata letta e publichata la retro- 
schrita nota de consiglieri di detto Comune e da tutti bene intesa e 
tutte le sudette Ville hanno aprovati et acetati li loro Consiglieri 
salvo che Sabatino Caselli della Villa di Sasso et Antonio Parigi 
della Villa di Vidiciatico hanno preteso di dare ecezione alli Consi- 
glieri retroschritti della Villa di Grechia. 

In fede di che io infraschrito cancelliere d' ordine di detto Mas- 
saro ho scritta la presente e sigilata con il sigillo della Comunità 
suddetta, 

(Sigillo) Io Antonio Bernardini cancelliere di detta Comunità. 

In Cristi nomine amen. Anno ab illius nati vitate millesimo septua- 
gesimo vigesimo nono, indictione septima, die vero trigesimo mensis 
lanuari, tempore Benedicti XIII. 

In mei conspectu perspnaliter constituti magniiicus Nerius con- 
dam alterius Neri de Bernardinis massarius comunis Belvederis co- 
mitatus Bonoiiie et Antonius condam Cesaris de Bernardinis cancel- 



424 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER UÀ ROMAGNA. 



larius dicti comunis quibus lecta et perlecta per me notarìum 
infrascriptum clara et intelligibili voce et per eos, ut apparuit» 
optime intellecta retroscripta attestatione ostensaque subscriptione et 
sigillo in calce illius esistente postea medio eorum iuramento manu 
tactis ad delationem mei notarli, recognoverunt dictam atestationem 
respectu dicti massari i esse factam et respectu dicti cancellarli esse 
scriptam et subscriptam de mandato ut in ea propria manu literis 
ac sigillo, similique iuramento affirmaverunt omnia in dieta atte- 
statione ac toto foleo contenta esse vera et itaque omnia super 
quibus ecc. 

Actum in villa Lizzani, comunis predicti et domi mei notarli in- 
frascripti in quadam mansione nuncupata la Cucina: ibidem presen- 
tibus Georgi condam Marii de lohanellis ville Viticiatici et condam 
Philippi de Rubeis Ville Grechie ambobus dicti comunis. 



(Partiti del Senato voi. XXm carU 193). 



Corani Reverendissimo Gubernatore. 
Die Lune 7 Novembri s 1575. 



Erectio Preture Monzuni: Primo animadvertens Senatus Bo- 
nonio Vicariatum Monzuni tum quia est prope confìnia comitatus 
Bononie, tum ob situm et naturam loci, tum aliis rationibus et 
causis, requirere iurisdictionem extraordinariara, et officialem maioris 
auctoritatis et potestatis, Decrevit propterea ex sententia et auctori- 
tate Reverendissimi domini Gubernatoris Pontificii ut Vicariatus 
predictus transferatur et erigatur, prout sic erexit, in Preturam» 
sive ut vulgo dicitur, potestariam. Et post hac perpetuis futuris 
temporibus, offìciales ipsius loci incipientes in proxima futura offi- 
ciorum publicorum prò primo semestri anni 1570 extractione, no- 
minentur, et revera sint Pretores, sive Potestates Monzuni, cum 
honoribus oneribus, debitis et consuetis et potestate, auctoritate, ar- 
bitrio, facultate et iurisdictione tam in civilibus quam in crimi- 
nalibus, et mixtis causis, qua ceteri huius modi Pretores, tam de 
iure quam ex forma statutorum et provisionum Bononie utuntur 
et funguntur, ac uti et fungi possunt seu debent. Cui quidam 
Preturae sive Potestariae, sic ut supra, erectae eiusque ìurisdictioai 



* 



QLr ANTICHI VIOATIATI DELL'^^P^^^I^O BOLOGNESE. 



425 



et obedienti^e, subìecit ac subiecta esse voluit •coinunia, villa» et 
loca infrascripta. Quae ad hunc effectum a qyacumque alia iurisdi- 
ctione, aive loco, et officiale comitatus Bononie separavit, abdicavit 
et dimembravit videlioet: Monzuaum, Sassicasculum et Anconellam, 
Vadum et Brigadellum, Gugliaram et Polverariam, Ripolum et Con- 
flentum, Camugnanum Brigolam et Montorium, Casulam supra Si- 
ranum, Brentum et Monteni Rumexi, Montem acutum Vallensiem, 
Campianum, Vallem, Pogium de Rubeis et Sanctum Andream. Et ut 
pretores ex loculo sive bursa, in qua ad preturam huiusmodi ge- 
rendajn magis idonearum personarum nomina arbitrio senatus seu 
ab 90 eKgendorum, poni debeant, prò tempore extrahendi, comodius, 
et honorifìcentius, et maiore cum presidio in ea pretura continere se 
possint, ac locum ipsum custodire, et confìnia manutenere, seditio- 

ita 

nesque ac maleficia et delinquentes compesc^re et ad predictum ef- 
fectum inibi continue, notarium unum, sive locum tenentem, ac mi- 
nistros, Jdt executores necessarios tenere, sanxit ut singuli pretores 
huiuemodi percipiant in totum, salarii nomine, singulis mensibus 
libras numi bon. argentei octuaginta solvendas eo modo ac ordine 
et partitione, quibus ceteris pretoribus salaria sua persolvuntur. 
Loco vero nonnullorum comunium et villarum scriptorum a iurisdi- 
ctione prefecturae Roncastaldi aeparatorura, et dimembratorum, ad- 
didit et subiecit eidem prefecturae Roncastaldi et eius iurisdictioni 
comunia et villas infrascripta videlicet: Sanctum Georgium de Mon- 
tanea, Livergnanum, Zenam et Gorgugnanum. Et predicta omni me- 
liori'modo contrarìis non obstantibus quibuscumque ; factum Senatus 
consoltum per suffragia XXIX. 



27 



* 



ATTI 

DELLA . 

R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 



Anno accademico 1901-902 



TORNATA VII. — 22 Giugno 1902. 

Il socio corrispondente prof. Alberto Trauzzi legge una sua Me- 
moria dal titolo: Bologna nelle opere dì Giulio Cesare Croce. 

Le composizioni del Croce, che, secondo una lettera inedita di 
Francesco Braghetti scritta nel 1622 a Cesare Bianchetti, doTeano 
nella loro genuinità aggirarsi intorno al mezzo migliaio, furono com- 
poste nel trentennio che va dal 1579 al 1609. Il disserente, senza 
tener conto del valore letterario di esse, ma studiandone solo il con- 
tenuto storico, qua^^i una cronaca del tempo, se ne serve per rico- 
struire la vita d' allora del popolo bolognese della città e delle cam- 
pagne, gli usi, i costumi, la society, il dialetto, il gusto letterario e 
tutti gli altri aspetti e manifestazioni che se ne possono ricavare. 

A compimento e ad illustrazione dei varii argomenti ricorre pure 
alle cronache e alle opere di altri contemporanei del Croce. 

Ma gli fu necessario premettere anche uno studio sui manoscritti 
del cantore popolare e, con la scorta e V aiuto dell- accurato Saggio 
Bibliografico che degli opuscoli a stampa già fece il dottor Olindo 
Guerrini, riordinare tutto il materiale e distinguere il genuino dal 
dubbio e dal contaminato. 

Il lavoro si chiude con un glossario che più particolarmente si 
riferisce al capitolo sul dialetto bolognese e alle forme e parole ri- 
cavate dagli altri dialetti e introdotte dall'autore degli Opuscoli 
nella lingua italiana da lui usata. 

Edoardo Brizio Segretario. 



ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI 

PERVENUTE ALLA R. DEPUTAZIONE 

DAL 1.^ GENNAIO AL 31 DICEMBRE 1902 



Classe I.* Opere. 

1. Annuario della Nobiltà italiana — Anno XXIV — 1902. Bari, 1902, 

in-12 fig. 

2. Bbrnakdy Amy X. — Venezia e il Turco nella seconda metà del 

secolo XVII. Firenze, 1902 in-8. 

3. Campagne del Principe Eugenio di Savoia. Voi. XVIII, XIX e XX, 

con Atlante, 

4. Catalogo metodico degli scritti contenuti nelle pubblicazioni perio- 

diche italiane e strauiere. Parte I. Scritti biografici e critici. 
4.^ Suppl. Roma, 1902 in-4. 

5. Codice diplomatico Barese, edito per cura della Commissione pro- 

vinciale di archeologia e storia patria. Bari, 1897-1902. Voli. 5 
in-4 gr. 

6. Documenti e Monografia per la storia di Terra di Bari. Bari, 1900, 

Voli. 3 in-4. 

7. Faccioli Raffaele — Relnzione dei lavori compiuti dall' Ufficio 

Regionale per la conservazione dei Monumenti delT Emilia dal- 
l' anno. 1882 al 1897. -^ Altra idem, dall' anno 1898 al 1901. Bo- 
logna, 1898-1901. Voli. 2, in-8. 

8. Fogli Cesare — Degli Uomini illustri della Città di Comacchio. 

Ferrara, 1902 in.8. 

9. Frati Lodovic?o — La vita privata di Bologna dal secolo XIII 

al XVII. Bologna, 1900, in-8. 

10. Idem. — La prigionia del Re Enzo a Bologna. Con Appendice di 

documenti. Bologna, 1901, in-8. 

11. Gasperoni Gaetano — Saggio di studi storici su la Romagna. 

Imola, 1902, in-8. 

12. GoTTLiEB Teodoro — Ueber Mittelalterliche Bibliotheken. Leipzig, 

1890, in-8. 

13. Inventario del R. Archivio di Stato di Cagliari e notizie delle Carte 

conservate nei più notevoli Archivi Conjunali, Vescovili e Ca- 
pitolari della Sardegna. Cagliari, 1902, in-4. 



428 R. DEPUTAZIONE! DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

14. LoNOHi A. — Il Palazzo Vizzani (ora Sangui netti ) e le famiglie 

illustri ohe lo possederono. Bologna, 1902, in-8. 

15. LovARiNi Emilio — Antichi Testi di letteratura Pavana. Bologna, 

1894, in-8. 

16. Monografia intorno alla fondazione e allo sviluppo del Pio Istituto 

di mutuo soccorso fra i Medici e Chirurghi della città e pro- 
vincia di Bologna. Bologna, 1900, in-4. 

17. Pazzi Muzio — Studio storico-critico sopra la eclampsia puerpe- 

rale e casuistica. 

18. Idem. — Autobibliografia (Ottobre 1888. Die. 1898). Bologna, 

1898, in-8. 

19. Idem. — Bologna alla Esposizione nazionale d' Igiene in Napoli 

(Aprile-Ottobre 1900). Guida-ricordo, con illustrazioni. Bologna 
1900, in-8. 

20. Idem. — h" aborto interno. Studio clinico-istologico. Bologna, 1900, 

in-8. 

21. Poggi Vittorio — Serica Beotorum Beipublicae Genojensis. Au- 

gustae Taurinorum, 1902, in-8. 

22. Primo Centenario di Vincenzo Gioberti. Discorsi commemorativi. 

Torino, 1901, in-8. 

23. Primo ( Il ) secolo delF Ateneo di Brescia, 1802-1902. Brescia, 1902, 

in-4 ^g» 

24. Tallandini Antonio. — Discorso pronunziato in occasione delio 

scoprimento delle Lapidi commemorative ai fondatori e bene- 
fattori degli Istituti di beneficenza di Bagnacavallo. 20 Set- 
tembre 1901. Ravenna, 1902, in-8. 

25. ToRRACA Francesco — Studi su la Lirica italiana del duecento. 

Bologna, 1902, in-8. 

26. Ungarblli Gaspare — Vocabolario del Dialetto bolognese. Con 

una Introduzione del Prof. Alberto Trauzzi sulla fonetica e 
sulla morfologia del dialetto. Bologna, 1901, in-8. 

27. Vicini Gioacchino — Lo stato politico delle quattro Legazioni e 

la sommossa di Forlì nel 18B2. Bologna, 1902, in-8. 



Classe II."^ Opuscoli. 



1. Albanese di Botbrno Vincenzo — Discorso sul Divorzio. Modica, 

1902, in-8. 

2. Bbltrami Luca — Leonardo e il Porto di Cesenatico. Milano, 1902, 

in.8. 

3. Biblioteca Palatina di Parma. Elenco dei Doni 1898-1901. 

4. Ferrari Giuseppe * — Contro la esclusione del nome di Reggio nel- 



PUBBLICAZIONI. 429 

r Emilia dalla iscrizione posta sul monutnento della Lega 
Lombarda eretto in Legnano. Modena, 1902, ìn-8 (copie 2). 

5. Fbrrero Ermanno — Ariodante Fabrotti. Notizie sulla vita e sugli 

scritti. Torino, 1902, in-4. 

6. Fogli Cesare — La Provincia di Ferrara e V Italia. Nozioni di geo- 

grafia compilate per la Classe terza e quarta elementare. Ro- 
vigo, 1889, in-8. 

7. Idem. — La Provincia di Ferrara. Nozioni di geografia topogra- 

fica, compilate con metodo estensivo per gli alunni delle 
scuole elementari e tecniche di detta provincia. Ferrara, 1896, 
in-8. 

8. Idem. — Può la Comunità di Comaccbio alzare Corona ducale? 

a pag. 488-491 deir Op.: 11 Patriziato. Anno V. N. 9. Sett. 1902. 

9. GoTTLiEB TEOboRo — Alte Biicberverzeichnissc aus Italien. Leipzig^ 

1888, in-8. 

10. Idem. — Receosionen und Anzeigen. Leipzig, 1889, in-8. 

11. Idem. — Die Gutenbergausstellung der Wiener Hofbibliotbek. 

Wien, 1900, in-8. 

12. Idem. — Bucbersammlung Kaiser Maxlmilians I. Leipzig, 1900, 

in-8. 

13. Idem. — K. K. Hofbibliothek. Katalog der Miniaturen-AusBteliang. 

2 Auflage. Wien, 1901, in.8. 

14. Idem. — Finis masicae! Separatabdruck aus N. 30 der « Kritiscben 

Revue aua Oesterreich » in-8. 

15. Idem. — Zimmernsche Handschriften in Wien. (Sonderdruk aus 

der Zeitschrift fiir deutsche Pbilologie, XXXI, Heft 3) in-8. 

16. Idem. — Randbemerkungen des Cedex Bernensis 363. (Brano di 

libro ) ( 8. a. n. ) in-8. 

17. Idem. — W^er ìét der im cod. Montepessulanus 125 genannte Mat- 

tbias? (Brano di libro) s. a. n. in-8. 

18. Hartmann Ludovicus — Corporis Cbartarum Italiae Specimen. 

Roma, 1902, in-8. 

19. La Corte Giorgio — I Barbaricini di Procopio. Torino, 1901, 

in-8. é 

20. LoVÀRiNi Emilio — Andrea Moschetti. La violazione della tomba 

di Francesco Petrarca nel 1630 (Articolo Bibliografico). Pisa 
1899, in-8. 
2L Idem. — Notizie sui parenti e suUa vita del € Ruzzante >. (Estratto 
dal Giornale storico della letteratura italiana. Suppl. N. 2) 
in-8. 

22. Idem. — Un allegro Convito di studenti a Padova nel Cinquecento. 

Epistola. Padova, 1889, in-8. 

23. Idem. — Intorno un progetto del Sansovino per il Duomo di Pa- 

dova. Padova, 1899, in-8. 



430 R. DBPUTÀZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

24. LovARiNi Emilio — Le Canzoni popolari in Razzante e in 

altri scrittori alla Pavana del secolo XVI. Bologna, 1888, 
in-8. Aggiunte. (Estr. dal Propugnatore N. S. V. I p. II, 
fase. 5, 6). 

25. Idem. — Le Ville edificate da Alvise Cornare. Estratto da l'Arte. 

A. II f. IV- VII (1899) in-4. 

26. Idem. — Di alcuni nomi di paesi trevisani derivati da vicinatus, 

Bologna, 1901, in-4. 

27. Idem. — Canzoni antiche del popolo italiano riprodotte secondo le 

vecchie stampe (Le Canzoni zingaresche). Roma, 1891, in-8. 

28. Idem. — Die Frauenwettrennen in Padova. (Le corse delle donne 

a Padova). (Aus des Zeitschrift des Vereins far Volkskande 
1 Heft 1892), in-8. 

29. Idem. — A Giovanni Battistella nel giorno della sua Laurea, 

8 luglio 1895 (Versi ). Padova, 1894, in-8. 

30. Lupi Clemente — Ordinamento e Inventario delle Provvisioni e 

Consigli degli Anziani del popolo. Pisa, 1901, in-8. 

31. Maestri Vincenzo — Di alcune costruzioni medioevali dell' Ap- 

pennino modenese. Cenni monografici. Modena, 1901, in-4, 
con tav. 

32. Mbrkbl Carlo — L* opuscolo de Insulis nuper inventis del Mes- 

sinese Nicolò Sillacio. Memoria. Milano, 1901, in-4. 

33. MoNTicoLO Qiovanni — Lettera a Sua Eccellenza Conte Giuseppe 

Greppi Senatore del Regno. Roma, 1902, in-8. 

34. KiTTi Francesco di Vito — La Leggenda della traslazione di 

S. Nicola di Bari. I Marinai. Trani, 1902, in-4. 

35. Pazzi Muzio — Classificazione delle anomalie placentari e spe- 

ciali ricerche intorno alla Placenta dimidiata (con tavola). Bo- 
logna, 1896, in-8. 

36. Idem. — La sinfisiotomia a Bologna. Comunicazione. Napoli, 1894, 

in-8. 

37. Idem. — La leva in ostetricia. Siena, 1892, in-8. 

38. Idem. — Sopra la necessità di creare in ogni Comnne del Regno 

che sia Capo-luogo di Provincia un Ispettore ostetrico gover- 
nativo od Ostetrico provinciale. Conferenza. Bologna, 1898, in-8. 

39. Idem. — Note cliniche sopra la virtù imenagoga della « fer- 

ratina » con speciali considerazioni storico-critiche sulla etio- 
logia, patogenesi e cura dell' imenorrea. Forlì, 1897, in-8. 

40. Idem. — I gemelli monocorii. Bologna, 1895, in-8. 

41. Idem.— Cenni storici storici sullo sviluppo dell' insegnamento 

ostetrico dimostrativo in Italia. Bologna, 1898, in-8. 

42. Idem. — Contributo alla storia delle cisti dermoidi delT ovaio e 

delle deformità congenite degli annessi uterini. Studio erìtico. 
Bologna, 1899, in-8. 



PUBBLICAZIONI. 431 

43. Pazzi Muzio — Un taglio cesareo esegaito nel mese di Giugno 

1826 e fino ad ora sconosciuto. Nota critica. Boma, 1S98, 
in-8. 

44. Idem. — La placenta previa. (Periodo storico dal 1860 al 1890).- To- 

rino, 1899, in-8. 

45. Idem. • — La posizione del parto presso i diversi popoli prima e 

dopo Fera volgare. Nota. Bologna, 1897, in-8. 

46. Idem. — Per un nuovo Programma di Conferenze scientifico-pra- 

tiche per le Levatrici. Bologna, 1899, in-8. 

47. Idem. — Prelazione della seduta inaug]^ale del IV Congresso 

Nazionale delle Levatrici in Torino (1898). Bologna, 1898, 
in-8. 

48. Idem. — L'istituto Ortopedico Rizzoli (Bologna). Bologna, 1896| 

in-8. 

49. IdcDi. — Suir origine e sullo sviluppo della Società bolognese delle 

Levatrici. Sunto del discorso. Bologna, 1898, in-8, 

50. Idem. — L' ostetricia del passato e 1* Ostetricia moderna. Bologna, 

189&, in-8. 

51. Idem. — Ingerenza deir Autorità Ecclesiastica di Bologna sopra 

IMstruzione delle Levatrici dal 1824 fino al 1896. Nota. Bologna, 
1898, in-8. 

52. Idem. — Pregiudizi. La mestruazione portatrice di iattura. Bologna, 

1898, in-8. 

53. Idem. — Le prime Medichesse delle Nazioni latine. Bologna, 1898, 

in-8. 

54. Idem. — Ancora la posizione a gambe pendenti nel parto impro- 

priamente detta di Walcher. Roma, 1898, in-8. 

55. Idem. — Ancora sulla posizione del parto a gambe pendenti. Nota 

critica. Roma, 1898, in-8. 

56. Idem. — Rettificazioni storiche intorno alla cosi detta posizione di 

Walcher. Roma, 1897, in-8. 

57. Idem. — Pro Melli. Risposta al cenno storico-critico-comparativo 

della priorità di una peculiare giacitura delle partorienti. (Po- 
sizione di Walcher) pubblicato dal D. Carlo Dccio (Milano). 
Milano, 1898, in-8. 

58. Idem. — Nuova fase della questione Melli-Walcher. Lettera aperta. 

Torino, 1899, in-8. 
.09. Idem. — Sempre a proposito della cosi detta posizione di Wal- 
cher. Lettera aperta al prof. E. Pestai ozza. Bologna, 1899, 
in-8. 

60. Idem. — Ancora sulla posizione del parto a gambe pendenti. (Hàn- 

gelage). Nota critica. Bologna, 1898, in-8. ^ 

61. Idem. — La Mitologia ostetrica spiegata alle Levatrici. Bologna, 

1898, in-8. 






432 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROHAQNA. 



62. Pazzi Mdzio ,«— Necrologia del prof. Carlo Liebmana. Bologna, 

1897, in-S. 

63. Idem. — Gli ultimi momenti del* prof. Comm. Luigi Calori. Bo- 

logna, 1897, in-8. 

64. Idem. — Necrologia del prof. cav. uff. Ferdinando Verardini. Bo- 

logna, 1897, in-8. 

65. Idem. -— In morte del prof. Comm. Mariano Pantaleo. Cenno ne- 

crologico. Bologna, 1897, in-8. 

66. Idem. — Dott. Tito Spannocchi. iNecrologio. Bologna, 1899, in-8. 

67. Idem. — Prof. Rosario Pugliatti. Cenno necrologico. Bologna, 1899, 

in-8. 

68. Idem. — Il prof. Comm. Carlo Minati commemorato. Bologna, 1899, 

in-8. 

69. Idem. — Necrologia del Prof. Comm. Carlo Grillenzoni. Bologna, 

1897, in.8. 

70. Idem. — Biografia di Olimpia Fulvia Morata (1526-1555). Bologna, 

1898, in-8. 

71. Idem. — Biografia di Maria Anna Vittorina Gillani Boivin (1774- 

1841). Bologna, 1898, in-8. 

72. Idem. — Biografia di Margarita Fuse Schieffelbein (1555-1625). Bo- 

logna, 1898, in-8. 

73. Idem. — Biografia di Luigia Bourgeois (1568-1636). Bologna, 1898, 

in-8. 
74.' Idem. — Biografia di Maria Luisa Lachapelle (1769-1821). Bologna, 
1898, in--. 

75. Idem. — Biografia di Maria Fedorovna. Bologna, 1898, in-8. 

76. Idem, j- Biografia di Maddalena di Canossa (n. 1774, m. 1835). 

Bologna, 1898, in.8. 

77. Idem. — BìograBa di Anna Maria Dalle Donne (1776-1842). Bo- 

logna, 1898, in-8. 

78. Idem. — Biografia di Anna Morandi Manzolini (1716-1774). Bo- 

logna, 189», in-8. 

79. Idem. — Necrologia del Dott. Ettore D' Urso. Bologna, 1898^ 

in-8. 

80. Idem. — Pubblicazioni delle Levatrici italiane dal 1870 al 1897. 

Raccolta bibliografica. Bologna, 1898, in-8. 

81. Idem. — Aggiunte alla bibliografia ostetrica e ginecologica ita- 

liana dal 1870 al 1894. Roma, 1897, in-8. 

82. Idem. — Contributo allo studio della inversione acuta dell' utero 

puerpera le. Milano, 1895, in-8 con tav. 

83. Idem. — Bibliografia ostetrica e ginecologica italiana per gli anni 

• 1893-94. Roma, 1896, in-8. 

84. Idem. — Elenco dei periodici scientifici esistenti presso la Società 

medico-chirurgica di Bologna. Anno 1901. Bologna, 1901, in-8 



t 



PUBBLICAZIONI. 433 

* 

85. PAZzr Muzio — Dei colori di catrame introdotti in terapia e pre- 

cipaàmente del metilvioletto e del blea di metilene. Studio 
storico-critico-bibliografica Bologna, 1900, ln-8. 

86. Idem. — La prima pietra della Biblioteca della Associazione Na- 

zionale della Stampa Sanitaria alla Esposizone Nazionale 
d'Igiene in Napoli 1900. Bologna, 1900, in-4. 

87. SCABiA Oddone — Confronto dh dno disegni ostetrici Tuno del 

Mercurio (1525) T altro del Melli (1721). Parere artistico, con 
nota del dott. M. Pazzi. Bologna, 1898, in-8. 

88. Sforza Giovanni — Una monaca e un re. Roma, Direzione della 

Nuova Antologia, 1901, in-8. 

89. Idem. — Il Manzoni giornalista. Modena, 1902, in-8. 

90. Statuto della Commissione Municipale di storia patria e di arti belle 

della Mirandola. Mirandola, 1902, in-8. 

91. Yalbntini Andrea — Il Palazzo di Brolletto in Brescia.- Brescia, 

1902, in.8. 

92. Zanardblli Tito — I nomi etnici della toponomastica. Roma, 

1902, in^. 

Classe III.* Pubblicazioni periodiche 
e serie di istituti storici. 

ITALIA 

Acireale — R. Accademia di scienze, lettere e arti degli Zelanti. Atti 
e Rendiconti. N. S. Voi. X, 1898-1900. Memorie. Classe di let- 
tere ed arti. Serie III, Voi. I, 1901-1902. 

Ancona — R. Deputazione di storia patria per le provincie marchi- 
giane: Atti e Memorie. Voi. V. 

Aquila — Società di Storia Patria A. L. Antinori negli Abruzzi: 
Bollettino, Anno XIIII, 1902. 

Bbrgamo — Ateneo di scienze, lettere ed arti. 
Atti, Voi. XVI, 1900-1901. 

BoLOONA — Annuario della R. Università, Anno scolastico 1900-1901. 
» R. Commissione pei Testi di Lingua: 

Collezione di opere inedite o rare: Guittone d'Arezzo. Le Rime a 
cura di Flaminio Pellegrini. Voi. II. Tasso Torquato. Rime a 
cura di Angelo Solerti. Voi. IV. 

Brescia — Commentari dell' Ateneo, 1901. 

Carpi — Memorie storiche e documenti sulla Città e su IP antico Prin- 
cipato. Voi. V. 

Castblpiorentino — 3fisceUanea storica della Valdelsa; A. X, f. 2. 

Catania — Rassegna universitaria catanese. V. IV, f. 4. 

Annuario delT Istituto di storia del Diritto romano. Voi. Vili. 



434 R. DEPUTAZIONE DI STOBIÀ PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Ferrara — Dcpatazione di Storia Patria ferrarese: Atti. Voi. XV. 
Firenze — R. Deputazione di storia patria per lo Provincie di Toscana. 

Archivio Storico italiano^ 1902. , 
» Biblioteca Nazionale di Firenze : Ballettino delle pubblicazioni ita— 
liane, A. 1902. 
Genova — Società Ligure di Storia Patria: 

AtH, XXXII e XXXIU. 
Messina — Atti della R. Accademia Peloritana, 1901-1902. 
Milano — Società storica Lombarda: 

Archivio storico lombardo^ 1902. 
Mirandola — Commissione Municipale di Storia Patria. Memorie sto- 
riche. 1902. Voi. XIV. 
Napoli — Società Africana d* Italia: 

BuUettino, Anno 1902. 
Palermo — Società Siciliana per la Storia Patria: 

Archivio storico siciliano. N. S. A. XXVII e Indice generale 
1873-1900. 

Documenti per servire alla Storia d' Italia. S. I, V. XIX, IV e Vili. 
Pavia — Società pavese di Storia Patria: Bollettino, Anno II. 
Perugia — Società Umbra di Storia Patria: Bollettino^ Anno Vili. 
Pisa — R. Accademia Araldica italiana: 

Giornale araldico-genealogico-diplomatico^ 1902. 
Roma — Istituto storico italiano. Bullettino, N. 23. 

> Accademia di conferenze storiche e giuridiche: 
Stìidi e Documenti di Storia e Diritto, Anno 1902, 

» R. Accademia dei Lincei. 

Attiy (Rendiconto deir adunanza solenne 1902). 

> Rendiconti, 1901. S. V. voi. XI. 

» R. Società Romana di Storia Patria: 

Archivio, 1902, fase. 95-98. 
» La Cultura^ Rivista di scienze, lettere ed arti, 1902. 
» Rivista Geografica italiana^ Anno 1902. 
» Rivista italiana delle scienze giuridicJie. Disp. 94 a 100. 
» Istituto storico prussiano. 

Quellen und Forschungen aus Italienischen Archiven und Biblio- 
theken. T. I, II, III, IV, V, f. 1. 
Saluzzo — Piccolo Archivio storico dell' antico Marchesato. A. I. N. I, 

II, III, IV, V, VI. 
Sassari — Studi sassaresi. Anno II, f. 1. 
Siena — Commissione di Storia Patria: 

Bullettino, Anno Villi, 1902. 
Torino — R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Pie- 
monte e Lombardia: Miscellanea di storia ital. t. XXXVIII; 
Biblioteca storica italiana. VII. 



PUBBMC AZIONI. 4^ 

Torino — Rivista storica italiana. A. 1902. 
» Bollettino storico bibliografico subalpino^ 1902. 
Ybnbzia — R. latitato Veneto: 

Aiti, 1902. 
> Ateneo veneto^ Anno 1902. 
» B. Deputazione di Storia Patria: 

Miscellanea di Storia Veneta, S. 2'', T. Vili. 
» Nuovo Archivio Veneto, Anno 1902. 

ESTERO 

FRANCIA — Parigi. Société Nationale des Antiqaaircs de France: Bui- 
letin et Mémoires, 1901 e 1902. 
» Nouvelle Revue hisiorique de droit frangais et étranger 1902. 
>► Revue historique, 1902. 

Rennbs. Annales de Bretagne. T. XVIII, K. 1. 
BELGIO — Bruxelles. Société des Boalandistes. 

» Analtcta BoUandiana, T. XXI. 

SVIZZERA — Bbllinzona. Bollettino storico della Svizzera ita- 
liana, 1902. 
IMPERO AUSTRO-UNGARICO — Lbopoli. Kwartalnik Historyezny. 
Leopoli, 1902. 
Innsbrcck. Institut fiir Oesterreichische Gescbichtaforsobung: Mit- 

theilungen. Voi. XXIII, 1902. 
Rovereto. Accademia degli Agiati di Rovereto : Atti, 1902. 
Trento. Archivio trentino^ Anno XVII, f. 1. 
Trieste. Archeografo triestino. N. S. T. XXIV e Sappi. 
Parbnzo. Società Istriana di Archeologia e Storia Patria: Atti e 

Memorie, A. XVIII, f. 1-2. 
Spalato. Bullettino di Archeologia e storia dalmata, pubblicato per 

cura del prof. F. Bulic, 1902. 
Gratz. Mittheilungen des Historischen Vereines fur Steiermark: 1902. 
Cracovia. Académie des Sciences de Cracovie; Bulletin Interna- 
tional, 1902. 
Zagabria. Società archeologica Croata. N. S. Voi. 6, 1902. 
IMPERO GERMANICO — Giessbn. Mittheilungen des Oberbessiscben 
Gescbicbtdvereins, 1902. 
Burger Otto. Bei trago zur Kenntnis dea Tenerdank. Strassburg, 

1902, in-8. 
Esselhorn Karl. Die Ministerverantwortlichkeit im Grossersogtum 

Hessen. Leipzig, 1902, in-8. 
Koch Georg. Mamgold von Lauteubach. Berlin, 1902, in-8. 
Nehb Georg. Die Formen des Artikels in den Franzosischen Mun- 
darten. Berlin, 1901, in-8. 



436 R. DEPUTAZIONE} DI STORIA ISTRIA PBR LA ROMAGNA. 

BAVIERA — Monaco. Sìtzungsberìchte der Philos-pbiloI, and der histor. 
Classe der k. b. Akademie der Wissenscbaften zu MiLncben: 
A. 1902. AbbandluDgen, 1902. 
SVEZIA — Upsala. R. Università: 

Upsala Universitets Arsskrift (1899-1900). 
AMERICA — Washington. Smitbsonian Instìtntion : Annual Report of 
the Board of Begens, 1900. 
Baltimore. Johns Hopkins University Sttuiy, Serie XIX, f. 4-12, 
Serie XX, f. 1. 



1 

t 



* • 



INDICE 

DELLE MATERIE CONTENUTE NEL PRESENTE VOLUME 



Albo dei soci effettivi e corrispoodenti piag. v 

Sàlyioni G. B. — Sul valore della lira bolognese ( Continaa- 

zione e fine ) » 1 

Pellegrini A. — La dominazione degli Estensi a Pieve di 

Cento » 35 

Zanardblli T. — A proposito di Imola e di Meldoìa^ nomi 

di origine longobardica ed etimologia di Mirandola . > 75 

Sorbblli a. — Un feudo frignanese dei conti Orsi di Bo- 
logna (Camurana) » 97 

Ricci Bitti E. — La pianura romagnola divisa ed assegnata 

ai coloni romani » ''136 

Frati L. — Una pasquinata contro i Lettori dello Stadio 

bolognese nel 1563 > 172 

Brizio E. — Atti della Deputazione. Sunti delle letture . . » 187 

Amaducci P. — Guido Del Duca e la famiglia Mainardi . . » 201 

Gandini L. a. — Lucrezia Borgia nell* imminenza delle sue 

nozze con Alfonso d' Este » 285 

Palmieri A. — Gli antichi Vicariati dell' appennino bolo- 
gnese e la costitunone amministrativa moderna . . > 341 

Brizio E. — Atti della Deputazione. Sunti delle letture . . » 426 

Elenco delle pubb}icazioni pervenute alla R. Deputazione 
dal 1° gennaio al 31 dicembre 1902. 



Volume II. — Bologna^ Jìegia Tipografia^ 1887 L. 12 — 

Coutieiie: 1. A. Gaiulenzi: Di un* antica compiìazione di diritto romano 

e visigoto, con alcuni frammenti delle leggi di Enrico, 

2. PuLoif MATT, frammento inedito di poema in dialetto ce- 

senate, e la Commedia nuova di Pierfrancesco da Faema, 
per G. G. Bagli. 

3. A. Corradi: Notiate sui professori di latinità nello Studio 

di Bologna, fino a tutto il secolo XV. 

ATTI E MEMORIE (1) 

PRIMA SERIE (»n-4) Anno primo - Bologna, Stab. tip, 3Ionti, 1862 » 6 — 

» secondo (fase. 1) » » » > 1863 » 6 — 

» > (fase. Il)» » » » 1866 > 6 — 

» terzo - Bologna, Fava e Garagnani^ 1864 » 6 — 

» quarto - Bologna^ Regia Tipografia, 1866 » 

» quinto * > > 1867 > 

> sesto * » » 1868 » 

» settimo » > » 1868 » 

» ottavo » » » 1869 » 

» nono » » » 1870 » 

SECONDA SERIE (in-8) Volume I. Bologna, Romagnoli, 1875 )> _ ^ 

lì. » > 1876 » 6 — /c« 1 



7. 35 h -2 
7.05 JJJ 1 




» 



NUOYA SERIE (2) Voi. I. - Modena, tip. Vincemi e Nip., 1877 » 6 — 

» II. » » » » i87S » 6 — 

» III. (P.«I.) » » » » isrs » 6 — 

» » ( ?•• II.) » > » » 1878 » 6 — 

» IV. ( P.« I.) » » » » isrp > 6 — 

» » (P.'II.) » » » » ÌS50 » 6 — 

s> V. (P." !.)>»> » Ì580 » 6 — 

» » (P.« IL) > » » » isso » 6 — 

> VI. ( P.* I.) » » » » 1881 » 6 — 
» > (P.« II.) » » » » issi » 6 — 

> VII. (P« !.)>»» > iSSl » 6 — 
» » ( P.« II.) » » » » iSS;3 » 6 — 

TERZA SERIE Voi. I. ( Anno acc. 1882-83) - Bologna, 1883 > 20 — 

» II. ( > » 18.-3-84) » 1884 » 20 — 

> III. ( > > 1884-85) > JSS5 » 20 — 

> IV. ( » » 1885-86) > iSS(? » 20 — 

> V. ( » » 1886-87) > JSS7 > 20 — 
» VI. ( » » 1887-88) » 1888 » 20 — 

> VII. ( » » 1888-89) > 1889 » 20 — 
» Vili. ( » » 1889-90) * iS5>0 > 20 — 
» IX. ( » » 1890-91) » 1891 » 20 — 
» X. ( > » 1891-92) >. 1893 > 20 — 
» XI. ( > » 1892-9:3) » 1894 » 20 — 
» XII. ( » > 1893-94) » 7Si?4 » 20 — 
* XIII. ( » » 1894-9.^)) » 1895-96 » 20 — 
» XlV. ( » » 189.Ó-96) » isr?(? * 20 — 
)s> XV. ( » » 1896-97) > 1897 » 20 — 

> XVI. ( > » 1897-9H) » JSi^S * 20 — 
» XVII. ( » > 1898-99) » Ì6.9P » 20 — 
» XVIII. ( > » 1899-1900) » J.w; » 20 — 

> XIX. ( » > 1900-1901) * 1901 » 20 — 
» XX. ( » > 1901-1902) )> J90;* » 20 -^ 

(1) Dolio Memorie di tutta la Serie, fino al voi. XII incl., si hanno due Elenchi e 
r Indice degli ar|^)nien(i, nel voi. XIII. 

(2) Atti e Mem. delle RR. Dep. di Storia Patria dell' Emilia. (Con parlieolarr indice.) 



0) 



^ 



■33 



es 



o 



PROCESSI YERBAU deJ^a R- I>epat di Stor. Patr. per le Prov. di Romagna:^ 
Voi. I. {Bai 30 marzo 1862 al 1870t71), 

Bologna, Tip. Fava e Garagnani, 1871. 

Voi. II. (Bai 1871-72 al 1880-81) Ib., 1892. 

Voi. III. (Bai 1881-82 al 1890-91) Ibid., 1892. 

RELAZIONE ^«^ Segretario G. Carducci: Delle cose operate dalla R. Depu-; 

tazione di Storia Patria per le Prov. di Romagna, dalPanno 1860 al 

10 marzo 1872. — Bologna, Tip. Fava e Garagnani, 1872, 1 op. 

Id. dal 1872 al 1875. Bologna, Tip. Fava e Garagnani, 1875, 1 op. 

Id. del Segretario C. Malagola, dal 1875 al 1894. — Bologna, Tip. , 

Fava e Garagnani, 1894, 1 op. / 

LA R. DEPUT. DI STORIA PATRIA P^r le Prov. di Romagna dal 1860 al 1894.^ o 
— Bologna, 1894. (C. Malagola^ segr.) l .^ g 

ELENCHI ^9^* scritti contenuti nella Serie Atti e Mem., colV indice degli ^ | | 
argomenti delle Memorie a tutto il Voi. XII. — Bologna, 1895. \ ^ 8 
(C Malagola^ segr.) j "^ 

Ai soli Librai si accorda lo sconto del 30 7o 



ATTI E MEMORIE 

1> E L L A 

R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 



PBEZZI D' ASSOCIAZIONE 

Per il regno d' Italia e per un anno L. 20 

Per Testerò e per un anno » 25 

Un fascicolo separato trimestrale . > 5 

» > » semestrale > 10 



Le oommimdoni ed aMOOiazloni debbono rirolgersl al Segre- 
tario della R. Deputazione di Storia Patria per le Bomagne, 
in Bologna. 

I raglia si spediranno al caT. Alfonso Knbbianl, Tesoriere 
della R. Deputazione. 



BOLOGNA — TIPI DELLA DITTA ZAfHCUIfiLLI.